Ma il Male, quello vero, non ha bisogno di una fotografia sontuosa, di slow motion studiati al millimetro, di colonne sonore liriche che guidano lo spettatore attraverso un’esperienza sinestetica. Il Male, in I compagni di Baal, si insinua piano, senza annunciarsi, senza effetti speciali. È una presenza costante, sorda, quasi ineluttabile. È nella polvere di una stanza chiusa, nello sguardo di un uomo comune che si rivela un emissario delle tenebre, in un’ombra che attraversa il muro senza fare rumore.
E qui sta la grande frattura tra il mondo sorrentiniano e l’atmosfera sulfurea di I compagni di Baal. Il primo è un cinema dell’eccesso controllato, della grandiosità formale, della teatralità esasperata. Il secondo è un incubo girato con la sobrietà del realismo, con quel senso di inquietudine che non ha bisogno di dichiararsi apertamente. È come il respiro del demonio sul collo dello spettatore: non lo vedi, ma lo senti.
Ora proviamo a immaginarli, questi 18 Sorrentino, al lavoro su un ipotetico remake di I compagni di Baal. Li vediamo muoversi con la sicurezza di chi sa esattamente cosa vuole, armati di carrelli, steadycam e fari posizionati con precisione chirurgica. Ma fin dall’inizio c’è qualcosa che non va.
Il primo Sorrentino è quello che si occupa delle inquadrature, e ovviamente il suo obiettivo è trasformare ogni scena in un quadro rinascimentale. Si mette lì, studia la luce, controlla il bilanciamento dei colori. Vuole che ogni fotogramma sia perfetto, che la simmetria sia impeccabile. Ma già qui si presenta il primo errore: I compagni di Baal non ha bisogno di immagini da museo. Ha bisogno di un realismo sporco, di una fotografia che sembri rubata alla vita vera, non a un servizio fotografico di alta moda.
Il secondo Sorrentino si dedica alle location. Cerca ambienti decadenti, palazzi barocchi, interni sfarzosi. Vuole che tutto trasudi eleganza e mistero. Ma di nuovo sbaglia: il Male di I compagni di Baal non si nasconde dietro l’opulenza, ma nella normalità. Nelle strade buie di periferia, nei bar fumosi dove si sussurrano segreti, nei volti anonimi che celano intenzioni oscure.
Il terzo Sorrentino si occupa dei costumi. E qui scatta l’inevitabile errore di fondo: gli adepti dei Baal non sono modelli da passerella, non devono sembrare personaggi usciti da un film di Visconti. Non servono giacche sartoriali, cravatte di seta, cappelli portati con studiata nonchalance. Il loro potere è nell’invisibilità, nella capacità di mescolarsi alla folla senza essere notati. Ma Sorrentino non può accettare questo: il suo cinema ha bisogno di icone, di figure memorabili, di uomini e donne che sembrano appartenere a una dimensione ultraterrena.
E poi c’è il quarto Sorrentino, quello che si occupa della fotografia. Anche lui cade nella trappola dell’estetizzazione. Vuole che le luci siano perfette, che ogni controluce abbia il giusto equilibrio tra ombra e bagliore. Vuole che il buio sia "bello", che le tenebre siano seducenti. Ma il Male non è seducente, non nel senso sorrentiniano del termine. Il Male è sordo, opprimente, senza fronzoli.
Arriviamo al quinto Sorrentino, quello che si occupa della sceneggiatura. E qui si consuma il delitto definitivo: vuole che i personaggi parlino con frasi solenni, che ogni battuta sia una sentenza, che tutto abbia un tono epico, metafisico, quasi liturgico. Ma I compagni di Baal non ha bisogno di monologhi esistenziali, non ha bisogno di filosofeggiare sul senso della vita. Il suo terrore sta nel non detto, nelle pause, nel modo in cui i personaggi si guardano senza parlare.
Mentre i primi cinque Sorrentino falliscono nel catturare l’anima di I compagni di Baal, gli altri tredici cercano disperatamente di rimediare, ma senza successo.
Il decimo Sorrentino si accorge che manca qualcosa. È tutto bellissimo, stilisticamente impeccabile, ma manca il brivido. Manca quella tensione sottile, quel senso di pericolo reale.
Il quindicesimo Sorrentino tenta un colpo di scena: suggerisce di inserire Toni Servillo nel ruolo del capo dei Baal. Ma ecco il problema: Toni Servillo è un attore troppo consapevole, troppo presente. Un villain di I compagni di Baal non può essere un’icona da festival cinematografico. Deve essere qualcuno di anonimo, di inquietante proprio perché non sembra un cattivo da film.
Il diciottesimo Sorrentino si ferma. Guarda il risultato del loro lavoro. È perfetto, formalmente ineccepibile. Ma è morto. Non ha vita, non ha l’energia sinistra che faceva di I compagni di Baal qualcosa di irripetibile.
E allora, con un gesto teatrale, si toglie gli occhiali da sole, sospira e dice:
"Forse non tutto può essere rifatto. Forse certe opere devono restare nella memoria, nel buio da cui sono nate."
E così, I compagni di Baal resta lì, intoccabile, avvolto nel suo alone di mistero. Non ha bisogno di essere riletto, reinterpretato, modernizzato. È un’opera che vive nel sottobosco delle cose dimenticate, nella memoria di chi ha avuto il privilegio di vederla e ne conserva ancora il brivido sulla pelle.
E per questo, non basteranno mai nemmeno 1800 Sorrentino per evocarlo di nuovo. Perché I compagni di Baal non è solo una serie. È un incantesimo. E certi incantesimi, una volta pronunciati, non possono essere ripetuti senza perdere la loro magia.
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