venerdì 17 luglio 2026

Tempo dei ritorni (un racconto)

Il viaggio era cominciato molto prima che il treno lasciasse la stazione. Anzi, a voler essere sinceri, sarebbe stato impossibile stabilire il momento preciso in cui quel viaggio aveva avuto inizio. Le partenze autentiche raramente coincidono con l'istante in cui un piede supera la soglia di una carrozza o con il rumore secco delle porte automatiche che si richiudono alle spalle dei passeggeri. Cominciano molto prima, spesso nel silenzio di una stanza, davanti a una finestra rimasta aperta durante la sera, oppure mentre si sistema distrattamente una libreria, si apre un vecchio cassetto o si ritrova una fotografia dimenticata tra le pagine di un libro. Cominciano quando qualcosa, senza chiedere il permesso, riporta alla luce un tempo che sembrava definitivamente sedimentato, costringendoci a riconoscere che il passato non è mai davvero passato. Era stato così anche per lui. Per giorni aveva continuato a ripetersi che si trattava soltanto di un viaggio in treno, uno dei tanti affrontati nell'arco della vita. Aveva acquistato il biglietto con la naturalezza di un gesto amministrativo, aveva controllato gli orari, preparato una piccola borsa, scelto con cura un libro da portare con sé, più per abitudine che per reale intenzione di leggerlo. Tutto appariva normale, persino banale. Eppure, sotto quella superficie ordinata, qualcosa aveva cominciato lentamente a muoversi, come accade alla terra molte ore prima che un terremoto diventi percepibile. Non era il corpo a prepararsi al viaggio. Era la memoria. Lo aveva capito soltanto la sera precedente, quando, cercando inutilmente di addormentarsi, aveva scoperto di non essere agitato per ciò che sarebbe accaduto il giorno dopo, bensì per tutto ciò che il giorno dopo avrebbe inevitabilmente riportato alla luce. Dormire era diventato impossibile. Ogni volta che chiudeva gli occhi riaffioravano dettagli che credeva perduti: il colore di una camicia indossata quarant'anni prima, il rumore di una risata ascoltata durante un pomeriggio d'estate, l'odore della carta umida in una vecchia libreria dell'usato, una frase pronunciata distrattamente e rimasta inspiegabilmente impressa nella memoria molto più di dichiarazioni che allora erano sembrate decisive. Gli era tornata alla mente una riflessione letta molti anni prima. Diceva che il cervello umano non conserva il passato come un archivio, ma come un narratore. Ogni ricordo viene continuamente riscritto, corretto, ampliato, impoverito, illuminato da esperienze successive. Non ricordiamo ciò che è stato. Ricordiamo l'ultima versione che la nostra coscienza ha elaborato di ciò che è stato. Quell'idea lo aveva sempre affascinato e inquietato allo stesso tempo. Se era davvero così, quale persona stava andando a incontrare? Quella reale? Oppure quella che lui aveva ricostruito migliaia di volte nel corso degli anni? Il treno lasciò lentamente la stazione con un movimento quasi impercettibile. Per alcuni secondi sembrò che fosse il marciapiede a scivolare all'indietro invece delle carrozze ad avanzare. Era un'illusione che non aveva mai smesso di stupirlo. Ogni partenza conteneva quel piccolo inganno dello sguardo, come se il mondo esitasse a stabilire chi fosse davvero a muoversi. Il rumore delle rotaie divenne presto regolare, quasi ipnotico. Tac. Tac. Tac. Una cadenza costante che sembrava possedere qualcosa di profondamente umano. Gli ricordava il battito del cuore, oppure il metronomo utilizzato dagli insegnanti di pianoforte quando cercavano di educare gli allievi al rispetto del tempo. Anche la vita, pensò, procede con un ritmo che spesso ignoriamo fino a quando qualcosa non lo interrompe. Si sistemò meglio sul sedile accanto al finestrino. Amava viaggiare rivolto verso il senso di marcia. Non sopportava l'idea di vedere il paesaggio allontanarsi. Aveva sempre preferito assistere all'arrivo delle cose piuttosto che alla loro scomparsa, benché negli ultimi anni si fosse accorto che l'esistenza costringe inevitabilmente a esercitarsi soprattutto nelle partenze. Fuori, la città lasciava lentamente spazio alla periferia. I muri coperti di graffiti scorrevano accanto ai binari come pagine di un diario scritto da centinaia di mani diverse. Alcune scritte erano semplici firme, altre dichiarazioni d'amore, altre ancora slogan politici ormai sbiaditi dal sole. Vi lesse parole che parlavano di rivoluzione, di libertà, di speranza, di rabbia. Gli sembrò che ogni muro raccontasse un'urgenza diversa, tutte accomunate dallo stesso desiderio: lasciare una traccia. In fondo, pensò, anche la letteratura nasce da questa necessità. Scrivere significa opporsi alla scomparsa. Non necessariamente vincerla. Opporvisi. Quella distinzione gli apparve improvvisamente importante. Per anni aveva creduto che la scrittura servisse a salvare qualcosa dal tempo. Con l'età aveva invece imparato che nessuna pagina salva davvero ciò che racconta. Può soltanto rallentarne la dissoluzione, proprio come una fotografia non impedisce a un volto di invecchiare ma conserva il ricordo di un'espressione destinata a non ripetersi mai più. Il treno attraversò una zona industriale. Capannoni immensi, finestre rotte, ciminiere spente da tempo, piazzali invasi dalle erbacce. Luoghi che un tempo avevano prodotto lavoro, rumore, fatica, ricchezza, e che ora sembravano giganteschi scheletri di cemento. Si domandò quante vite fossero passate attraverso quegli edifici. Quante amicizie nate durante un turno di notte. Quanti amori sbocciati davanti a una macchinetta del caffè. Quante speranze affidate al primo stipendio. Le città conservano la memoria degli uomini molto più fedelmente degli uomini stessi. Gli edifici continuano a raccontare ciò che le persone hanno dimenticato. Poi arrivarono le campagne. Campi di grano già mietuti, filari di pioppi mossi da un vento leggerissimo, piccoli corsi d'acqua che riflettevano il cielo come sottili strisce d'argento. L'estate possedeva una luce particolare. Non era la luce brillante della primavera, ancora piena di promesse, né quella malinconica dell'autunno, già incline al ricordo. Era una luce matura. Sembrava conoscere il proprio destino. Forse per questo gli piaceva. Anche lui, ormai, aveva imparato qualcosa sulla maturità. Non consisteva nell'avere trovato risposte definitive, ma nell'accettare che alcune domande ci accompagnino fino alla fine senza concedersi una soluzione. Continuò a osservare il paesaggio. Ogni tanto il vetro gli restituiva il riflesso del proprio volto. Le immagini si sovrapponevano. Un albero attraversava la sua fronte. Un cavalcavia gli tagliava il viso. Le nuvole sembravano passargli dentro gli occhi. Per qualche secondo non riusciva più a distinguere ciò che apparteneva al mondo esterno da ciò che apparteneva alla sua immagine riflessa. Quella sovrapposizione gli ricordò un restauro osservato molti anni prima. Il restauratore aveva mostrato come, sotto la superficie visibile di un dipinto, continuassero a esistere disegni preparatori, pentimenti, correzioni, colori nascosti da secoli di interventi successivi. Nessuna opera, aveva spiegato, coincide davvero con ciò che vediamo. Ogni quadro contiene tutte le proprie versioni precedenti. Forse accadeva lo stesso agli esseri umani. Anche lui continuava a contenere il ragazzo che era stato, l'uomo inquieto della maturità, l'amante inesperto, il figlio, l'amico, lo scrittore, il lettore instancabile, il giovane convinto che il mondo potesse essere cambiato attraverso la forza delle idee e quello, molto più anziano, che aveva imparato quanto la realtà opponga una resistenza ostinata a ogni tentativo di trasformazione. Nessuna di quelle persone era davvero scomparsa. Si erano semplicemente stratificate. Proprio come i colori di un'antica tavola dipinta. Il viaggio continuava. E con esso cresceva lentamente la sensazione che il vero movimento non appartenesse al treno, ma a lui. Era la sua coscienza a cambiare posizione. Era il suo sguardo a spostarsi continuamente tra ciò che ricordava e ciò che stava ancora cercando di comprendere. Solo allora gli tornò alla mente il messaggio ricevuto poche settimane prima. Così breve da poter essere letto in meno di dieci secondi. Eppure abbastanza potente da incrinare quarant'anni di apparente immobilità. Non c'erano dichiarazioni. Non c'erano spiegazioni. Nemmeno un riferimento diretto al passato. Una sola domanda. Conservi ancora i vecchi dischi di Jacques Brel? Aveva riletto quella frase decine di volte. Ogni rilettura sembrava aggiungere un significato nuovo. Non era la domanda in sé ad avere importanza. Era tutto ciò che quella domanda sceglieva di non dire. Tra quelle poche parole esisteva uno spazio immenso, fatto di silenzi condivisi, di ricordi lasciati volutamente inespressi, di una fiducia quasi commovente nella capacità della memoria di completare ciò che il linguaggio aveva deciso di omettere. Aveva risposto soltanto il giorno seguente. Conservati con cura. Come certe amicizie. Dopo aver inviato quel messaggio era rimasto a lungo davanti allo schermo del telefono. Non aspettando una risposta. Aspettando se stesso. Aveva compreso, in quell'istante, che qualcosa era definitivamente ricominciato. Per qualche minuto non accadde nulla. Lo schermo rimase acceso, poi lentamente si oscurò. La sua immagine vi rimase riflessa per un istante, come se il telefono gli restituisse il volto di qualcuno che aveva appena pronunciato parole capaci di modificare il corso degli eventi senza rendersene pienamente conto. Lo posò sul tavolo con una cautela quasi rituale. Era soltanto un oggetto, eppure gli sembrava di avervi affidato qualcosa di infinitamente più fragile di una risposta. Aveva consegnato al presente un frammento del proprio passato, lasciando che fosse quest'ultimo a decidere se meritasse ancora di essere ascoltato. Non ricevette alcuna replica per diverse ore. Quell'assenza, sorprendentemente, non lo infastidì. Gli sembrò anzi coerente con tutto ciò che aveva sempre caratterizzato il loro rapporto. Tra loro il silenzio non era mai stato un'interruzione della comunicazione. Era una sua forma diversa, forse perfino più autentica delle parole. Esistevano persone con le quali ogni pausa produce disagio, perché costringe a riempire il vuoto con discorsi inutili. Con lui, invece, era sempre accaduto il contrario. Potevano trascorrere interi pomeriggi seduti nello stesso luogo leggendo libri differenti, alzando gli occhi soltanto per commentare una frase, una poesia, una fotografia, un pensiero appena nato. Nessuno dei due aveva mai sentito il bisogno di parlare continuamente. La compagnia consisteva proprio nella possibilità di condividere il silenzio senza viverlo come una distanza. Ripensandoci, si accorse che quella era stata una delle lezioni più importanti ricevute nel corso della vita. L'intimità non coincide con la quantità delle parole. Talvolta cresce proprio dove le parole diventano superflue. Molti anni dopo, osservando certe coppie nei bar, nei ristoranti, nelle sale d'attesa degli aeroporti, aveva imparato a riconoscere questa differenza. Alcuni parlavano senza sosta e sembravano non dirsi nulla. Altri rimanevano quasi sempre in silenzio e tuttavia apparivano immersi in una conversazione invisibile che continuava da anni. Forse l'amore, pensò, assomiglia proprio a questo. Non a ciò che si dice. Ma a ciò che non ha più bisogno di essere detto. Fu allora che gli tornò alla mente il primo pomeriggio trascorso insieme. Era passato così tanto tempo che non avrebbe saputo ricostruire con precisione la successione degli avvenimenti. La memoria, come spesso accade, aveva cancellato le date, gli orari, perfino la stagione esatta. Conservava invece con sorprendente nitidezza l'atmosfera. Ricordava una luce obliqua che filtrava attraverso grandi finestre. Ricordava l'odore della carta stampata. Ricordava il rumore quasi impercettibile delle pagine voltate. E ricordava soprattutto la sensazione di avere davanti una persona diversa da tutte quelle incontrate fino ad allora. Non diversa perché più colta. Non diversa perché più intelligente. Diversa perché sembrava abitare il tempo in un altro modo. Mentre tutti correvano per arrivare da qualche parte, lui sembrava interessato soprattutto a comprendere dove si trovasse già. All'epoca quella calma gli era sembrata quasi esasperante. Aveva poco più di vent'anni e viveva nella convinzione che ogni giorno dovesse produrre risultati, decisioni, cambiamenti. Gli sembrava che il tempo fosse una materia da conquistare, da occupare completamente, come se ogni momento lasciato inattivo rappresentasse una sconfitta. L'altro, invece, possedeva una lentezza che non aveva nulla della pigrizia. Era attenzione. Sapeva fermarsi davanti a un quadro per mezz'ora. Rileggere la stessa poesia cinque volte. Interrompere una passeggiata soltanto per osservare il modo in cui la luce cadeva su un muro. Allora gli sembrava un atteggiamento eccentrico. Oggi comprendeva che si trattava di una forma di disciplina. Viviamo troppo velocemente per vedere davvero le cose. Quante volte, negli anni successivi, si era sorpreso a ripetere inconsapevolmente gli stessi gesti? Entrando in un museo, rallentava il passo. Davanti a un dipinto, rimaneva immobile molto più a lungo degli altri visitatori. Quando leggeva una pagina particolarmente bella, invece di proseguire immediatamente, chiudeva il libro e lasciava che quelle parole continuassero a risuonare dentro di lui. Per molto tempo aveva creduto che fossero abitudini nate spontaneamente. Solo adesso riconosceva la loro origine. Aveva imparato osservando. Quasi sempre gli insegnamenti più profondi arrivano in questo modo. Non attraverso le spiegazioni. Attraverso gli esempi. Il treno proseguiva con la regolarità di un grande animale addomesticato. Ogni tanto incrociava un altro convoglio che sfrecciava nella direzione opposta. Bastava un istante. Un lampo d'acciaio, una successione rapidissima di finestrini dietro i quali comparivano volti impossibili da distinguere. Ogni volta provava la stessa curiosità. Chi erano quelle persone? Dove stavano andando? Quale speranza, quale dolore, quale decisione le aveva condotte proprio su quel treno, in quell'ora, in quel preciso punto del mondo? Era sempre stato affascinato dalla quantità di vite che si sfiorano senza mai incontrarsi. Pensò alle grandi stazioni. Migliaia di individui attraversano ogni giorno gli stessi corridoi. Alcuni stanno vivendo il giorno più felice della loro esistenza. Altri hanno appena ricevuto una diagnosi terribile. Qualcuno sta andando verso un nuovo amore. Qualcun altro sta fuggendo da una separazione. Eppure, osservandoli da lontano, sembrano tutti uguali. Camminano. Portano una valigia. Consultano un tabellone. Comprano un giornale. La normalità possiede questa straordinaria capacità di nascondere il dramma e la felicità. Anche lui, probabilmente, appariva come un normale viaggiatore. Nessuno avrebbe immaginato che dentro quella piccola borsa non stesse trasportando soltanto qualche indumento e un libro. Portava con sé quarant'anni. Portava domande rimaste sospese. Portava il desiderio, mai completamente estinto, di capire chi fosse diventato dopo quell'incontro lontano. Gli venne spontaneo sorridere. Per molti anni aveva raccontato a se stesso una versione semplificata della propria biografia. Aveva attribuito le svolte decisive ai cambiamenti di lavoro, ai traslochi, alle pubblicazioni, alle persone amate, alle perdite subite. Era un racconto ordinato. Persino convincente. Ora, invece, intuiva quanto fosse incompleto. Le trasformazioni più profonde erano avvenute altrove. In pomeriggi apparentemente insignificanti. In conversazioni che nessuno avrebbe giudicato memorabili. In passeggiate senza una meta precisa. In libri prestati e poi restituiti con mesi di ritardo. In dischi ascoltati decine di volte fino a consumarne i solchi. Fu proprio pensando ai dischi che riaffiorò Jacques Brel. Non ricordava quale fosse stata la prima canzone ascoltata insieme. Forse "Ne me quitte pas". Forse "Amsterdam". Forse un'altra ancora. Ciò che ricordava perfettamente era il modo in cui l'altro ascoltava. Non interrompeva mai la musica. Lasciava terminare il brano. Attendeva perfino gli ultimi secondi di silenzio, quando il giradischi continuava a ruotare producendo quel fruscio regolare che molti consideravano un difetto e che lui, invece, sembrava rispettare come fosse parte integrante dell'opera. «Anche il silenzio fa parte della musica.» Glielo aveva detto una volta. All'epoca gli era sembrata una frase elegante. Oggi gli appariva una verità. Valeva per la musica. Valeva per la letteratura. Valeva per l'amore. Valeva perfino per la memoria. Anche il ricordo possiede i propri silenzi. Non tutto deve essere ricostruito. Esistono vuoti che non chiedono di essere colmati. Chiedono soltanto di essere custoditi. Mentre il treno attraversava un piccolo ponte, abbassò per un istante lo sguardo verso il fiume. L'acqua scorreva lenta. La superficie sembrava immobile, ma bastava osservare con attenzione per accorgersi che ogni riflesso cambiava continuamente. Gli tornò alla mente un pensiero di Eraclito, letto durante gli anni dell'università e poi ritrovato infinite volte sotto forme diverse. Non è il fiume a essere sempre diverso. Siamo noi. Ogni ritorno è in realtà un incontro tra due sconosciuti. L'uomo che parte e quello che arriva non coincidono mai. Forse era proprio questo il motivo della sua inquietudine. Non stava semplicemente andando a rivedere una persona. Stava verificando se il filo invisibile che li aveva uniti fosse sopravvissuto alle trasformazioni di entrambi. Esistono legami che si spezzano all'improvviso. Altri si consumano lentamente. Altri ancora, inspiegabilmente, rimangono sospesi nel tempo, come certe costellazioni che continuano a essere visibili anche quando le stelle che le compongono hanno cessato di esistere da milioni di anni. Forse anche la memoria funziona così. Continua a ricevere una luce partita molto tempo prima. E noi, guardandola, crediamo che appartenga ancora al presente. Il paesaggio ricominciò lentamente a cambiare. Le campagne lasciavano spazio ai primi centri abitati. Comparvero i magazzini, le officine, i depositi ferroviari, le file ordinate di case popolari costruite tutte secondo lo stesso progetto. Il viaggio avanzava. E con esso cresceva una consapevolezza che fino a quel momento aveva evitato di formulare. Cominciava a capire che quel ritorno non riguardava soltanto l'uomo seduto ad attenderlo. Riguardava il ragazzo che lui stesso aveva lasciato indietro tanti anni prima. Forse era lui il vero passeggero che stava aspettando di ritrovare. Il pensiero rimase con lui a lungo, come accade alle intuizioni che non si impongono con la forza di una rivelazione, ma si depositano lentamente nella coscienza, modificandone l'equilibrio senza fare rumore. Era davvero il ragazzo di allora che stava cercando? Oppure era soltanto il bisogno, così profondamente umano, di verificare che una parte di sé non fosse andata definitivamente perduta? Da qualche anno aveva smesso di credere che il passato potesse essere recuperato. Si era convinto, piuttosto, che il passato continuasse a vivere dentro il presente, trasformandolo dall'interno come fanno le radici con il terreno. Non le si vede, eppure sostengono tutto ciò che cresce. Questa consapevolezza gli era venuta lentamente, quasi contro la propria volontà. Per molto tempo aveva immaginato la memoria come un archivio ordinato. Pensava che i ricordi fossero simili a fascicoli riposti in scaffali perfettamente numerati, pronti per essere recuperati ogni volta che fosse stato necessario. Gli anni gli avevano insegnato l'esatto contrario. La memoria non conserva. Ricompone. Non custodisce fedelmente gli avvenimenti; li rilegge, li interpreta, li modifica alla luce di ciò che accade dopo. Ogni esperienza nuova cambia il significato di quelle precedenti. Perfino i dolori mutano natura. Alcuni, che sembravano insopportabili, finiscono col rivelarsi necessari; altri, apparentemente insignificanti, continuano invece a sanguinare in silenzio per decenni. Guardò ancora una volta il paesaggio. I campi erano ormai interrotti da piccoli paesi. Campanili, distributori di benzina, supermercati, scuole elementari, parcheggi quasi deserti sotto il sole del primo pomeriggio. Ogni luogo gli dava l'impressione di appartenere contemporaneamente a tutte le epoche della propria vita. Avrebbe potuto essere il presente. Avrebbe potuto essere venti, trenta, quarant'anni prima. Le province italiane possiedono questa strana capacità di sembrare immobili anche quando cambiano. Le insegne vengono sostituite, gli edifici restaurati, le persone invecchiano, ma rimane una particolare qualità dell'aria, una misura del tempo che resiste alla modernità. Pensò che forse era proprio quella continuità a renderle così adatte ai ritorni. Le grandi città costringono continuamente a prendere atto del cambiamento. Demoliscono quartieri, costruiscono torri, cancellano negozi storici, reinventano la propria geografia. La provincia, invece, sembra praticare un'altra forma di trasformazione. Cambia lentamente, quasi chiedendo scusa. Ti permette ancora di riconoscere un angolo, un portico, una fila di alberi. Ti concede l'illusione che qualcosa sia rimasto identico, anche quando sai perfettamente che non è così. Quell'illusione non gli dispiaceva. Aveva imparato che gli esseri umani vivono grazie a una quantità sorprendente di illusioni necessarie. Non quelle che falsificano la realtà, ma quelle che la rendono abitabile. Pensare che un'amicizia continui a esistere anche durante lunghi periodi di silenzio è un'illusione, forse. Credere che i morti rimangano in qualche modo accanto a noi è un'illusione. Immaginare che i libri riescano a cambiare davvero una vita è un'altra illusione ancora. Eppure, senza queste finzioni condivise, l'esistenza diventerebbe una cronaca insopportabilmente arida. Si domandò se anche il viaggio che stava compiendo appartenesse a quella categoria. Forse stava inseguendo un'illusione. Forse no. In realtà, si disse, la distinzione aveva ormai perso importanza. Ciò che conta non è sempre la verità dei fatti. Conta anche la verità del desiderio. Quante decisioni fondamentali aveva preso seguendo qualcosa che non avrebbe mai saputo dimostrare razionalmente? L'amore stesso nasce quasi sempre da un'intuizione priva di prove. Ci si avvicina a qualcuno senza conoscere il motivo preciso. Poi, soltanto molto tempo dopo, si costruisce un racconto capace di spiegare ciò che in origine era stato soltanto un moto istintivo. Anche con lui era successo così. Non ricordava un momento esatto in cui avesse deciso di volergli bene. L'affetto si era formato lentamente, come si forma la luce dell'alba. Nessuno riesce a individuare l'istante preciso in cui la notte termina. A un certo punto ci si accorge semplicemente che il buio non domina più il paesaggio. Fuori dal finestrino comparve una stazione secondaria. Il treno rallentò per pochi istanti. Sulla banchina c'erano pochissime persone: una ragazza con uno zaino troppo grande per la sua statura, un uomo anziano seduto su una panchina con il giornale aperto, una donna che stringeva la mano a un bambino e gli indicava i binari come se stesse raccontandogli un segreto. Li osservò con una curiosità quasi affettuosa. Ogni attesa possiede una propria postura. C'è chi cammina avanti e indietro, incapace di fermarsi. Chi consulta continuamente l'orologio. Chi controlla il telefono ogni trenta secondi. Chi finge di leggere. Chi guarda i binari come se potesse anticipare con lo sguardo l'arrivo del treno. Anche aspettare è un linguaggio. Forse, pensò, era sempre stato bravo ad aspettare. Troppo bravo. Quante volte aveva rimandato una telefonata? Quante lettere non aveva spedito? Quante parole erano rimaste chiuse dentro di lui nella convinzione che ci sarebbe stato un momento migliore per pronunciarle? L'età gli aveva insegnato che quel momento migliore, nella maggior parte dei casi, non arriva mai. Arriva soltanto il momento possibile. E bisogna avere il coraggio di riconoscerlo. Ricordò improvvisamente una conversazione avuta molti anni prima. Passeggiavano lungo una strada alberata, senza una meta particolare. Come spesso accadeva, avevano cominciato parlando di un libro e si erano ritrovati, quasi senza accorgersene, a discutere della vita. Lui, allora molto giovane, sosteneva che ogni decisione importante dovesse essere presa soltanto quando si fosse raggiunta una piena certezza. L'altro aveva sorriso. «Se aspetti la certezza», gli aveva detto con quella calma che gli apparteneva, «rischi di arrivare quando la vita ha già deciso per te.» All'epoca quella frase gli era sembrata eccessivamente pessimistica. Adesso la riconosceva come una semplice descrizione della realtà. Gli anni passano anche quando rimandiamo. Anzi, soprattutto quando rimandiamo. Il convoglio riprese velocità. Le rotaie tornarono a scandire il loro ritmo costante, simile a una lunga respirazione. Chiuse per qualche istante gli occhi. Non dormiva. Ascoltava. Ogni viaggio possiede una propria colonna sonora. C'è il fruscio dell'aria contro i finestrini, il lieve cigolio delle sospensioni, il rumore ovattato delle conversazioni lontane, il suono delle pagine voltate da qualcuno seduto qualche fila più avanti, il tintinnio di una tazzina proveniente dal vagone bar. Sono rumori così abituali da diventare quasi invisibili all'udito. Eppure bastano pochi anni senza prendere un treno perché ritornino improvvisamente nuovi, come la voce di una persona che non si ascoltava da tempo. Aprì gli occhi. Di fronte a lui, qualche sedile più avanti, una bambina guardava fuori dal finestrino con un'intensità che lo commosse. Indicava continuamente qualcosa ai genitori. Un cavallo. Un trattore. Un ponte. Un gruppo di mucche. Ogni cosa sembrava meritare il suo stupore. Sorrise. Anche lui aveva viaggiato così. Esiste un'età nella quale il paesaggio non è ancora diventato sfondo. Ogni elemento possiede un'importanza assoluta. Poi cresce l'abitudine. Lo sguardo smette di vedere. Ci convinciamo di conoscere già il mondo e, proprio per questo, smettiamo di osservarlo. Forse la maturità consiste anche nel tentativo di recuperare quella capacità infantile di lasciarsi sorprendere. Non un ritorno all'ingenuità. Un ritorno all'attenzione. Fu allora che si accorse di quanto quell'uomo avesse inciso sul suo modo di guardare. Non gli aveva trasmesso opinioni. Le opinioni cambiano. Gli aveva insegnato uno sguardo. E uno sguardo, quando diventa parte di noi, continua a operare anche in assenza di chi ce lo ha donato. Capì che era questa la forma più profonda dell'eredità. Non ciò che riceviamo materialmente. Ma il modo in cui impariamo a vedere il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro, fino a quando quello sguardo diventa, senza che ce ne accorgiamo, il nostro. Il treno continuava la sua corsa. Egli, invece, aveva ormai la sensazione di non attraversare soltanto un territorio, ma tutte le età della propria esistenza. Ogni chilometro sembrava avvicinarlo non soltanto a una stazione, ma a una versione dimenticata di sé. E, per la prima volta dall'inizio del viaggio, quella prospettiva non gli faceva più paura. Cominciava lentamente ad assomigliare a una possibilità.

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