sabato 25 aprile 2026

Resistenza e memoria: Il contributo eroico di Rom e Sinti alla lotta contro il fascismo

Il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza italiana è una pagina di storia troppo spesso dimenticata, ma che merita di essere raccontata e celebrata. Queste comunità, tradizionalmente marginalizzate e perseguitate, hanno contribuito in modo significativo alla lotta contro il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale, dimostrando un eroismo e una generosità straordinari. Tuttavia, questo capitolo della storia è stato spesso messo in ombra, sia per la politica dello Stato italiano dell'epoca che per il pregiudizio sistemico che ancora oggi affligge le popolazioni rom e sinti.

La Resistenza italiana fu un movimento variegato che coinvolse persone provenienti da ogni parte della società, da militari disertori a intellettuali, da contadini a operai. Tra questi, vi furono anche i rom e i sinti, che non solo subirono le atrocità del fascismo, ma furono anche attivamente coinvolti nel sabotaggio, nelle azioni di guerriglia e nel soccorso degli altri partigiani e degli ebrei. Questi gruppi, purtroppo, sono stati raramente celebrati nelle narrazioni ufficiali della Resistenza, spesso a causa delle politiche discriminatorie dello Stato italiano, che continuò a trattare i rom e i sinti come "indesiderabili" anche durante e dopo la fine della guerra.

Un esempio emblematico di come i rom e i sinti abbiano contribuito alla lotta di Liberazione è la formazione dei "Leoni di Breda Solini", una brigata partigiana composta da sinti italiani, che operò nelle regioni centrali e settentrionali del paese, in particolare tra le province di Mantova, Modena, Reggio Emilia e Cremona. Questa brigata si formò grazie alla fuga di molti sinti dal campo di concentramento di Prignano sulla Secchia (MO), dove erano detenuti dai fascisti, subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Nonostante l’assenza di una preparazione militare formale, i membri della brigata si distinsero per il coraggio e l'efficacia nelle azioni di sabotaggio, come la distruzione di ponti, la raccolta di armi e l’assalto ai convogli tedeschi. La loro lotta non si limitò alla semplice resistenza armata, ma fu anche un atto di sfida alle ingiustizie razziali e sociali che avevano affrontato tutta la loro vita.

I "Leoni di Breda Solini" utilizzavano un camion che, con una serie di modifiche ingegnose, diventò un veicolo per trasportare armi e munizioni, permettendo loro di compiere incursioni nei territori occupati dai nazisti. La loro abilità nel muoversi e nel restare anonimi nel territorio, ma anche nella costruzione di alleanze con i gruppi partigiani locali, li rese una forza rispettata. La figura di Giacomo "Gnugo" De Bar, uno dei leader dei Leoni, divenne simbolo della determinazione di questi uomini e della loro lotta contro l'oppressione.

Purtroppo, molti altri partigiani rom e sinti sono caduti nell’oblio. Tra loro, Giuseppe "Tarzan" Catter, ucciso dai fascisti nell’area dell'Imperiese, è uno dei nomi più significativi che ancora oggi merita di essere ricordato. Altri, come Walter "Vampa" Catter e Lino "Ercole" Festini, furono fucilati il 11 novembre 1944 a Vicenza per la loro partecipazione alle azioni di resistenza. Questi uomini, insieme a molti altri, furono decorati al valore per il loro coraggio e il loro impegno a favore della libertà e della giustizia, ma le loro storie sono state spesso ignorate dai racconti ufficiali della guerra di Liberazione.

La resistenza dei rom e dei sinti non si limitò al solo combattimento armato. Molti membri di queste comunità si trovarono coinvolti in azioni di supporto, come l’aiuto a prigionieri ebrei, la protezione delle famiglie più vulnerabili, e la creazione di reti di rifugiati per nascondere gli oppositori del regime fascista. La loro determinazione nel contribuire alla liberazione d’Italia fu un atto di eroismo che merita finalmente di essere riconosciuto nella memoria storica del nostro paese.

Nonostante il loro contributo alla Resistenza, le comunità rom e sinti furono anche vittime di una sistematica persecuzione durante la Seconda Guerra Mondiale. Molti furono deportati nei campi di concentramento, dove subirono torture, esperimenti medici e la morte. Il genocidio a loro destinato, conosciuto come "Porrajmos" (in lingua romani, "grande divoramento") o "Samudaripen" ("tutti uccisi"), è una parte della storia europea che ha ricevuto poca attenzione, ma che rappresenta uno degli aspetti più crudeli della persecuzione razziale messa in atto dal regime nazista.

Il razzismo fascista e nazista ha considerato i rom e i sinti non solo come minoranze razziali da eliminare, ma come una minaccia da estirpare per “purificare” la razza. La violenza e la brutalità del regime si riflettevano anche nei trattamenti che queste persone ricevevano nelle deportazioni e nelle uccisioni di massa, in un contesto di sistematica esclusione sociale e discriminazione.

Nonostante il loro fondamentale contributo alla lotta contro il nazifascismo, la memoria dei rom e dei sinti nella Resistenza è stata a lungo marginalizzata. L’indifferenza e il pregiudizio verso queste comunità hanno impedito che la loro partecipazione venisse adeguatamente riconosciuta. Solo negli ultimi decenni si sono registrati dei tentativi di recuperare queste storie, sia attraverso la pubblicazione di libri e articoli, che mediante la creazione di mostre e documentari. A queste iniziative si sono aggiunti importanti momenti di riflessione come la Giornata della Memoria, che ha cominciato a ricordare il genocidio dei rom e sinti, accanto a quello degli ebrei.

Negli ultimi anni, anche grazie all'impegno di attivisti, storici e membri delle stesse comunità rom e sinti, sono emerse nuove testimonianze e ricerche che stanno lentamente restituendo loro il giusto riconoscimento. Progetti come il Museo Nazionale della Resistenza e iniziative locali stanno facendo luce su queste figure dimenticate, cercando di costruire una memoria collettiva più inclusiva e giusta. La storia dei rom e sinti nella Resistenza non è più relegata nell’ombra, ma sta prendendo piede come un capitolo fondamentale nella narrazione della liberazione italiana.

È ora che il contributo di queste persone venga riconosciuto pienamente. Non solo come vittime del razzismo e della persecuzione, ma anche come eroi che hanno lottato con coraggio e determinazione per la libertà. La storia delle comunità rom e sinti nella Resistenza è una storia di resistenza non solo contro i fascisti, ma contro le ingiustizie di ogni tipo, e di un impegno che ha contribuito alla costruzione di una società più giusta e libera.

E ci sono ancora molti aspetti che vale la pena esplorare riguardo al contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza, e alla loro memoria storica, che spesso rimane in ombra. Ecco alcuni punti che potrebbero essere aggiunti per ampliare ulteriormente la narrazione:

Alcune delle storie più toccanti e significative di partecipazione delle comunità rom e sinti alla Resistenza provengono dalle testimonianze dirette di chi visse quei momenti. Purtroppo, molte di queste voci si sono perse con il passare del tempo, ma alcune sono state raccolte e continuano a essere diffuse grazie agli sforzi di storici e attivisti. Alcune di queste testimonianze raccontano di azioni di sabotaggio, ma anche di gesti quotidiani di solidarietà, come l’offrire rifugio a partigiani in fuga o la protezione di chi, per motivi politici o religiosi, era a rischio di arresto. Queste testimonianze sono fondamentali non solo per onorare il coraggio di queste persone, ma anche per contrastare l’oblio a cui sono state condannate.

Un altro aspetto che potrebbe essere approfondito è l’impatto delle politiche post-belliche sulla memoria delle comunità rom e sinti. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo italiano, come molti altri in Europa, non ha fatto molto per riconoscere i crimini perpetrati contro le popolazioni rom e sinti. La loro lotta per il riconoscimento dei diritti civili e il recupero delle memorie storiche è stata ostacolata da un pregiudizio istituzionale che ha perpetuato l’idea di queste comunità come “straniere” e non integrate nella società. Questo ha avuto conseguenze dirette sulla loro inclusione nei racconti ufficiali della Resistenza e, più in generale, sulla loro visibilità all’interno della società italiana.

È importante sottolineare che il contributo dei rom e dei sinti alla Resistenza non si è limitato alle brigate partigiane o alle azioni di combattimento diretto. Molti di loro, infatti, hanno contribuito alla “Resistenza diffusa”, quella fatta di atti quotidiani di opposizione al regime fascista. Si trattava di atti di disobbedienza civile, di rifiuto di piegarsi alla violenza del regime, di difesa della propria identità culturale in un contesto che cercava di omologare e cancellare qualsiasi forma di diversità. Il rifiuto delle politiche di razza e l'affermazione di un’identità libera e autonoma, spesso associata all'intransigenza e alla ribellione, è una forma di resistenza che merita di essere esplorata in modo più profondo.

Un aspetto che potrebbe essere ulteriormente approfondito riguarda il ruolo delle donne rom e sinti durante la Resistenza. Come in molte altre situazioni, il contributo femminile è stato spesso trascurato, ma numerose donne delle comunità rom e sinti hanno avuto un ruolo fondamentale nelle reti di resistenza, sia in azioni dirette di sabotaggio che nel supporto logistico e nell’assistenza ai partigiani. Alcune di queste donne si sono distinte anche per il loro coraggio nel proteggere le famiglie dai rastrellamenti fascisti e nazisti, mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri cari.

Un altro aspetto importante da aggiungere riguarda il riconoscimento ufficiale di questa parte di storia. La Legge 211 del 2000, che ha istituito la Giornata della Memoria in Italia, ha rappresentato un primo passo importante nel riconoscere anche le vittime rom e sinti del nazismo e del fascismo. Tuttavia, c'è ancora molto da fare per includere adeguatamente il loro contributo alla Resistenza nei curriculum scolastici, nei musei e nelle commemorazioni ufficiali. È fondamentale che le nuove generazioni siano consapevoli del ruolo che queste comunità hanno avuto nella lotta per la libertà e che imparino a riconoscere il valore della loro partecipazione.

Uno degli obiettivi più importanti nel raccontare questa storia è creare una memoria condivisa, che vada oltre le differenze culturali e sociali, per costruire una narrazione inclusiva che riconosca le sofferenze e i sacrifici di tutti coloro che hanno combattuto per la libertà e contro le ingiustizie. In un mondo che spesso si trova diviso da conflitti razziali e culturali, il racconto delle storie di resistenza dei rom e dei sinti è una lezione di solidarietà, di coraggio e di speranza, che può contribuire a un futuro più giusto e rispettoso della diversità.

Il racconto della Resistenza rom e sinti non è solo una questione di giustizia storica, ma anche di rivendicazione di una memoria collettiva più equa. Il loro contributo alla lotta contro il fascismo e il nazismo è parte integrante della storia della nostra libertà. Riconoscere e celebrare questo contributo non solo restituisce dignità a queste comunità, ma arricchisce anche la comprensione della nostra Resistenza, rendendola più completa, più giusta e più universale.

Un altro aspetto che potrebbe arricchire ulteriormente il racconto del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza riguarda il legame tra la memoria storica e le politiche contemporanee di inclusione e di lotta contro la discriminazione. Ecco alcuni punti da considerare:

Oggi, la memoria del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza ha acquisito una nuova centralità, in parte grazie agli sforzi di attivisti, storici e membri delle stesse comunità. Tuttavia, la strada per un riconoscimento ufficiale è ancora lunga. Le politiche attuali di inclusione, che mirano a garantire pari diritti e opportunità alle minoranze, devono essere accompagnate da un impegno concreto nella valorizzazione della memoria storica. La lotta contro il razzismo e le discriminazioni, che ancora oggi affliggono i rom e i sinti in molte società europee, non può prescindere dal riconoscimento delle loro radici storiche e dal rendere giustizia ai loro sacrifici passati.

In questo contesto, il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza può essere visto come un simbolo di resistenza non solo al nazifascismo, ma anche all’intolleranza e alla marginalizzazione. Questa riscoperta storica, infatti, diventa un punto di partenza per una riflessione critica sulle politiche di inclusione sociale in atto oggi, e per un impegno costante nella costruzione di una società che accolga la diversità come valore, piuttosto che come minaccia.

In molte occasioni, le politiche razziste italiane ed europee del passato e del presente continuano a emarginare le comunità rom e sinti. La loro visibilità, in particolare nella storia della Resistenza, è stata spesso omessa o distorta. Questo è stato il risultato di politiche sistemiche che trattavano le comunità rom e sinti come "non italiane" o "estranee", anche se molte di esse avevano radici secolari in Italia e in altre parti d’Europa. La discriminazione razziale e sociale continua a essere una realtà per molte di queste persone, che si trovano ad affrontare una doppia discriminazione: quella legata alla loro identità etnica e quella legata alla povertà.

Riconoscere e celebrare il loro contributo storico alla lotta per la libertà e contro il fascismo è un passo essenziale per combattere il razzismo istituzionale che ancora persiste. Solo attraverso un impegno collettivo per riparare le ingiustizie storiche e per restituire dignità e visibilità a queste comunità si potrà costruire una società veramente inclusiva, in cui nessuno venga emarginato o dimenticato.

Uno degli strumenti più potenti per combattere l’oblio e la discriminazione è l'educazione. Integrare il contributo delle comunità rom e sinti nella Resistenza nei programmi scolastici e nelle attività educative è essenziale per costruire una memoria condivisa che non solo recuperi le storie di chi ha combattuto per la libertà, ma che sia anche un monito per il futuro. La scuola, infatti, è il luogo in cui si formano le coscienze e dove si possono gettare le basi per una cultura del rispetto e della solidarietà. Insegnare ai giovani la storia del Porrajmos, la resistenza dei rom e dei sinti, e il loro impegno nella lotta contro il nazifascismo è un modo per sensibilizzare le future generazioni a non ripetere gli errori del passato.

A tale scopo, diversi musei, archivi e centri di ricerca in Italia e in Europa hanno avviato progetti didattici che si concentrano sulla storia dei rom e dei sinti, cercando di rendere giustizia al loro ruolo cruciale nella Resistenza. In molti casi, queste iniziative sono affiancate da testimonianze orali e da incontri diretti con le persone che appartengono ancora a queste comunità, rendendo la storia più tangibile e personale.

Anche dopo la fine della guerra, la verità sui crimini contro i rom e i sinti, e più in generale sui crimini di guerra compiuti dai nazifascisti, è stata a lungo negata o minimizzata. L’inchiesta ufficiale sul genocidio dei rom è arrivata in ritardo, e non ha avuto lo stesso impatto della memoria degli ebrei vittime del nazismo. Tuttavia, negli ultimi anni, c'è stato un crescente interesse da parte delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali nel perseguire la verità e la giustizia per le vittime rom e sinti. L'adozione di risoluzioni e dichiarazioni da parte dell'Unione Europea, dei governi nazionali e di organizzazioni per i diritti umani è un passo importante, ma ancora non basta. È fondamentale che la giustizia post-bellica riguardi anche i crimini commessi contro le comunità rom e sinti, attraverso risarcimenti, scuse ufficiali e il riconoscimento della loro sofferenza storica.

La commemorazione del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza deve passare attraverso momenti significativi di riflessione collettiva. Le celebrazioni del 25 aprile, la Giornata della Memoria, e altre occasioni di riflessione sulla storia del fascismo e del nazismo devono essere anche un momento di riconoscimento per chi ha lottato non solo contro l’occupazione tedesca, ma contro ogni forma di oppressione. È importante che le generazioni future siano educate a riconoscere la storia di tutte le persone che hanno sacrificato la propria vita per la libertà, indipendentemente dalla loro origine etnica o sociale.

Il contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza italiana non è solo una questione di giustizia storica, ma anche di lotta contro il razzismo e l’esclusione sociale. È fondamentale che queste storie vengano raccontate, celebrate e condivise, per rendere giustizia a chi ha lottato per la libertà, ma anche per ispirare le nuove generazioni a continuare a combattere per una società più giusta e inclusiva.

E ci sono ancora altre prospettive che potrebbero arricchire ulteriormente il racconto e l'analisi del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza. Ecco alcuni ulteriori aspetti che potrebbero essere esplorati:

La Resistenza rom e sinti non può essere separata dal più ampio contesto della memoria del Porrajmos, ovvero il genocidio che ha colpito queste comunità durante l'occupazione nazista. Il termine “Porrajmos” significa “devastazione” in romani e descrive l'annientamento sistematico a cui i rom e i sinti furono sottoposti dai nazisti. Tuttavia, molte delle storie legate alla Resistenza non sono state incluse nei racconti ufficiali del genocidio, in parte perché la lotta dei rom e dei sinti è stata marginalizzata.

Affermare con forza che le comunità rom e sinti non furono solo vittime del nazismo ma anche attori principali della Resistenza implica una rilettura critica della memoria del Porrajmos, un recupero della visibilità di chi, pur affrontando la persecuzione, decise di non arrendersi e di combattere. La connessione tra la memoria del genocidio e quella della lotta partigiana può fornire una visione complessa ma necessaria di una resistenza che si sviluppa su più fronti: quello fisico e quello culturale, in cui le tradizioni e l'identità rom e sinti hanno continuato a resistere non solo attraverso la lotta armata, ma anche attraverso la preservazione della propria storia e lingua.

Non solo in Italia, ma in molte altre nazioni europee le comunità rom e sinti giocarono un ruolo significativo nella Resistenza. In Francia, ad esempio, alcuni gruppi rom e sinti si unironoin alle forze di liberazione, impegnandosi in attività di sabotaggio, assistenza ai rifugiati e ai combattenti della Resistenza. In paesi come la Germania, l'Ungheria e la Polonia, i rom furono anch'essi attivi nel resistere all'occupazione nazista e nel combattere contro il regime. Un'analisi comparata tra i diversi paesi europei potrebbe rendere ancora più evidente il ruolo fondamentale che queste comunità ebbero nella lotta per la libertà. La loro partecipazione si inserisce in un contesto europeo più ampio, dove le popolazioni emarginate furono spesso le prime a mobilitarsi contro la violenza fascista.

Oltre alla Resistenza armata, va sottolineata anche la dimensione della resistenza civile che le comunità rom e sinti continuarono a portare avanti nel dopoguerra, spesso in contesti di povertà estrema, isolamento e discriminazione. Mentre il paese si riorganizzava dopo la guerra, le persone rom e sinti dovettero affrontare non solo la persecuzione fascista, ma anche un'ulteriore marginalizzazione da parte della società italiana e delle istituzioni. In questo senso, la resistenza non si limitò al periodo bellico, ma si estese anche agli anni successivi, in cui le comunità si trovarono a lottare per la sopravvivenza, per i propri diritti e per il riconoscimento della propria dignità. La lotta per la giustizia sociale, per il lavoro, per la casa e per il riconoscimento dei diritti civili delle comunità rom e sinti può essere vista come una continuità della Resistenza, in cui le persone non hanno mai smesso di combattere per la propria libertà e per l'uguaglianza.

Un altro aspetto importante da esplorare riguarda le sfide odierne nella lotta contro la distorsione della memoria storica. Il negazionismo, che cerca di minimizzare o negare la portata della persecuzione e del genocidio dei rom e sinti, continua a essere una minaccia. La ricerca di giustizia storica non può fermarsi al recupero delle storie, ma deve continuare con un costante impegno contro chi cerca di riscrivere la storia in modo da cancellare il contributo delle comunità rom e sinti. Il negazionismo si manifesta in vari modi, dalle dichiarazioni pubbliche di politici e leader di movimenti di estrema destra, fino alla rappresentazione stereotipata delle comunità rom e sinti nei media. La resistenza al negazionismo è oggi una delle battaglie principali per le nuove generazioni, che devono confrontarsi con la sfida di preservare la verità storica e combattere contro ogni tentativo di revisionismo.

Le giovani generazioni rom e sinti giocano un ruolo cruciale nel recupero della memoria storica e nella sua diffusione. Le nuove generazioni, spesso più consapevoli e coinvolte nei movimenti per i diritti civili e per la giustizia sociale, hanno il compito di trasmettere e mantenere viva la memoria del passato, ma anche di affrontare le sfide moderne in modo attivo. Molti giovani rom e sinti si impegnano oggi in progetti educativi, artistici e culturali per preservare la loro identità e per fare in modo che la Resistenza e la storia della loro comunità siano conosciute e riconosciute. Questi giovani non solo si ispirano alla memoria storica, ma anche alla speranza di un futuro in cui la discriminazione e la marginalizzazione siano definitivamente superate.

Il ruolo della cultura e dell’arte è fondamentale per mantenere viva la memoria del contributo delle comunità rom e sinti alla Resistenza. Molti artisti rom e sinti, così come non-rom, si sono impegnati per raccontare queste storie attraverso film, documentari, musica, letteratura e altre forme di espressione culturale. L’arte diventa uno strumento potente per sensibilizzare le persone e per combattere l’oblio. Attraverso il linguaggio universale dell’arte, si può raccontare una storia di coraggio, resistenza e speranza che non solo riguarda il passato, ma che continua a ispirare e a impegnare tutti coloro che credono nella libertà e nella giustizia.

L'approfondimento della memoria delle comunità rom e sinti nella Resistenza, sia attraverso il recupero delle storie individuali che l’analisi delle dinamiche sociali e politiche del periodo, arricchisce la comprensione di una parte fondamentale della storia europea. Oggi, più che mai, è necessario dare voce a queste storie, rendere visibile la loro resistenza e riaffermare l’importanza della memoria come strumento di lotta contro l’intolleranza, il razzismo e l’ingiustizia. Solamente attraverso una comprensione profonda di questa memoria collettiva si potrà costruire una società più giusta e inclusiva.

Oggi, quando parliamo della Resistenza italiana, è essenziale includere anche il coraggio di queste comunità, affinché il loro contributo non venga mai più dimenticato e affinché le future generazioni possano conoscere la vera portata di questa lotta di Liberazione.

venerdì 23 gennaio 2026

Dove nasce il grido: il paesaggio segreto di Munch


A volte l’arte non nasce: affiora. Non viene al mondo come un bambino, ma come un presagio. Circola nell’aria prima di prendere forma, si condensa nei corridoi del tempo come una nebbia elettrica, e poi, all’improvviso, sceglie un corpo. Così, in una notte di dicembre del 1863, mentre la Norvegia era stretta in un inverno che sembrava non finire mai, l’arte scelse un neonato pallido e inquieto per dare voce a ciò che l’umanità aveva tenuto nascosto per secoli: il tremore della propria anima. Prima ancora che quel bambino avesse un nome, l’angoscia aveva già acceso una candela sul suo destino.

Non fu una nascita, ma una convocazione. Qualcuno – o qualcosa – aveva bisogno di un tramite, di un sismografo umano capace di registrare il movimento impercettibile delle paure, il battito irregolare dell’amore, la lenta evaporazione della speranza. E quel corpo fragile, avvolto in una coperta troppo sottile, accettò la chiamata. La neve silenziosa fuori dalla finestra sembrò prendere nota. La casa, già allora, odorava di febbre e di presagi. E così, mentre Oslo dormiva, un nuovo modo di vedere iniziava a respirare.

Dire che in quella culla giaceva Edvard Munch è quasi riduttivo: lì giaceva un’intera costellazione di ferite future. C’erano già le assenze che lo avrebbero formato, le tubercolosi che avrebbero mangiato la sua infanzia, le febbri che gli avrebbero intaccato i polmoni e il cuore. E c’erano gli “angeli neri”, come lui li chiamerà più tardi, che non lo avrebbero mai abbandonato. Seduti accanto alla culla, vigilavano con una pazienza che solo le ombre possiedono.

Da questo punto della storia non si può procedere in linea retta. Munch non vive in un tempo lineare: vive in un circolo, in un tormento che ritorna, in un respiro che si fende. La sua vita non è una biografia, ma un’eco. E per comprenderlo bisogna lasciarsi attraversare dalla sua visione, densa come un temporale che non scoppia mai del tutto. Perché Munch non racconta l’angoscia: la propaga.

L’infanzia, più che una fase, è il primo colpo inferto da un destino senza indulgenze. La madre che muore, lasciandogli un’eredità di fragilità. La sorella Sophie, luminosa e gentile, che si spegne lentamente come un cero consumato dal proprio stesso bagliore. La casa, che dovrebbe proteggere, diventa invece un altare di paure; il padre, devoto fino al fanatismo, trasforma ogni malattia in un avvertimento divino. Edvard cresce come un bambino che ascolta i passi della morte nel corridoio. E quei passi, senza volerlo, gli insegnano il ritmo.

Non si diventa Edvard Munch: lo si è da subito. È un’identità involontaria, una condizione. Gli abissi esistono prima ancora del linguaggio che potrebbe descriverli. Così, quando il giovane Edvard prende in mano un pennello, non sta scegliendo un mestiere: sta aprendo una finestra. E da quella finestra entra tutto – il gelo, il respiro affannoso, la febbre, la paura di essere inghiottito dall’amore e dalla morte.

La Norvegia della sua giovinezza, così severa nei suoi inverni e così rigida nei suoi valori, non è un luogo che accoglie facilmente un temperamento come il suo. È una società sobria, borghese, ordinata, che non ha tempo per le crepe. Ma Munch non è interessato all’ordine. Lui vuole le crepe. Anzi: le cerca. Le allarga. Le rende abissi. La sua pittura nasce come una ribellione naturale, non intellettuale. Lui non rifiuta la realtà: la mostra per ciò che è realmente, tremante, instabile, minacciata dalle forze oscure che nessuno vuole nominare.

Il simbolismo europeo, allora in fermento, offre a Munch una sponda, ma solo fino a un certo punto. Se i simbolisti adornano i loro dipinti con suggestioni, Munch sfonda gli ornamenti e mostra il nervo vivo. Dove altri alludono, lui profetizza. Dove altri sussurrano, lui spalanca un varco. Non è un pittore che rappresenta: è un pittore che espone. Ogni tela è un arto scoperto, una vena pulsante, un dolore non ancora cicatrizzato.

Le sue tele esposte alla pioggia non sono eccentricità: sono rituali. Quando lascia che il vento asciughi i colori, sta chiedendo al mondo naturale di completare il suo destino. Quando lascia che la neve si posi, sta invitando l’inverno dentro la pittura. Per lui la natura non è uno sfondo, ma un collaboratore crudele, una forza che incide sulla sua arte così come incide sulle sue ossa e sulla sua mente. La pioggia che diluisce l’acqua dei colori è la stessa che, nella sua infanzia, scorreva tra le finestre della casa della malattia. È un dialogo. Una continuità. Un patto.

Munch è poeta anche quando non scrive. Le sue tele parlano come parlano i versi più disperati di Rilke o i più febbrili di Trakl. In esse amore e morte non sono simboli, ma creature. Non si sfiorano: si abbracciano. Si mordono. Si divorano. Le figure femminili che dipinge non sono donne: sono manifestazioni del destino. Vampiri, sirene, Madonne perverse, presenze che consumano l’anima come una brace.

Non è misoginia. È cosmologia. Munch percepisce il femminile come un’energia primordiale, un’onda che non può essere fermata. Chi guarda Vampire sente il calore del sangue che scende tra i capelli rossi della donna; chi contempla Madonna percepisce l’oscillazione tra beatitudine e peccato come una vertigine che non si può controllare.

E poi c’è L’Urlo. Ma trattarlo come un’opera isolata è come trattare un fulmine come un fenomeno autonomo: è il risultato di tempeste precedenti. Il rosso violento del cielo non è un colore: è un presagio. È la febbre dei suoi anni, è la combustione del siglo XIX che sta per spegnersi nel crepuscolo. L’uomo, con le mani sulle orecchie, è una figura che chiunque può diventare. Non sta urlando: è il mondo che urla in lui. È la materia stessa che vibra, che cede, che sussulta come una membrana troppo tesa.

Il successo, quando arriva, non porta pace. Porta nuovi fantasmi. Berlino, Parigi, i salotti in cui gli intellettuali lo esaltano come il profeta del disagio moderno, non sono per lui luoghi di riposo. Sono arene. A volte incanta, a volte fugge. A volte ama troppo. A volte ferisce e si ferisce. Il colpo di pistola che gli lacera un dito non è un episodio isolato: è un sintomo. È il corpo che, come la sua pittura, non riesce più a contenere le tensioni.

Il ricovero del 1908 è uno spartiacque. Munch entra nella clinica come un uomo divorato dai propri demoni e ne esce come qualcuno che, pur senza averli sconfitti, ha capito come parlare con loro. La calma che segue non è guarigione. È tregua. Una tregua che gli permette di esplorare un’altra forma di luce, un’altra forma di silenzio. I campi, gli animali, le figure contadine degli anni successivi non sono idilli: sono sussurri, pause tra due tempeste.

E poi, nel ritiro di Ekely, arriva il periodo più dolce e più inquieto al tempo stesso. Dipinge la natura come si dipinge un ricordo: con la consapevolezza che tutto ciò che esiste è in procinto di svanire. I colori si fanno più teneri, ma vibrano ancora. Le linee si fanno più calme, ma restano tremanti. Munch non diventa mai un artista pacificato: diventa un artista stanco. È un cambiamento enorme.

Alla sua morte, nel gennaio del 1944, lascia non una produzione, ma un continente. Una geografia sentimentale che non si può leggere con l’occhio del critico ma con il corpo del sopravvissuto. Chi entra oggi nel museo dedicato a lui a Oslo non visita un’esposizione: attraversa un clima, una pressione atmosferica che cambia il ritmo del cuore.

E così, guardando indietro, appare chiaro che la frase che Munch scrisse – “Malattia, follie e morte sono stati gli angeli neri che hanno vegliato sulla mia culla” – non è un lamento. È una lode. Un ringraziamento. La consapevolezza che la bellezza vera non risiede nell’armonia, ma nella ferita illuminata. Che ciò che ci attira verso l’arte non è ciò che ci consola, ma ciò che ci assomiglia più profondamente.

Edvard Munch non ha dipinto il male di vivere: ha dipinto il miracolo di poterlo ancora osservare.


Gioia, gesto e libertà: il corpo in azione in 'Ever Is Over All' di Pipilotti Rist


In "Ever Is Over All", Pipilotti Rist non si limita a proporre un’immagine o una sequenza video: costruisce un’esperienza visiva, corporea e percettiva che mette in dialogo lo spettatore con la libertà dell’azione e la trasformazione dello spazio urbano. La protagonista, una donna vestita di blu, si muove lungo una strada cittadina, avanzando con passo leggero ma deciso, e brandendo un bastone che colpisce i vetri delle auto con una delicatezza apparente ma al tempo stesso profondamente destabilizzante. Questo gesto, semplice nella sua forma, è denso di ambivalenze: è ludico e gioioso, quasi infantile, ma nello stesso momento è trasgressivo, interrompendo l’ordine visivo e sociale della città. La tensione che si crea tra innocenza e azione radicale costituisce il nucleo dell’opera: Rist mostra che la libertà non è un concetto astratto, ma una pratica che si manifesta attraverso il corpo e il gesto, e che può assumere forme sorprendenti nel quotidiano.

La scelta di rappresentare una figura singolare e autonoma in un contesto urbano definito è significativa. La città, con le sue regole, la sua linearità e la sua prevedibilità, funge da sfondo simbolico e narrativo. Lo spazio urbano, ordinato e funzionale, viene trasformato dall’azione della donna: ciò che è rigido, prevedibile e normativo diventa teatro di gioco, sperimentazione e ribellione poetica. In questo senso, il video può essere letto come una riflessione sulla performatività dello spazio: ogni gesto della protagonista interroga e ridefinisce le relazioni tra individuo e contesto, tra corpo e struttura sociale. Non si tratta più di rappresentazione, ma di intervento, in cui l’arte diventa azione concreta e percepibile nello spazio condiviso.

L’opera di Rist si situa inoltre in un ampio discorso sulla corporalità come strumento di potere e trasformazione, un tema che attraversa gran parte della videoarte contemporanea e degli studi di genere attuali. In questo senso, la protagonista non è mai un oggetto contemplativo, ma un soggetto che agisce, occupa lo spazio, interagisce con gli oggetti e sfida aspettative sociali implicite. Come suggeriscono teorici contemporanei della performatività, tra cui Judith Butler e Diana Taylor, il corpo diventa un mezzo di produzione di significato, un agente attraverso cui si manifesta e si negozia l’identità e il potere. Nella performance di Rist, il corpo della donna è centrale: non rappresenta solo sé stesso, ma apre uno spazio di possibilità, dove libertà, gioco e trasgressione si intrecciano.

La dimensione visiva è fondamentale per comprendere l’impatto dell’opera. Rist utilizza colori saturi, movimenti rallentati e distorsioni visive che generano un effetto onirico, quasi surreale. Questa manipolazione dell’immagine non è decorativa: serve a sospendere lo spettatore tra realtà e immaginazione, creando una sorta di “campo esperienziale” in cui il gesto, la luce e il colore diventano strumenti di percezione e di partecipazione emotiva. La distorsione visiva e la saturazione cromatica intensificano la qualità poetica dell’opera, evidenziando come l’arte video possa trasformare il quotidiano in esperienza sensoriale, poetica e politica. La realtà urbana non è più neutra: è resa flessibile, reattiva e plasmabile dall’azione individuale, in un continuo scambio tra corpo e contesto, tra gesto e spazio.
Un altro aspetto rilevante è la dimensione della trasgressione sottile, che attraversa tutto il video. Il gesto di rompere i vetri non è aggressivo in senso tradizionale: non provoca danno reale, ma rompe la percezione ordinaria dello spettatore, destabilizzando l’idea di controllo e prevedibilità che la città impone. Questa ambivalenza tra innocenza e forza radicale rende evidente come Rist lavori sulla tensione tra norme sociali e azione individuale, tra spazio condiviso e libertà personale. Lo spettatore è chiamato a confrontarsi con questa contraddizione, riconoscendo che la libertà autentica non è mai semplice, lineare o innocua: è sempre un atto, una decisione, un gesto che si inscrive nel contesto e lo modifica.

Dal punto di vista concettuale, "Ever Is Over All" si colloca in un continuum di riflessioni sulla performatività del corpo e sulla capacità dell’arte di creare interazioni tra spazio, soggetto e spettatore. La combinazione di azione fisica, presenza corporea e immaginazione visiva rende evidente che la libertà individuale non è un’idea astratta: è esperienza tangibile, percepibile e condivisibile. L’opera di Rist invita a considerare il corpo come medium di trasformazione, capace di ridefinire lo spazio urbano, di generare poesia dal quotidiano e di proporre alternative simboliche e concrete alle strutture sociali consolidate.
Infine, il video può essere letto come una riflessione sulla capacità dell’arte di plasmare il reale attraverso il gesto, di trasformare la percezione, di espandere le possibilità dell’individuo. La protagonista, con i suoi movimenti eleganti e decisi, mostra come la gioia, il gioco e la trasgressione possano diventare strumenti di liberazione. Rist suggerisce che la libertà non è solo un concetto teorico o filosofico: è tangibile, corporea, e si manifesta attraverso l’azione quotidiana, anche nei contesti più ordinari e apparentemente vincolanti. "Ever Is Over All" diventa così non solo un’opera visiva, ma un manifesto poetico e teorico sulla trasformazione dello spazio, sull’agenzia corporea e sulla forza dell’immaginazione umana.

giovedì 22 gennaio 2026

Joseph Beuys: l’arte come forza trasformativa per la società e la natura

Joseph Beuys è una di quelle figure che trascendono i limiti tradizionali dell’arte per entrare nel campo della filosofia, della politica e della sociologia, configurandosi come un innovatore totale del pensiero creativo. Nato in Germania nel 1921, la sua esperienza personale, segnata dagli orrori della guerra e dalla successiva ricostruzione, ha profondamente influenzato la sua idea di arte come forza rigeneratrice e trasformativa. Beuys ha saputo vedere oltre la semplice produzione artistica, concependo l’arte come un fenomeno che abbraccia tutta la vita, in cui ogni persona ha un ruolo attivo e creativo da svolgere. Per comprendere la portata rivoluzionaria del suo pensiero, è necessario esplorare i vari livelli di questa visione che unisce estetica, etica e politica in un unico grande progetto esistenziale.

Al centro del pensiero di Beuys si trova una convinzione semplice ma potente: ogni individuo è un artista in potenza. Questo concetto va ben oltre la semplice nozione di talento o abilità tecnica; si tratta di un’affermazione radicale della capacità creativa come qualità umana universale. Non importa se si dipinge, si scolpisce o si suona uno strumento; l’arte è una forma di espressione della libertà e della vitalità umana che può manifestarsi in ogni ambito della vita, dal modo in cui si organizza una comunità, all’insegnamento, all’economia. Questa idea democratizza l’arte, rimuovendo le barriere elitiste che spesso la circondano, e la pone come un terreno aperto a tutti, un campo di gioco dove la creatività diventa lo strumento per cambiare e migliorare il mondo. Beuys sfida dunque la tradizionale separazione tra “artista” e “pubblico”, invitando ognuno a riconoscere e sviluppare il proprio potenziale creativo.

Ma la visione di Beuys non si ferma a questo. L’arte, secondo lui, è una “scienza della libertà” — un’espressione che sembra quasi paradossale se si pensa all’arte come qualcosa di spontaneo e istintivo. Tuttavia, per Beuys, la scienza e la metodologia sono fondamentali per sviluppare un processo creativo che non sia mero estro, ma azione consapevole e diretta. Questa “scienza” indica un modo di pensare e di agire che consente di sperimentare nuove forme di libertà, non solo individuale, ma soprattutto collettiva. Attraverso l’arte si può esplorare e mettere in pratica un nuovo modo di vivere insieme, in cui le gerarchie si abbassano e si creano spazi di dialogo e partecipazione. L’arte diventa così un laboratorio sociale, una palestra in cui esercitare la libertà in modo attivo e concreto.

Un altro tema cardine nel pensiero di Beuys è il rapporto tra l’uomo e la natura. In un’epoca in cui lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali stava mostrando le sue tragiche conseguenze, Beuys anticipava un nuovo modo di guardare al mondo naturale. Non come un semplice contenitore di materie prime da utilizzare, ma come un soggetto vivo e dinamico, con cui l’essere umano deve instaurare un dialogo rispettoso e costruttivo. La natura non è solo il fondamento materiale della nostra esistenza, ma anche una fonte di ispirazione e di energia creativa, una compagna di viaggio imprescindibile. Questa visione ecologica è profondamente radicata nel suo lavoro artistico, dove materiali naturali come il feltro, il legno o la terra non sono mai elementi decorativi, ma parti essenziali di un linguaggio che parla di vita, cicli e rigenerazione. Attraverso questa relazione simbiotica, Beuys ci invita a riconsiderare il nostro ruolo nel mondo, a riconoscere che il nostro benessere è indissolubilmente legato a quello dell’ambiente che ci circonda.

In linea con questa prospettiva, Beuys attribuisce all’arte una funzione terapeutica e sociale. Le sue opere e le sue performance non sono semplici oggetti da contemplare, ma atti che cercano di guarire ferite profonde della società, ferite che sono sia materiali che spirituali. Attraverso l’arte, Beuys promuove la pace, la solidarietà e la collaborazione, opponendosi alle divisioni e ai conflitti che lacerano le comunità umane. La sua pratica artistica diventa così uno spazio di incontro, dove le persone si riconoscono come parte di un progetto comune, dove l’atto creativo diventa un gesto di cura verso gli altri e verso il mondo. Questo approccio trasforma radicalmente il ruolo dell’artista, che smette di essere un creatore isolato per diventare un facilitatore di processi collettivi, un educatore che stimola il coinvolgimento e la partecipazione attiva.

La figura dell’artista, nel sistema beuysiano, è quindi profondamente politica e sociale. Beuys si vede come un catalizzatore di cambiamenti, capace di mobilitare energie e risorse umane per generare nuovi modelli di vita e di lavoro. Non si tratta di una leadership autoritaria, ma di una guida che apre spazi di autonomia e creatività, invitando le persone a prendere parte a un processo condiviso di trasformazione. Questa dimensione pedagogica è evidente nelle sue numerose attività di insegnamento e nei suoi interventi pubblici, dove l’arte diventa strumento di empowerment e di responsabilizzazione. In questo modo, Beuys inaugura una nuova concezione del fare artistico che travalica la dimensione estetica per entrare in quella etica e politica.

La natura stessa costituisce una fonte inesauribile di ispirazione per Beuys, ma anche un laboratorio materiale dove sperimentare. I suoi lavori sono spesso realizzati con materiali naturali o recuperati, come feltro, cera, legno o piante, che acquisiscono un valore simbolico e pratico insieme. Questi elementi non sono semplici supporti, ma protagonisti attivi dell’opera, portatori di significati legati alla vita, alla morte, al calore e alla protezione. Attraverso questa scelta, Beuys stabilisce un dialogo diretto con il mondo materiale, sottolineando l’importanza dell’esperienza sensoriale e tattile nella conoscenza e nella creazione artistica. L’arte, in questo senso, diventa un’esperienza totale, che coinvolge corpo, mente e ambiente in un unico atto creativo.

Un’ultima dimensione fondamentale del pensiero di Beuys è l’importanza dell’esperienza diretta. Per lui, conoscere e comprendere il mondo non è un atto intellettuale distaccato, ma una pratica che passa attraverso l’azione, il contatto e la partecipazione concreta. L’esperienza, soprattutto quella vissuta attraverso il fare artistico, permette di instaurare un rapporto autentico con la realtà, capace di superare le astrazioni e le separazioni. Questo approccio esperienziale si traduce in una forma di sapere pratico e immediato, che alimenta continuamente il processo creativo e la trasformazione sociale. Beuys invita quindi a immergersi nel mondo con tutti i sensi, a lavorare con le mani e con il corpo, a vivere la realtà come un campo aperto di possibilità.

Ricapitolando, il pensiero di Joseph Beuys si dispiega in una visione olistica e integrata dell’arte, che travalica i confini tradizionali per abbracciare l’intera esperienza umana. La sua è una filosofia della creatività che si estende alla politica, all’ecologia, all’educazione e alla società, proponendo un modello di vita fondato sulla collaborazione, sulla responsabilità e sul rispetto reciproco. L’arte non è mai un fine a sé stessa, ma un mezzo per costruire un mondo più giusto, sostenibile e umano. Attraverso la sua eredità, Beuys ci lascia un invito a riscoprire la forza creativa che alberga in ciascuno di noi e a metterla al servizio di un cambiamento reale e profondo. In questo senso, la sua opera rimane una delle testimonianze più significative e attuali del Novecento, un richiamo potente a trasformare la creatività in un atto di liberazione e di cura per il mondo e per le future generazioni.

“La metamorfosi” di Franz Kafka


“La metamorfosi” di Franz Kafka è un’opera che sfida ogni tentativo di categorizzazione. È un racconto che si muove tra il surreale e il reale, che utilizza il grottesco per parlare dell’essenza più intima dell’essere umano e che, a distanza di oltre un secolo, non smette di interrogare, inquietare e commuovere. L’apparente semplicità della trama – la storia di Gregor Samsa, un commesso viaggiatore che si risveglia trasformato in un gigantesco insetto – è solo un velo sottile che nasconde un abisso di significati. Kafka, attraverso questo racconto, non si limita a narrare una vicenda bizzarra, ma costruisce un universo simbolico capace di riflettere alcune delle domande più profonde dell’esistenza: chi siamo davvero? Come ci definiscono gli altri? E cosa succede quando perdiamo il nostro posto nel mondo?

Fin dall’incipit, Kafka ci catapulta in una realtà che ha perso ogni equilibrio: “Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto.” La narrazione inizia senza preamboli, senza preparazioni o spiegazioni. L’evento centrale – la metamorfosi di Gregor – è accettato come un fatto dato, privo di cause o giustificazioni. Non c’è una punizione divina, una maledizione o una malattia che spieghi la trasformazione. Questa assenza di spiegazione è il cuore dell’opera: Kafka ci presenta un mondo in cui l’assurdo è la norma, in cui gli eventi più sconvolgenti accadono senza motivo apparente, lasciandoci soli a fronteggiare il mistero dell’esistenza.

La metamorfosi di Gregor, però, non è solo un fatto biologico. È una trasformazione che ha radici profonde, che riflette il suo stato interiore e il suo rapporto con il mondo. Gregor, prima della sua trasformazione, viveva già in una condizione di alienazione. La sua vita era interamente dedicata al lavoro, un lavoro monotono e opprimente che lo costringeva a viaggiare continuamente, privandolo di qualsiasi legame autentico con gli altri. Gregor era diventato, per usare un termine moderno, una macchina: un individuo definito esclusivamente dalla sua funzione economica, dal suo ruolo di sostegno per la famiglia. Non aveva sogni propri, né desideri, né ambizioni. La sua identità era interamente costruita intorno al suo lavoro, e la sua esistenza si consumava nel tentativo di soddisfare le aspettative altrui.

In questo senso, la metamorfosi non è tanto una rottura quanto una rivelazione: il corpo di Gregor diventa ciò che la sua mente era già. Diventando un insetto, Gregor non subisce una trasformazione, ma si manifesta per ciò che era realmente: un essere disumanizzato, ridotto a una funzione, privo di valore al di fuori della sua utilità economica. Il suo nuovo aspetto è il simbolo di questa condizione: un corpo repellente, che suscita disgusto e paura, che non può più integrarsi nel mondo degli uomini.

L’opera di Kafka è un’esplorazione magistrale dell’alienazione, un tema centrale nella filosofia e nella letteratura del Novecento. Gregor, nella sua nuova forma, è un individuo completamente separato dal mondo. Non è più in grado di comunicare, di lavorare, di partecipare alla vita familiare o sociale. La sua trasformazione lo rende estraneo persino a sé stesso: non riconosce più il proprio corpo, non riesce più a muoversi con facilità, non riesce più a nutrirsi come prima. Questa condizione di isolamento richiama il pensiero di Søren Kierkegaard, che descriveva la disperazione come una separazione tra l’individuo e la sua essenza autentica. Gregor è, in questo senso, un uomo che ha perso ogni connessione con ciò che lo definiva, un uomo intrappolato in una forma che non gli appartiene.

Ma l’isolamento di Gregor non è solo fisico o psicologico: è anche e soprattutto relazionale. Kafka ci mostra come la trasformazione di Gregor riveli le vere dinamiche dei suoi rapporti familiari. All’inizio del racconto, la famiglia sembra provare una sorta di pietà nei suoi confronti. La sorella Grete si prende cura di lui, portandogli da mangiare e cercando di mantenere la sua stanza in ordine. Ma col passare del tempo, questa pietà si trasforma in fastidio, poi in disgusto, infine in aperta ostilità. La madre, incapace di accettare la realtà, evita di guardare Gregor; il padre, che rappresenta l’autorità patriarcale, lo respinge con violenza, arrivando persino a ferirlo. E Grete, che inizialmente sembrava essere l’unico legame umano di Gregor, diventa la sua più feroce accusatrice, dichiarando apertamente che sarebbe meglio liberarsi di lui.

Questo progressivo abbandono da parte della famiglia è uno degli aspetti più tragici dell’opera. Gregor, che aveva sacrificato tutta la sua vita per il benessere dei suoi familiari, viene rifiutato nel momento in cui non può più soddisfare le loro aspettative. La sua condizione di “inutile” lo rende invisibile, un peso di cui disfarsi. In questo senso, Kafka ci offre una critica spietata alla società moderna, in cui il valore di un individuo è strettamente legato alla sua produttività. Gregor non è più un uomo: è un fardello, un ostacolo, un problema da risolvere.

Ma l’opera di Kafka non si limita a una critica sociale. È anche una profonda riflessione filosofica sull’assurdità della vita e sulla fragilità dell’identità umana. La metamorfosi di Gregor è un evento che sfida ogni tentativo di comprensione. Non ha senso, non ha scopo, non ha spiegazione. È un fatto che accade, e che Gregor – e noi con lui – deve accettare senza riserve. In questo, Kafka anticipa il pensiero di filosofi come Albert Camus, che descrivevano l’esistenza come un confronto continuo con l’assurdo. Gregor non cerca mai di capire perché sia diventato un insetto; non si ribella, non si interroga. Accetta la sua condizione con una passività che è al tempo stesso tragica e profondamente umana.

Il finale dell’opera è un culmine di questa tragedia dell’assurdo. Gregor muore solo, dimenticato e abbandonato. La sua famiglia, sollevata dalla sua scomparsa, riprende la propria vita come se nulla fosse accaduto. Questo epilogo, che potrebbe sembrare cinico o crudele, è in realtà una rappresentazione spietatamente realistica della condizione umana. Gregor non è un eroe, né un martire: è un uomo qualunque, la cui vita si consuma nel tentativo di trovare un senso in un mondo che non ne ha.

“La metamorfosi” di Kafka è un’opera che non offre risposte, ma che pone domande fondamentali: chi siamo davvero? Quanto della nostra identità dipende dagli altri? E cosa succede quando perdiamo il nostro ruolo nel mondo? Gregor Samsa, nella sua tragica parabola, è un simbolo universale dell’essere umano di fronte all’assurdo, un personaggio che ci ricorda che, nella vita, ciò che conta davvero non è ciò che facciamo, ma ciò che siamo. E in questo, Kafka ci offre una visione dell’esistenza che è al tempo stesso inquietante e profondamente commovente.

Proseguendo nella lettura e nell’analisi de “La metamorfosi”, emerge un altro tema centrale che Kafka intreccia sapientemente alla trama: la dinamica del potere e il suo rapporto con la vulnerabilità. Se Gregor, prima della sua trasformazione, era la colonna portante della famiglia, il suo ruolo viene drasticamente ribaltato nel momento in cui perde la capacità di lavorare e provvedere economicamente ai suoi cari. La sua utilità sociale – e con essa il suo potere – svanisce, lasciandolo in balia di una famiglia che non esita a rimodulare le relazioni di forza una volta cambiati gli equilibri.

Il padre, una figura che prima della metamorfosi viveva nell’inerzia e nella dipendenza economica da Gregor, si rialza simbolicamente e fisicamente. È lui, infatti, a prendere il controllo della situazione, a imporsi come figura autoritaria e a relegare Gregor al ruolo di intruso nella casa. Questo ribaltamento di potere è accompagnato da un atteggiamento di crescente violenza: il padre, invece di provare empatia per la sofferenza del figlio, lo scaccia, lo ferisce, lo tratta come un nemico. Questo atteggiamento rappresenta un atto di rifiuto non solo verso Gregor come individuo, ma anche verso tutto ciò che egli rappresenta: la fragilità, la dipendenza, l’incapacità di rispettare le norme sociali.

La sorella Grete, invece, attraversa un’evoluzione che appare inizialmente come un tentativo di maturazione, ma che si rivela essere un’altra forma di rifiuto. All’inizio, la sua cura per Gregor sembra indicare una possibilità di connessione, di empatia, persino di redenzione. Tuttavia, con il tempo, la responsabilità di prendersi cura del fratello diventa un peso insopportabile. Grete, che nella trasformazione di Gregor trova un’occasione per uscire dall’ombra del fratello e conquistare uno spazio proprio, finisce per tradire completamente quel legame, identificandolo ormai solo come una minaccia al benessere della famiglia. Il momento in cui propone apertamente di liberarsi di lui rappresenta la fine simbolica di qualsiasi speranza di riconciliazione.

Questa dinamica familiare, spietatamente descritta da Kafka, riflette le contraddizioni intrinseche dei rapporti umani. L’amore e il legame affettivo vengono messi alla prova dall’utilitarismo, dalla paura e dal conformismo. La famiglia Samsa, lungi dall’essere un rifugio sicuro, diventa il teatro di una lotta di potere in cui il più debole viene inevitabilmente sacrificato. Qui Kafka ci invita a riflettere sulla condizione dell’individuo in una società dominata dalle logiche della produttività e dell’apparenza: cosa resta dell’essere umano quando viene privato della sua utilità? Quando smette di rispondere alle aspettative sociali?

A questo si aggiunge una riflessione sulla condizione corporea, un tema spesso sottovalutato ma cruciale nella lettura dell’opera. Gregor, trasformato in un insetto, perde non solo il suo aspetto umano, ma anche la capacità di relazionarsi al mondo attraverso il corpo. La sua nuova forma lo costringe a una serie di limitazioni fisiche: non può più camminare eretto, non riesce più a parlare, e persino nutrirsi diventa un’impresa difficile. Il corpo, che nella filosofia e nella letteratura è spesso considerato il mezzo attraverso cui l’individuo si connette al mondo, diventa per Gregor una prigione. La sua esperienza corporea è segnata dalla sofferenza, dall’alienazione e dalla vergogna, un’esperienza che riflette simbolicamente il disagio di sentirsi “fuori posto” nel mondo.

La dimensione corporea, inoltre, diventa il luogo in cui si manifesta il giudizio degli altri. Il disgusto che la famiglia prova nei confronti di Gregor non è rivolto tanto a lui come persona, quanto al suo corpo, al suo aspetto, a ciò che rappresenta. Questo ci porta a un’altra riflessione fondamentale: quanto del nostro valore, della nostra identità, è determinato dall’aspetto esteriore? Quanto siamo definiti dal nostro corpo, dalle nostre capacità fisiche e dalla nostra conformità alle norme sociali? Kafka, attraverso la figura di Gregor, ci mostra quanto sia fragile il confine tra accettazione e rifiuto, tra appartenenza e esclusione.

Il finale dell’opera, pur nella sua estrema cupezza, apre una possibilità di interpretazione che va oltre la tragedia individuale di Gregor. La morte del protagonista, infatti, non è solo la fine della sua sofferenza, ma anche il momento in cui la famiglia Samsa trova una sorta di rinascita. La descrizione del giorno successivo, con i membri della famiglia che escono di casa per godersi il sole e discutono del futuro, suggerisce un ritorno alla normalità, una rigenerazione dopo la crisi. Ma questa normalità è davvero positiva? O è semplicemente una rimozione del problema, un tentativo di dimenticare ciò che è accaduto e andare avanti come se nulla fosse successo?

Kafka ci lascia con questa ambiguità, con una domanda aperta che continua a risuonare nella mente del lettore: è possibile superare l’assurdità della vita senza affrontarla direttamente? O siamo destinati a vivere in un eterno ciclo di alienazione, crisi e oblio? Gregor, con la sua metamorfosi, ci ha mostrato la fragilità della condizione umana, ma la famiglia Samsa, con la sua apparente resilienza, ci mostra quanto sia facile cedere alla tentazione di dimenticare, di rimuovere ciò che non riusciamo a comprendere.

“La metamorfosi” non è solo il racconto di un uomo trasformato in insetto. È una lente attraverso cui osservare l’esistenza umana nella sua complessità e nelle sue contraddizioni. Kafka, con il suo stile asciutto e privo di retorica, ci offre un’opera che continua a parlare al nostro tempo, che continua a interrogare le nostre certezze e a sfidarci a guardare oltre le apparenze. È un racconto che ci invita a riflettere su chi siamo, su come viviamo e su cosa significa, davvero, essere umani.



Por los caminos de Sodoma: Memorias íntimas de un homosexual


"Por los caminos de Sodoma: Memorias íntimas de un homosexual", scritto nel 1932 e tradotto come "Sulle strade di Sodoma: confessioni intime di un omosessuale", è una delle opere più audaci e visionarie della letteratura latinoamericana, nonché un contributo pionieristico alla narrativa LGBTQ+. A quasi un secolo dalla sua pubblicazione, questo romanzo continua a risuonare per il suo coraggio, la sua profondità emotiva e la sua capacità di esplorare temi che all’epoca erano considerati indicibili. La trama, che segue il giovane David nel suo viaggio esistenziale, si trasforma in un’allegoria potente della ricerca di autenticità e libertà, in un mondo che condanna tutto ciò che è diverso.

Il protagonista, David, è un adolescente cresciuto in un ambiente familiare opprimente, immerso nella rigidità morale e sociale di una cittadina provinciale colombiana. Il soffocamento emotivo e l’incapacità di conformarsi alle aspettative familiari lo portano a compiere una scelta drastica: fuggire. Ma la sua fuga non è solo una ribellione contro le mura fisiche della casa paterna, bensì un rifiuto delle catene culturali e psicologiche che lo legano a una vita di menzogne e rinunce. David intraprende un viaggio che lo porta ad attraversare città, relazioni e contesti diversi, sempre animato da una profonda sete di amore e comprensione.

Il cuore della narrazione è la ricerca di David di un amore vero, di un compagno che possa accoglierlo e amarlo per ciò che è. Tuttavia, il suo cammino è costellato di delusioni e tradimenti, riflesso delle difficoltà di vivere apertamente come omosessuale in una società che rifiuta e stigmatizza tutto ciò che non si conforma ai suoi standard. La sua storia prende una svolta inaspettata quando incontra un trapezista circense, un uomo bellissimo e carismatico, capace di accendere in lui una passione intensa e travolgente. Questo amore, però, non rappresenta la salvezza che David aveva immaginato. Al contrario, diventa l’inizio di un nuovo tormento: il suo passato, intriso di vergogne e segreti, lo perseguita, portandolo lentamente verso la perdizione. Il romanzo si conclude in modo tragico, con un epilogo che sottolinea l’impossibilità, per David, di conciliare il suo desiderio di amore con le realtà di un mondo ostile.

Dietro questa trama intensa e commovente si nasconde la figura altrettanto straordinaria di Bernardo Arias Trujillo (1903-1938). Nato a Caldas, in Colombia, Arias Trujillo fu uno degli intellettuali più controversi e originali del suo tempo. Cresciuto in un ambiente profondamente conservatore, si ribellò fin da giovane contro le norme sociali e morali imposte dalla società in cui viveva. La sua dichiarata omosessualità e il suo stile di vita bohémien lo resero una figura scandalosa, ma anche irresistibilmente affascinante, per i circoli letterari e culturali dell’epoca. Nonostante la stigmatizzazione e le difficoltà, Arias Trujillo abbracciò la sua identità senza compromessi, diventando un simbolo di resistenza e libertà.

La stesura di "Por los caminos de Sodoma" coincise con un periodo cruciale della vita dell’autore. Nel 1932, Arias Trujillo si trasferì in Argentina per lavorare come addetto culturale colombiano. Sebbene l’incarico fosse prestigioso, era svolto senza compenso, costringendolo a cercare modi alternativi per sostenersi. Fu così che pubblicò il romanzo sotto lo pseudonimo di Sir Edgar Dixon, una scelta che rifletteva non solo la necessità di proteggersi dalle critiche della società colombiana, ma anche la volontà di sperimentare una libertà creativa lontano dagli occhi giudicanti del suo paese. Buenos Aires, negli anni ’30, offriva un’atmosfera più aperta e cosmopolita rispetto alla provincia colombiana, e Arias Trujillo trovò in questa città una comunità di artisti e intellettuali che lo accolse e lo ispirò. Tra le sue amicizie più significative vi furono gli amici di Federico García Lorca, il grande poeta spagnolo, noto per la sua poesia appassionata e per il suo spirito libero. Arias Trujillo ricordò con orgoglio quei giorni, sottolineando quanto fosse raro entrare nel cerchio intimo di Lorca, un uomo che sfuggiva ai falsi intellettuali e agli adulazioni superficiali.

Il contesto storico in cui "Por los caminos de Sodoma" fu scritto aggiunge ulteriore valore all’opera. Gli anni ’20 e ’30 del Novecento furono un periodo di profonda repressione per le persone LGBTQ+, non solo in Colombia, ma in gran parte del mondo. L’omosessualità era criminalizzata, patologizzata e stigmatizzata, e chiunque osasse vivere apertamente la propria identità rischiava l’ostracismo sociale, se non addirittura la persecuzione legale. In questo scenario, scrivere un romanzo che affrontava apertamente l’omosessualità non era solo un atto di coraggio: era una vera e propria sfida alle strutture di potere e alle ideologie dominanti. Arias Trujillo, con il suo romanzo, non solo diede voce a una comunità emarginata, ma creò anche uno spazio di riflessione e resistenza.

Come sottolinea lo studioso Jaiber Ladino Guapacha nel suo studio sui romanzi omosessuali dell’antica Caldas, "Por los caminos de Sodoma" non si legge semplicemente per la sua trama o per il piacere del linguaggio. Si legge come un manifesto, un documento che affronta le domande più profonde sull’identità, sulle paure e sui sogni di chi vive ai margini. È un’opera che invita il lettore a confrontarsi con i propri pregiudizi e a esplorare le complesse dinamiche del desiderio, del potere e della resistenza. È anche un testo che, nonostante la sua apparente tragicità, offre una speranza: la speranza che la verità, per quanto dolorosa, sia sempre preferibile alla menzogna.

Oggi, grazie alla disponibilità online, "Por los caminos de Sodoma" può raggiungere un pubblico globale, continuando a ispirare lettori di ogni generazione. È un’opera che ci ricorda quanto sia importante lottare per il diritto di essere sé stessi, indipendentemente dai costi. Bernardo Arias Trujillo, con la sua vita breve ma intensa, ha lasciato un’eredità che va ben oltre le sue opere. Ha dimostrato che la letteratura può essere un’arma potentissima contro l’ingiustizia, un mezzo per affermare la propria umanità e per dare voce a chi non l’ha mai avuta. "Por los caminos de Sodoma" non è solo un romanzo: è una testimonianza, un atto di resistenza e una celebrazione della forza dell’amore e della verità.

L’Iran senza padri: il ritorno dei Pahlavi e l’illusione di una guida



Ogni volta che l’Iran torna al centro dell’attenzione mondiale attraverso immagini di piazze incendiate, di corpi che cadono, di donne che sfidano apertamente il potere togliendosi il velo, l’Occidente avverte quasi fisicamente il bisogno di attribuire un nome, un volto, una genealogia. È una reazione antica e rassicurante: se esiste un erede, una dinastia, un possibile “capo”, la crisi diventa narrabile, addomesticabile, persino risolvibile entro categorie già note. In questo spazio, fatto di ansia interpretativa e nostalgia politica, riemerge ciclicamente il nome di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, erede del Trono del Pavone, figura che per molti osservatori – soprattutto fuori dall’Iran – sembra offrire una via d’uscita simbolica al caos.

La ricomparsa periodica di Reza Pahlavi nel discorso pubblico dice più di noi che dell’Iran. Rivela il nostro rapporto irrisolto con le rivoluzioni altrui, il bisogno di tradurle in storie familiari e riconoscibili, possibilmente dinastiche. Mostra anche la difficoltà – quasi l’incapacità – di accettare che un movimento radicale di emancipazione possa non avere un centro, un leader unico o una figura salvifica pronta a subentrare al regime.

Reza Pahlavi, in realtà, non ambisce a un ritorno al trono. Da decenni rifiuta con coerenza l’idea di una restaurazione monarchica, insistendo pubblicamente sulla laicità dello Stato, sulla democrazia, sui diritti civili e sulla necessità che sia il popolo iraniano a decidere la propria forma di governo. In questo senso, il Pahlavi contemporaneo si distingue nettamente dall’ombra ingombrante del padre. Eppure, nonostante i suoi sforzi per sottrarsi al peso della genealogia, il suo nome resta tutt’altro che neutro. In Iran, la memoria storica non è lineare: è un campo minato, attraversato da ferite politiche profonde, dalla Rivoluzione del 1979, dalle guerre e dalle sanzioni internazionali.

La monarchia dei Pahlavi rappresenta una delle grandi ambivalenze della storia iraniana del Novecento. Da un lato, il progetto di modernizzazione accelerata: la secolarizzazione dello Stato, l’apertura all’Occidente, l’alfabetizzazione di massa, la costruzione di infrastrutture, scuole e ospedali, e la promozione delle arti e della cultura. Dall’altro, un potere autoritario, la repressione del dissenso politico (come documentato dagli archivi SAVAK), una distanza crescente tra élite urbane e masse popolari, e una forte dipendenza dalle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. La Rivoluzione del 1979 non nacque nel vuoto: fu anche il risultato di queste fratture, delle esclusioni sociali ed economiche accumulate negli anni, e della percezione di un regime distante e oppressivo.

In questo contesto entra inevitabilmente la figura di Farah Diba. Terza e ultima moglie dello scià, arrivata dopo il ripudio di Soraya, Farah è diventata nel tempo molto più di un’ex imperatrice: è un’immagine, un mito, una superficie di proiezione. Colta, raffinata, promotrice delle arti, apparentemente emancipata in un contesto patriarcale, incarna per molti – soprattutto nella diaspora e in una certa immaginazione occidentale – l’Iran che “avrebbe potuto essere”: elegante, cosmopolita, femminile, con Teheran che dialogava con Parigi e Roma, dove l’arte contemporanea aveva spazio e il velo non era imposto dallo Stato.

Ma anche qui la nostalgia è selettiva. L’Iran di Farah non era l’Iran di tutti. Era l’Iran di una classe colta e privilegiata, spesso impermeabile alle tensioni economiche, sociali e religiose che attraversavano il Paese. Mitizzare Farah significa rimuovere questa complessità, trasformare una figura storica reale in un’icona estetica e consolatoria, più adatta a Instagram o ai salotti culturali che a comprendere le radici profonde della tragedia iraniana contemporanea.

Oggi, il punto non è stabilire se Reza Pahlavi sia “buono” o “cattivo”, né se la monarchia sia stata migliore o peggiore della Repubblica islamica. Il punto è comprendere la natura delle proteste che attraversano l’Iran. Esse non chiedono il ritorno di un passato, ma la fine di un presente. Non invocano un padre politico, ma reclamano la possibilità di essere adulti, autonomi, sovrani di se stessi.

Le donne che scendono in piazza non lo fanno in nome di Farah Diba, ma contro l’umiliazione quotidiana imposta sul loro corpo. I giovani che affrontano la repressione non lo fanno per restaurare il Trono del Pavone, ma perché non vedono futuro in un sistema che li soffoca economicamente, culturalmente ed esistenzialmente. È un movimento che nasce dalla vita concreta, non dalla nostalgia, ed è per questo che sfugge a ogni facile categorizzazione.

L’Occidente, invece, continua a cercare scorciatoie narrative. Reza Pahlavi è una di queste: parla inglese, conosce i codici mediatici internazionali, può essere invitato nei talk show, non mette in crisi le nostre categorie politiche. Ma l’Iran reale non è un talk show. È un Paese in cui il potere si esercita attraverso la paura, la violenza simbolica e religiosa, documentata da Amnesty International e Human Rights Watch, e dove pensare che una figura esterna, per quanto simbolicamente forte, possa “guidare” un movimento così diffuso, frammentato e radicale significa non comprenderne la natura stessa.

C’è un aspetto più sottile, ma decisivo. Le rivoluzioni del XXI secolo – quando avvengono davvero – non assomigliano più a quelle del Novecento. Non hanno un Lenin, un Castro, un Khomeini. Sono orizzontali, instabili, contraddittorie, spesso destinate a fallire proprio perché rifiutano la centralizzazione del potere. Ma in questo rifiuto c’è anche la loro verità più profonda: le proteste iraniane non cercano un nuovo sovrano illuminato, ma mettono in discussione l’idea stessa di sovranità imposta dall’alto.

Reza Pahlavi può avere un ruolo, ma è limitato e ambiguo. Può essere un punto di riferimento per la diaspora, un interlocutore per le istituzioni internazionali, un simbolo di un’alternativa possibile al regime. Ma non può – e forse non deve – diventare il centro di un movimento nato proprio dal rifiuto di ogni eredità politica non scelta.

Il paradosso, per molti osservatori occidentali, è difficile da accettare: la forza dell’Iran che protesta sta nel suo vuoto di potere, nella sua assenza di un volto unico, nella sua radicale indeterminatezza. È un movimento che non promette un nuovo ordine rassicurante, ma chiede la fine di un ordine che ha trasformato la vita in una colpa.

Forse è proprio questo che ci inquieta di più. Un Iran senza scià e senza ayatollah, senza troni e senza guide carismatiche, è molto più difficile da immaginare. Ma è anche, probabilmente, l’unico Iran che quelle piazze stanno davvero cercando di far nascere.