martedì 28 luglio 2026

La visibilità non è il potere. Ogni epoca inventa il proprio mito consolatorio. Il nostro tempo, che sembra aver smarrito la capacità di riconoscere le vere geometrie del potere, ne ha costruito uno tanto fragile quanto rassicurante: l'idea che una minoranza, semplicemente diventando visibile, abbia automaticamente conquistato il dominio. È un'illusione ottica elevata a teoria politica. Basta una piazza attraversata da migliaia di persone, qualche bandiera che rompe la monocromia del quotidiano, un servizio televisivo, una campagna pubblicitaria, un dibattito sui giornali, perché qualcuno gridi all'occupazione dello spazio pubblico, alla dittatura del politicamente corretto, all'egemonia culturale di chi, fino a ieri, veniva invitato a tacere. È un racconto seducente, perché possiede tutte le caratteristiche delle narrazioni semplici: individua un colpevole, costruisce un nemico e offre una spiegazione immediata a un mondo infinitamente più complesso. Ogni trasformazione sociale viene così ricondotta a un'unica causa immaginaria, come se la storia fosse il prodotto di una cospirazione e non il risultato di conflitti, conquiste, arretramenti, compromessi, resistenze. Ma la storia, quella vera, è infinitamente meno teatrale e molto più ostinata. Il potere non ha mai avuto bisogno di mettersi in mostra. Il potere non sfila. Non canta. Non balla. Non si traveste. Non chiede il permesso di occupare una strada per qualche ora. Il potere firma decreti, possiede patrimoni, controlla mercati, orienta flussi finanziari, determina gerarchie economiche, decide quali corpi meritino protezione e quali possano essere sacrificati sull'altare della convenienza. Il potere vive nei luoghi dove raramente arrivano le telecamere: consigli di amministrazione, ministeri, banche, fondi d'investimento, grandi concentrazioni editoriali, algoritmi che decidono cosa vediamo e cosa scompare dai nostri orizzonti. Scambiare una manifestazione con il potere equivale a credere che il lampo governi il cielo soltanto perché per un istante illumina la notte. È una confusione antica quanto la propaganda. La visibilità viene interpretata come dominio perché il dominio autentico è quasi sempre invisibile. Il potere preferisce essere naturale, spontaneo, ovvio. Vince quando non ha bisogno di essere nominato. Vince quando convince tutti che le cose siano sempre state così e che, quindi, non possano essere altrimenti. Per questo ogni minoranza che conquista uno spazio simbolico provoca reazioni sproporzionate. Non perché quel piccolo spazio rappresenti davvero una minaccia, ma perché incrina l'illusione della normalità. Ogni voce che prima era assente costringe la maggioranza a prendere atto della propria posizione. E non c'è nulla che inquieti più del privilegio quando viene costretto a guardarsi allo specchio. Il privilegio, infatti, possiede una caratteristica singolare: non ama essere chiamato con il proprio nome. Preferisce travestirsi da buon senso, da tradizione, da ordine naturale, da semplice realtà dei fatti. Chi gode di un privilegio raramente lo percepisce come tale. Gli appare semplicemente il modo normale in cui il mondo funziona. È soltanto quando qualcun altro domanda di condividere quello spazio che improvvisamente quel privilegio assume le sembianze di una libertà minacciata. È un paradosso antico. Chi non ha mai dovuto giustificare la propria esistenza finisce spesso per sentirsi perseguitato nel momento in cui altri smettono di doverla nascondere. La retorica del vittimismo rovesciato nasce precisamente da qui. Si osserva una minoranza che finalmente parla e si conclude che quella minoranza domini il discorso pubblico. Si osserva una manifestazione e si immagina un monopolio. Si ascolta una richiesta di uguaglianza e la si traduce in una pretesa di superiorità. È un cortocircuito logico tanto evidente quanto efficace sul piano emotivo. La propaganda ha sempre funzionato così. Non dimostra: suggerisce. Non argomenta: insinua. Non costruisce prove: costruisce impressioni. Le iperboli diventano allora il carburante della polemica. Tutto diventa "ovunque", "sempre", "continuamente", "ininterrottamente". Qualche giorno di attenzione mediatica viene trasformato in un'occupazione permanente. Una manifestazione annuale diventa il simbolo di un controllo assoluto dello spazio pubblico. Il lessico perde qualsiasi proporzione, perché il suo compito non è descrivere il reale ma deformarlo. Eppure basterebbe una domanda elementare. Se davvero una minoranza detenesse quell'immenso potere che le viene attribuito, perché dovrebbe continuare a chiedere riconoscimento? Perché dovrebbe continuare a denunciare aggressioni, discriminazioni, esclusioni? Perché mai un gruppo dominante dovrebbe avere bisogno di ricordare continuamente la propria esistenza? È una contraddizione che raramente viene affrontata, perché romperebbe l'incantesimo della narrazione. Naturalmente esiste il mercato. Ed esiste il capitalismo, che possiede un talento quasi alchemico: trasformare ogni simbolo in merce, ogni ribellione in marchio, ogni desiderio in prodotto. Le multinazionali colorano i propri loghi, lanciano campagne pubblicitarie, scoprono improvvisamente un'etica stagionale destinata a svanire non appena cambiano i mercati di riferimento. È un fenomeno reale, e spesso sono proprio gli attivisti LGBT+ a denunciarne il carattere opportunistico. Ma sarebbe intellettualmente disonesto confondere il cinismo delle aziende con la condizione delle persone. Il capitale non prende posizione: investe. Se domani risultasse economicamente più conveniente fare il contrario, il capitale cambierebbe bandiera con la stessa rapidità con cui oggi cambia slogan. Attribuire alle persone LGBT+ la responsabilità delle strategie commerciali delle imprese equivale ad accusare gli operai delle decisioni del consiglio di amministrazione. È un'operazione tanto arbitraria quanto comoda. Più inquietante è un altro meccanismo, assai più sottile. Non basta negare l'esistenza della discriminazione. Occorre renderla ridicola. Occorre trasformare il racconto del dolore in una caricatura. Chi denuncia un'ingiustizia viene accusato di vittimismo. Se insiste, viene definito ideologico. Se trova ascolto, diventa propagandista. Se ottiene qualche risultato, ecco che improvvisamente viene dipinto come il nuovo oppressore. È un dispositivo retorico perfetto, perché rende impossibile qualsiasi testimonianza. Alla vittima viene concesso di parlare soltanto a condizione che nessuno la ascolti. Nel momento stesso in cui la sua voce acquista un minimo di risonanza, quella voce diventa, per definizione, troppo forte. Così il problema non è più la discriminazione, ma chi osa raccontarla. Non è un caso che tutte le grandi conquiste civili abbiano attraversato questa identica caricatura. Le suffragette venivano descritte come donne isteriche decise a distruggere la famiglia. I movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti furono accusati di voler imporre privilegi ai neri. I sindacati vennero dipinti come nemici della libertà economica. Ogni emancipazione, nel momento in cui diventa visibile, viene raccontata come un'aggressione ai danni della normalità. La normalità, però, è spesso soltanto il nome che diamo ai rapporti di forza quando ci fanno comodo. Ed è forse questa la più grande mistificazione del nostro tempo: confondere la perdita di un monopolio simbolico con la nascita di una persecuzione. Chi è stato abituato a occupare da solo il centro della scena interpreta l'ingresso di altri personaggi come un'invasione del palcoscenico. Non perché abbia davvero meno spazio, ma perché non è più l'unico a essere illuminato dal riflettore. In fondo, è una questione di prospettiva. Se per secoli alcune vite sono rimaste fuori dall'inquadratura, il momento in cui finalmente entrano nel campo visivo può sembrare, agli occhi di qualcuno, un eccesso. Ma non è l'immagine a essere diventata sproporzionata: era incompleta prima. Forse è proprio questo ciò che inquieta. Non le bandiere. Non i cortei. Non i colori. Disturba l'idea che l'identità maggioritaria non sia più l'unico racconto possibile. Disturba dover condividere uno spazio simbolico che per troppo tempo è sembrato esclusivo. Disturba la semplice evidenza che la cittadinanza non appartenga a una categoria di persone, ma a tutti. La democrazia, del resto, non è mai stata il regno del silenzio. È il luogo in cui differenze, conflitti e rivendicazioni imparano a convivere senza annientarsi. Chi interpreta ogni richiesta di uguaglianza come una minaccia rivela, forse senza accorgersene, una concezione profondamente fragile della libertà. Perché una libertà che teme la libertà degli altri è soltanto un privilegio che ha cambiato nome. E allora la domanda finale è inevitabile. Chi è davvero vittima di questa storia? Chi, una volta all'anno, attraversa una città rivendicando il diritto di esistere senza vergogna? Oppure chi interpreta quella presenza come un'intollerabile usurpazione del proprio spazio simbolico? Forse la risposta è più semplice di quanto sembri. Il privilegio autentico non consiste nel poter sfilare. Consiste nel non avere mai bisogno di farlo. Consiste nell'attraversare il mondo senza dover spiegare la propria esistenza, senza temere uno sguardo di disprezzo, una battuta umiliante, un'aggressione, un licenziamento, una famiglia che volta le spalle, uno Stato che tarda a riconoscere ciò che dovrebbe essere ovvio. Chi possiede questa serenità la scambia spesso per natura. Chi non la possiede sa invece che si chiama diritto. E che ogni diritto, prima di essere scritto nelle leggi, è stato pronunciato da qualcuno che aveva avuto il coraggio di interrompere il silenzio.

Nessun commento:

Posta un commento