Parlare dell’infanzia in relazione ad Anna Maria Ortese, a un certo punto, smette di essere un esercizio critico e diventa qualcosa che ha a che fare con il corpo, con una specie di memoria che non si lascia addomesticare. Non è più un’idea, non è più un tema: è una pressione, una cosa che torna senza chiedere permesso. L’infanzia, in Ortese, non è dietro di noi. Non è un territorio perduto che possiamo visitare con nostalgia educata. È qualcosa che resta, che insiste, che a volte disturba.
È una presenza.
Non sempre gentile.
Il bambino ortesiano non consola. Non è il piccolo innocente che salva il mondo con la sua purezza. È, piuttosto, un essere scoperto, esposto, senza pelle. Sente tutto. Non ha ancora imparato a scegliere cosa sentire e cosa no. Ogni cosa lo raggiunge intera: una parola detta male, uno sguardo storto, un silenzio troppo lungo. Non ha filtri. E questo non è un dono romantico: è una fatica.
È una fatica essere così aperti.
Immagina una stanza. Non grande. Una stanza qualsiasi, di quelle che non si ricordano. Una luce un po’ opaca, forse un pomeriggio d’inverno. Un bambino è seduto a terra. Non fa niente di speciale. Ha davanti un oggetto — potrebbe essere un animale finto, un pupazzo, o anche solo una scarpa. Ma lo guarda come se fosse vivo.
E in un certo senso lo è.
Perché in quello sguardo non c’è ancora la separazione netta tra ciò che è e ciò che non è. Non c’è ancora il confine adulto tra reale e immaginario. C’è solo una continuità inquieta. Tutto può diventare altro. Tutto può rispondere.
E questa possibilità è, allo stesso tempo, una vertigine.
L’adulto entra nella stanza. Non vede niente. Vede un bambino che gioca. Vede un oggetto. Non vede la tensione. Non vede quella specie di dialogo muto che sta accadendo. Non lo riconosce. E, senza accorgersene, lo interrompe.
“Basta, adesso vieni.”
È una frase minima. Normale. Quotidiana. Ma dentro quella frase c’è già una direzione: uscire da quel mondo, rientrare in un ordine condiviso. Tornare a ciò che è nominabile, controllabile, spiegabile.
È così che comincia.
Non con un trauma. Non con una rottura violenta. Ma con una serie di piccoli richiami. Di correzioni leggere. Di aggiustamenti. Il bambino impara poco a poco che quel modo di stare nel mondo — così aperto, così ambiguo — non è del tutto accettabile. Che bisogna ridurre. Stringere. Definire.
Impara a dire: “è solo un gioco”.
E in quel “solo” c’è già una perdita.
Anna Maria Ortese non fa mai di questa perdita un discorso teorico. Non la trasforma in concetto. La lascia accadere. La mostra nei corpi, negli sguardi, nei silenzi. Nei suoi testi, qualcosa si incrina sempre in modo quasi impercettibile, e proprio per questo irreversibile.
Il bambino non smette di sentire. Ma impara a non fidarsi completamente di ciò che sente.
E questa è forse la prima vera ferita.
L’educazione, a quel punto, entra come una struttura più visibile. La scuola. Le regole. I tempi. I compiti. Tutto ciò che organizza la giornata, che la rende leggibile, che la incastra dentro una sequenza. Anche qui: nulla di mostruoso. Tutto necessario. Tutto, apparentemente, giusto.
Eppure.
C’è un momento preciso — non sempre evidente — in cui il bambino capisce che alcune delle sue percezioni non hanno posto. Che non servono. Che non verranno ascoltate. Che rallentano. Che disturbano.
E allora comincia a lasciarle cadere.
Non tutte insieme. Una alla volta.
Come si perdono gli oggetti, senza accorgersene.
Un insegnante chiede di descrivere una casa. Il bambino potrebbe parlare di come la casa respira, di come la notte cambia forma, di come le pareti sembrano ascoltare. Ma non lo fa. Scrive: “la casa è grande, ha tre stanze, una cucina e un bagno”.
Prende un buon voto.
E qualcosa si chiude.
Non è colpa dell’insegnante. Non è colpa di nessuno, in senso semplice. È un sistema. È una necessità collettiva. Ma è anche, allo stesso tempo, una riduzione. Una semplificazione del reale.
E il reale, in Ortese, non è mai semplice.
È eccedente. Sempre.
È troppo.
Per questo l’immaginazione, nel suo universo, non è un lusso. Non è una fuga. È un modo per restare fedeli a quella eccedenza. Per non ridurre tutto a ciò che è utile, a ciò che funziona. È una forma di resistenza.
Ma una resistenza fragile.
Perché l’immaginazione espone. Non protegge. Non costruisce barriere: le toglie. Permette al mondo di entrare in modi imprevedibili. E questo, per un bambino, è pericoloso quanto è necessario.
L’adulto, allora, interviene. Non sempre consapevolmente. Offre strumenti. Cornici. Limiti. Dice: “immagina, ma fino a qui”. Dice: “crea, ma in questo modo”. Trasforma l’immaginazione in attività. In esercizio. In qualcosa che può essere valutato.
E così la rende innocua.
Ma l’immaginazione ortesiana non è innocua. Ha qualcosa di disturbante, di eccessivo. Può generare disagio. Può aprire zone che sarebbe più comodo tenere chiuse. È proprio lì, però, che si produce una forma di verità.
Non quella che si può spiegare.
Quella che si sente.
E che resta.
Se l’educazione avesse il coraggio di stare in quella zona — non di dominarla, ma di abitarla — cambierebbe radicalmente forma. Non sarebbe più un processo lineare, ordinato, prevedibile. Sarebbe un campo instabile. Un luogo in cui qualcosa può anche non funzionare.
Un insegnante, in questo scenario, dovrebbe accettare di non sapere tutto. Di non capire subito. Di non correggere immediatamente. Dovrebbe tollerare il vuoto, l’ambiguità, il tempo morto.
È una richiesta enorme.
Perché va contro tutto ciò che ci è stato insegnato sull’efficacia, sulla chiarezza, sul controllo.
Eppure è lì che qualcosa accade davvero.
Immagina un bambino che dice una cosa “strana”. Non viene corretto. Non viene riportato subito alla norma. Qualcuno resta in silenzio. Ascolta. Non per giudicare, ma per capire da dove viene quella frase.
In quel momento, il bambino non si ritrae.
Non si aggiusta.
Resta.
E questa permanenza è rarissima.
Perché il mondo adulto, quasi sempre, chiede aggiustamenti continui. Chiede di essere comprensibili, coerenti, utili. Non ama ciò che eccede, ciò che sborda, ciò che non si lascia tradurre subito.
E allora quella voce — la voce che nell’infanzia è ancora incerta, ancora piena, ancora non completamente formata — impara a contrarsi.
A diventare più chiara, sì. Ma anche più povera.
Anna Maria Ortese, invece, sembra voler trattenere proprio quel punto di instabilità. Quel momento in cui il senso non è ancora fissato. In cui le parole tremano un po’. In cui il reale non è ancora stato completamente ridotto.
È lì che la sua scrittura trova la sua forza.
Non nella chiarezza, ma nella tensione.
Non nella spiegazione, ma nella persistenza di qualcosa che non si lascia chiudere.
Le figure marginali che attraversano le sue pagine — animali, bambini, esseri fuori posto — incarnano questa resistenza. Non si adattano del tutto. Non imparano completamente la lingua del mondo. Restano, in qualche modo, disallineati.
E proprio per questo vedono.
Vedono troppo, forse.
Ma vedono.
E in quello sguardo c’è una possibilità che l’educazione, spesso, dimentica: non quella di formare individui perfettamente integrati, ma quella di permettere a qualcuno di restare, almeno in parte, fedele a ciò che ha sentito all’inizio.
Non è un progetto rassicurante.
Non produce individui “efficienti”.
Produce individui più esposti, più incerti, forse anche più vulnerabili.
Ma anche più vivi.
Alla fine, forse, non si tratta di salvare l’infanzia — cosa impossibile, e forse nemmeno desiderabile. Si tratta di non cancellarla del tutto. Di non tradirla completamente. Di lasciare che continui a creare attrito dentro di noi.
Perché è in quell’attrito che qualcosa resiste.
Qualcosa che non si lascia ridurre.
Qualcosa che, nonostante tutto, continua a respirare.
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