giovedì 23 luglio 2026
Giustappunto! L'inutilità necessaria della filosofia
Ogni epoca costruisce la propria gerarchia dei saperi. Ci sono periodi in cui la poesia viene considerata il linguaggio più alto dell'uomo, altri in cui è la religione a offrire le coordinate attraverso cui interpretare il mondo, altri ancora in cui la politica diventa il centro di ogni riflessione. La nostra epoca sembra invece aver elevato a criterio universale il principio dell'utilità. La domanda che precede ogni altra non è più se qualcosa sia vero, giusto o bello, ma se serva. È una domanda legittima, persino necessaria quando si tratta di risolvere problemi concreti, migliorare la qualità della vita o rendere più efficace l'organizzazione della società. Diventa però profondamente limitante quando pretende di esaurire ogni possibile forma di conoscenza. Nel momento in cui l'utilità diventa il solo metro di giudizio, tutto ciò che non produce un risultato immediatamente verificabile viene relegato ai margini, considerato un lusso intellettuale o una perdita di tempo.
È in questo scenario che il pensiero filosofico appare spesso incomprensibile. Non perché abbia perso la propria forza, ma perché parla un linguaggio che la nostra epoca fatica a riconoscere. La filosofia non nasce per fornire istruzioni, non promette ricette, non garantisce soluzioni definitive. Anzi, spesso complica ciò che sembrava semplice, incrina le certezze, costringe a riformulare domande che credevamo ormai archiviate. È una disciplina che si alimenta del dubbio e della meraviglia, due esperienze che il nostro tempo tende invece a vivere con un certo disagio. Il dubbio rallenta, la meraviglia non produce profitto. Entrambi interrompono il ritmo incessante della produzione e del consumo, chiedendo all'uomo qualcosa che sembra diventato sempre più raro: fermarsi.
Viviamo nell'illusione che ogni progresso tecnico coincida automaticamente con un progresso umano. Le conquiste della medicina, dell'informatica, dell'intelligenza artificiale, delle biotecnologie e delle comunicazioni hanno modificato radicalmente la nostra esistenza, rendendo possibili traguardi che fino a pochi decenni fa appartenevano alla fantascienza. Sarebbe assurdo negarne il valore. Eppure ogni conquista apre interrogativi nuovi, spesso più profondi di quelli che risolve. Sapere come fare qualcosa non significa sapere se sia giusto farla. Possedere uno strumento non equivale a comprenderne il significato. Aumentare il nostro potere sul mondo non implica automaticamente una maggiore consapevolezza di noi stessi. È proprio qui che il pensiero filosofico continua a rivelare la propria insostituibile necessità.
La vera crisi culturale del nostro tempo non consiste nella scarsità di informazioni. Al contrario, viviamo immersi in una quantità di dati senza precedenti. Ciò che sembra diminuire è la capacità di trasformare quelle informazioni in comprensione, di collegare i fatti, di riconoscere le conseguenze delle nostre scelte, di attribuire un significato all'esperienza. Conosciamo sempre più cose, ma rischiamo di sapere sempre meno chi siamo. La velocità con cui accumuliamo conoscenze non è accompagnata da un analogo approfondimento della coscienza critica. È come possedere una biblioteca infinita senza aver imparato davvero a leggere.
Forse il compito della filosofia oggi è proprio questo: sottrarre l'uomo all'illusione che tutto possa essere ridotto a ciò che è misurabile, quantificabile e immediatamente utile. Ricordargli che esistono domande il cui valore non dipende dalla possibilità di essere risolte, ma dalla capacità di accompagnare un'intera esistenza. Perché una società che smette di interrogarsi sul significato delle proprie conquiste rischia di trasformare il progresso in una semplice accelerazione. E un'accelerazione, se non conosce la direzione verso cui tende, può condurre ovunque, persino lontano da ciò che rende autenticamente umano l'essere umano.
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