mercoledì 4 novembre 2026

l'amore (incipit)


L’amoroso e ineffabile mistero, abisso oscuro e trepidante fato che c’avvince con la dolce e irresistibile violenza d’un empireo sogno generato dai vapori della mente, geme ora e si strugge, quasi fiera ferita sotto i colpi di un cacciatore invisibile, sotto il gravoso e intollerabile peso della propria sfolgorante evidenza. Esso, geloso custode dei suoi più impenetrabili arcani, non tollera punto che la sua divina e nascosta essenza venga svelata innanzi tempo agli sguardi profani, né che la sua celestiale verità venga vilipesa e profanata dall'insulsa banalità del quotidiano fluire dei giorni. Onde l’amante, con labbra esitanti, pallide gote e voce tremante per l'angoscia mortale di chi già scorge l'ineluttabile precipizio della fine, alza il suo disperato lamento implorando: «Muori per me!». In codesta disperata, superba e luciferina richiesta palpita il folle, smodato anelito di carpire un segreto assoluto, una verità adamantina e incorruttibile che solo le soglie d’ombra dell'Acheronte sembrano serbare nei loro recessi. La Morte, severa, maestosa e silente sovrumana presenza che non interroga mai con dolcezza ma imperiosamente comanda, s’erge a giudice supremo di questa contesa. Eppure, appena l’amante raccoglie il rimbombo di sì fatali e rintoccanti accenti, ecco che l'anima riconosce subitaneamente il vuoto abissale della risposta: è la noia velenosa che s’insinua come serpe tra i solchi più segreti del cuore, è l'intollerabile zavorra d’una passione che ha già scorto l’aurora del proprio inesorabile e precoce tramonto. La morte, concepita quale estremo sigillo e compimento d’ogni amore, si rivela ben presto un sterile e vano simulacro, mesta eco d’un desio esausto che ha smarrito ogni vigore per espandersi nell'orrifico e magnifico dolore. Così, nell'istante medesimo in cui la supplica è pronunciata e l'eco svanisce nel silenzio delle volte celesti, l’amante avverte con chiarezza profetica che l'amore non domanda che una prova votata all'eterna e ciclica sconfitta, giacché esso non si pasce di facili e comode certezze, bensì d’enigmi inestricabili che si perdono irrimediabilmente nei labirinti insondabili del tempo.

La seconda e più tortuosa metamorfosi di questo ineffabile tormento svela le sue spire serpentine attraverso un'istanza apparentemente più candida, soave e innocente, ma non per questo meno letale e mortifera. «Vivere per me», mormora l’amante con accento dolente, tradendo nell’alito la stanchezza d’una consapevolezza ormai consunta e priva di illusioni. Vivere per l'altro non è che il pallido, sbiadito riflesso d'un sentimento che ha smarrito lo stupore della vertigine, la sacra e inebriante follia della scoperta. Troppo palese, troppo prossimo a quell'umana quiete e a quel placido porto che per sua eccelsa e ribelle natura dovrebbe sfidare l'oltretomba anziché piegarsi vilmente a esso. Ma in questa ingannevole semplicità, simile a uno specchio stregato, infido e concavo, s’annida il più fastoso, mirabile e crudele degli inganni. La verità suprema e ineluttabile è che l’amore aborre i porti sicuri e le bonacce della quiete: esso si fa catena lucente e rovente che avvince il petto, costringendolo a palpiti spasmodici e dolorosi per una chimera che non può giammai esser ridotta in preda o catturata nelle reti della materia. Vivere per l'amato è promessa illusoria che echeggia d'un vuoto siderale, imperocché l'amore autentico vive d'eterna e insaziabile voracità, nutrendosi costantemente di struggimenti indicibili e voragini incolmabili. L’amore non conosce pienezza né quiete sazietà; la sua grandezza sovrumana risiede unicamente nel suo perpetuo divampare, nel suo eterno, incompiuto e lacerante farsi.

S’affaccia allora, solenne, maestosa e lacerante, una rivelazione ancor più profonda e vertiginosa, quasi che la dissoluzione e la fine non rappresentino il baratro definitivo, bensì il sacro battesimo d’un nuovo e radioso principio. L’amor supremo, quello che osa audacemente trascendere le sponde mortali e caduche dell'esistenza, è condannato a attingere la vera pace soltanto nell'impalpabile e sconfinato regno dell'assenza. E qui, con la prepotente, inaspettata e magnifica potenza d’un urlo che lacera i cieli per infrangersi nel sacro silenzio dell'eterno, l'assenza manifesta il suo più vertiginoso e paradossale arcano: essa si rivela infinitamente più carnale, calda e pulsante della presenza stessa. Lontan dal corpo conteso, discosto dall'abbraccio fisico che si consuma e si strugge nel fuoco inestinguibile del desiderio, ecco che la carne misteriosamente risorge, vestita d'una vibrazione assai più vera, d'una consistenza più pura e cristallina. È proprio qualora l’amore, temporaneamente privato del vincolo della materia caduca, dispieghi la sua massima e incontrastata potenza; quasi che il saggio distacco dei corpi restituisca vigore a una fiamma più intensa, arcana, incorruttibile e divina. L'assenza medesima si fa carne e, mentre si ritrae pudica dall’abbraccio terreno, la forma corporea ascende a una vita novella: non più la materia soggetta al tarlare inesorabile del tempo, bensì l’essenza purissima dello spirito che crea e domina i mondi. L'assenza non è mai gelido, inerte vuoto, ma grembo fecondo, madre d'incessante e meravigliosa rigenerazione.

Nel punto estremo, vertiginoso e sublime in cui ci strappiamo con forza sovrumana all'abbraccio che ci stringeva in mortale e soffocante catena, la carne miracolosamente s'accende di vita novello. In un giuoco ardito e sottile al confine estremo con l’impossibile, è proprio il drastico allontanamento dalla materia greve e pesante che riconsegna la carne al suo archetipo incorrotto, ammantandola di luce siderea e d'una sostanza affatto aliena al logorio dei secoli e delle ere. Sottratta infine all'implacabile legge della decadenza e del corrompimento, la carne assurge all'eternità sottraendosi magistralmente a ogni pretesa di possesso terreno. Essa ridiventa d’incanto ciò che fu prima di racchiudersi nel buio carcere delle membra e soccombere al vile destino mortale. Ed è precisamente nell'abisso di questa suprema, dolorosa separazione che l’amore si fa interamente carne, e la carne si trasfigura nel più puro, luminoso e immortale amore.

Lo spirito, che per un battito d’ali s'era smisuratamente sperduto nell’infinito nulla, edifica nuovamente la carne, ma secondo geometrie arcane e segrete, del tutto ignote alla ragione mortale. Non si tratta punto di materiale restauro né di un nostalgico, vano ritorno al passato, bensì d'un arcano prodigio che sfida apertamente i decreti e le leggi della natura, una magnifica resurrezione che non abbisogna d’involucri materiali per manifestarsi agli occhi dell'infinito. La carne, nel suo perpetuo e miracoloso trasfigurarsi, non è più quella caduca e fragile che i nostri sensi ottenebrati conoscono, ma una creatura trionfante che sfida la morte a duello, contaminandola e vincendola con la sua abbagliante bellezza. Essa ritorna a palpitare non per virtù del corpo posseduto, ma per la furia indomabile del desio che la anima e per l'amore che incessantemente la genera, la nutre e la redime. La carne così rifatta dal soffio alchemico dello spirito cessa definitivamente d'esser materia vile: diviene amore puro, immacolato e sovrano, del tutto incurante dello spazio e del tempo, eternamente fuso con la suprema Verità. In tal guisa, rigenerandosi nel fuoco purificatore dell'eterno, la spoglia mortale si spoglia del proprio fato terreno per rivestirsi d'immortalità sfolgorante, poiché l'amore che la pervade è fiamma invincibile che giammai, in eterno, potrà conoscere l'onta della morte.

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