giovedì 2 aprile 2026

Giustappunto! Apologia della morte: quando la legge diventa spettacolo

Profondamente disturbante, quasi teatrale nel senso più cupo del termine, l’immagine di un ministro che festeggia una legge sulla pena di morte come fosse una vittoria sportiva, un trofeo da esibire davanti alle telecamere. E non è solo una questione di contenuto, ma di tono, di postura, di linguaggio. Quando Itamar Ben-Gvir parla di esecuzioni “uno per uno”, ciò che emerge non è la freddezza di un dispositivo giuridico, ma il calore — pericoloso, quasi febbrile — di una promessa di punizione che sfiora la vendetta.

In un tempo già saturo di violenza, reale e simbolica, la celebrazione pubblica della morte come strumento di governo produce un cortocircuito etico che non può essere ignorato. La pena capitale, anche nei contesti più stabili, resta una delle pratiche più controverse della modernità giuridica: abolita in gran parte delle democrazie occidentali, sopravvive come residuo problematico, sospeso tra l’idea di deterrenza e il rischio irreparabile dell’errore. Ma qui il punto non è soltanto la sua esistenza o la sua eventuale applicazione: è il modo in cui viene raccontata, esibita, quasi messa in scena.

Nel conflitto israelo-palestinese, ogni parola pesa il doppio, ogni gesto si amplifica. Non esiste neutralità possibile quando il diritto si intreccia con la guerra, con la paura, con il trauma collettivo. Eppure proprio per questo ci si aspetterebbe, da chi ricopre un ruolo istituzionale, una misura, una cautela, se non altro una consapevolezza del peso simbolico delle proprie dichiarazioni. Trasformare invece una misura estrema in un momento di esultanza pubblica significa spostare l’asse: dalla giustizia alla rappresentazione, dalla legge alla performance.

E la performance, in questo caso, è intrisa di un lessico che disumanizza. “Uno per uno” non è un’espressione tecnica, non appartiene al linguaggio del diritto. È una formula che evoca l’eliminazione sistematica, quasi seriale, di individui ridotti a bersagli. In questa riduzione c’è un passaggio cruciale: alcune vite smettono di essere percepite come portatrici di diritti e diventano oggetti di una narrazione punitiva. È un meccanismo antico, e ogni volta che riemerge porta con sé un’ombra che la storia conosce fin troppo bene.

Va detto, senza ipocrisie, che le posizioni più dure in materia di sicurezza nascono da paure concrete. Il terrorismo, la violenza, la percezione di una minaccia costante non sono costruzioni astratte. Ma è proprio nel modo in cui uno Stato decide di rispondere a queste paure che si misura la qualità della sua democrazia. Quando la risposta assume i toni dell’esultanza per la morte, qualcosa si incrina. Non perché si neghi il diritto alla difesa, ma perché si altera il confine tra giustizia e vendetta.

Un ministro che festeggia la possibilità di uccidere legalmente non sta solo sostenendo una linea politica: sta contribuendo a ridefinire l’immaginario collettivo, a normalizzare l’idea che la soppressione fisica dell’altro possa essere non solo legittima, ma anche celebrabile. È qui che il discorso si fa più inquietante. Non tanto per ciò che dice della legge in sé, ma per ciò che rivela di una cultura politica che sembra trovare nella morte un elemento di consenso.

Più che un atto di governo, questo festeggiamento appare come un sintomo. Il sintomo di una trasformazione del linguaggio pubblico, dove la violenza smette di essere un problema da contenere e diventa un messaggio da comunicare. E quando accade questo, il rischio non è solo per chi ne è direttamente colpito, ma per l’intero spazio democratico, che lentamente si abitua a guardare la morte — e a volte persino ad applaudirla.

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