La mia anima è un abisso che inghiotte ogni speranza, ma non lo fa con la brutalità di un crollo improvviso: lo fa con una lentezza quasi sensuale, con una pazienza che sfiora la crudeltà estetica, come se il dolore stesso avesse sviluppato un gusto, una preferenza, una raffinata inclinazione per il dettaglio. Non è una voragine che esplode, ma una bocca che si apre poco a poco, che assaggia, che trattiene, che mastica ogni possibilità prima di distruggerla. È un abisso che non ha mai conosciuto né luce né salvezza — o forse le ha conosciute, ma le ha consumate fino a renderle irriconoscibili, come fotografie lasciate troppo a lungo sotto il sole.
È un vuoto che si espande con una grazia quasi indecente, che divora ogni frammento di ciò che sarebbe potuto essere, ma senza mai concedere il privilegio del rumore. Nessun crollo, nessuna esplosione: solo una sottrazione continua, un’elegante cancellazione. Non è più una terra che ospita vita, ma una distesa desolata, arida, senza coordinate, senza memoria, senza nemmeno la nostalgia di ciò che è stato. È una scenografia abbandonata, dove perfino il sipario ha perso interesse a cadere.
In questa terra maledetta, l’unica legge che vige è la morte, ma una morte priva di teatralità, senza climax, senza conclusione. È una morte che si insinua, che lavora ai margini, che lima, che erode. Non uccide: consuma. È un processo lento, metodico, quasi amministrativo, come se l’esistenza fosse diventata una pratica da archiviare, una pratica da chiudere senza fretta. Una mano invisibile — e insopportabilmente precisa — continua a sottrarre, a cancellare, a sfilare da me ogni residuo di ciò che ero, di ciò che avrei potuto essere, di ciò che forse ho solo immaginato di essere.
La mia anima, ormai irriconoscibile, è una carcassa che cammina, ma non nel senso eroico della sopravvivenza: è una presenza che insiste senza motivo, una permanenza senza funzione. Un corpo senza sostanza, privo di carne e senza respiro, eppure ostinatamente presente, come un errore di sistema che nessuno sa correggere. Non c’è tragedia in questo: c’è qualcosa di peggio, una monotonia del disfacimento.
Sono il feto non nato di una morte senza fine, una possibilità interrotta che continua a esistere contro ogni logica. Una sospensione che non si risolve. Non ho mai trovato la pace, ma non perché io la cerchi con particolare convinzione: è la pace che mi evita, con una coerenza quasi ammirevole. La fine mi è negata non per punizione, ma per indifferenza, ed è forse questo l’aspetto più insopportabile: non c’è nemmeno un’intenzione dietro la mia condizione.
Il dolore ritorna, sempre. Non come un evento, ma come una struttura. Non arriva: è già qui. Mi consuma e mi dilania, sì, ma senza spettacolo, senza la generosità della distruzione visibile. È un fuoco senza luce, senza fiamma, senza calore condivisibile. Un fuoco privato, quasi pudico, che arde senza lasciare cenere, come se persino la traccia fosse considerata un lusso inutile.
Il dolore è diventato il mio linguaggio. Non lo parlo: lo sono. È una grammatica che non prevede variazioni, una sintassi rigida, un vocabolario ossessivo. Ha assunto una forma, ha preso corpo, ha sviluppato un’identità più stabile della mia. È una bestia che mi segue con una fedeltà impeccabile, che mi morde senza fretta, che non ha bisogno di affermarsi perché è già tutto ciò che resta.
È una carne che non riesce a morire, che continua a rigenerarsi per potersi nuovamente distruggere. Un ciclo chiuso, perfetto nella sua inutilità. Il dolore non si limita a occupare spazio: lo genera. Si espande, colonizza, ridefinisce. Ogni gesto, ogni respiro, ogni tentativo di esistenza viene immediatamente assorbito e reinterpretato da lui.
È una carne viva che si strappa da sola, un respiro che non trova mai compimento, un’agonia che si autoalimenta. Non lascia segni visibili, ma dissemina una follia sottile, raffinata, che cresce come una muffa elegante sulle superfici dell’essere. Ogni battito di cuore non è un segno di vita, ma una conferma di persistenza del processo.
Una mano invisibile mi stringe. Non con violenza, ma con costanza. Una morsa gelida, educata, che non si allenta mai. Non c’è picco, non c’è crisi: solo continuità. E la continuità, a un certo punto, diventa insostenibile proprio perché non offre appigli.
È una sofferenza senza ragione, e quindi inattaccabile. Non si può discutere, non si può negoziare, non si può comprendere. Non chiede attenzione, non chiede spiegazioni. Esiste e basta, con una purezza quasi filosofica. Non ha nemmeno il pudore di travestirsi: non si maschera da qualcos’altro. È.
La follia si è fatta carne, sangue, sostanza. Non è più un’alterazione: è la base. Si infiltra in ogni poro, non come un’invasione, ma come una naturale evoluzione. Un veleno lento, sofisticato, che non distrugge immediatamente, ma modifica irreversibilmente.
Eppure, in questo paesaggio sterile, i pensieri proliferano. Non come segni di vitalità, ma come residui di un’attività che non ha più scopo. Ombre che danzano senza musica, senza coreografia, senza spettatori. Si moltiplicano, si sovrappongono, si sabotano a vicenda. Nessuno vince, nessuno perde: tutti persistono.
La mia mente è un mare in tempesta perpetua, ma senza naufragio. Senza conclusione. Le onde non si infrangono mai davvero: si sollevano e si dissolvono nello stesso gesto. Ogni pensiero è una promessa che non viene mantenuta, una forma che non si completa.
Non esiste chiarezza, e a questo punto non è nemmeno desiderata. Il frastuono è diventato lo stato naturale. Un rumore bianco dell’esistenza, continuo, ininterrotto. Le idee non si sviluppano: si neutralizzano.
È come se il senso fosse stato rimosso con precisione chirurgica, lasciando intatta la struttura ma svuotandola di contenuto. Rimane il movimento, ma non la direzione. Rimane la forma, ma non il significato.
La mia mente è uno specchio rotto, ma senza riflessi interessanti. Schegge opache, inutili, incapaci di restituire un’immagine. L’identità non è frammentata: è evaporata.
Le parole si fermano prima di nascere. Non per censura, ma per assenza di necessità. Il linguaggio stesso sembra aver perso interesse nei miei confronti. Ogni tentativo di espressione è un gesto vuoto, un rituale senza fede.
Non c’è più una voce. Solo un residuo sonoro, una vibrazione senza intenzione. Un corpo che non vive, un’anima che non muore: una combinazione fastidiosamente stabile.
E tuttavia il desiderio di urlare persiste. Non come speranza, ma come riflesso. Una bestia che reclama spazio, che pretende carne, che esige un atto definitivo. Ma io non ho voce.
Solo un mormorio, un’eco imperfetta, un suono che non attraversa nemmeno l’aria. Rimane sospeso, cade, si dissolve prima ancora di esistere davvero.
E allora immagino una voce impossibile. Una voce eccessiva, indecente, irriducibile. Una voce che non chieda permesso, che non si giustifichi, che non si moderi. Una voce che rompa tutto, che renda impossibile il silenzio.
Una voce che attraversi le stelle — e sì, anche un po’ teatrale, finalmente — che non lasci nulla intatto, che faccia tremare perfino ciò che non ha corpo. Una voce che dica la verità, ma non quella elegante: quella che ferisce, che espone, che rovina.
Ma questa voce non esiste. È una fantasia che si autodistrugge nel momento stesso in cui prende forma. La mia voce reale è un sussurro, un residuo, una traccia che non si fissa.
Ogni tentativo fallisce con una precisione quasi matematica. Si frantuma, si spegne, si ritira. Sempre uguale, sempre identico, sempre senza sorpresa.
È una ferita che non evolve. Un urlo senza scopo. Una parola senza storia. Una pioggia su un deserto che non ha nemmeno più la pretesa di fiorire.
Eppure, contro ogni logica, sono ancora qui. Non vivo, non morto: presente. Intrappolato in una forma che continua a esistere senza motivo.
Ogni pensiero è una prigione, ma senza sbarre visibili. Ogni parola è un carcere, ma senza giudice. Ogni battito del cuore è un gesto inutile che si ripete per inerzia.
Sono un corpo che ha dimenticato la vita, una mente che ha dimenticato il pensiero, un’anima che ha dimenticato l’essere. E la follia, fedele come sempre, rimane.
Non consola, non spiega, non aiuta. Ma resta. Ed è già qualcosa, sebbene quel qualcosa sia esattamente ciò da cui non posso fuggire.
Ogni istante è una variazione minima dello stesso fallimento. Una replica leggermente diversa di un errore originario che non riesco più nemmeno a identificare.
La mia esistenza è un’incognita, sì. Ma non di quelle affascinanti, non di quelle che invitano alla soluzione. È un’incognita che non vuole essere risolta, un’ombra che non ambisce alla luce.
E forse, a questo punto, la luce stessa sarebbe un problema. Un eccesso. Un disturbo.
Resto qui, allora. Non in attesa, non in fuga. Solo in questa perfetta, insopportabile continuità.
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