mercoledì 15 aprile 2026

(appunti)


Il dono supremo, quello che la Vita pare serbare in grembo per ognuno di noi, come una madre enigmatica e distante, è rimasto, per me, un miraggio irraggiungibile. Ho atteso, con la pazienza che solo il desiderio alimenta, che si dischiudesse davanti ai miei occhi quel tesoro tanto vagheggiato, che il tuo sorriso, Vita, si facesse finalmente limpido e generoso. Ho sofferto, sì, ma perfino la sofferenza si è tinta di dolcezza, come se ogni lacrima fosse intrisa di una promessa segreta. Ma il dono non è arrivato, e ogni giorno che passa lo vedo svanire, dissolversi nell’orizzonte come un miraggio che sfida il mio sguardo. E più cerco di avvicinarmi, più esso arretra, come se fosse la stessa distanza a nutrirsi della mia attesa, come se il suo senso consistesse proprio nel non farsi mai possedere.
All’alba, quando il cielo si tinge dei primi bagliori di luce, mi illudo: “Oggi sarà il giorno.” Lo dico con la fede ingenua di un bambino che si abbandona al sogno. Ma poi giunge il tramonto, e con esso la sua ombra mesta, e allora mi rassicuro: “Domani, sì, domani sarà il giorno.” Così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, ho lasciato che il tempo scorresse su di me come un fiume lento e inesorabile, che leviga ogni roccia, che consuma ogni angolo, mentre io resto fermo, nell’attesa che quel dono, così spesso promesso, si materializzi. E intanto il mondo cambia forma senza chiedermi permesso, e io mi accorgo di cambiare con esso senza accorgermene davvero, come se la trasformazione fosse un sottofondo silenzioso e continuo, più reale della mia volontà di restare identico. Perfino i ricordi, che credevo solidi come pietre custodite nel petto, hanno cominciato a sfaldarsi, a perdere contorni, come se la memoria non fosse un archivio ma un organismo vivo che respira, si dimentica, si reinventa.
Ma intanto, mentre il mio sguardo si perde nelle promesse disattese, qualcosa si muove dentro di me, un segreto e incessante fluire. Il mio sangue, caldo e ribelle, percorre le mie vene come un fiume carico di vita, scivolando verso una foce che non conosco, ma che sento inevitabile. Ogni battito del cuore è un martello che scandisce il tempo, ogni pulsazione un messaggio silenzioso, un invito a percepire l’essenza stessa della Vita. È qui, nel mio corpo, nel suo lavorio instancabile, che scopro il vero miracolo. Non è nei sogni irraggiungibili, non è nelle promesse che attendiamo come mendicanti. È in questo fluire segreto, in questo respiro silenzioso, in questo fuoco invisibile che brucia nelle vene. E tuttavia anche questo sapere non basta a colmare il vuoto dell’attesa, perché la consapevolezza non spegne il desiderio, lo rende soltanto più lucido, più tagliente, quasi più crudele. È come se la coscienza fosse una lente che ingrandisce la ferita invece di guarirla, e ogni verità raggiunta si trasformasse immediatamente nella soglia di una nuova inquietudine.
Forse, Vita, il tuo dono non è ciò che prometti, ma ciò che già sei. Forse il tuo inganno non è un inganno, ma una verità mascherata. Non è nelle chimere che inseguiamo nei cieli lontani, né nei desideri che accendono il cuore di speranza, che risiede la tua essenza. È nella pura, semplice realtà dell’essere vivi. È in questo corpo che pulsa, in questi occhi che ancora vedono la luce e si riempiono di ombra, in questo sangue che scorre con il suo canto sommesso. Eppure anche questa verità, così semplice da pronunciare e così difficile da abitare, non si lascia mai afferrare del tutto, perché appena la si crede compresa, essa si ritrae di nuovo, come se la comprensione stessa fosse una forma di illusione. E io stesso, mentre la penso, la tradisco, la deformo, la trasformo in racconto, come se la vita potesse essere trattenuta nel linguaggio senza perdere qualcosa della sua sostanza.
E allora, Vita, non cerco più il tuo dono nascosto, né quella promessa che non si è mai compiuta. Non chiedo più che tu mi regali ciò che bramo con occhi affamati, perché forse non c'è nulla da ricevere, solo da vivere. È in questo corpo che soffre e che gioisce, in questo sangue che scorre e che si ribella, che si nasconde il tuo segreto. Non sei ciò che mi prometti, né ciò che mi togli. Sei il mio stesso esistere, l’eco di una verità che sfugge alla mia comprensione. Mi accorgo, finalmente, che non posso possederti. Sei il desiderio che mi attraversa, l’ombra che mi sovrasta, l’ignoto che non mi abbandona mai. E forse, proprio per questo, ti amo: perché la tua presenza è in ogni battito del cuore, in ogni respiro che prendo, in ogni attimo che mi sfugge tra le dita come sabbia.
Ma anche questo amore non è quieto, non è pacificato. È un amore che somiglia più a una vertigine che a una risposta, più a un movimento che a una conquista. Ogni volta che credo di averti riconosciuta, tu ti trasformi; ogni volta che penso di averti compresa, tu cambi linguaggio. E io resto lì, a tentare di tradurre un alfabeto che si riscrive mentre lo leggo. Non ti cerco più, dici? Eppure ti ritrovo ovunque, anche nel gesto di rinunciare a cercarti. Perfino il pensiero della rinuncia si rivela una forma più sottile di attesa, come se non esistesse uscita da questo cerchio che non ha centro e non ha periferia.
Non ti inseguo più. Perché sono già immerso in te, e forse questo è il tuo vero dono. Ma anche qui, in questa immersione che dovrebbe essere compimento, sento ancora una distanza sottile, come una pelle invisibile che separa il vivere dal comprenderlo. E forse è proprio questa frattura impercettibile a mantenere il movimento, a impedire che tutto si fermi in una quiete definitiva. Perché se davvero ti possedessi, Vita, se davvero il tuo segreto si lasciasse fissare una volta per tutte, allora forse smetterei anche di scriverti, di pensarti, di respirarti. E invece continui a sfuggire, non per crudeltà, ma per una forma più radicale di presenza.
E scrivendo, mi accorgo che anche la scrittura è parte di questo stesso inganno luminoso. Ogni frase che costruisco tenta di avvicinarti, ma nello stesso istante ti allontana, perché ti sostituisce con un’immagine, con un ritmo, con una forma. La parola non è mai la cosa, e tuttavia è l’unico ponte che possiedo per tendermi verso di te. Così resto sospeso in questa contraddizione: nominarti significa tradirti, tacerti significa perderti. E in mezzo, tra il dire e il non dire, si apre uno spazio che è forse l’unico luogo abitabile, un territorio instabile dove la coscienza si muove come un animale incerto, sempre sul punto di comprendere e sempre sul punto di smarrirsi.
Perfino il mio corpo, che credevo così evidente, così indiscutibile, comincia a sembrarmi una narrazione. Le sue sensazioni non sono più semplici dati, ma interpretazioni continue. Il dolore non è solo dolore, ma linguaggio del dolore; la gioia non è solo gioia, ma eco di qualcosa che la precede e la eccede. E io, dentro questa rete di significati che si moltiplicano, non riesco più a distinguere ciò che è reale da ciò che è percepito, come se la vita fosse diventata una superficie di specchi in cui ogni cosa rimanda a un’altra senza mai raggiungere un fondo.
Così resto qui, dentro questo paradosso che non chiede soluzione. Vivo, e nel vivere ti riconosco e ti perdo insieme. E mentre il tempo continua a scorrere come un fiume che non conosce sponde definitive, mi accorgo che anche l’attesa, quella che credevo sterile, era già parte del dono. Non perché mi abbia portato a qualcosa, ma perché mi ha tenuto dentro il movimento stesso dell’esistere. E forse non c’è altro: non un arrivo, non una rivelazione finale, ma soltanto questa oscillazione continua tra il cercare e l’essere trovato, tra il dire e l’essere detto, tra il vivere e il comprendere di vivere, senza che nessuna di queste dimensioni riesca mai a chiudersi sull’altra.

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