Il green europeo non è una follia. Sarebbe troppo facile archiviarlo così, con un gesto stanco, come si fa con le idee che disturbano ma che non si ha voglia di attraversare. La parola “follia” assolve chi la pronuncia: trasforma un problema complesso in un errore altrui. E invece qui non siamo davanti a un errore. Siamo davanti a qualcosa di più inquietante, più ambiguo, più difficile da maneggiare: un progetto necessario che, nella sua attuazione concreta, sta assumendo tratti socialmente ostili, quando non apertamente respingenti.
Il punto non è il clima. Su questo, ormai, il margine del dubbio si è ristretto fino a diventare quasi indecente. Non siamo più nel territorio delle opinioni, ma in quello delle conseguenze. Il punto è un altro: è il modo in cui l’Europa, attraverso la Commissione europea, ha deciso di rappresentare e organizzare la propria conversione ecologica. Non tanto una transizione, quanto una messa in scena della necessità. Un racconto che pretende di essere inevitabile, ma che viene costruito come se le sue ricadute materiali fossero un dettaglio secondario.
C’è qualcosa di profondamente stonato in questa impostazione. Si parla di cambiamento epocale con il linguaggio neutro della regolazione tecnica. Si pianifica una rivoluzione industriale con la logica di un aggiornamento normativo. Si stabiliscono scadenze che non tengono conto dei tempi lunghi della trasformazione sociale, come se le economie fossero sistemi perfettamente programmabili e non organismi pieni di attriti, inerzie, resistenze.
E così accade che interi settori vengano messi sotto pressione in modo quasi brutale, senza che esista una vera infrastruttura di accompagnamento. Non una transizione, dunque, ma una selezione. Non un passaggio, ma un filtro.
Il caso dell’auto elettrica è, in questo senso, quasi paradigmatico. Non perché la direzione sia sbagliata — ridurre le emissioni nel trasporto è inevitabile — ma perché il modo in cui questa direzione viene imposta produce effetti distorsivi evidenti. Si stabilisce una data, il 2035, come se bastasse una scadenza per riscrivere un intero sistema produttivo costruito in oltre un secolo. Si chiede all’industria di reinventarsi mentre è ancora immersa nelle logiche del passato. Si spinge il consumatore verso un prodotto che, per molti, resta economicamente inaccessibile e logisticamente complicato.
Nel frattempo, ciò che esiste — il motore termico, la sua filiera, il suo ecosistema umano — viene progressivamente delegittimato, senza che il nuovo sia davvero pronto a sostituirlo. È una terra di mezzo instabile, in cui tutto è già condannato ma nulla è ancora pienamente disponibile.
E dentro questa terra di mezzo si muovono le persone. I lavoratori, prima di tutto. Operai specializzati, tecnici, fornitori: figure che non sono numeri, ma vite intere costruite attorno a un sapere che rischia di diventare obsoleto non per evoluzione naturale, ma per decisione politica accelerata. Non c’è nulla di romantico in questa obsolescenza. È una dislocazione silenziosa, una perdita di senso prima ancora che di reddito.
Anche il consumatore, figura continuamente evocata come soggetto razionale, si trova in una posizione schizofrenica. Da un lato, gli si chiede di essere responsabile, consapevole, lungimirante. Dall’altro, gli si offre un contesto in cui le alternative sono costose, imperfette, incomplete. La responsabilità diventa così una forma di pressione morale: se non cambi, sei colpevole. Ma se non puoi cambiare, cosa sei?
È qui che emerge quella che potremmo chiamare la violenza implicita della transizione. Non una violenza dichiarata, non una repressione visibile, ma una distribuzione asimmetrica del peso del cambiamento. Alcuni possono assorbirlo, altri lo subiscono. Alcuni lo cavalcano, altri ne vengono travolti. Il green, in questa configurazione, rischia di diventare una nuova linea di frattura sociale: non più soltanto tra ricchi e poveri, ma tra adattabili e non adattabili.
E questa frattura si fa ancora più evidente quando si guarda al mondo agricolo. Qui la contraddizione non è solo economica, ma quasi esistenziale. Agli agricoltori viene chiesto di produrre in modo più sostenibile, riducendo l’impatto ambientale, limitando l’uso di sostanze chimiche, rispettando vincoli sempre più stringenti. Tutto questo è, in sé, giustificato. Ma ciò che manca è una trasformazione parallela delle condizioni di mercato.
Si chiede di cambiare il modo di produrre senza cambiare davvero il modo in cui il valore viene distribuito. Si chiede più qualità, più sostenibilità, più responsabilità — ma senza garantire un reddito adeguato a sostenere questo sforzo. È una richiesta che rasenta l’assurdo: essere migliori guadagnando meno. Non è una transizione, è una compressione strutturale.
E allora la protesta non è un incidente. È una risposta. Non sempre lucida, non sempre ben diretta, ma profondamente radicata in una percezione di ingiustizia. Ridurre queste reazioni a ignoranza o conservatorismo è non solo arrogante, ma anche pericoloso. Significa non vedere la crepa mentre si allarga.
A tutto questo si aggiunge una dimensione globale che complica ulteriormente il quadro. L’Europa si propone come modello, come avanguardia normativa, come coscienza ecologica del pianeta. Ma il pianeta non è un soggetto unitario. È uno spazio di competizione, di interessi divergenti, di strategie spesso incompatibili.
Attori come Cina e Stati Uniti si muovono secondo logiche che combinano investimento, protezione interna, flessibilità regolatoria. Non rinunciano alla transizione, ma la piegano alle proprie esigenze strategiche. L’Europa, invece, rischia di autoimporsi vincoli che, in assenza di reciprocità globale, si trasformano in svantaggi competitivi.
E qui il discorso smette di essere solo ambientale e diventa geopolitico. Può un sistema economico sopportare un livello di regolazione più alto dei suoi concorrenti senza perdere terreno? Può l’etica reggere se non è accompagnata da strumenti di difesa economica? O rischia di diventare una forma sofisticata di autolimitazione?
Ma forse il nodo più profondo non è nemmeno questo. Non è l’economia, non è la geopolitica. È il rapporto tra progetto e consenso.
Il green europeo, così com’è oggi, sta perdendo il contatto con chi dovrebbe sostenerlo.
Non perché le persone siano incapaci di comprendere la complessità. Questa è una narrazione paternalistica, comoda e falsa. Le persone comprendono benissimo quando una trasformazione le riguarda senza coinvolgerle. Quando le decisioni vengono prese altrove e poi calate nella vita quotidiana sotto forma di obblighi, costi, restrizioni.
Comprendono quando il linguaggio diventa impermeabile, quando la politica si esprime in termini tecnici che escludono invece di includere. Comprendono quando il cambiamento viene presentato come inevitabile, e quindi sottratto al dibattito. E ciò che è inevitabile, spesso, diventa anche indiscutibile. Ma ciò che non si può discutere difficilmente si può condividere.
È in questo scarto che nasce il rifiuto. Un rifiuto che non è necessariamente negazione del problema climatico, ma rigetto della forma che la risposta sta assumendo. È una resistenza che può prendere forme diverse — protesta, disaffezione, voto — ma che ha una radice comune: la sensazione di essere esclusi da un processo che pure incide profondamente sulla propria vita.
Chiamarla follia, allora, è troppo semplice.
Ma ignorare questi segnali sarebbe una follia vera.
Perché una transizione ecologica senza consenso è, nella migliore delle ipotesi, fragile. Nella peggiore, è destinata a produrre reazioni che ne compromettono l’intero impianto. La storia europea lo mostra con chiarezza: ogni trasformazione imposta senza un equilibrio sociale finisce per generare una controspinta.
E qui il rischio diventa quasi paradossale. Non è fallire il green in quanto tale. È riuscire a realizzarlo in una forma talmente squilibrata da renderlo invivibile. Da trasformarlo in un dispositivo di esclusione più che di salvezza.
Quando qualcosa di giusto diventa invivibile, non viene corretto.
Viene rifiutato.
E il rifiuto, quando si accumula, non si limita a fermare una politica. Travolge la fiducia, erode le istituzioni, apre spazi a soluzioni peggiori.
Il green europeo, oggi, si trova esattamente su questa soglia.
Non tra successo e fallimento, ma tra condivisione e rigetto.
E se non cambia forma — non nei principi, ma nelle modalità, nei tempi, nella distribuzione dei costi e dei benefici — rischia di diventare ciò che non dovrebbe mai essere: non una via d’uscita, ma un altro modo di restare intrappolati.
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