martedì 21 luglio 2026
Proiezioni ovunque diffuse
Proiezioni ovunque diffuse, nelle vetrine cieche, nelle pozze d'acqua dove la sera getta le proprie monete false, sulle facciate annerite delle case, sui vetri degli autobus che trasportano gli ultimi superstiti della giornata, nelle pupille degli animali randagi e nei fanali delle biciclette che attraversano il crepuscolo come comete provinciali; proiezioni ovunque diffuse, e nessuno che sappia dire da quale officina del cielo provengano, da quale laboratorio dell'ombra siano state fabbricate.
Dopo cena i suoi passi.
I suoi passi che non appartenevano più a un corpo soltanto ma a una costellazione di assenze.
I suoi passi che attraversavano i quartieri come una febbre.
I suoi passi che urtavano le serrande, le pietre, le erbe nate fra le crepe del marciapiede.
I suoi passi che sembravano trascinare dietro di sé intere stagioni sconfitte.
E io li ascoltavo.
Li ascoltavo come si ascolta una lingua straniera pronunciata in sogno.
Li ascoltavo come si ascolta una profezia proveniente da una bocca ubriaca.
Li ascoltavo senza comprenderli e proprio per questo comprendendoli interamente.
Quando questi giri di separazione dal mio elemento nominano le cose, non lo fanno secondo l'ordine dei dizionari.
No.
Le cose vengono battezzate con nomi selvatici.
Le finestre diventano branchi.
I campanili diventano ferite verticali.
Le strade diventano vene spalancate.
I giardini diventano incendi addormentati.
Le stazioni diventano mandibole.
Le nuvole diventano greggi di metallo.
La luna diventa una moneta sputata dal destino.
E ogni nome produce una metamorfosi.
Ogni parola apre una porta.
Ogni sillaba libera un animale.
Ogni respiro altera la geografia.
Così il mondo, invece di restare immobile nella sua disciplina borghese, ricomincia a delirare.
Finalmente.
Poiché soltanto il delirio conosce il vero volto delle cose.
Soltanto l'ebbrezza attraversa i muri.
Soltanto la visione possiede occhi abbastanza antichi da vedere ciò che il giorno nasconde.
"Ancora un bacio, ancora!, qui,
in mezzo alla morte rapida!"
E la frase si solleva.
Si solleva come una bandiera lacera sopra un campo di battaglia.
Si solleva come un gabbiano impazzito sopra i macelli.
Si solleva come una bestemmia luminosa.
Ancora un bacio.
Non uno qualunque.
Un bacio capace di spezzare i cardini delle stagioni.
Un bacio capace di capovolgere il sangue.
Un bacio capace di rendere ubriache le stelle.
Ancora.
Perché tutto precipita.
Perché tutto corre.
Perché tutto viene divorato.
Le città divorano i campi.
Le immagini divorano i ricordi.
I giorni divorano i desideri.
Le ore divorano i volti.
Le parole divorano altre parole.
E sopra questo banchetto feroce la morte rapida agita i propri vessilli.
Corre nei giornali.
Corre nei telefoni.
Corre nelle fabbriche.
Corre nei mercati.
Corre nelle camere da letto.
Corre nelle preghiere.
Corre persino dentro il silenzio.
Eppure il bacio insiste.
Come una rivolta.
Come un incendio.
Come un'insurrezione della carne contro l'aritmetica.
Qui.
Proprio qui.
Fra le macerie del possibile.
Fra i detriti dell'avvenire.
Fra i relitti delle promesse.
Qui.
Ancora.
Provengono per dar l'esempio.
D'improvviso.
Come arrivano le invasioni delle cavallette.
Come arrivano i cicloni.
Come arrivano le allucinazioni.
Provengono da regioni che non figurano sulle mappe.
Da deserti costruiti con la memoria.
Da oceani abitati da fotografie.
Da continenti sepolti sotto il sonno.
Da città invisibili che esistono soltanto nell'istante precedente il risveglio.
Provengono.
E avanzano.
Portano sulle spalle il peso di antiche estati.
Portano nelle tasche i resti delle comete.
Portano nelle vene il vino nero delle visioni.
Portano negli occhi il riflesso di paesaggi impossibili.
Foreste viola.
Montagne verdi come il rame ossidato.
Fiumi color sangue e zafferano.
Cieli popolati da uccelli geometrici.
Soli multipli.
Lune feroci.
Arcobaleni di ferro.
E passano.
E basta il loro passaggio a incrinare l'ordine delle cose.
Le case vacillano.
Le ombre cambiano direzione.
Le statue sembrano sul punto di parlare.
Le campane dimenticano il proprio compito.
Le strade diventano correnti marine.
Tutto ondeggia.
Tutto muta.
Tutto comincia a ricordare la propria origine fantastica.
Ma ciò che più colpisce, in questo mese maschio e femmina, in questo mese doppio come una creatura mitologica, in questo mese che possiede contemporaneamente seni e cicatrici, polline e ruggine, latte e veleno, non è la processione delle apparizioni.
Non è la danza delle metamorfosi.
Non è il ritorno delle figure perdute.
È l'aria.
L'aria.
Sempre l'aria.
L'aria che entra nei polmoni come un contrabbando celeste.
L'aria che attraversa i campi e li trasforma in oceani.
L'aria che percorre i corridoi degli ospedali.
L'aria che dorme nei campanili.
L'aria che si annida nelle cave abbandonate.
L'aria che visita le tombe.
L'aria che conosce tutti i nomi.
L'aria che dimentica tutti i nomi.
L'aria che accompagna i mendicanti.
L'aria che sfiora gli amanti.
L'aria che asciuga il sangue.
L'aria che alimenta il fuoco.
L'aria che spegne il fuoco.
L'aria che attraversa le generazioni come una sovrana invisibile.
E in quell'aria c'è qualcosa di regale.
Qualcosa di feroce.
Qualcosa di infantile.
Qualcosa di cosmico.
Come se il respiro stesso del mondo stesse passando accanto a noi.
Come se l'universo, per un istante, si fosse avvicinato abbastanza da lasciarci udire il rumore del proprio sangue.
Lì ho veduta
la mia disfatta —
Non nella sconfitta.
Non nel dolore.
Non nella perdita.
Ma nello splendore.
Sì.
Nello splendore.
Perché la vera disfatta arriva quando l'anima vede troppo.
Quando l'occhio diventa una ferita aperta.
Quando la visione cresce fino a divorare il veggente.
Lì l'ho veduta.
In una sera dove il cielo sembrava costruito con metalli liquidi.
In una strada dove tutte le finestre ardevano contemporaneamente.
In un campo dove il vento trascinava pollini luminosi come sciami di stelle.
Lì.
Nel momento in cui il mondo apparve più bello di quanto fosse sopportabile.
Poiché esiste una bellezza che salva.
Ma ne esiste un'altra che distrugge.
Una bellezza eccessiva.
Una bellezza che spezza.
Una bellezza che costringe il cuore a uscire dal proprio alveo.
Una bellezza che rende impossibile il ritorno.
Lì ho veduta la mia disfatta.
Nella rivelazione.
Nell'eccesso.
Nell'incendio.
Nella luce.
Nei giorni.
Soprattutto nei giorni.
Nei giorni gialli.
Nei giorni azzurri.
Nei giorni metallici.
Nei giorni pieni di rondini e benzina.
Nei giorni colmi di fango e costellazioni.
Nei giorni dove le città sembravano galleggiare.
Nei giorni dove i treni parevano animali.
Nei giorni dove il sole aveva il sapore del rame.
Nei giorni dove la notte cadeva dai tetti come un frutto troppo maturo.
Nei giorni.
Sempre nei giorni.
Poiché i giorni sono miniere.
Sono cattedrali.
Sono trappole.
Sono giardini.
Sono mattatoi.
Sono astronavi.
Sono ferite.
Sono porte.
Sono la materia stessa dell'incantesimo.
E allora le proiezioni continuano.
Ovunque diffuse.
I passi continuano.
Dopo cena.
Le separazioni continuano a nominare il mondo.
I baci continuano a insorgere contro la morte rapida.
L'aria continua il proprio regno.
Le apparizioni continuano a sorgere dalle profondità.
E la disfatta, lontano dall'essere una conclusione, diventa una specie di incoronazione segreta, il momento in cui il viandante comprende finalmente di non appartenere più né alla terra né al cielo, ma a quella regione intermedia dove le città bruciano senza consumarsi, dove le stelle crescono nelle pozzanghere, dove i fiumi scorrono verso l'alto e dove il cuore, liberato da ogni prudenza, continua ostinatamente a chiedere ancora un bacio, ancora una visione, ancora un'estate impossibile, ancora un lampo, ancora una febbre, ancora il mondo, ancora il mondo, ancora il mondo.
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