Nel cuore di Cannaregio, il sestiere più autentico e popolare della città, esiste un angolo in cui la magia veneziana si addensa in una presenza silenziosa, quasi mistica: Campo dei Mori. Qui, tra le facciate gotiche e i cortili nascosti, il tempo sembra essersi cristallizzato, eppure continua a scorrere come l’acqua che lambisce le fondamenta. In questo spazio sospeso, scolpito nella pietra e nel mito, si erge una figura enigmatica che ha visto passare generazioni di veneziani e forestieri: il Sior Rioba.
Il suo volto, inciso nella pietra grezza, osserva la città con un’espressione ambigua, un misto di ironia e severità. È uno dei quattro Mori che danno il nome al campo, statue incastonate nei muri come reliquie di un’epoca lontana. La loro storia affonda le radici nella leggenda: si dice che fossero mercanti orientali stabilitisi a Venezia nel Medioevo, uomini d’affari che portarono con sé merci esotiche, sete e spezie odorose, spezie rare e storie da terre lontane. Erano uomini di mare e di scambi, abituati a trattare con principi e pirati, a navigare tra la gloria e la rovina. Ma il destino, si sa, è capriccioso come la marea, e a Venezia, dove la realtà si fonde con la fantasia, le loro figure sono rimaste impresse nella pietra, come se la città li avesse voluti trattenere per sempre.
Tra i quattro Mori, il Sior Rioba è quello che ha guadagnato fama propria, diventando quasi una maschera di carnevale, un simbolo popolare, una di quelle presenze che appartengono alla città più di qualsiasi doge o condottiero. Il suo nome riecheggia nei racconti della gente, nelle storie tramandate di bocca in bocca tra i mercati e i bacari. Un tempo, quando Venezia pullulava di voci e commerci, i veneziani avevano preso l’abitudine di lasciare messaggi satirici e invettive politiche ai suoi piedi. Come un anonimo tribuno di pietra, il Sior Rioba raccoglieva le lamentele del popolo, diventando una sorta di antenato delle moderne bacheche cittadine, un primitivo giornale murale fatto di biglietti appuntati e battute salaci.
Il tempo, però, ha lasciato il suo segno anche su di lui. La sua testa originale, consumata dagli anni e dall’umidità della laguna, venne sostituita nel 1800 con una nuova, più definita ma forse meno misteriosa. Eppure, per i veneziani, il Sior Rioba è rimasto sempre lo stesso: una presenza familiare, una figura da sfiorare per scaramanzia, un punto di riferimento tra le calli di Cannaregio. C’è chi dice che toccare il suo naso porti fortuna, chi invece sostiene che sia solo un’illusione, un’ennesima magia di questa città che gioca con la realtà come un riflesso nell’acqua.
Campo dei Mori, con il suo silenzio ovattato e le sue ombre lunghe, è il palcoscenico perfetto per questa leggenda. È un angolo di Venezia che sfugge ai clamori turistici, dove ancora si può ascoltare il suono dei passi che rimbombano sui masegni, dove le finestre spalancate sembrano occhi che osservano il passato. Qui la città si mostra nella sua essenza più vera, lontana dalle vetrine scintillanti di Piazza San Marco, avvolta in un’atmosfera sospesa tra storia e sogno.
E così, mentre la notte scende e i lampioni gettano bagliori tremolanti sui muri scrostati, il Sior Rioba resta lì, immobile e sornione, come se avesse tutto il tempo del mondo. Forse un giorno anche lui svelerà il suo segreto, o forse continuerà a custodirlo, come fa da secoli, con il sorriso di chi sa che Venezia non appartiene a nessuno, se non a se stessa.
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