giovedì 9 gennaio 2025

La passione, signora dei tormenti e delle vertigini

La passione, signora dei tormenti e delle vertigini, non si limita a passare come un vento fugace. Essa scava solchi profondi nell’anima, marchiandola con il fuoco di un’esperienza che non può essere dimenticata né superata. Quando infine ci lascia, è come se ci strappasse via una parte di noi stessi, lasciandoci mutilati e, al contempo, stranamente completi. Si ritira, sì, ma lo fa con una lentezza studiata, con un’eleganza crudele, gettandoci uno sguardo che non è semplice addio, ma un richiamo oscuro, un invito silenzioso a seguirla nei meandri della memoria, dove il suo potere continua a esercitarsi su di noi.

C’è, in quella nostalgia che ci avvolge, qualcosa che va oltre il semplice rimpianto. È come se la passione avesse toccato corde profonde, rivelandoci parti di noi stessi che ignoravamo, oppure che temevamo di affrontare. Anche nel dolore, c’è stata una sorta di pienezza, un senso di assoluto che i sentimenti ordinari non possono mai sperare di raggiungere. Ogni colpo di quella frusta, ogni brivido di sofferenza, ci ha dato un assaggio di qualcosa di divino e terribile, un’intensità che ci ha spinti oltre i confini del nostro essere. È forse per questo che la ricordiamo con tanta struggente dolcezza: perché, nel suo tormento, abbiamo trovato una verità che nessun altro sentimento può rivelare.

In confronto, cosa sono i sentimenti moderati, se non un pallido riflesso di ciò che potrebbe essere? Essi sono tiepidi, insipidi, incapaci di scuotere l’anima dal suo torpore. Come un tramonto privo di colore, o una melodia che si spegne prima di raggiungere l’apice, essi mancano di quella forza che può elevarci o distruggerci. La passione, invece, è una tempesta che travolge tutto, un incendio che brucia fino alle radici, lasciando dietro di sé solo cenere e luce. E in quella distruzione, in quell’annientamento, vi è una sorta di purificazione, una rinascita che ci fa sentire più vivi che mai.

Chi ha assaporato la passione non può più tornare indietro. La tranquillità, la calma, il piacere misurato, appaiono come una prigione, un sonno senza sogni, un’esistenza senza vita. Meglio soffrire, meglio gridare, meglio sentire lacerare il cuore, piuttosto che scivolare nella monotonia di un’esistenza priva di slancio. Perché, nel dolore, c’è un’intensità che ci connette con l’infinito, un senso di trascendenza che non può essere spiegato, ma solo vissuto.

La passione è un inferno che abbracciamo volontariamente, perché in quel fuoco c’è una luce che nessun altro luogo può offrirci. Essa ci consuma, sì, ma nel consumarci ci rende eterni, ci trasforma in qualcosa di più grande di noi stessi. Ed è forse questo il suo dono più grande: la capacità di ricordarci che, per quanto breve o tormentata possa essere la vita, vale la pena viverla fino in fondo, immergendosi in ogni estasi, in ogni sofferenza, in ogni sussurro di eternità.