Il 21 luglio 1950, a Roma, nel ristorante “da Chiarina” in via della Vite, avviene un episodio che la stampa battezzerà presto “lo scandalo del prendisole”. Tra i clienti siedono alcuni parlamentari democristiani, fra cui il giovane deputato Oscar Luigi Scalfaro. In un tavolo vicino è seduta una signora, Edith Mingoni Toussan, con le spalle parzialmente scoperte per via del caldo estivo.
Scalfaro interviene pubblicamente, ritenendo l’abbigliamento sconveniente. Le parole sono dure, moralistiche. La stampa parlerà di rimproveri accesi e di un atteggiamento aggressivo; non esiste però documentazione storica inequivocabile che attesti un’aggressione fisica. Ciò che è certo è lo scontro verbale, l’umiliazione pubblica e il clamore immediato.
L’Italia del 1950 non è ancora quella del boom. È un Paese cattolico, segnato dalla guerra, con una Democrazia Cristiana fortemente radicata in un’etica pubblica ispirata al controllo dei costumi. Il corpo femminile nello spazio pubblico è un terreno politico. Una spalla scoperta può diventare un affare nazionale. E infatti lo diventa.
La vicenda esplode sui giornali di ogni orientamento. L’imbarazzo arriva fino al governo guidato da Alcide De Gasperi. Il caso viene discusso anche in Parlamento. Il giovane deputato difende la propria condotta come atto coerente con la morale cristiana. Una parte dell’opinione pubblica lo sostiene; un’altra lo considera un fanatico bacchettone.
Entrano in scena le “sfide a duello”, inviate simbolicamente dal padre e dal marito della signora. Il duello è ormai fuori legge, ma resta nell’immaginario come gesto cavalleresco. Scalfaro rifiuta, motivando il rifiuto con la propria fede cristiana. Questo rifiuto diventa ulteriore materiale polemico.
Ed è qui che interviene il “Principe”.
Totò, al secolo Antonio de Curtis, scrive una lettera pubblica indirizzata a Scalfaro. La lettera è autentica, pubblicata sulla stampa. Il tono è ironico ma affilato. Totò rimprovera al deputato di aver invocato la morale cristiana per sottrarsi al duello dopo aver però pubblicamente offeso una signora. È una lezione di cavalleria teatrale, quasi settecentesca, ma anche un gesto politico: l’attore popolare che si erge a difensore dell’onore contro il moralismo di Stato.
Non si trattò di un “umiliare” nel senso plateale del termine. Fu piuttosto un gesto brillante, molto notato, che mise Scalfaro in una posizione scomoda sul piano dell’opinione pubblica. Totò, che coltivava davvero il proprio titolo nobiliare e un’idea romantica dell’onore, giocò la carta dell’aristocrazia contro il moralismo parlamentare.
La vicenda si chiuse senza duelli, senza querele clamorose, ma con un’eco mediatica significativa. Rimase come episodio simbolico dello scontro tra due Italie: quella clericale e disciplinante e quella ironica, teatrale, insofferente alle intrusioni morali.
Quanto alla presunta “vendetta” di Scalfaro contro Totò negli anni successivi, quando il deputato ebbe incarichi governativi con competenze sullo spettacolo, non esistono prove documentarie che colleghino direttamente eventuali difficoltà censorie subite dai film di Totò a quell’episodio del 1950. La censura cinematografica dell’epoca era un sistema strutturato e diffuso, non un regolamento di conti personale. Attribuire tagli e divieti a una ripicca individuale è suggestivo, ma non storicamente dimostrato.
Il caso resta però significativo per almeno tre ragioni.
Primo: mostra quanto la morale pubblica fosse un campo di battaglia nella giovane Repubblica.
Secondo: rivela la centralità del corpo femminile come oggetto di controllo simbolico.
Terzo: illumina la figura di Scalfaro giovane, molto prima della Presidenza della Repubblica, in una fase in cui la sua identità politica era fortemente intrecciata a un cattolicesimo militante.
Quando molti anni dopo Scalfaro diventerà Presidente della Repubblica, l’episodio verrà ricordato come una nota curiosa, quasi folcloristica. Ma nel 1950 non fu affatto una barzelletta: fu uno scontro reale tra etiche inconciliabili.
E Totò? Fece quello che sapeva fare meglio: trasformare la rigidità morale in teatro. Con una lettera. Senza alzare la voce. Con quella lama sottile che è l’ironia, più affilata di qualunque spada.
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