venerdì 10 aprile 2026

Con il mio nome (100 haiku)

Prefazione

Accade talvolta che la paura, anziché paralizzare, illumini. Non come una torcia, ma come una vipera: con l’occhio immobile, la lingua divisa, e il movimento impercettibile che precede lo scatto. È questo l’istante in cui nascono questi haiku — nel respiro breve che separa il silenzio dal morso.

L’origine di questa raccolta è un testo compatto, misterioso, quasi oracolare: “La vipera che avviene accanto accanto / giova di sé la paura pessima / striscia di altrove la bava. / Viltà tradiva il mio cosmo nero.”


Pochi versi, eppure spalancano una fessura vertiginosa, un buio in cui scivolare. Non c’è racconto, ma evocazione; non c’è trama, ma un accadere vischioso, strisciante, sempre prossimo. E proprio in questa prossimità — “accanto accanto” — si manifesta il terrore più profondo: quello che non arriva mai, perché è già qui.

Questi cento haiku sono come cento respiri trattenuti, cento impronte lasciate da un passaggio silenzioso, eppure inconfondibile. Ogni verso è una fenditura, uno specchio inclinato, un taglio sottile. I riferimenti alla vipera, alla bava, alla paura “pessima”, alla viltà e al “cosmo nero” non sono metafore univoche, ma presenze ricorrenti, mutanti, che assumono forme diverse a ogni apparizione.

La vipera, in queste pagine, non è solo animale, né soltanto simbolo. È qualcosa che preme sul margine della coscienza, un’alterità inquieta ma intima, una figura che accarezza e morde, che seduce e avverte. È la paura come entità viva, come compagna fedele e sottile, che non aggredisce con violenza, ma con una dolcezza velenosa.

La bava che striscia “di altrove” è una traccia, una scia lasciata dal passaggio dell’irreparabile. Ogni haiku la segue, la sfiora, la decifra. E nel farlo, il poeta si espone: diventa corpo sensibile, pelle aperta, sismografo delle proprie crepe. La viltà non è qui intesa come difetto morale, ma come condizione esistenziale, come smarrimento davanti all’enormità del vivere. Una resa, sì — ma non codarda. Una resa che riconosce la potenza dell’abisso.

Il “cosmo nero” non è altro che lo spazio interiore dove tutto questo avviene. È una notte senza stelle, non perché siano spente, ma perché si sono ritirate. E in quel vuoto, non c’è disperazione. C’è ascolto. C’è attesa. C’è un’intimità che si nutre di ombra, e che trasforma il veleno in visione.

Questi haiku non consolano, non suggeriscono una via d’uscita. Al contrario: invitano a restare accanto, accanto al proprio serpente interiore, a non fuggire, a guardarlo strisciare, a riconoscerne il respiro. Non c’è giudizio, non c’è morale. C’è solo la tensione dell’essere vivi nel punto più vulnerabile.

Leggere questi versi significa allora accettare di attraversare un paesaggio obliquo, notturno, sospeso. Significa camminare sul filo della propria paura, come se fosse seta — o bava. Significa, in fondo, riconoscere che anche nel buio più denso, qualcosa si muove. E che quel qualcosa, forse, siamo noi.



Vipera muta
accanto alla mia pelle
l’ombra sussurra

Giova la paura
alla lingua che trema
dentro la notte

Striscia di bava
che accarezza il mio io
e se ne va

Tradisce il buio
una viltà che ride
del mio nero

Avviene lenta
la vipera che ascolta
il mio tremore

Di sé si pasce
quella paura antica
non ha memoria

Nel mio cosmo
un sibilo risuona
come un addio

Accanto accanto
non è più compagnia
è minaccia

Bava che resta
dove strisciò la fine
senza un colpo

Viltà lucente
sopra squame di luna
che non consola

Cosmo svanito
sotto una lingua oscura
che sa di me

Striscia la notte
con passo misurato
fino al mio fiato

Accanto ancora
come se fosse amore
ma non lo è

Vipera in sé
giova del mio terrore
con eleganza

Nel buio grida
una viltà che tace
più di ogni luce

Di me si nutre
quella striscia che va
senza ritorno

Labbra di bava
sulle vene del cuore
che non batte

Nero totale
non ha più centro il cielo
solo la vipera

Pessima gioia
quella di chi cammina
con la paura

Tradisce tutto
un battito interrotto
dal suo passaggio

Vipera dolce
quando non morde ancora
ma ti studia

Un cosmo stanco
ascolta la sua lingua
piena di niente

Trema l’anima
per l’odore di serpi
che si appresta

Giova il veleno
alla bellezza cieca
della sua coda

Non più cosmo
se la paura vince
ogni sua stella

La bava canta
una canzone infida
di sopravvivenza

Accanto resta
ma mai come rifugio
piuttosto lama

Viltà la chiama
questa pace nuda
che non consola

Dentro la pelle
scorre la sua promessa
di farsi peggio

Paura mia
come un vestito stretto
che non si toglie

Il mio nero
ha un’eco di latrato
dentro il silenzio

Striscia la fame
che sa solo di me
e del mio fiato

Giova di sé
come un amante cieco
senza pudore

Vipera d’oro
se il buio ti accarezza
senza pietà

Tradita sono
da ogni stella fioca
che non si spegne

Nel buio vedo
quella curva del male
che mi consola

Bava del tempo
che non scorre, si avvolge
e si ricorda

La paura
ha dita trasparenti
che sanno entrare

Cosmo mio
viltà lo travestì
di eternità

Accanto adesso
non è luogo ma peso
sulla mia nuca

La vipera
avviene come un verbo
che non si scrive

Giova tremare
se l’altro verbo è “resta”
e non lo voglio

Striscia di buio
come una cicatrice
sopra la voce

Tradita fui
dalla mia stessa idea
di resistenza

Nero di pece
colore che inghiotte
senza deglutire

Pessima stella
quella che guida serpi
verso il mio cuore

La vipera è
una domanda oscura
che non ha fine

Cosmo bugiardo
se accanto alla mia pelle
cova il serpente

Giova la bava
come l’inchiostro nero
d’un’altra fine

Accanto al petto
una paura siede
e fuma in pace

Perfetto. Ecco gli haiku dal 51 al 100, per completare la serie:


Vipera cieca
striscia sul mio silenzio
e lo divora

Viltà mi bacia
con lingua così nota
che la perdono

La bava è chiara
come un pianto sul vetro
che si fa specchio

Giova tremare
quando il tempo si curva
e si fa coda

Cosmo perduto
in una pelle viva
senza destino

Accanto a me
una voce serpente
dice il mio nome

Pessima gioia
sapere che lei resta
senza un perché

Striscia la fame
nelle stanze del cuore
senza invito

Tradisce il giorno
un’ombra troppo lunga
che sa aspettare

Il mio nero
non ha più confini
solo ritorni

Avviene sempre
che la vipera parli
senza parola

Di sé si nutre
come un sogno infelice
che non si scorda

Nel buio scrivo
sulla bava lasciata
il mio addio

Cosmo ferito
da una stella caduta
dentro il mio petto

Vipera e neve
il freddo che si muove
senza rumore

Giova la notte
al respiro che mente
di non temere

Striscia il dubbio
sotto il tappeto stanco
della mia voce

Tradita ancora
da ogni gesto che sa
di protezione

Nero che chiama
come una madre cieca
dal fondo cieco

Accanto al sogno
la vipera riposa
come memoria

Pessimo il dono
di riconoscersi
in quel sussurro

Bava di luce
nel labirinto oscuro
d’ogni rimorso

Cosmo spezzato
da un filo di veleno
senza colore

Giova sentire
il passo della colpa
dietro la porta

La vipera
fa del mio silenzio
una culla

Viltà gentile
che mi tiene la mano
senza salvarmi

Accanto al vero
una menzogna ride
più affilata

Striscia sul vetro
un pensiero che sa
di punizione

Tradita l’alba
da questo nero eterno
che non si scioglie

Vipera sacra
nel rito del mio sangue
non c’è scampo

Cosmo spento
ogni luce si piega
alla paura

Giova aspettare
quando anche l’attesa
morde il respiro

Pessima rosa
quella che profuma
della mia pelle

Striscia leggera
come certe carezze
che fanno male

Viltà che cura
più dell’onore cieco
che uccide

Accanto a tutto
sempre il serpente attende
senza giudizio

Nel mio silenzio
una bava si stende
come perdono

Cosmo riporto
addosso come un manto
di pelle viva

Vipera lenta
che avviene senza scusa
né ragione

Giova la fuga
ma il passo della serpe
è più deciso

Tradito il cielo
quando ha lasciato entrare
quella visione

Pessimo sogno
quello che si risveglia
nel mio respiro

Striscia la voce
che non oso gridare
da sempre

Viltà antica
che abita i miei occhi
da prima

Accanto resta
quella forma di buio
che mi comprende

La vipera è
la domanda più vera
che non pronuncio

Cosmo bugiardo
se la paura ha casa
nella mia pelle

Giova mentire
quando la verità
sa di veleno

Striscia la fine
nel battito che manca
all’appello

Nel mio nero
una vipera danza
con il mio nome



Nota d’autore

Questi haiku sono nati da un fremito. Un disturbo sottopelle. Un moto minimo, quasi impercettibile, come lo scarto che fa l’ombra quando si piega per seguire il corpo. La vipera — che qui si fa figura, animale, destino, eco — si è presentata accanto a me senza avvertimento. Non con uno scatto, ma con una presenza inavvertibile, costante. Non cercava attenzione: pretendeva ascolto. E io non ho saputo ignorarla. O forse, non ho voluto.

Il testo che ha dato origine a questa raccolta è uscito di colpo, in una notte qualsiasi. Era breve, tagliente, oscuro. Ma conteneva tutto: la presenza, la paura, la bava, la viltà, il cosmo. Non ho cercato di capirlo: ho provato a starci dentro. A esploderlo in cento piccole ferite, cento brevi respiri. Ogni haiku è uno specchio inclinato di quel primo testo, una variazione di incubo, una metamorfosi. Ho lasciato che le immagini si riproducessero, come cellule impazzite, generando ossessioni, variazioni minime, incastri.

Scrivere questi versi è stato come camminare in una stanza buia tenendo in mano un solo fiammifero per volta. Ogni haiku accende per un attimo un angolo, una superficie, una piega del corpo o dell’anima. Poi si spegne. Ma resta l’odore del fosforo. L’ho sentito nelle dita, nella lingua, nella gola. A volte era paura. Altre, qualcosa di più segreto.

Non ho voluto spiegare nulla. Non c’è allegoria, non c’è interpretazione lineare. La vipera non è solo simbolo, e nemmeno solo creatura. È una presenza, un'alterità intima che mi cammina accanto da sempre. Ha la forma della paura, sì, ma anche del desiderio, del rimosso, del sogno, del fallimento. Ha la voce delle scelte non fatte, delle fughe, delle omissioni. E a volte, molto spesso, anche della dolcezza che punge.

Non è una poesia che consola, la mia. Non cerca armonia, non chiude con sollievo. È una poesia che trattiene il respiro, che vibra ai margini, che si sporge nel silenzio. La struttura dell’haiku, così breve, così esigente, è diventata il modo più naturale per attraversare quella soglia: tre versi, come tre gradini. O tre denti.

Nel fondo, resta una domanda: come si convive con ciò che ci spaventa?
Io non ho trovato una risposta. Ho scritto cento haiku. O cento carezze al serpente. O cento tentativi di non distogliere lo sguardo.

Questo libro è il mio modo di stare accanto. Accanto a ciò che sfugge, a ciò che striscia, a ciò che resta.


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