sabato 25 aprile 2026

Il mito eterno degli “italiani brava gente”: tra autoassoluzione, rimozione e oblio


L’identità nazionale è spesso costruita più su ciò che si vuole dimenticare che su ciò che si sceglie di ricordare. Nel caso dell’Italia, questo processo ha trovato una delle sue massime espressioni nel mito persistente e diffusissimo degli “italiani brava gente”: un luogo comune che, con varia intensità, ha attraversato il Novecento e il nuovo millennio, mimetizzandosi tra i discorsi pubblici, le rappresentazioni mediatiche, le testimonianze familiari e, non da ultimo, certe versioni accomodanti della storiografia ufficiale. Questo mito, apparentemente innocuo e anzi rassicurante, funge in realtà da dispositivo ideologico potente e pervasivo, capace di neutralizzare il peso del passato e di rendere accettabile, persino nobile, l'inerzia morale e politica nei confronti delle responsabilità storiche.

Ma cosa vuol dire esattamente “italiani brava gente”? L’espressione si presta a molte letture, ma in genere si fonda su una convinzione tacita: che gli italiani, anche quando coinvolti in occupazioni, guerre, deportazioni, atti repressivi o coloniali, abbiano sempre agito con una sorta di bontà naturale, quasi antropologica, che li renderebbe incapaci di autentica crudeltà. A differenza dei “tedeschi cattivi” o degli “inglesi cinici”, l’italiano medio – in questa narrazione – sarebbe sostanzialmente ingenuo, compassionevole, inadatto alle brutalità sistematiche. È una forma di eccezionalismo morale che si trasforma facilmente in autoassoluzione storica.

Questo racconto comincia a sedimentarsi già durante il secondo dopoguerra, quando – anziché un processo di Norimberga italiano – il Paese sceglie la strada dell’amnistia e della rimozione. Non solo viene evitato un serio confronto collettivo con il fascismo, ma si produce una sorta di “storia parallela”, in cui i crimini del regime vengono attribuiti a un manipolo di fanatici, mentre la maggioranza della popolazione viene rappresentata come estranea, passiva, addirittura vittima. Il cinema neorealista, con tutte le sue luci e ombre, contribuisce a rafforzare questa immagine: l’italiano, anche quando armato o coinvolto nei conflitti, viene descritto come restio alla violenza, spesso più umano dei suoi stessi comandanti, più incline alla compassione che all’odio ideologico. Una figura commovente, certo, ma profondamente falsa nella sua universalizzazione.

La forza di questo mito non sta nella sua veridicità, ma nella sua capacità di persistere anche contro l’evidenza documentaria. Gli archivi coloniali italiani – per decenni rimasti chiusi o poco consultati – raccontano una storia completamente diversa: fucilazioni sommarie, uso sistematico del gas, campi di concentramento in Libia, deportazioni e violenze sessuali in Etiopia. Eppure, nel discorso pubblico italiano, la colonizzazione viene spesso raccontata come “morbida”, “civilizzatrice”, “senza razzismo”. Addirittura, si tende a ricordare con nostalgia le “piccole Italie” costruite nelle ex colonie, come se si trattasse di estensioni turistiche della madrepatria. La brutalità viene derubricata a “episodi”, mentre l’atteggiamento paternalistico continua a permeare anche i testi scolastici.

Un episodio emblematico che ha riacceso il dibattito è stato, nel giugno 2020, l’imbrattamento della statua del giornalista Indro Montanelli nei giardini di Porta Venezia a Milano. Il gesto, compiuto durante una manifestazione antirazzista, ha suscitato reazioni sdegnate da parte di molti esponenti del mondo politico e giornalistico. Eppure, la biografia coloniale di Montanelli non è un segreto: lui stesso aveva più volte raccontato, senza alcun pentimento, di aver “comprato” una dodicenne eritrea durante il suo soggiorno da ufficiale in Africa Orientale. Anziché aprire una discussione seria sul colonialismo italiano e sul maschilismo strutturale che lo accompagnava, gran parte dei media ha preferito interpretare l’atto vandalico come un’offesa alla memoria nazionale, ribadendo implicitamente che la “brava gente” non si tocca, nemmeno nei suoi lati più compromettenti.

Tra i difensori più accaniti della statua, spicca Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, il quale in un editoriale ha ridotto la questione a un anacronismo morale: Montanelli “era figlio del suo tempo”, “non possiamo giudicarlo con gli occhi di oggi”. Questo tipo di argomentazione, pur diffusissima, è profondamente fuorviante: implica che il razzismo, la pedofilia coloniale o lo stupro sistemico possano essere relativizzati in base al contesto, ignorando che già allora esistevano voci critiche, norme etiche, dissidenze interne. Inoltre, esime dal domandarsi perché alcune memorie – quelle eroiche, patriottiche, maschili – vengano monumentalizzate, mentre altre – quelle dei colonizzati, delle donne, dei sottoproletari – vengano cancellate o ignorate.

Il mito della “brava gente” non sopravvive per caso, ma perché serve a costruire una forma di identità collettiva rassicurante, non conflittuale, incapace di guardarsi allo specchio. È un mito utile, perché deresponsabilizza. Serve alla politica, ai manuali scolastici, alla televisione generalista, persino a certa satira che, nella sua leggerezza, evita sempre di fare i conti con l’imperialismo nostrano. È un mito che ci permette di vedere il razzismo come un problema degli altri – degli americani, dei nazisti, dei britannici – mai come qualcosa di strutturale alla nostra storia e al nostro presente.

Per smontarlo, non basta ricordare genericamente “gli orrori del passato”. Serve una contro-narrazione sistemica, pubblica, accademica, ma anche popolare. Serve una riscrittura dei programmi scolastici, una riconsiderazione del patrimonio monumentale, una rilettura critica della letteratura e del cinema italiano del Novecento. Serve, infine, una nuova etica della memoria, capace di dare spazio alle voci rimosse, ai corpi dimenticati, alle biografie negate. Solo così potremo liberarci da questa favola di comodo, e affrontare con onestà la storia di ciò che siamo stati. E forse, anche, ciò che rischiamo ancora di essere.

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