domenica 5 aprile 2026

tre incipit


In questo angolo remoto di mondo, dove le onde si infrangono contro gli scogli, le barche che solcano il mare sono un rarefatto battito d’ali che si leva dalla terraferma all’isola, un ecosistema fragile di solitudine e desiderio. Lei avanza nel paese silenzioso e abbandonato, una figura elegante e slanciata, dotata di gambe esili come quelle di una cicogna, che si muovono con grazia e determinazione. I suoi occhi, incorniciati da rughe sottili che raccontano storie di vita e di tempeste, brillano di un azzurro che sembra riflettere le profondità di un cielo tempestoso, un occhio che ha scrutato i segreti di una città perennemente accarezzata dai venti.

Solitaria e pensosa, si aggira tra le case di vacanza, quelle dimore spettrali, vuote e silenziose, che un tempo vibravano di risate e gioie estive. Alcune facciate mostrano, con un certo orgoglio malinconico, una bandiera appesa ai fili del bucato, un simbolo di speranza e di resistenza contro il lento declino del tempo. Altre case, invece, sfoggiano cicatrici inquietanti, mura decorate da fori di proiettile, vestigia di un passato turbolento che risuona nell’aria come un eco distante di conflitti e di passioni ardenti.

Alma, questo il suo nome, alza lo sguardo verso il campanile, quel sentinella di pietra che scruta il mare e il cielo. Tra i rami spogli degli alberi, scorge un gabbiano che si sgranchisce le ali, un simbolo di libertà e di bellezza, un richiamo a quella vita che lei stessa brama. Stamattina, nel suo animo inquieto, ha composto il numero dell’albergo sull’isola, il suo cuore palpitante di speranza. Ha chiesto, con voce tremante e velata di attesa, se fosse possibile prenotare una camera. La risposta, sebbene le giungesse con una certa riluttanza, è stata affermativa, un sì che suonava come un’intesa segreta tra mondi separati.

I tempi, lo sa, sono mutati, ma l’isola, con la sua natura selvaggia e fiera, ha mantenuto intatta la sua scortesia, un rifiuto garbato ma fermo, come se la sua essenza fosse intrinsecamente legata a un passato che rifiuta di svanire. Così, tra il silenzio delle case disabitate e il fruscio delle onde, Alma prosegue la sua solitaria esplorazione, come una poetessa in cerca di versi perduti nel labirinto di una memoria che non cessa di tormentarla.

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In questo angolo remoto e desolato del mondo, dove le onde si scagliano come lamenti contro gli scogli frastagliati, le barche che si avventurano da terraferma verso l’isola sono un rarefatto dramma di solitudine e di desolazione. Lei cammina nel paese, avvolta in una cupa malinconia, una figura esile, dotata di gambe lunghe e ossute come quelle di una cicogna, un’apparizione spettrale in questo scenario di abbandono. Le rughe ai lati dei suoi occhi azzurrini, occhi che sembrano guardare oltre il presente, raccontano storie di una vita trascorsa in una città accarezzata da venti gelidi e inquietanti.

In solitudine, si aggira tra le case di vacanza, questi gusci vuoti, come cadaveri in un campo di battaglia, che un tempo pulsavano di vita e di gioia estiva. Alcune facciate, annerite dal tempo, ostentano con un maledetto orgoglio una bandiera appesa ai fili del bucato, un simbolo ridicolo di speranza in un mondo che non offre alcuna pietà. Altre case, invece, sono segnate da ferite visibili, con muri crivellati da fori di proiettile, cicatrici di un passato sanguinoso che risuona nell'aria come un grido disperato di morte e violenza.

Alma, questo il suo nome, alza lo sguardo verso il campanile, una torre che si erge come un sinistro monito contro il cielo grigio, e scorge un gabbiano che si sgranchisce le ali, un simbolo di libertà che pare beffardo in un contesto così opprimente. Stamattina, nel suo animo inquieto e tormentato, ha composto il numero dell’albergo sull’isola, il suo cuore pulsante di un’ansia insopportabile. Ha chiesto, con voce tremante, se fosse possibile prenotare una camera, come se la semplice idea di un rifugio potesse salvarla dalla brutalità di questo mondo.

La risposta, tuttavia, è giunta con una riluttanza scontrosa, un affermazione che sembrava un’eco di disprezzo, come se l’isola stessa avesse deciso di respingere un’ulteriore intrusa. I tempi sono cambiati, lo sa bene, ma l’isola, con il suo spirito vendicativo e feroce, conserva intatta la sua scortesia, un rifiuto arrogante che ribadisce la sua natura ostile. Così, tra il silenzio inquieto delle case abbandonate e il rumore incessante delle onde, Alma prosegue la sua peregrinazione, una poetessa in cerca di versi perduti, ma qui, nel labirinto di questa memoria tormentata, non trova che il terrore di un’esistenza che minaccia di inghiottirla.

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In questo angolo remoto e abbandonato del mondo, dove le onde si scagliano come lamenti strazianti contro scogli aguzzi e bianchi, le barche che si avventurano dalla terraferma verso l’isola sono il pallido eco di una vita che si dissipa, una presenza spettrale in un dramma di solitudine e desolazione. Lei avanza nel paese, avvolta in un'oscura malinconia, una figura scheletrica, con gambe lunghe e esili come quelle di una cicogna, la sua silhouette proiettata in un paesaggio di abbandono e decadenza. Le rughe che solcano il suo viso raccontano storie di sofferenza e desolazione, e i suoi occhi azzurrini, che sembrano scrutare l’abisso, riflettono l'orrenda verità di chi è cresciuto in una città assediata dai venti gelidi e da segreti inconfessabili.

Solitaria e afflitta, si aggira tra le case di vacanza, gusci vuoti e morenti, vestigia di un’era di spensieratezza ormai svanita. Queste dimore, simili a cadaveri abbandonati in un campo di battaglia, esalano un’aria di tristezza e morte. Alcune facciate, annerite e scrostate, ostentano con un’orrenda fierezza una bandiera logora appesa ai fili del bucato, un simbolo ridicolo di speranza in un mondo che non concede pietà. Altre case, invece, presentano le cicatrici sanguinose di una storia violenta, muri crivellati da fori di proiettile, che raccontano di un passato macabro e di conflitti dimenticati, eco di urla strazianti che risuonano nell’aria come un lamento eterno.

Alma, questo è il suo nome, alza lo sguardo verso il campanile, una torre tetra che si erge come un sinistro monumento alla disperazione, e scorge un gabbiano che si sgranchisce le ali, un simbolo beffardo di libertà in un contesto così opprimente. Stamattina, nel suo animo inquieto e tormentato, ha composto il numero dell’albergo sull’isola, il suo cuore pulsante di un’ansia opprimente, come se la sola idea di trovare un rifugio potesse offrirle una tregua da questa vita di angoscia.

Ma la risposta è giunta con una riluttanza sdegnosa, un’affermazione che ha rimbombato come un’eco di disprezzo, un rifiuto che ha scosso le fondamenta della sua speranza. I tempi sono cambiati, ne è consapevole, ma l’isola, con la sua anima cupa e vendicativa, ha mantenuto intatta la sua scortesia, un rifiuto arrogante che sottolinea la sua natura ostile e inaccessibile. Così, mentre il silenzio delle case abbandonate la circonda come un’ombra opprimente e il rumore incessante delle onde si trasforma in un canto funebre, Alma prosegue la sua tragica peregrinazione, una poetessa in cerca di versi perduti, ma qui, nel labirinto di questa memoria tormentata, si trova intrappolata in un incubo senza fine, dove il terrore di un’esistenza insostenibile minaccia di inghiottirla in un abisso di disperazione.

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