lunedì 20 aprile 2026

Polvere

"e in un libro di polvere leggo
ciò che dovrà restare anche di me mentre scendo la scala"
— Roberto Sanesi, L’improvviso di Milano, Guanda 1969


La polvere è ovunque. Non è soltanto depositata: è insinuata, capillare, insinuante come un pensiero che si infiltra nei momenti di quiete e li corrompe dall’interno. Si posa sul legno del palco e ne evidenzia le crepe, le cicatrici di spettacoli passati, di passi dimenticati, di parole evaporate. È sulle sedie vuote, disciplinate come soldati senza guerra, ordinate in una geometria che pretende ancora un senso, una funzione, una presenza. È sulle mie spalle, sulla mia camicia — quella che ho scelto con una cura che ora mi appare ridicola, quasi oscena, come truccarsi per un funerale senza invitati. È tra i capelli, sulle ciglia, dentro la bocca. La respiro. La mastico. È già parte di me, o forse lo è sempre stata, e io non ho fatto altro che raggiungerla.
C’è qualcosa di definitivo nella polvere. Non è un passaggio, non è una fase: è un esito. Una forma quieta della sconfitta. Eppure, in questa immobilità, si muove una memoria che non ha bisogno di essere ricordata. Ogni granello contiene un resto, una traccia, una rovina. Forse anche una promessa, ma una promessa che non riguarda il futuro: riguarda ciò che resiste nel dissolversi.
La luce, sopra di me, non illumina: insiste. È una presenza che non concede tregua. Una lama verticale, bianca, immobile, che non accetta deviazioni. Cade sul mio volto come una domanda senza possibilità di risposta. È una luce povera, teatrale nel senso più nudo del termine, senza grazia, senza ambiguità. Non accarezza, non sfuma: espone. Rivela ogni difetto, ogni esitazione, ogni ombra che vorrebbe restare tale. È calda, sì, ma di un calore che non consola — brucia, come una memoria che ritorna quando non la si desidera più.
Sento la pelle tirare sotto il suo peso. Sento gli occhi restringersi, come per difendersi. Ma non c’è difesa. Sono qui, al centro, esposto, senza appigli. E intorno a me, il vuoto. Un vuoto che non è assenza, ma attesa mancata. Uno spazio che ha rinunciato a essere riempito.
Eppure, io lo so che ci sono.
Non qui, non in carne e ossa, non seduti su queste sedie che hanno ormai dimenticato il peso umano. Ma ci sono. Sono altrove, diffusi, disseminati. I lettori. I miei — o quelli che ho immaginato tali, che ho costruito parola dopo parola come si costruisce un amante che non esiste. Quelli che si sono fermati a metà di una frase, perché già lì avevano capito abbastanza, o forse non avevano capito nulla e hanno deciso che bastava così. Quelli che mi hanno confuso con altri, con nomi più semplici, più rassicuranti, più vendibili. Quelli che hanno sottolineato parole difficili come si sottolinea un confine: per non attraversarlo.
E poi quelli che hanno detto “interessante”. Sempre loro. Gli specialisti dell’“interessante”. Lo dicono con una voce piatta, educata, priva di conseguenze. “Interessante” è la forma più elegante del disinteresse. È un congedo senza conflitto, una carezza che in realtà è una distanza. E dopo, il nulla. Nessun ritorno, nessuna traccia. Come se io non fossi mai esistito, se non per quel breve, insignificante attraversamento.
Siedo su una sedia pieghevole, al centro esatto del cerchio. Il cerchio è imperfetto, come tutte le cose che pretendono di essere complete. Non c’è scenografia, non c’è protezione. Non c’è nulla tra me e ciò che non accade. Niente microfono: la mia voce deve farsi strada da sola, senza amplificazione, senza trucco. Niente tavolino: non ho oggetti da esibire, nessuna reliquia da sacralizzare.
Solo il libro. Il mio libro.
Lo tengo tra le mani come si tiene qualcosa che non si sa più se amare o odiare. La copia sdrucita della prima edizione. La carta ha perso consistenza, si è fatta molle, umida. Odora di chiuso, di tempo sospeso. Quando lo apro, il suono che produce è reale, materiale: un cigolio, come una porta che si apre su una stanza che nessuno visita da anni. Non è una metafora. È un rumore. E quel rumore è già una dichiarazione.
Leggo. La voce esce, ma non si espande. Si ferma, rimbalza, torna indietro. È come parlare dentro un contenitore chiuso.
La frase di Sanesi. Sempre lei. Non è un’epigrafe: è un varco. O forse una condanna. L’ho messa all’inizio del mio ultimo libro come si lascia un indizio sulla scena del crimine. Sapevo che nessuno l’avrebbe raccolto. Nessuno legge le epigrafi. Sono il luogo più sincero e meno frequentato di un libro. Una soglia che tutti attraversano senza accorgersene.
Vogliono i fatti. Lo dicono. Vogliono una storia. Una progressione. Un senso che si costruisce e si conclude. Vogliono essere accompagnati, guidati, rassicurati. Vogliono che qualcuno tenga loro la mano mentre attraversano un territorio che non hanno alcuna intenzione di esplorare davvero.
Ma io non accompagno. Io interrompo.
Non accarezzo. Io morsico. E a volte, sì, mordo nel vuoto, e il vuoto non restituisce nulla, nemmeno dolore.
Mi alzo. Lentamente. Il gesto è semplice, ma pesa come se stessi sollevando qualcosa di più del mio corpo. Le gambe tremano appena, una vibrazione sottile, interna, che non si vede ma si sente. L’aria è densa, quasi vischiosa. Ogni movimento la attraversa con fatica, come se il tempo si fosse condensato.
Ho la sensazione che il tempo non scorra. Gocciola. Dalle pareti invisibili, dal soffitto che non vedo, da ogni superficie che trattiene qualcosa. Goccia dopo goccia, si accumula ai miei piedi.
Le ombre non si muovono. Ma dentro di me, qualcosa sì. Qualcosa si sposta, si incrina, produce un suono minimo, quasi impercettibile: uno scricchiolio. È il suono di qualcosa che cede senza rompersi del tutto.
“Eccomi,” dico. “Sono tornato. Anche se non mi avevate chiesto di tornare.”
La voce mi sorprende. Non per quello che dice, ma per come esce. È irregolare, spezzata. Non fluisce: si frammenta. È un vetro rotto, sì, ma non riflette nemmeno più. Deforma. Taglia.
Nessun applauso. Nessun segno. Ma io li sento.
Sono lì, altrove, distribuiti nelle loro vite ordinate. Li vedo con i loro telefoni in mano, con la luce blu che illumina i volti più della mia voce. Alcuni cercano di capire se ciò che stanno guardando — perché ormai tutto è guardato, nulla è davvero ascoltato — sia teatro, performance, o una di quelle cose ibride che permettono di dire “l’ho visto” senza dover dire “l’ho capito”.
Altri sono già oltre. Stanno già scrivendo. Non su carta — nella mente. Preparano la frase. “Interessante, disturbante, autoreferenziale.” La triade perfetta. Tre parole che chiudono tutto senza aprire nulla.
Mi piego in avanti. Come se stessi per confessare qualcosa. “Lo so cosa vi aspettate,” dico. “Vi aspettate la caduta. Il cedimento. Le lacrime. Volete che io mi offra, che mi spieghi, che giustifichi la mia presenza qui, davanti a voi che non ci siete.”
Sorrido, ma è un gesto meccanico. “Volete che vi dica che è stato difficile. Che ho sofferto. Che ho lottato. Che scrivere è stata una necessità. Tutte cose vere, peraltro. Ma non ve le dirò. Non qui. Non così.”
Una pausa. L’aria si contrae. “Sono qui per dirvi un’altra cosa. Che tutto questo — ogni parola, ogni pagina — è stato scritto anche per disprezzarvi. Non voi come individui, non vi sentite troppo importanti. Ma quella parte di voi che legge per consumare, che sfoglia per finire, che cerca nel testo uno specchio e non un abisso.”
Il silenzio si fa più spesso. “Io vi conosco,” continuo. “Conosco la vostra fame. È una fame elegante, educata. Non è mai dichiarata. Ma è feroce. Volete specchiarvi nella tristezza degli altri per sentirvi più leggeri. Volete attraversare il dolore altrui come si attraversa una stanza, senza fermarvi.”
Cammino. Il giro del palco diventa un rito. Ogni passo è un colpo secco. Un suono che insiste. “E quando un libro non vi consola, quando non vi assolve, quando non vi restituisce un’immagine migliorata di voi stessi, allora lo rifiutate. Lo chiudete. Lo dimenticate. Come si dimentica un incontro che ha disturbato troppo.”
Mi fermo. Di colpo. “E fate bene,” aggiungo. “Davvero. Perché non siete lettori. Siete consumatori. Consumatori di rovina impacchettata. Di dolore reso leggibile, di fallimento trasformato in forma.”
Apro il libro. Le mani tremano. Rileggo. “In un libro di polvere leggo ciò che dovrà restare anche di me…”
Alzo lo sguardo. “Questa è la mia eredità. Non qualcosa che si impone. Qualcosa che si deposita. Un’eco. Un residuo. Un rigo che scolorisce con il tempo.”
Respiro. “Scrivo per nessuno. E questa frase non è una posa. È una constatazione. Ma continuo. Come si continua a bussare a una porta che non si aprirà. Non per speranza. Per ostinazione.”
Il libro cade. Il suono è definitivo. Resta aperto, come una bocca che non sa più articolare parole.
Mi inginocchio. La polvere mi accoglie senza resistenza. Appoggio le mani. Le dita si sporcano. Le porto alla bocca. Il sapore è neutro, inevitabile. “È questo che divento,” dico piano. “È questo che resto.”
Mi rialzo. A fatica. Ma mi rialzo. “Non vi devo nulla. E non mi dovete nulla. Ma almeno questo — questo momento — esiste. Anche se non verrà ricordato.”
Guardo davanti a me. “Volevate una fine? Non ci sarà. Non come la immaginate.”
Silenzio.
Un respiro. Forse mio. Forse no.
La scena si svuota ancora di più. Se possibile.
E io continuo.
Parlo. Anche quando la voce si incrina. Anche quando non serve. Anche quando il senso si è già consumato.
Perché se smettessi, sarebbe davvero finita.
E invece no.
Non ancora.
Non finché resta anche solo una particella di polvere capace di trattenere un suono.

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