Eppure, non possiamo fare a meno di cercarlo. Non è una decisione, non è un proposito che si possa formulare con chiarezza, seduti a un tavolo, magari con un bicchiere d’acqua davanti e la sensazione di poter governare almeno per un istante il proprio destino. È qualcosa che accade prima, sotto, dentro: un riflesso che precede la volontà, una piega dell’essere che ci inclina, impercettibilmente ma con ostinazione, verso ciò che ci manca. Non possiamo fare a meno di cercare quei frammenti di felicità che una volta abbiamo conosciuto — o che ci ostiniamo a chiamare così, come se il nome bastasse a trattenerli, a impedirne la dispersione.
E forse è proprio questo il primo inganno: credere che quei momenti siano stati interi, compatti, davvero posseduti. A guardarli da vicino, a lasciarli riemergere senza la patina della nostalgia, si sbriciolano. Non erano mai stati pieni, non erano mai stati assoluti. Eppure, nel ricordo, acquistano una densità nuova, una compattezza quasi irreale. Si fanno più limpidi di quanto siano stati, più nitidi, più necessari. Diventano una prova — non tanto che siamo stati felici, ma che la felicità è stata, almeno una volta, possibile. E questo basta a condannarci, dolcemente, a continuare.
Così li inseguiamo. Non con la corsa atletica di chi ha una meta, ma con quella irregolare, un po’ febbrile, di chi si muove per non restare fermo. Li inseguiamo nei dettagli minimi, negli scarti della giornata, negli interstizi dove qualcosa potrebbe ancora accadere. In una voce che ci sembra familiare, in una luce che cade di traverso su un muro, in una parola detta senza pensarci troppo. È lì che pensiamo di riconoscerli, come se la felicità fosse fatta di segnali discreti, disseminati con parsimonia lungo il percorso.
E mentre corriamo sopra l’asfalto — perché sì, si corre sempre, anche quando si rallenta, anche quando si finge di essersi fermati — il mondo assume una consistenza particolare. L’asfalto non è più soltanto una superficie: diventa una specie di specchio opaco, una pelle dura su cui si riflettono, deformandosi, le nostre attese. Le luci che vi scorrono sopra non sono mai stabili. Tremano, si spezzano, si allungano in strisce che sembrano indicare una direzione e invece non portano da nessuna parte.
In quei riflessi intravediamo qualcosa. Non è mai una forma precisa, non è mai una figura che si possa afferrare. È piuttosto una sensazione, un’intuizione rapida: ecco, forse è questo. Forse è qui. Un passo ancora, e sarà possibile toccarlo. Un passo ancora, e quella distanza si annullerà. E in quel momento il corpo risponde, accelera leggermente, come se avesse capito prima della mente. Come se custodisse una memoria più antica, più fedele.
Ma ogni volta — ed è questa la legge non scritta che governa tutto — ogni volta che ci avviciniamo, quelle luci svaniscono. Non c’è transizione, non c’è sfumatura. Non è un allontanarsi progressivo: è una sottrazione netta, quasi brutale nella sua discrezione. Un attimo prima c’erano, un attimo dopo no. E noi restiamo con il gesto sospeso, con lo sguardo che non sa più dove posarsi, con una specie di vuoto che non è soltanto mancanza, ma anche incredulità.
Perché ciò che scompare così rapidamente mette in crisi la sua stessa esistenza. Ci chiediamo, ogni volta, se non si sia trattato di un errore, di un abbaglio, di una proiezione. E questa domanda, che potrebbe sembrare marginale, lavora in profondità. Se non era vero, cosa stavamo inseguendo? Se era vero, perché non resta? E soprattutto: quale parte di noi continua a credere, nonostante tutto, che la prossima volta sarà diverso?
Eppure — ed è qui che qualcosa si ostina, si aggrappa, resiste con una tenacia quasi imbarazzante — continuiamo a correre. Non perché abbiamo fede, non perché siamo convinti di riuscire, ma perché smettere sarebbe troppo definitivo. Fermarsi significherebbe riconoscere che non c’è nulla da raggiungere, che il movimento stesso è stato un equivoco. E allora si preferisce restare nell’equivoco, abitarlo, renderlo vivibile.
Correre diventa una forma di compromesso. Non è più un mezzo per arrivare, ma un modo per restare. Restare dentro una tensione che, per quanto stancante, è ancora preferibile alla sua assenza. Nel ritmo dei passi, nel battito che si accorda con il respiro, nel corpo che si affatica e tuttavia insiste, si produce una specie di verità elementare: sono qui, sto accadendo, anche se non so verso cosa.
E questa verità, per quanto minima, ha un valore. Non risolve, non consola davvero, ma tiene insieme i pezzi. Impedisce che tutto si disperda in una quiete troppo uniforme, troppo simile a una resa. È una resistenza senza eroismo, senza retorica: una semplice ostinazione a non spegnersi del tutto.
Intanto, i frammenti continuano a lampeggiare. Non smettono mai davvero. Cambiano forma, cambiano distanza, ma restano. A volte sono più vicini, quasi a portata di mano. Altre volte sono così lontani da sembrare appartenere a un altro tempo, a un’altra vita. E in questa oscillazione continua si insinua un pensiero più sottile: forse non sono loro a spostarsi, forse siamo noi.
Forse è il nostro modo di guardare che li avvicina o li allontana. Forse la felicità non è un luogo, ma una disposizione, un’apertura che si dà e si ritrae. Ma questa idea, per quanto elegante, non ci salva. Perché non basta sapere per cambiare. Non basta comprendere il meccanismo per sottrarsi al suo effetto. Continuiamo a vedere quelle luci come qualcosa che sta fuori, davanti, altrove.
E allora la corsa si fa più complessa. Non è più solo uno spostamento nello spazio, ma anche una deriva interiore. Si corre dentro i propri pensieri, si attraversano ricordi che non si lasciano ordinare, si inciampa in immagini che tornano senza essere state chiamate. Ci sono giorni in cui la corsa è leggera, quasi piacevole. Altri in cui pesa, in cui ogni passo sembra un piccolo atto di violenza contro se stessi.
E tuttavia si continua. Anche quando non c’è più alcuna aspettativa, anche quando la speranza si è fatta così sottile da essere quasi indistinguibile dal suo contrario. Si continua perché qualcosa, nel fondo, non accetta la chiusura definitiva. Non accetta che il senso — quel senso che ci manca, che continuiamo a nominare senza mai definirlo davvero — possa essere perduto senza residui.
È un senso che non coincide esattamente con la felicità, anche se spesso lo confondiamo con essa. È qualcosa di più diffuso, di meno spettacolare. Una qualità dell’esperienza, forse. Un modo di abitare il tempo senza sentirlo scorrere contro. Un accordo momentaneo tra ciò che siamo e ciò che accade. Non dura, non si lascia trattenere, ma quando c’è lo riconosciamo subito, senza bisogno di prove.
Ed è questo riconoscimento che ci tiene in movimento. Non la promessa, non l’idea di un futuro migliore, ma la memoria — anche deformata, anche infedele — di quella coincidenza. Di quel punto in cui, per un istante, non c’era distanza tra noi e il mondo.
Così la corsa diventa anche una forma di fedeltà. Non a qualcosa di preciso, ma a quella possibilità. Continuiamo a muoverci per non tradirla del tutto, per non dichiararla impossibile. È una fedeltà strana, senza oggetto, quasi cieca. Ma è forse l’unica che ci resta.
E a volte, in modo del tutto inatteso, accade qualcosa. Non ciò che stavamo cercando, non nella forma in cui lo avevamo immaginato. Ma un piccolo scarto. Una sospensione. Il passo che rallenta senza che ce ne accorgiamo, il respiro che si allarga, lo sguardo che smette di inseguire e, per un attimo, si posa. E in quel posarsi c’è una quiete diversa, non conquistata, non meritata.
Non dura. Non può durare. Ma lascia una traccia. Una traccia così leggera che potremmo anche ignorarla, scambiarla per un niente. E invece è forse la cosa più vicina a ciò che cercavamo. Non una luce lontana, non un riflesso sull’asfalto, ma una specie di trasparenza improvvisa, in cui il bisogno di cercare si attenua.
Poi tutto riprende. Il rumore, il movimento, la tensione. Le luci tornano a farsi lontane, inafferrabili. E noi, quasi senza accorgercene, ricominciamo a correre. Ma qualcosa, nel frattempo, si è spostato. Non abbastanza da cambiare la direzione, non abbastanza da fermarci. Ma quanto basta per rendere la corsa leggermente diversa.
Forse è questo che resta. Non il raggiungimento, non il possesso, ma queste minime variazioni, questi impercettibili slittamenti. Un sapere che non si lascia dire, ma che si deposita, lentamente, nel modo in cui continuiamo a muoverci.
E allora sì, continuiamo. Continuiamo a correre sopra l’asfalto, a inseguire luci che svaniscono, a dubitare e a credere nello stesso tempo. Continuiamo perché non c’è alternativa che non sia una rinuncia troppo radicale. Continuiamo perché, in fondo, questa corsa — con tutta la sua fatica, con tutta la sua illusione — è ancora il modo più onesto che abbiamo per restare in rapporto con ciò che ci manca.
E forse, proprio in questo restare esposti, in questo non chiudere mai del tutto il cerchio, si nasconde qualcosa che somiglia, da lontano ma non troppo, a quel senso che ci manca. Non come una meta, non come un approdo, ma come una tensione viva, un’inquietudine che, invece di distruggerci, ci tiene — ostinatamente, imperfettamente — in vita.
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