mercoledì 31 dicembre 2025

L’acrobazia del tempo e la responsabilità del futuro


Nel pensiero contemporaneo la questione del rapporto tra presente e futuro ha assunto un carattere strutturalmente problematico. Non si tratta più, come in epoche precedenti, di immaginare il futuro come semplice prosecuzione o sviluppo del presente, ma di pensarlo come spazio radicalmente esposto alle conseguenze di azioni i cui effetti superano ormai in modo sistematico le capacità di previsione, di rappresentazione e di controllo dell’agire umano. È in questo contesto che si inserisce la nozione di “acrobata del tempo”, espressione con cui Anders indica quella rarissima facoltà di mettersi nei panni di chi verrà dopo, assumendo anticipatamente lo sguardo retrospettivo del futuro sul presente.

Tale operazione richiede un’inversione cognitiva ed emotiva estremamente complessa. Non si tratta semplicemente di proiettarsi in avanti, ma di collocarsi simbolicamente oltre il proprio tempo per guardarlo come già compiuto, come già consegnato al giudizio della storia. L’individuo che riesce in questo esercizio è colui che immagina il proprio presente non come centro del tempo, ma come suo frammento transitorio, già iscritto in una catena causale che non gli appartiene più. L’acrobazia consiste precisamente in questo spostamento: l’uscita dalla temporalità autoreferenziale in cui il presente si percepisce come assoluto.

La difficoltà strutturale di questo gesto deriva dalla sproporzione tra la potenza tecnica dell’azione umana e la sua capacità di immaginazione etica. La civiltà contemporanea possiede strumenti in grado di produrre effetti irreversibili su scala planetaria, biologica, climatica, informatica, simbolica. Tuttavia, la rappresentazione condivisa di tali effetti resta inevitabilmente inadeguata. Anders ha definito questa condizione come una forma di analfabetismo immaginativo rispetto alle conseguenze. L’uomo sa ciò che fa, ma non riesce a sentire ciò che produce. La distanza tra sapere e sentire diventa così la sede di una nuova irresponsabilità strutturale.

L’acrobata del tempo si colloca contro questo deficit. Egli è colui che tenta di colmare lo scarto tra l’azione e la sua proiezione futura, anticipando emotivamente ciò che è noto solo in forma astratta. Questo anticipo non è previsione tecnica, ma assunzione morale del possibile. Significa lasciarsi colpire oggi da ciò che domani potrà manifestarsi in modo compiuto. È un’operazione che comporta una forma di esposizione al trauma prima del trauma stesso. Era tale esposizione che Anders riteneva quasi impraticabile per la maggioranza degli individui, non per incapacità intellettuale, ma per insufficienza psichica.

Infatti, il riconoscimento pieno delle conseguenze future dell’agire presente genera un’eccedenza di angoscia che tende a paralizzare. Di fronte a tale eccedenza, le società contemporanee sviluppano strategie sistematiche di neutralizzazione emotiva: la normalizzazione del rischio, la sua traduzione in statistica, la sua amministrazione tecnica. In questo modo, ciò che dovrebbe suscitare spavento, arresto, ripensamento, viene invece reso compatibile con la continuità dei comportamenti. La catastrofe non si presenta più come evento eccezionale, ma come processo diluito. L’estinzione stessa viene inglobata nel linguaggio della gestione.

Il concetto di “domani” perde così la propria specificità etica. Non è più la soglia dell’inedito, ma l’estensione amministrativa dell’oggi. La temporalità si appiattisce in una successione di presenti funzionalmente equivalenti. In tale regime temporale, la responsabilità si riduce alla gestione dell’immediato. La dimensione del debito verso chi non esiste ancora scompare dall’orizzonte percettivo. L’acrobata del tempo, al contrario, vive precisamente in questo debito. Egli agisce come se fosse già contemporaneo di coloro che ancora non sono nati.

Questo mutamento di prospettiva implica un ripensamento radicale della nozione stessa di politica. Se tradizionalmente l’azione politica è stata concepita come orientata alla comunità presente, oggi essa non può più prescindere dalla comunità futura. Si tratta di una comunità silenziosa, priva di voce, incapace di rivendicare diritti nell’immediato. E proprio per questo assolutamente dipendente dalle decisioni di chi occupa ora il tempo. Mettersi nei panni dei futuri abitanti del mondo significa riconoscere che molte delle scelte odierne produrranno soggetti che non avranno potuto in alcun modo partecipare alla loro determinazione.

Questa asimmetria genera una nuova configurazione della colpa. Non si è più responsabili soltanto per ciò che si è fatto agli altri presenti, ma anche per ciò che si renderà inevitabile per altri assenti. Il futuro non è più uno spazio di promessa, ma anche uno spazio di imputazione. Esso giudicherà il presente non per le sue intenzioni, ma per i suoi effetti. L’acrobata del tempo assume simbolicamente questo giudizio prima che esso abbia luogo.

In tale scenario, il ruolo dei dispositivi culturali muta profondamente. In particolare, la letteratura, intesa non come intrattenimento ma come pratica di conoscenza, assume una funzione di supplemento immaginativo della responsabilità. Essa non fornisce soluzioni, né previsioni affidabili, ma allarga l’orizzonte dell’esperienza oltre i limiti del vissuto individuale. Attraverso la costruzione di mondi possibili, la letteratura consente al soggetto di abitare temporalità che eccedono la propria. In questo senso, essa esercita una funzione di addestramento alla trascendenza temporale.

Leggere significa sospendere momentaneamente la coincidenza con se stessi. Significa assumere punti di vista che non sono i propri, abitare durate che non coincidono con la propria biografia, esporsi a esistenze che sono state o che potrebbero essere. Questo esercizio, apparentemente innocuo, agisce in realtà come un dispositivo di dilatazione etica. Abituare l’immaginazione a non restare chiusa nel perimetro del presente è una condizione preliminare per qualsiasi forma di responsabilità verso il futuro.

Il problema fondamentale del nostro tempo non è infatti la mancanza di dati, ma la loro insufficiente traduzione in coscienza. Le informazioni sulla crisi climatica, sulle trasformazioni biologiche, sui mutamenti tecnologici, sulla precarizzazione sistemica dell’esistenza sono disponibili in quantità senza precedenti. Tuttavia, la loro interiorizzazione resta debole. Esse circolano come rumore di fondo, come scenario già incluso nel paesaggio dell’ovvio. L’acrobata del tempo è colui che rifiuta questa integrazione passiva della catastrofe nella normalità. Egli mantiene aperta la ferita della domanda.

La nozione di “fine” stessa subisce una profonda trasformazione. In epoche precedenti, la fine coincideva con il crollo improvviso di un ordine. Oggi essa assume piuttosto la forma di una lenta erosione. Si consuma per accumulo, per progressiva sottrazione di condizioni di abitabilità. L’estinzione, in questo senso, non appare più come evento spettacolare, ma come processo silenzioso. Ci si estingue mentre si continua a vivere. L’acrobata del tempo è colui che riesce a percepire la fine mentre essa non ha ancora assunto i tratti visibili della fine.

Questa capacità di percezione anticipata comporta un isolamento specifico. Chi vede troppo presto ciò che altri non vogliono vedere rischia di apparire eccessivo, disturbante, apocalittico. La società tende a neutralizzare queste figure attraverso la marginalizzazione, la ridicolizzazione o l’assorbimento retorico. L’acrobata del tempo non viene quasi mai riconosciuto come tale nel suo presente. La sua funzione è riconoscibile solo retrospettivamente, quando il futuro che egli aveva intravisto è già diventato presente per tutti.

Questo carattere postumo del riconoscimento rivela una struttura essenziale del tempo storico. La verità del presente è sempre in parte illeggibile al presente stesso. Solo lo sguardo futuro può comporla in una figura coerente. Tuttavia, se nessuno tenta di anticipare quello sguardo, il presente resta interamente consegnato alle logiche dell’immediato. L’acrobata del tempo rappresenta dunque una frattura interna al flusso dell’attualità. Egli introduce nella continuità del presente un elemento di discontinuità giudicante.

In ultima analisi, la questione degli “acrobati del tempo” non riguarda soltanto individui eccezionali, ma una postura possibile dell’umano di fronte al proprio stesso potere. La modernità ha costruito una civiltà fondata sull’espansione delle possibilità. Ma ciò che oggi viene messo in questione è la capacità di rispondere eticamente di tale espansione. Non tutto ciò che è possibile è anche sostenibile. Non tutto ciò che è tecnicamente realizzabile è simbolicamente assimilabile. L’acrobata del tempo è colui che percepisce questo scarto non come limite puramente teorico, ma come luogo della decisione.

Mettersi nei panni di chi verrà dopo significa riconoscere che il tempo non ci appartiene. Noi non possediamo il futuro, lo anticipiamo soltanto nelle forme che gli imponiamo. Ogni gesto presente è già una forma del mondo a venire. In questo senso, non esiste azione che non sia già scrittura del futuro. L’acrobata del tempo è colui che legge questa scrittura mentre essa è ancora in atto, prima che diventi pagina irrevocabile.

E proprio perché questa capacità è dolorosa, instabile, esposta al fallimento, essa resta rarissima. La maggior parte degli individui preferisce abitare un presente che non domanda troppo. Ma senza questa acrobazia, il tempo si riduce a semplice scorrimento. Con essa, invece, il tempo torna a essere spazio di responsabilità, conflitto, scelta.


Alberoni ridimensionato: un saggio critico sulla fragilità di una sociologia popolare


Introduzione

Francesco Alberoni è stato per decenni un nome noto al grande pubblico italiano e internazionale, ma non per le sue ricerche accademiche rigorose o per innovazioni metodologiche significative nel campo delle scienze sociali. La sua figura, lungi dall'essere quella di un grande teorico della modernità capace di lasciare un'impronta duratura nella disciplina sociologica, si colloca piuttosto nella zona grigia degli intellettuali mediatici: figure certamente capaci di suggestioni brillanti e di intuizioni occasionalmente illuminanti, ma strutturalmente incapaci di costruire un impianto scientifico solido, coerente e verificabile nel tempo. 

Questo saggio intende dimostrare, attraverso un'analisi critica sistematica delle sue opere principali e del loro impatto sulla disciplina, perché Alberoni sia stato sopravvalutato dalla critica italiana, perché le sue teorie reggano male alla prova della sociologia contemporanea più rigorosa e perché il suo vero lascito, più che scientifico in senso stretto, sia stato essenzialmente giornalistico e divulgativo. Non siamo di fronte a un classico della disciplina destinato a rimanere nei programmi universitari, ma piuttosto a un opinionista di talento che ha saputo travestire di sociologia riflessioni di taglio prevalentemente letterario, moraleggiante e psicologico.

L'operazione culturale di Alberoni, pur comprensibile nel contesto italiano degli anni Settanta e Ottanta, ha finito per confondere i confini tra analisi scientifica e divulgazione popolare, contribuendo a una percezione distorta di cosa sia realmente la sociologia come disciplina scientifica. La sua produzione, analizzata a distanza di decenni, rivela i limiti di un approccio che privilegia la comunicabilità immediata rispetto alla costruzione paziente di un corpus teorico verificabile e cumulativo.

1. Un sociologo a metà strada: la formazione incompiuta

La formazione intellettuale di Francesco Alberoni lo colloca cronologicamente e geograficamente nella generazione che ha vissuto intensamente i fermenti del Sessantotto e dell'esperienza pionieristica dell'Università di Trento, uno dei laboratori più avanzati della sociologia italiana nascente. Tuttavia, a differenza di altri sociologi europei che da quell'esperienza formativa hanno tratto un metodo rigoroso e una militanza scientifica capace di produrre risultati cumulativi nel tempo, Alberoni si è presto spostato su un terreno metodologicamente più facile e commercialmente più redditizio: quello della semplificazione teorica estrema e della pubblicistica generalista.

Già i suoi primi studi sui movimenti collettivi, pur mostrando una certa sensibilità per fenomeni sociali significativi, rivelano più una tensione letteraria e narrativa che una vera verifica empirica sistematica. Dove altri sociologi della sua generazione accumulano pazientemente dati quantitativi e qualitativi, costruiscono modelli interpretatativi verificabili e si confrontano con la letteratura internazionale, Alberoni preferisce costruire quadri suggestivi ma impressionistici, immagini interpretative evocative che si prestano più facilmente a un editoriale di giornale che a un articolo accademico sottoposto al vaglio della comunità scientifica.

La scelta di privilegiare sistematicamente l'aspetto comunicativo rispetto a quello metodologico ha segnato profondamente tutta la sua produzione successiva. Mentre i suoi contemporanei più rigorosi si misuravano con la complessità degli apparati concettuali di Parsons, Weber o Durkheim, cercando di svilupparne criticamente gli insights, Alberoni optava per una strada più immediata ma anche più superficiale: quella della divulgazione che semplifica ma non approfondisce, che comunica ma non accumula conoscenza scientifica.

Questa scelta metodologica iniziale ha avuto conseguenze durature sulla qualità della sua produzione. L'assenza di una formazione metodologica solida si riflette nell'incapacità di costruire strumenti analitici operativi, nella tendenza a sostituire l'analisi empirica con l'intuizione personale, nella preferenza sistematica per l'aneddoto rispetto al dato statisticamente significativo. Il risultato è una produzione che, pur godendo di ampia visibilità mediatica, rimane sostanzialmente marginale rispetto ai veri avanzamenti della disciplina sociologica.

2. Lo "stato nascente": intuizione brillante o concetto scientificamente fragile?

La proposta teorica alberoniana è indubbiamente il concetto di "stato nascente", l'idea secondo cui ogni movimento collettivo, ogni esperienza di trasformazione sociale significativa, attraverserebbe necessariamente una fase iniziale di effervescenza creativa, di rottura con le convenzioni stabilite, prima di cristallizzarsi inevitabilmente in forme istituzionali più rigide e burocratizzate. L'intuizione non è priva di fascino intellettuale e sembra cogliere aspetti ricorrenti dell'esperienza storica, ma si rivela, a un'analisi più attenta, di una vaghezza metodologica sconcertante e di una genericità che la rende praticamente inutilizzabile per la ricerca empirica sistematica.

In realtà, l'analisi della letteratura sociologica rivela che Durkheim aveva già descritto con maggiore precisione analitica i fenomeni di effervescenza collettiva nei suoi studi sui riti e sulla religione; Victor Turner aveva esplorato in modo molto più rigoroso il concetto di liminalità nei processi di transizione sociale; altri autori della tradizione sociologica avevano già fornito strumenti concettuali più precisi per analizzare i momenti di trasformazione sociale. Alberoni si limita sostanzialmente a riformulare in termini più accessibili, usando prevalentemente categorie emotive e psicologiche, ciò che la sociologia delle religioni, dei rituali e dei movimenti sociali aveva già descritto con maggiore precisione scientifica.

Il problema fondamentale del suo "stato nascente" è che resta sistematicamente privo di un apparato metodologico che lo renda operabile nella ricerca empirica concreta. Non esistono indicatori precisi per identificarlo, non ci sono strumenti per misurarne l'intensità, non ci sono criteri oggettivi per distinguerlo da altri fenomeni sociali superficialmente simili. È un concetto più letterario che scientifico, più adatto a un saggio divulgativo che parla ai sentimenti del lettore che a un'analisi verificabile e falsificabile nel senso popperiano del termine.

La mancanza di operazionalizzazione del concetto ha impedito lo sviluppo di una vera tradizione di ricerca. Non esistono studi empirici significativi che abbiano utilizzato il concetto di "stato nascente" per produrre conoscenze nuove sui movimenti sociali. Non ci sono ricerche comparative che ne abbiano verificato la validità transculturale. Non esistono elaborazioni teoriche successive che ne abbiano sviluppato le implicazioni analitiche. Il concetto è rimasto sostanzialmente fermo alla formulazione originale, segno evidente della sua scarsa fecondità scientifica.

3. L'innamoramento come paradigma: una riduzione psicologistica problematica

La scelta strategica di utilizzare l'innamoramento come paradigma interpretativo fondamentale della vita collettiva rappresenta probabilmente la mossa intellettualmente più spettacolare – e al tempo stesso metodologicamente più limitante e scientificamente più problematica – dell'intera produzione alberoniana. Questa operazione teorica, indubbiamente affascinante per il grande pubblico che si ritrova emotivamente nelle sue descrizioni liriche dell'esperienza amorosa, si è rivelata disastrosa per la credibilità accademica e per la costruzione di un corpus teorico solido.

Ridurre la complessità dei movimenti sociali, delle trasformazioni politiche, dei processi di cambiamento culturale a una semplice trasposizione dell'esperienza individuale dell'innamoramento significa operare un impoverimento analitico drammatico della complessità delle dinamiche collettive. Significa ignorare sistematicamente il peso delle strutture materiali, delle disuguaglianze economiche, dei rapporti di potere, delle determinazioni storiche specifiche, delle mediazioni istituzionali che caratterizzano i fenomeni sociali reali.

È una sociologia che si lascia sedurre pericolosamente dalla psicologia romantica, dimenticando completamente che i fenomeni collettivi hanno logiche, tempi, dinamiche che non sono riducibili alle esperienze individuali, per quanto intense possano essere. Il risultato è un discorso che certamente consola i lettori, che parla efficacemente ai bisogni emotivi del pubblico dei quotidiani, ma che lascia drammaticamente vuoti gli strumenti analitici specifici della disciplina sociologica.

L'uso dell'analogia amorosa come chiave interpretativa universale rivela inoltre una concezione sostanzialmente idealistica dei processi sociali, che privilegia sistematicamente la dimensione emotiva e psicologica rispetto alle determinazioni strutturali. Questa scelta teorica riflette una visione del mondo che, pur comprensibile nel contesto culturale degli anni Settanta, risulta oggi metodologicamente inadeguata per comprendere fenomeni sociali sempre più complessi e mediati da tecnologie, istituzioni e rapporti economici che richiedono strumenti analitici più sofisticati.

La metafora amorosa, inoltre, tende a romanticizzare e a depoliticizzare i conflitti sociali, presentandoli come momenti di pura creatività emotiva piuttosto che come scontri tra interessi materiali diversi e spesso incompatibili. Questa operazione ideologica, pur non necessariamente intenzionale, ha l'effetto di neutralizzare la carica critica che dovrebbe caratterizzare l'analisi sociologica dei processi di trasformazione sociale.

4. Mode, "crazies" e banalizzazione del collettivo: la sociologia come aneddotica

Quando Alberoni affronta il tema dei cosiddetti "crazies" – le manie collettive temporanee che periodicamente catturano masse di individui in comportamenti apparentemente irrazionali – tocca effettivamente un punto di osservazione interessante e potenzialmente fecondo per l'analisi sociologica, ma lo sviluppa in modo metodologicamente superficiale e analiticamente insoddisfacente. Certamente le società contemporanee conoscono ricorrentemente epidemie di comportamenti, dal gioco delle palline clic clac degli anni Settanta ai bestseller improvvisi, dalle mode alimentari alle ossessioni tecnologiche che caratterizzano l'era digitale.

Tuttavia, questa osservazione empirica resta sostanzialmente un dettaglio folklorico, una curiosità sociologica senza implicazioni teoriche significative, se non viene inserita in un'analisi rigorosa delle condizioni sociali, economiche, comunicative e culturali che rendono possibile la diffusione così rapida di tali fenomeni. Una vera analisi sociologica dovrebbe interrogarsi sui meccanismi di amplificazione mediatica, sulle strutture di mercato che trasformano comportamenti spontanei in mode commerciali, sui bisogni psicosociali che rendono popolazioni intere vulnerabili a suggestioni collettive.

Alberoni preferisce sistematicamente fermarsi all'aneddoto facilmente comunicabile: l'ospedale improvvisamente pieno di polsi fratturati a causa di un giocattolo, la corsa improvvisa delle folle verso un prodotto commerciale, l'esplosione temporanea di un fenomeno culturale. Non va mai oltre la descrizione impressionistica del fenomeno. La sociologia qui si riduce pericolosamente a cronaca curiosa, a collezione di fatti strani che possono intrattenere il lettore ma non contribuiscono significativamente alla comprensione scientifica dei meccanismi sociali sottostanti.

Questa tendenza alla banalizzazione aneddotica rivela un limite strutturale dell'approccio alberoniano: l'incapacità di passare dalla descrizione fenomenologica all'analisi causale, dall'osservazione superficiale alla comprensione dei meccanismi generativi. La vera sociologia dovrebbe spiegare perché certi fenomeni si diffondono in certi contesti e non in altri, quali sono le condizioni sociali che li favoriscono, come si possono prevedere e eventualmente orientare.

L'approccio di Alberoni rimane invece sistematicamente descrittivo e impressionistico, limitandosi a registrare fenomeni senza fornire strumenti per comprenderli. Questa limitazione metodologica ha impedito lo sviluppo di una vera tradizione di ricerca sui fenomeni di diffusione culturale, che avrebbe potuto essere molto utile per comprendere dinamiche oggi cruciali come la viralità digitale, la formazione dell'opinione pubblica, i meccanismi di influenza sociale mediata dalle tecnologie.

5. La dimensione divulgativa: tra rubrica domenicale e omelie per le masse

Il vero luogo sociale e culturale della fortuna di Francesco Alberoni non è stato mai realmente l'università, con le sue logiche di ricerca e verifica scientifica, ma il "Corriere della Sera" e più in generale il mondo dell'editoria e del giornalismo generalista. Per molti anni, la sua rubrica del lunedì ha offerto a milioni di lettori piccoli sermoni quotidiani su amore, società, politica, costume, presentando riflessioni morali e psicologiche in una forma accessibile e emotivamente coinvolgente.

Questa produzione pubblicistica ha certamente consolidato la sua notorietà presso il grande pubblico e ha contribuito a diffondere una certa sensibilità sociologica nella cultura italiana, ma ha contemporaneamente sancito il suo progressivo declino e isolamento accademico. Un sociologo che sistematicamente trasforma il proprio lavoro intellettuale in omelia morale per il consumo di massa perde inevitabilmente di vista la complessità metodologica che dovrebbe caratterizzare la disciplina, scivolando progressivamente nell'aneddotica moraleggiante e nella semplificazione eccessiva.

Alberoni ha consapevolmente scelto di essere principalmente un opinionista mediatico piuttosto che un ricercatore: una scelta professionale perfettamente legittima e anche socialmente utile, ma che lo colloca definitivamente nel novero dei giornalisti e dei divulgatori piuttosto che degli scienziati sociali in senso stretto. Questa trasformazione professionale ha avuto conseguenze profonde sulla qualità della sua produzione intellettuale, che ha progressivamente abbandonato ogni pretesa di rigore metodologico per privilegiare la comunicabilità immediata e l'impatto emotivo sui lettori.

La logica della rubrica giornalistica, con i suoi tempi accelerati, la sua necessità di semplificare questioni complesse, la sua ricerca dell'effetto comunicativo immediato, è strutturalmente incompatibile con i tempi lunghi della ricerca scientifica, con la necessità di verificare empiricamente le ipotesi, con l'obbligo di confrontarsi sistematicamente con la letteratura internazionale. Il risultato è una produzione che, pur mantenendo una certa eleganza espositiva, perde progressivamente contatto con i veri sviluppi della disciplina sociologica.

Questa scelta ha inoltre contribuito a diffondere nell'opinione pubblica italiana una concezione distorta della sociologia come disciplina essenzialmente opinistica, basata su intuizioni personali piuttosto che su ricerca empirica sistematica. L'identificazione popolare della sociologia con le opinioni di Alberoni ha probabilmente danneggiato la percezione pubblica della disciplina, contribuendo alla sua marginalizzazione nell'università italiana e nella cultura pubblica più ampia.

6. L'isolamento accademico e la scarsa ricezione internazionale: il test della comunità scientifica

Un segnale particolarmente evidente e metodologicamente significativo della fragilità strutturale della sociologia alberoniana è rappresentato dalla sostanziale assenza di un impatto duraturo e riconosciuto nella comunità scientifica internazionale. Le sue opere principali sono state effettivamente tradotte in diverse lingue e hanno goduto di una certa diffusione commerciale, ma sono state molto raramente discusse, criticate o sviluppate nei circuiti accademici che realmente contano per lo sviluppo della disciplina.

Nei principali manuali internazionali di sociologia dei movimenti sociali, nei readers più utilizzati nelle università europee e americane, nelle rassegne bibliografiche specializzate, Alberoni rimane sistematicamente un nome di contorno, citato occasionalmente ma mai centrale nei dibattiti teorici o metodologici. La sua produzione non ha generato correnti di ricerca, non ha ispirato programmi di dottorato, non ha stimolato verifiche empiriche sistematiche da parte di altri ricercatori.

La comparazione con figure come Pierre Bourdieu, per limitarci alla stessa generazione, non regge assolutamente: Bourdieu ha generato una vera scuola di ricerca, ha influenzato profondamente generazioni di sociologi in tutto il mondo, ha aperto campi di ricerca completamente nuovi che continuano a essere sviluppati decenni dopo la sua scomparsa. I suoi concetti di habitus, campo, capitale culturale sono diventati strumenti analitici standard utilizzati da migliaia di ricercatori per produrre conoscenze empiriche verificabili.

Alberoni, al contrario, è rimasto sostanzialmente un caso nazionale italiano, confinato a una ricezione prevalentemente popolare e privo di una vera eredità accademica identificabile. I suoi concetti principali non sono mai diventati strumenti di ricerca utilizzati da altri, le sue intuizioni teoriche non sono mai state sviluppate sistematicamente, la sua metodologia non è mai stata formalizzata in modo da poter essere insegnata e trasmessa.

Se la sociologia è, come sostengono i filosofi della scienza, una scienza cumulativa in cui le conoscenze si accumulano progressivamente attraverso il confronto critico e la verifica empirica, Alberoni vi ha lasciato tracce estremamente deboli e difficilmente identificabili. La sua produzione non ha contribuito significativamente all'avanzamento delle conoscenze sociologiche, non ha risolto problemi teorici precedentemente irrisolti, non ha aperto nuove prospettive di ricerca che altri hanno potuto sviluppare.

Questa marginalità internazionale non può essere spiegata semplicemente con pregiudizi culturali o con difficoltà linguistiche, perché altri sociologi italiani della stessa generazione hanno ottenuto riconoscimenti internazionali significativi. È piuttosto il risultato della scelta strategica di privilegiare la divulgazione nazionale rispetto alla ricerca scientifica internazionalmente competitiva.

7. Alberoni e il contesto italiano: un fenomeno mediatico più che scientifico

Il successo popolare e mediatico di Francesco Alberoni deve essere compreso e contestualizzato più nel quadro specifico della cultura italiana del secondo Novecento che nel contesto internazionale della sociologia come disciplina scientifica. In un paese con un bisogno strutturalmente forte di figure intellettuali mediatrici, capaci di tradurre in forma accessibile al grande pubblico fenomeni culturali e sociali complessi, Alberoni ha saputo incarnare perfettamente la figura dell'esperto televisivo e giornalistico che rende semplice ciò che è complicato.

La sua collocazione politica e culturale, costantemente oscillante ma mai davvero scomoda per i poteri dominanti, lo ha reso sistematicamente accettabile a pubblici diversi e gli ha garantito una visibilità mediatica continuativa che altri intellettuali più critici o più specializzati non hanno mai ottenuto. Questa capacità di adattamento alle esigenze del mercato culturale italiano ha certamente contribuito al suo successo commerciale, ma ha anche compromesso la sua credibilità scientifica.

Il ruolo sociale di "sociologo popolare" che Alberoni ha saputo costruire e mantenere per decenni è stato più mediatico che propriamente scientifico. La sua funzione principale è stata quella di fornire interpretazioni rassicuranti di fenomeni sociali potenzialmente inquietanti, di normalizzare attraverso il linguaggio dell'expertise accademica trasformazioni culturali che potevano generare ansie nel pubblico medio. In questo senso, la sua operazione culturale è stata funzionale alla stabilizzazione del consenso piuttosto che alla produzione di conoscenze critiche.

Alberoni ha avuto molti lettori, ma significativamente non ha mai avuto veri allievi accademici; ha avuto grande ascolto sui giornali e in televisione, ma non ha mai costruito una scuola di ricerca nelle università. Il suo destino intellettuale è stato quello di essere ricordato come un nome noto al grande pubblico, ma non come un punto di riferimento teorico per lo sviluppo della disciplina sociologica.

Questa separazione tra successo mediatico e rilevanza scientifica rivela le contraddizioni del sistema culturale italiano, che spesso premia la visibilità pubblica a scapito della qualità della ricerca. Il caso Alberoni rappresenta emblematicamente i rischi di una deriva anti-intellettuale che privilegia sistematicamente la semplificazione divulgativa rispetto all'approfondimento critico, l'opinione personale rispetto alla verifica empirica, il consenso mediatico rispetto al riconoscimento scientifico.

La sua parabola intellettuale illustra inoltre i problemi strutturali di un sistema universitario che non è mai riuscito a creare incentivi efficaci per la ricerca di qualità internazionalmente competitiva, permettendo che figure marginali dal punto di vista scientifico occupassero posizioni di grande visibilità pubblica. Questo meccanismo ha contribuito a delegittimare la sociologia italiana presso la comunità scientifica internazionale e ha ostacolato lo sviluppo di una vera tradizione di ricerca nazionale.

8. Le conseguenze epistemologiche: una sociologia senza metodo

L'operazione culturale di Alberoni ha avuto conseguenze epistemologiche negative che vanno oltre la sua singola figura intellettuale. La sua identificazione mediatica con la sociologia ha contribuito a diffondere una concezione metodologicamente scorretta della disciplina, presentata come una forma sofisticata di saggistica morale piuttosto che come una scienza sociale con propri metodi di ricerca e criteri di validazione delle conoscenze.

Questa confusione concettuale ha danneggiato la percezione pubblica della sociologia, rendendo più difficile il riconoscimento della sua specificità metodologica rispetto al giornalismo, alla filosofia morale, alla letteratura. Ha inoltre ostacolato lo sviluppo di una cultura della ricerca empirica, suggerendo che le intuizioni personali del sociologo-intellettuale possano sostituire la verifica sistematica delle ipotesi attraverso la raccolta e l'analisi di dati empirici.

Il modello alberoniano di sociologia ha influenzato negativamente anche le nuove generazioni di studiosi, molti dei quali hanno creduto di poter costruire carriere accademiche basate sulla visibilità mediatica piuttosto che sulla produzione di ricerche originali. Questo meccanismo ha contribuito al declino generale della sociologia italiana, che ha progressivamente perso competitività internazionale e rilevanza scientifica.

La mancanza di rigore metodologico caratteristica dell'approccio alberoniano ha inoltre favorito lo sviluppo di una sociologia impressionistica, basata su osservazioni aneddotiche piuttosto che su analisi sistematiche. Questo stile di lavoro, pur apparentemente più creativo e libero, si è rivelato scientificamente sterile, incapace di produrre conoscenze cumulative e verificabili.

9. Alternative mancate: cosa avrebbe potuto essere

È interessante riflettere su cosa avrebbe potuto diventare la sociologia italiana se intellettuali del calibro di Alberoni avessero scelto di investire le proprie energie nella costruzione di una tradizione di ricerca rigorosa piuttosto che nella divulgazione mediatica. La generazione degli anni Settanta aveva certamente le competenze e le opportunità per costruire una sociologia italiana internazionalmente competitiva, capace di contribuire significativamente allo sviluppo della disciplina.

L'interesse di Alberoni per i movimenti collettivi, se sviluppato con maggiore rigore metodologico, avrebbe potuto generare importanti contributi alla comprensione dei processi di trasformazione sociale. I fenomeni che lui ha osservato impressionisticamente – le mode collettive, i comportamenti di massa, le dinamiche dell'influenza sociale – rappresentano tuttora campi di ricerca cruciali per comprendere le società contemporanee.

La scelta di privilegiare la divulgazione ha rappresentato un'opportunità perduta non solo per Alberoni personalmente, ma per l'intera disciplina in Italia. Una tradizione di ricerca empirica sui fenomeni da lui osservati avrebbe potuto produrre conoscenze utilizzabili anche per comprendere dinamiche contemporanee come la viralità digitale, la formazione delle opinioni pubbliche online, i meccanismi di influenza sociale mediati dalle tecnologie.

Conclusione: il bilancio di una carriera sopravvalutata

Francesco Alberoni non è stato il grande teorico della modernità che talvolta, soprattutto in Italia, si vuole ancora presentare. È stato indubbiamente un divulgatore culturalmente efficace, un opinionista spesso brillante nelle sue intuizioni, un intellettuale che ha saputo catturare l'attenzione del grande pubblico parlando con linguaggio accessibile di temi come l'amore, le passioni collettive, i comportamenti di massa. In questo ruolo di mediatore culturale ha certamente svolto una funzione sociale non trascurabile, contribuendo a diffondere una certa sensibilità sociologica nella cultura italiana.

Tuttavia, sul piano propriamente scientifico, il suo contributo alla disciplina sociologica resta strutturalmente fragile, metodologicamente derivativo, privo di una scuola di ricerca riconoscibile e di una ricezione internazionale consistente e duratura. La sociologia contemporanea, che si confronta con fenomeni sociali di complessità crescente e che richiede strumenti analitici sempre più sofisticati, non può accontentarsi di suggestioni intuitive o di analogie letterarie: deve costruire concetti operativi, metodologicamente fondati, empiricamente verificabili e teoricamente fecondi.

Alberoni non ha mai fatto completamente questo salto di qualità metodologica che avrebbe trasformato le sue intuizioni iniziali in un programma di ricerca sistematico. Per questo motivo, al di là della notorietà mediatica che ha certamente ottenuto e mantenuto per decenni, resta una figura sostanzialmente marginale nella storia dello sviluppo della sociologia come disciplina scientifica. La sua parabola intellettuale rappresenta più un'occasione mancata che un modello da seguire per le nuove generazioni di sociologi che intendono contribuire realmente all'avanzamento delle conoscenze sociali.

Il caso Alberoni illustra inoltre i rischi di una deriva anti-scientifica nella cultura italiana, che tende a privilegiare sistematicamente la visibilità mediatica rispetto alla qualità della ricerca, l'opinione personale autorevole rispetto alla verifica empirica delle ipotesi, il successo commerciale rispetto al riconoscimento della comunità scientifica internazionale. Una lezione che dovrebbe essere attentamente considerata da chi oggi si occupa di politiche culturali e di organizzazione della ricerca universitaria nel nostro paese.

Qui è accaduto qualcosa. Note visionarie su un presepe di Michele Paladino

Questo testo è apertamente saggistico, lascia che il presepe di Michele Paladino diventi un dispositivo di pensiero più che un oggetto da descrivere. Non elenco, non spiego: interrogo. E lascio che il testo scivoli, come è giusto, verso zone meno rassicuranti.


Il presepe, prima di essere un oggetto, è una forma mentale. Una struttura simbolica che l’Occidente cristiano ha interiorizzato al punto da renderla invisibile. La Natività è diventata un’immagine automatica, un riflesso culturale: sappiamo cosa aspettarci ancora prima di guardare. Il bue e l’asino, la capanna, la luce calda, la promessa di una pace che non chiede nulla in cambio. In questo senso, il presepe non è più un racconto, ma una conferma. Conferma di ciò che già sappiamo, o che crediamo di sapere.

Il presepe di Michele Paladino, collocato nella Strada Sotterranea del Castello di Vigevano, lavora esattamente contro questa automatizzazione. Non perché voglia essere “anticonvenzionale”, ma perché rifiuta l’idea stessa di conferma. Qui la Natività non è una risposta, ma una domanda che si rinnova ogni volta che lo sguardo cerca di stabilizzarsi. È come se l’opera dicesse: se vuoi guardare, devi rinunciare a riconoscere subito.

Il ferro, in questo senso, non è solo un materiale, ma un’epistemologia. È il luogo in cui il sapere incontra la resistenza. Non si piega allo sguardo, non si offre. Il ferro non accoglie: costringe. E costringere, etimologicamente, significa stringere insieme. La Natività di Paladino stringe insieme il sacro e il peso, la nascita e la fatica, l’evento e la sua impossibilità. Non c’è nulla di sentimentale in questo presepe, perché la nascita, qui, non è un lieto fine anticipato, ma un inizio che non garantisce nulla.

Direi che il presepe di Paladino è profondamente anti-teleologico. Non promette salvezza come risultato, non mostra il bambino come risposta al dolore del mondo. Al contrario, sembra suggerire che la nascita è essa stessa una ferita. Venire al mondo significa entrare nella materia, e la materia non è mai neutra. È pesante, opaca, segnata. Il ferro diventa così una metafora radicale dell’incarnazione: non Dio che si fa uomo, ma il senso che si fa materia e, nel farlo, perde la sua trasparenza.

La collocazione sotterranea accentua questa dimensione. Scendere sotto il Castello significa scendere sotto la rappresentazione ufficiale del potere, sotto la monumentalità, sotto l’ordine. Il presepe, che nella tradizione nasce già come gesto di decentramento – una nascita fuori luogo, fuori città, fuori casa – qui ritrova una coerenza spaziale rara. Non è esposto: è nascosto. Non è illuminato: è incontrato. Non chiede attenzione, ma disponibilità.

C’è qualcosa di quasi archeologico in questo incontro. Come se la Natività fosse un reperto, non un’icona. E questo spostamento è decisivo: il sacro non come eternità sospesa, ma come traccia. Una traccia che il presente può solo interpretare, mai possedere. In questo senso, il presepe di Paladino lavora sulla memoria non come recupero, ma come configurazione attuale di ciò che resta. La memoria non conserva: ricostruisce. E ogni ricostruzione implica una perdita.

La perdita, qui, non è un difetto, ma una condizione. Le figure non sono complete, non sono “finite” nel senso tradizionale del termine. È come se l’opera rifiutasse l’idea di una forma compiuta, scegliendo invece una forma esposta, vulnerabile. Questo rende il presepe di Paladino un dispositivo etico, prima ancora che estetico. Guardarlo significa accettare di non essere rassicurati, di non essere guidati, di non sapere esattamente cosa si sta guardando.

In mezzo a presepi che raccontano storie, questo presepe pensa. E pensare, qui, non significa concettualizzare, ma sostare nell’indecidibilità. La Natività non è ridotta a narrazione, ma restituita alla sua natura di evento improprio: qualcosa che accade dove non dovrebbe, come non dovrebbe, senza chiedere permesso. Un evento che non coincide con il suo significato, e che per questo continua a produrlo.

C’è anche una dimensione temporale molto forte in quest’opera. Il ferro è un materiale che invecchia, che ossida, che porta i segni del tempo in modo evidente. Non è un materiale che finge l’eternità. Al contrario, la espone come finzione. Il presepe di Paladino non è fuori dal tempo: è nel tempo fino in fondo. E questo lo rende paradossalmente più fedele al senso originario della Natività, che non è un mito ciclico, ma un evento storico, situato, irripetibile.

La presenza postuma dell’artista introduce un ulteriore livello di lettura. Sapere che l’opera appartiene a un autore che non c’è più trasforma il presepe in un gesto che attraversa la morte senza negarla. La nascita, qui, non cancella la fine. La include. È come se il presepe diventasse un luogo di passaggio, non solo tra sacro e profano, ma tra presenza e assenza. L’allestimento curato dal figlio non è allora un dettaglio biografico, ma una chiave simbolica: la trasmissione come atto fragile, mai garantito.

Così, il presepe di Paladino non parla solo di Cristo, ma di ogni nascita che avviene dentro una genealogia incompleta. Nessuno nasce nel vuoto, e nessuno eredita tutto. Ogni nascita è un atto di montaggio, una composizione provvisoria di ciò che resta. Il ferro, ancora una volta, diventa la materia di questa composizione: non plasma, ma tiene insieme.

Alla fine, ciò che questo presepe mette in crisi è l’idea stessa di “tradizione” come ripetizione. La tradizione, qui, non è ciò che si tramanda identico, ma ciò che resiste alla semplificazione. È ciò che non si lascia addomesticare. Il presepe di Paladino non aggiorna la tradizione: la espone al rischio del pensiero. E in questo rischio ritrova la sua necessità.

Forse è questo che rende quest’opera così radicalmente fuori tempo, e per questo così attuale. In un’epoca che chiede immagini immediate, consolazioni rapide, simboli leggibili, questo presepe chiede tempo. Chiede una discesa. Chiede una sospensione del sapere. E, soprattutto, chiede di accettare che la nascita, se presa sul serio, non è mai un’immagine felice, ma un problema aperto.

Se si volesse individuare un punto in cui il presepe di Michele Paladino smette definitivamente di appartenere all’ambito dell’“arte natalizia” e si sposta in quello del pensiero, questo punto potrebbe chiamarsi nascita senza promessa. È qui che l’opera entra in una zona di contatto sorprendente con Hannah Arendt, in particolare con la sua riflessione sulla natalità. Per Arendt, la nascita non è un fatto biologico, ma una categoria politica ed esistenziale: ogni essere umano, nascendo, introduce nel mondo qualcosa di radicalmente nuovo. Ma questa novità non è mai garantita, né protetta. È esposta.

Il presepe di Paladino sembra prendere sul serio proprio questa esposizione. Non celebra la nascita come origine salvifica, ma come evento fragile che non coincide con il suo esito. La natalità, qui, non è redenzione anticipata, ma apertura rischiosa. In questo senso, l’opera rifiuta ogni lettura teleologica del cristianesimo: non c’è un “perché” che rassicura, non c’è una direzione già scritta. C’è solo l’atto del venire al mondo, e il mondo non è preparato ad accoglierlo.

Il ferro, ancora una volta, è decisivo. È il contrario del grembo. È una materia che non accoglie, che non protegge. E proprio per questo diventa la figura più radicale dell’incarnazione: non un Dio che sceglie la povertà per umiltà simbolica, ma un senso che si incarna in un mondo strutturalmente inospitale. La Natività di Paladino non dice “Dio è con noi”, ma qualcosa di più inquietante: il senso è con noi, e questo non ci salva.

Qui il dialogo con Simone Weil diventa inevitabile. Weil ha sempre rifiutato l’idea di un Dio consolatorio, opponendovi una teologia della sventura, dell’attenzione, della decreazione. Il presepe di Paladino sembra muoversi nella stessa direzione: non mostra un Dio che interviene, ma un Dio che si ritrae fino a diventare quasi indistinguibile dalla materia. La nascita, in questo contesto, non è epifania, ma svuotamento.

C’è qualcosa di profondamente weiliano nel modo in cui il presepe rinuncia alla bellezza come attrazione. Non seduce. Non invita. Non consola. Chiede attenzione. E l’attenzione, per Weil, è la forma più alta di amore, proprio perché non possiede, non consuma, non usa. Guardare questo presepe significa esercitare un’attenzione senza ricompensa, un vedere che non produce piacere immediato. È un atto etico prima che estetico.

Ma se Arendt ci aiuta a pensare la nascita come evento politico-esistenziale, e Weil come esperienza di sottrazione, è Walter Benjamin a offrirci forse la chiave più perturbante. Benjamin ha sempre insistito sulla necessità di salvare le immagini non nella loro pienezza, ma nella loro rovina. Il presepe di Paladino sembra già una rovina. Non perché sia distrutto, ma perché nasce come tale. Non aspira all’integrità, ma alla sopravvivenza.
In Benjamin, la rovina è il luogo in cui il tempo si spezza. Non il tempo lineare della storia dei vincitori, ma un tempo carico di possibilità non realizzate. Il presepe di Paladino, collocato in uno spazio sotterraneo, lavora esattamente su questa temporalità spezzata. Non racconta un passato che conduce al presente, ma un evento che continua a interrogare il presente senza risolversi in esso.

In questo senso, il presepe non è un oggetto commemorativo, ma un’immagine dialettica: qualcosa che lampeggia nel presente come resto non assimilabile. La Natività non è ciò che “è stato”, ma ciò che avrebbe potuto essere, e forse non è stato fino in fondo. La nascita come promessa mancata, come potenzialità non redenta. Qui il presepe smette definitivamente di essere religioso in senso confessionale e diventa un dispositivo critico.

Il fatto che tutto questo avvenga attraverso una materia così concreta come il ferro è ciò che impedisce al discorso di dissolversi nell’astrazione. Il ferro non simbolizza: pesa. Non allude: insiste. È una materia che non permette la trascendenza facile. In questo senso, il presepe di Paladino è anche una critica implicita a ogni spiritualismo disincarnato. Qui non c’è anima senza corpo, non c’è senso senza attrito.

Il rapporto con la tradizione del presepe, a questo punto, appare rovesciato. Non siamo di fronte a una variazione sul tema, ma a una riattivazione problematica del gesto originario. Francesco d’Assisi, quando inventa il presepe, non crea un’immagine, ma un’esperienza. Vuole rendere tangibile, quasi urtante, la povertà della nascita. Paladino sembra tornare a questo gesto primitivo, liberandolo però da ogni romanticismo.

E allora il presepe diventa una soglia. Non un luogo in cui entrare per sentirsi al sicuro, ma un punto di passaggio in cui qualcosa vacilla. Vacilla l’idea di salvezza, vacilla l’idea di tradizione, vacilla l’idea stessa di arte come produzione di bellezza. Ciò che resta è un pensiero che nasce nella materia, e che nella materia rimane impigliato.
Forse è qui che il presepe di Michele Paladino trova il suo senso più radicale: nel rifiuto di chiudere. Non conclude, non riassume, non pacifica. È un’opera che resta aperta, come resta aperta ogni nascita che non venga immediatamente addomesticata da una narrazione. Un presepe che non dice “è nato per noi”, ma più semplicemente: è nato. E adesso?

Se fino a questo momento il presepe di Michele Paladino è emerso come dispositivo critico e come campo di risonanza filosofica, subito diventa necessario tornare a esso con maggiore prossimità, quasi con ostinazione. Non per descriverlo meglio, ma per interrogare ciò che, in esso, continua a resistere allo sguardo. Perché questo presepe non si esaurisce nell’interpretazione: rimane opaco. E questa opacità non è un limite, ma la sua forma più alta di verità.

Ciò che colpisce, tornando davanti all’opera, è la sua incapacità di “funzionare” come presepe. Non organizza una scena. Non guida lo sguardo. Non costruisce una gerarchia tra le figure. È come se Paladino avesse deliberatamente sottratto al presepe la sua funzione narrativa, lasciandone solo la struttura di fondo: un insieme di presenze che condividono uno spazio senza risolversi in un racconto. Questo è forse il gesto più radicale dell’opera.

Il presepe tradizionale è sempre una macchina di senso: ogni elemento rimanda a un altro, ogni figura occupa un posto preciso, ogni distanza è carica di significato codificato. Qui, invece, la relazione non è garantita. Le figure non “significano” l’una per l’altra. Esistono insieme, ma non necessariamente in armonia. È una coesistenza senza sintesi, una prossimità che non diventa comunione. E questa frattura silenziosa è il luogo in cui l’opera pensa.

Il ferro contribuisce in modo decisivo a questa sensazione di non-funzionamento. È un materiale che non racconta, non descrive, non illustra. Non ha la duttilità della terracotta, né la familiarità del legno. Il ferro non si presta al dettaglio narrativo, e Paladino sembra sfruttare questa sua resistenza per impedire allo spettatore di “entrare” comodamente nell’opera. Il presepe non accoglie: espone. Non invita: si impone.

Eppure, proprio in questa durezza, l’opera non perde mai una dimensione intima. Non è monumentale nel senso retorico del termine. Non celebra. Non alza la voce. C’è in essa una forma di pudore, quasi di ritrosia. Come se la Natività fosse qualcosa che non può essere mostrato apertamente senza essere tradito. Il ferro, allora, non è solo peso, ma anche schermo: protegge l’evento nascondendolo.

Questo paradosso – proteggere mostrando, mostrare nascondendo – è uno dei nuclei più profondi del lavoro di Paladino. Il presepe non dice: “Ecco la nascita”. Dice piuttosto: “Qui c’è qualcosa che è accaduto, ma non posso mostrartelo per intero”. In questo senso, l’opera si sottrae sia alla didattica sia alla spettacolarizzazione. Non spiega, non emoziona. Chiede una postura diversa dello sguardo: non il consumo, ma la sosta.

La Strada Sotterranea del Castello accentua questa postura. L’opera non è vista frontalmente, come in un museo. La si incontra camminando. Il corpo è coinvolto prima dell’occhio. Il tempo della visione è spezzato, intermittente, fatto di avvicinamenti e allontanamenti. Questo fa sì che il presepe non venga mai posseduto come immagine totale. È sempre parziale, sempre in fuga. Come se la Natività fosse qualcosa che accade solo di traverso.

In questo continuo sfuggire, il presepe di Paladino rivela una fedeltà profonda all’idea di nascita come evento non rappresentabile. Nascere non è qualcosa che si vede. È qualcosa che si subisce, che si attraversa, che lascia tracce senza mai mostrarsi del tutto. Il presepe, qui, non rappresenta la nascita: ne assume la struttura. È esso stesso un evento che accade nello spazio e nel tempo, senza mai fissarsi definitivamente.

C’è poi una dimensione quasi ascetica nell’opera. La rinuncia alla ricchezza iconografica, al dettaglio, alla decorazione, non è un gesto di impoverimento, ma di concentrazione. Paladino sembra ridurre il presepe a ciò che non può essere tolto senza distruggerlo. Questo rende l’opera straordinariamente coerente, ma anche vulnerabile. Non ha appigli facili. Non concede molto. E proprio per questo resta.

Il fatto che quest’opera venga riproposta, allestita, attraversata dopo la morte dell’artista aggiunge un’ulteriore stratificazione, ma senza trasformarla in monumento commemorativo. Non c’è celebrazione, non c’è nostalgia. C’è piuttosto una continuità silenziosa, quasi anonima. Come se l’opera potesse esistere senza il suo autore, e forse proprio per questo ne custodisse più fedelmente la presenza.

Alla fine, ciò che il presepe di Michele Paladino sembra chiedere non è una lettura, ma una responsabilità. Non nel senso morale del termine, ma nel senso etimologico di rispondere. Rispondere a ciò che non si lascia chiudere, a ciò che non consola, a ciò che nasce senza promettere salvezza. È un presepe che non chiede fede, ma attenzione. Non chiede adesione, ma disponibilità.
E forse è qui che l’opera trova il suo punto più alto: nel restare sospesa tra tradizione e pensiero, tra materia e senso, tra nascita e silenzio. Un presepe che non “dice” il Natale, ma lo trattiene. Come si trattiene qualcosa di fragile, sapendo che, se lo si stringe troppo, si spezza.

Un piccolo ordigno


Mi venne chiesto un gioco, un testo breve per Pulcinoelefante, uno di quei libri minuscoli che Alberto Casiraghy stampava come fossero reliquie. Era settembre del 1993, a Osnago. Di quell’edizione, la numero 481, furono stampati ventuno esemplari. Scrissi un testo a dirupo, scavando dentro di me senza filtri. Quando lo vidi allineato tra le altre piccole meraviglie, capii subito che quei versi contenevano tutto ciò che ero come poeta in quel momento.

Il testo diceva:


nella tristità d'ogni buon cuore
siete alle strette, al mandar l’ordigno

al vostro occhio piace il loco dal rumore
l’anima ai tormenti, il mal sogghigno

(più duole: è dispetto, è strazio
è soccorso il giovanetto amando

è punto acerbo, è dopo morte, afflato
e il suo "voglio esser morto" ingordo

nel saziare stupra adiratissime
in fore e morsi a mosca)

"e non restate in queste attempatissime
fedi, in questa mossa losca!"


Quando lo scrissi, mi sentivo sospeso tra innocenza e rovina. La “tristità d’ogni buon cuore” era già dentro di me, e io la osservavo con la tensione di chi sa che il dolore convive con la bontà. Mandar l’ordigno? Gesto d’amore e al tempo stesso detonazione del cuore: qualcosa che può salvare o distruggere, ma inevitabilmente travolge.

Il testo vive di contrasti: piacere e tormento, desiderio e colpa, eros e dolore. La parentesi centrale — il giovanetto amando, il “voglio esser morto” — è il cuore della confessione: amore salvifico e lacerante, corpo e mente attraversati da una passione che diventa esperienza quasi mistica. Gli ultimi versi, ironici e oracolari, chiudono il testo con sarcasmo e lucidità: ammonimento e risata insieme, gesto poetico che rompe le convenzioni.

Era, e resta, un rito di ribellione alla costrizione morale, una riflessione sulla densità del desiderio e sul potere della parola poetica di sopravvivere al dolore. La poesia non consola: accade, brucia, illumina. Il ritmo, le rime interne e le consonanze creano una musicalità violenta, un ordine interno che nasce dal caos.

Negli anni Novanta, la mia voce trovava spazio: gli Editori cercavano poesia che sfidasse, che parlasse senza compromessi. Oggi, invece, domina la visibilità, la semplicità, il verso che si scrolla come status di qualunque Social. La densità, il rischio, la febbre interiore non hanno più posto. Eppure il mio pubblico esiste ancora: sotterraneo, attento, capace di ascoltare oltre il rumore. La poesia non si è adattata al tempo, ma il tempo può sempre tornare ad ascoltarla.

Scrivere quel testo fu un atto di libertà: liberarsi dalle morali, dai dogmi, dall’ipocrisia. La lingua che scelgo — dissonante, potente, queer nel senso più ampio — rifiuta la linearità del senso, contiene contraddizioni, mette il corpo al centro della parola. Non è confessione ma testimonianza; non vittima né santo, ma voce che attraversa il dolore e lo rende visibile.

Quel piccolo Pulcinoelefante, ventuno copie minuscole, contiene ancora tutto ciò che sono: fede e bestemmia, dolcezza e ferocia, vita e desiderio. Ogni volta che lo rileggo, sento che la poesia non consola, ma salva: salva almeno me, dal rischio di dimenticare che esisto, che sento, che posso ancora gridare con le parole.

In fondo, il significato profondo ruota attorno a una lotta interiore fra purezza e perversione, salvezza e distruzione, dove l’amore — forse omoerotico — appare come forza insieme salvifica e fatale. Il tono alterna liturgia e sarcasmo, angoscia e desiderio, come se la voce poetica si confrontasse con un dio interiore crudele e beffardo. È un piccolo dramma mistico-erotico, dove la tristità del cuore buono diventa materia poetica e carne dolente.

Una sola domanda: perché gli editori, oggi, non mi pubblicano più con questi versi mentre nel secolo scorso mi cercavano?

Domanda dolorosa, perché tocca non solo me, ma l’intera mutazione della cultura. Mi rispondo senza diplomazia: oggi la poesia che pensa, che ferisce, che scava come la mia, non ha più spazio nel sistema editoriale dominante, se non in rare eccezioni. Non perché sia fuori moda, ma perché la lingua del dolore e dell’intelligenza poetica è diventata incomprensibile a chi comanda la scena. In quegli anni esisteva ancora un’idea di poesia come gesto intellettuale e spirituale. Oggi si privilegiano poeti “visibili”, versi semplificati, comprensibili in pochi secondi. Io invece scrivo versi che chiedono silenzio, concentrazione, abbandono.

Eppure il pubblico per me c’è, sotterraneo e raffinato, che riconosce la necessità della parola viva. Nel secolo scorso mi cercavano perché esisteva ancora un patto tra chi scriveva e chi leggeva: attenzione, rischio, desiderio di verità. Oggi quel patto è spezzato, ma la mia voce resta la stessa — e proprio per questo è più necessaria che mai. Non sono fuori tempo: è il tempo che ha perso l’ascolto.

Quando tornerà la sete di parole vere — non di versi addomesticati — la mia poesia sarà lì, pronta come una lama nel velluto.

Cari editori.


martedì 30 dicembre 2025

Futuro (un racconto)


Nel futuro, in una città che sembra più un incubo che un luogo di speranza, si snodano vicende tragiche e grottesche. Il tempo, con la sua lunga scia di polvere e ruggine, ha lasciato dietro di sé un mondo sfilacciato, dove la realtà si intreccia con l’illusione come una trama di fili impossibili da districare. È un futuro che sorride beffardo, come una vecchia maschera consumata dal tempo, che svela solo la crudeltà di ciò che sta accadendo. Le strade sono percorse da demoni, esseri privi di volto e di forma definita, che si scontrano tra loro, in una continua lotta senza scopo. Ogni contatto è violento, ogni scambio è una rissa che esplode in urla distorte, come se la rabbia fosse l’unica lingua comprensibile in un mondo che ha smesso di parlare in modo umano.

In mezzo a tutto questo caos, si intravedono figure umane, sposi che, presi dalla furia cieca dell'amore, camminano come se nulla potesse turbare il loro incanto. Ma non c'è incanto, solo una trappola. L’amore che li lega è fragile, fatto di promesse vuote, di sogni che si spezzano sotto il peso della realtà. Gli sposi, con i volti trasfigurati dalla passione, non si accorgono che il loro legame è solo un'illusione, una "cilecca", come una freccia che non centra mai il bersaglio. Ogni gesto, ogni sguardo è già segnato dal fallimento. Ma loro non lo vedono. Sono troppo presi dalla loro condanna, dal miraggio di una felicità che non potrà mai essere.

Intorno a loro, come una nuvola invisibile che oscura la luce, ci sono i “tight di sussurri”, parole sussurrate che si infilano nelle orecchie come aghi sottili. Questi sussurri non sono semplici parole; sono legami invisibili che imprigionano la mente, che manipolano il pensiero, che fanno tremare l’anima. Sono frasi che non si dicono mai ad alta voce, ma che riecheggiano in ogni angolo, in ogni ombra. Sono le voci dei demoni, che non lottano più fisicamente, ma giocano sulle paure, sulle insicurezze. Sussurrano dubbi, raccontano storie di tradimento, insinuano paure che non si riescono a scacciare. Questi sussurri sono il veleno che corrode dall’interno, il vero motore di ogni distruzione. Eppure, chi li ascolta non li riconosce, non sa da dove vengano, come se fosse naturale vivere con quelle voci che ci risuonano dentro.

Il futuro che si dipinge così davanti agli occhi di chi ancora sogna è un luogo di fratture e solitudini. Le strade, una volta piene di vita, sono ora abbandonate, piene di detriti e macerie, come un riflesso di ciò che sono diventati gli uomini: esseri che non si parlano più, che vivono nel costante conflitto, nella ricerca di un amore che non sanno nemmeno più come trovare. Gli sposi sono l’emblema di questo disastro: si avvicinano l’uno all’altra, ma non riescono a vedersi veramente, a toccarsi nell’intimità che una volta li avrebbe uniti. Ora, tra di loro, ci sono solo le cilecche, errori, incomprensioni, desideri mai esauditi, che li tengono separati, come una parete invisibile che li costringe a vivere fianco a fianco, senza mai riuscire a entrare davvero in contatto.

E nel silenzio di questo futuro beffardo, l’unica verità che si riesce a scorgere è che il mondo non ha più senso. I demoni, inesorabili, continuano a lottare, ma non per un fine che possa essere compreso. La loro battaglia non ha un vincitore, perché nessuno può davvero vincere quando il caos è la regola. Gli sposi si affannano, sognano e sperano, ma la speranza è ormai un lusso che pochi si possono permettere. E i sussurri, sempre più forti, continuano a tessere la tela del destino, una tela che nessuno può più strappare.

In questo scenario, ogni passo che si fa è una caduta verso il nulla, ogni parola un’eco che non trova risposta. Il futuro non è un luogo da sperare, ma da temere. Un mondo dove il caos e l’amore, la violenza e la passione, si mescolano in una danza tragica, senza inizio né fine, come un cerchio che non si interrompe mai. E così, gli sposi continueranno a camminare, persi nei loro sogni e nei loro inganni, mentre i demoni continueranno la loro lotta, in una guerra che nessuno potrà vincere.

Eppure, nonostante la desolazione che domina il panorama, un'eco di speranza si fa strada, ma non nella forma che ci si aspetterebbe. Non è una luce brillante che squarcia le tenebre, ma una sorta di resistenza silenziosa, un battito irregolare che sopravvive tra le rovine di quel futuro ormai corrotto. Le voci dei demoni, che sembravano impossibili da scacciare, iniziano a vacillare, a perdere la loro forza. I tight di sussurri, che una volta avevano tessuto una ragnatela così fitta da sembrare indistricabile, si fanno più flebili, come se la loro stessa presenza stesse esaurendo il potere di tenere legate le menti di chi li ascolta.

In un angolo lontano di quella città distorta, tra le rovine di ciò che una volta era una piazza, due figure si incontrano. Non sono sposi, né amanti, né nemici. Sono due persone che, pur nel disfacimento totale, sono riuscite a scorgere un barlume di umanità, una piccola fiamma che resiste al vento gelido che soffia attraverso il vuoto. Non si guardano con occhi innamorati, né si scambiano parole di conforto. Non c'è amore in quello che li unisce, ma una semplice consapevolezza che, nonostante tutto, esiste ancora qualcosa da salvare, qualcosa che non è stato distrutto. È il riconoscimento di un'altra anima, la presa di coscienza che, anche nel cuore della rovina, la possibilità di un incontro autentico non è del tutto perduta.

I demoni, che sembravano invincibili, ora si ritrovano a combattere contro il silenzio che cresce tra gli uomini. L'assenza di parole diventa più potente dei loro sussurri, più forte delle loro minacce. In quella mancanza di rumore, in quella pausa che si stende come un velo sopra il caos, si fa spazio qualcosa di nuovo, qualcosa che non ha ancora nome ma che è la vera speranza: la capacità di scegliere di non essere dominati dal destino. Non è una scelta facile, né è priva di paura, ma è la sola possibilità di scoprire che, in fondo, l’amore non è solo una battaglia, ma una cura, un gesto che va al di là della passione cieca, un atto di consapevolezza e di cura reciproca.

Le strade, pur rimanendo macerie, iniziano a raccontare altre storie. Non più quelle di battaglie senza fine, di conflitti che non portano mai alla fine, ma storie di piccoli gesti di resistenza. Qualcuno comincia a ricostruire, qualcun altro a seminare, anche se nel cuore della notte, nel mezzo di quella violenza cosmica, queste azioni sembrano così piccole, così insignificanti. Ma sono lì, nei margini di una realtà che non ha più forma, nelle crepe di una civiltà che non sa più come rialzarsi. L’amore, forse, non salverà il mondo. Forse non potrà mai fermare i demoni, né cancellare le cicatrici lasciate dal passato. Ma è l’unica arma che resta. E, per quanto possa sembrare inutile, è l’unica che vale la pena impugnare.

I tight di sussurri si indeboliscono, si dissolvono, come nebbia al primo raggio di sole. L'amore non è più una prigione, ma una possibilità. Non è più l'inganno che alimenta la disperazione, ma la scintilla che può dare vita a qualcosa di nuovo. I demoni, seppur ancora presenti, sembrano meno minacciosi, come se la loro forza avesse perso il suo mordente. La battaglia, seppur mai vinta, ora si fa diversa: non più una lotta contro il destino, ma contro la rassegnazione. Non c'è più il rumore di fango che scivola via, ma un passo che comincia a risuonare nel silenzio, un passo che, pur incerto, è un segno di vita.

E così, in un futuro che sembrava segnato, il cambiamento si insinua lentamente, come una pianta che cresce tra le crepe di un asfalto rotto. L'amore, che aveva fallito nella sua forma più pura, trova una nuova via, una che non è più fatta di promesse impossibili, ma di accettazione, di comprensione, di piccoli atti di coraggio. Il futuro non è più solo un riflesso di disastro, ma uno spazio dove, forse, l'umanità potrà ancora trovare una sua forma. Una forma che non sarà mai perfetta, ma che potrebbe, finalmente, avere un senso.

Il futuro, dunque, non è una lineare evoluzione di speranza o disperazione, ma una serie di onde, di onde che si infrangono e poi si ritirano, per lasciare spazio a nuove forze che modellano il presente. Le strade un tempo desolate cominciano a riempirsi di vita, ma non quella di chi si accontenta di sopravvivere. È una vita che prende piede nella resistenza, che si nutre delle ferite lasciate dal passato ma che, lentamente, inizia a risanarle. Le cicatrici, sebbene ancora evidenti, non sono più un marchio di fallimento, ma una testimonianza di resilienza, di un dolore che è stato affrontato e che ha dato vita a una nuova comprensione di sé.

In mezzo a questo risveglio lento e silenzioso, le figure che si incontrano non sono più condannate a rimanere prigioniere dei loro destini. Gli sposi, che fino a poco prima erano trascinati in una passione cieca, che li aveva accecati verso la realtà, ora iniziano a vedersi per quello che sono veramente. Non più entità separate da un muro invisibile, ma due esseri che, pur nelle loro imperfezioni, si trovano, si riconoscono e si accettano. Non è l’amore romantico che sognano le favole, ma una forma di affetto più profonda, più vera, che si costruisce attraverso l’ascolto, il rispetto e la comprensione reciproca. Non si cerca più il miracolo, ma si abbraccia la bellezza del cammino comune, fatto di piccoli passi e, a volte, di silenzi condivisi.

Le voci dei demoni, che un tempo erano un presagio di follia e distruzione, ora sembrano più lontane, più sfocate, come se la loro esistenza dipendesse interamente dalla paura degli uomini. Quando gli uomini smettono di temere, quando smettono di vivere nel terrore che le voci possano dominare le loro menti, esse perdono potere. Non sono più demoni, ma semplici illusioni, ombre che non riescono a sfiorare la carne viva dell’esistenza. Le loro risse, che prima sembravano invincibili, sono ora come giochi di bambini che si stancano di litigare e si allontanano, lasciando il campo libero a chi è pronto a ricominciare.

Eppure, anche in questa nuova quiete che si va facendo strada, non mancano i segni del passato. Ogni pietra, ogni angolo di quella città che sta lentamente rinascendo, porta con sé la traccia di ciò che è stato. Ma non è una traccia che opprime, non è una memoria che schiaccia. È una memoria che, come il vento che scivola tra gli alberi, porta con sé il profumo di ciò che è stato, ma anche la promessa di ciò che può ancora venire. È una memoria che non è più legata alla disperazione, ma al desiderio di costruire qualcosa di nuovo, qualcosa che non ripeta gli errori del passato.

Non c'è una ricetta per il futuro, né un destino che si può semplicemente seguire. Quello che emerge, lentamente, è un concetto di comunità che non è più fatto di vincoli obbligatori, ma di legami che si scelgono, che si costruiscono nel tempo, con pazienza e con il coraggio di fare i conti con le proprie debolezze. La città, una volta rovinata, ora è una tela su cui si dipinge una nuova storia. I suoi abitanti non sono più spettatori passivi, ma protagonisti attivi di un racconto che ancora non è scritto, che si costruisce ogni giorno, con ogni gesto, con ogni scelta.

E così, anche gli sposi, che sembravano destinati a perdersi nel vortice delle loro illusioni, iniziano a intrecciare le loro vite con quelle degli altri. Non più chiusi nel loro mondo, ma parte di un tessuto che li lega agli altri, in un movimento che è al tempo stesso individuale e collettivo. La loro unione non è più un rifugio da un mondo che li minaccia, ma una partecipazione a un cambiamento che va oltre le loro paure, oltre le loro aspettative. In questo, il loro amore diventa qualcosa di diverso: non è più la fiamma che consuma, ma la luce che guida, non solo loro, ma tutti coloro che li circondano.

I demoni, dunque, non sono stati sconfitti, ma trasformati. La loro presenza, che prima sembrava costante e minacciosa, ora si mescola con la realtà di chi ha scelto di andare avanti, di resistere. Non sono più entità da combattere, ma forze che fanno parte della vita, che insegnano, che mostrano la difficoltà di vivere, ma anche la bellezza di farlo con consapevolezza. La città, la sua gente, i suoi sogni: tutto si fonde in un futuro che non è più solo un’ombra di ciò che poteva essere, ma una promessa di ciò che potrebbe ancora diventare. Non è la fine, né l’inizio di una nuova era, ma il riconoscimento che il cambiamento è sempre possibile, che la vita è sempre in grado di risorgere, anche nei luoghi più devastati, anche nei cuori più infranti.

Il futuro, pur se incerto e frammentato, è ormai un mosaico che si compone di pezzi non più spinti dal caos, ma dalla volontà di ricostruire, di riemergere. La città, ancora lacerata da cicatrici profonde, comincia a respirare una nuova aria. Non è una rinascita immediata, né priva di lotte interiori, ma è una nascita che si realizza nel quotidiano, nei piccoli gesti di chi, in mezzo alla rovina, sceglie di camminare ancora. Non ci sono miracoli, ma passi, semplici, incerti, verso un orizzonte che non è mai stato del tutto perduto.

Gli sposi, che ormai non sono più prigionieri delle loro aspettative irrealistiche, sembrano comprendere la profondità di ciò che stanno vivendo. Non c'è un ideale romantico che li spinge, ma una consapevolezza che il loro amore è costruito sulle rovine di un passato condiviso. Ogni parola che si scambiano non è più promessa, ma atto di fiducia. Non c'è più il fardello della perfezione da raggiungere, ma una libertà nuova, quella di accogliere le imperfezioni dell'altro, di viverle come parte di una stessa realtà. E così, il loro amore, che all'inizio sembrava una corsa cieca verso un sogno illusorio, ora diventa una danza più lenta, più consapevole, fatta di pause, di respiro, di silenzi che parlano più di mille parole.

Non è un amore che cerca il riscatto, ma che accetta di essere presente, nonostante le ferite. E, in questo accettare, c'è una forza che non c'è mai stata prima. La città, seppure distrutta, non è più un deserto di solitudine, ma un luogo dove i legami si intrecciano, dove le mani, pur segnate dalla fatica, si tendono per aiutarsi a rialzarsi. La comunità che sta rinascendo non è più un semplice insieme di individui, ma un reticolo di storie condivise, di esperienze vissute che si mescolano e si sovrappongono, formando una trama nuova, mai vista prima. Ogni angolo della città, ogni vicolo che si fa largo tra le rovine, racconta una storia di riscatto, di speranza che cresce lentamente, ma che non ha intenzione di fermarsi.

I demoni, un tempo figure minacciose, ora sembrano appartenere più alla memoria che alla realtà. Non sono scomparsi, ma si sono ridotti, come le ombre che si dissolvono all'alba. La loro presenza non ha più il potere di incutere paura. Non più voci che si insinuano nelle menti, ma reminiscenze di antiche battaglie interiori, che ogni uomo deve affrontare per poter andare avanti. Ma non sono più mostri da combattere. Sono parte di chi siamo, di ciò che abbiamo vissuto e superato. E nel loro ricordo c'è la consapevolezza che ogni difficoltà porta con sé una lezione, e che non c’è sconfitta definitiva, ma solo la possibilità di imparare a vivere nonostante la loro esistenza.

La città stessa, ora, sembra prendere coscienza di sé. Non è più solo un insieme di rovine, ma una mappa che racconta il percorso di un’intera civiltà, i suoi errori e le sue conquiste, i suoi smarrimenti e le sue riscoperte. Non c’è più vergogna nell’ammettere che qualcosa è andato storto, che la strada percorsa non è quella giusta. Ma la vergogna è stata sostituita dalla determinazione a ricominciare. Ogni edificio che viene ricostruito, ogni angolo che viene ripulito, è un passo in avanti verso un futuro che non ha mai smesso di essere possibile, anche nei momenti più bui.

Le persone che abitano questo futuro non sono più schiave di un destino già scritto. Non c’è un cammino tracciato che tutti devono percorrere. La bellezza di questo nuovo mondo sta nella sua apertura, nella possibilità che ognuno ha di definire la propria esistenza. L'individualità non è più una solitudine da combattere, ma una risorsa da condividere. Ogni persona è un mondo che si intreccia con quello degli altri, creando una rete di esperienze che arricchiscono la comunità. Non c'è più la divisione tra chi ha e chi non ha, tra chi è riuscito e chi ha fallito. C'è solo la consapevolezza che, insieme, si può riscrivere la storia.

Non è un mondo perfetto, né privo di difficoltà, ma è un mondo che ha scelto di vivere, di andare avanti, di ricominciare. E in questa scelta c'è una forza che non dipende da un ideale, ma dalla realtà, da ciò che si è imparato nel cammino e che ora si porta con sé come una risorsa preziosa. La città si fa città dei vivi, non dei sopravvissuti. Ogni passo che si compie, ogni gesto di gentilezza, di comprensione, di solidarietà, è un seme che cresce, che porta con sé una promessa. E, mentre il sole tramonta lentamente dietro le colline, il futuro, che un tempo sembrava sfuggire tra le dita, comincia a diventare chiaro, a prendere forma. Non è il futuro di chi ha vinto, ma di chi ha scelto di non arrendersi mai.


L'ultima danza sulla Senna (un racconto)

Parigi, 1953. Il Moulin Rouge brillava come una stella ribelle nel cuore della notte. I riflessi delle luci scivolavano sulle piume e sui sorrisi di chi danzava, mentre l'aria profumava di champagne e sogni che non conoscevano il confine dell'alba.

Josephine Baker entrò in scena come un'alba su un campo di magnolie. Il pubblico trattenne il fiato, incantato dalla sua bellezza scolpita in un abito bianco che sembrava rubato a una dea. I suoi occhi neri scrutavano la sala con la dolcezza di chi aveva visto il mondo intero e aveva imparato a riderne.

Tra la folla, seduto in prima fila, c'era Charlie Chaplin. Il suo sorriso era lo stesso che aveva fatto innamorare milioni di spettatori, ma quella sera era più sottile, più intimo. Quando Josephine lo vide, il tempo sembrò fermarsi.

Lei scese dal palco, con la grazia di una pantera che danza. Con un fiore tra le dita, si avvicinò a Charlie. Lui si alzò, tendendo la mano come se stesse recitando una scena che non avrebbe mai voluto finisse.

"Charlie, mon cher," disse Josephine con una voce che sapeva di miele e avventure. "Sapevo che saresti venuto. Tu non resisti ai miei spettacoli."

Chaplin rise piano, stringendole la mano. "Come potrei? Sei l’unica che riesce a far ballare persino il silenzio."

La folla applaudì, ma loro non li sentirono. In quel momento, c'erano solo loro due, due artisti che avevano conquistato il mondo senza mai smettere di danzare sul filo della libertà.

Josephine lo guardò con un sorriso che sapeva di complicità antica. C'erano storie non dette tra quelle dita intrecciate, come se il tempo avesse tessuto per loro un tappeto invisibile su cui danzare.

“Ti ho visto l’ultima volta a Londra, Charlie,” disse lei, stringendogli il braccio con delicatezza. “Tu eri già una leggenda, io solo una ragazza che correva scalza sui palchi.”

Chaplin inclinò la testa, con quella sua espressione sorniona che aveva reso eterno Charlot. “E ora sei tu la leggenda. Io sono solo un vecchio uomo che si lascia incantare dai tuoi passi.”

Josephine rise, quella risata che sapeva accendere la notte. “Oh, Charlie, tu non sarai mai vecchio. I poeti e i clown non invecchiano, si trasformano in stelle.”

Il fotografo, un ragazzo che sembrava quasi timoroso di interrompere quel momento, scattò una foto. La luce del flash illuminò i loro volti: Josephine con il fiore che sfiorava la guancia di Chaplin, lui con gli occhi che brillavano di affetto sincero.

Il rumore della sala si fece più distante mentre lei lo accompagnava a sedersi a un tavolo vicino al palco. “Sai, avrei voluto essere come te, Charlie. Far ridere il mondo. Ma io… io ho sempre saputo solo ballare.”

Chaplin si voltò verso di lei, gli occhi colmi di quella dolcezza che aveva reso grandi i suoi film. “E pensi che non sia la stessa cosa? La tua danza fa ridere i cuori. Io inciampo, tu voli. Ma alla fine, facciamo piangere e ridere per lo stesso motivo.”

Josephine lo guardò a lungo, in silenzio. Poi gli prese la mano e la posò sul proprio cuore. “Promettimi che balleremo insieme, una volta. Anche solo per finta.”

Chaplin annuì. “Promesso. Ma ti avverto… sono un pessimo ballerino.”

“Ti insegnerò io,” sussurrò Josephine.

E quella sera, tra le luci rosse e dorate del Moulin Rouge, due anime che avevano attraversato l’oceano e le guerre si trovarono, ballando in silenzio, mentre il mondo continuava a girare intorno a loro.

La musica partì dolcemente, un lento jazz che si srotolava come seta nell’aria calda del Moulin Rouge. Josephine si alzò in piedi, lasciando che l’abito bianco scivolasse attorno a lei come una nuvola.

“Allora, Monsieur Chaplin,” disse tendendogli la mano, “vediamo se le vostre scarpe sanno ancora seguire il ritmo.”

Charlie si alzò con un’espressione da eterno marionettista, come se ogni movimento fosse parte di una pantomima invisibile. Fece un piccolo inchino esagerato, sollevando un sopracciglio con quel suo umorismo delicato che non aveva bisogno di parole.

Josephine scoppiò a ridere, tirandolo verso il centro della sala. Attorno a loro, la gente si girava, stupita, ma nessuno osava interrompere quella danza.

Le mani di Charlie erano leggere sulla sua schiena, mentre lei guidava con la grazia di chi aveva domato palchi e palazzi. Si muovevano piano, come due ombre che si rincorrono al tramonto.

“Sei leggero come una piuma,” mormorò Josephine, con un pizzico di sorpresa.

Chaplin sorrise sotto i baffi immaginari. “E tu sei più leggera dell’aria, mia cara.”

Il tempo sembrava sospeso. Le luci del locale danzavano intorno a loro come piccoli pianeti, e Josephine sapeva che non avrebbe mai dimenticato quel momento.

Poi, con una mossa teatrale, Charlie inciampò di proposito, facendo roteare Josephine tra le sue braccia. La sala scoppiò a ridere, applaudendo.

Josephine lo fissò, fingendo un’aria di rimprovero. “Mi avevi promesso di non inciampare.”

“Ah, ma l’ho fatto apposta,” rispose lui, mentre la rimetteva in piedi con un’eleganza quasi regale. “Dovevo ricordarti che anche i ballerini ogni tanto cadono.”

Lei scosse la testa, stringendo le sue mani con più forza. “Allora promettimi che se cadi di nuovo, lo faremo insieme.”

Charlie annuì, con uno sguardo che brillava come una vecchia pellicola in bianco e nero. “Promesso, Josephine.”

E mentre la musica rallentava, rimasero lì, al centro della sala, due anime che avevano trovato nell’arte un modo per non sentirsi mai soli.

La musica si spense, lasciando un’eco che sembrava vibrare tra le pareti rosse del Moulin Rouge. Josephine e Charlie rimasero fermi, sospesi in quell’istante che nessuno osava spezzare. Poi, come a un segnale invisibile, la sala scoppiò in un applauso fragoroso, un’onda che li avvolse con il calore di chi aveva appena assistito a qualcosa di irripetibile.

Josephine si avvicinò all’orecchio di Charlie, sussurrando con un sorriso: “Vedi? Nemmeno il pubblico vuole lasciarci andare.”

Charlie rispose con il solito tono ironico. “Forse sperano che io inciampi di nuovo. Sai, il disastro ha sempre un suo fascino.”

Lei rise, poi gli prese il braccio, conducendolo con grazia verso il tavolo d’angolo. Le luci soffuse facevano risplendere i capelli argentati di Chaplin, mentre Josephine brillava come un diamante sotto la seta del suo abito.

“Dimmi, Charlie,” chiese lei, sorseggiando lentamente un bicchiere di champagne, “quando smettiamo di essere artisti? Quando ci fermiamo?”

Lui la guardò con occhi in cui sembrava danzare il riflesso di mille pellicole. “Mai, Josephine. Gli artisti non si fermano. Semplicemente, diventano parte dello spettacolo del mondo. Un giorno scompariamo dietro il sipario, ma le nostre ombre continuano a ballare per chi sa vederle.”

Josephine rimase in silenzio, le dita che giocherellavano con il gambo del bicchiere. Poi lo fissò, con quello sguardo intenso che aveva incantato principi e poeti.

“E tu, cosa vedi quando guardi dietro il sipario?”

Chaplin si prese un momento, scrutando il riflesso del lampadario sul vetro del suo calice. “Vedo te, Josephine. E vedo me, invecchiato ma mai stanco. Vedo risate che non finiscono mai davvero, nemmeno quando il pubblico se ne va.”

Lei sorrise, posando la mano sopra la sua. “Allora balleremo ancora. Anche dietro il sipario.”

Quella notte, tra il tintinnio dei bicchieri e il mormorio della sala, Josephine Baker e Charlie Chaplin, due anime che avevano cambiato il mondo con la bellezza e il riso, si promisero di non smettere mai di ballare. E mentre il cielo di Parigi si accendeva delle prime luci dell’alba, l’ombra di Josephine sembrava ancora danzare, leggera, tra le luci del Moulin Rouge.

Il Moulin Rouge si svuotava piano, come un palcoscenico alla fine di una lunga recita. I camerieri raccoglievano i bicchieri abbandonati, mentre le ultime risate si spegnevano tra i tavoli. Josephine e Charlie erano rimasti lì, testardi contro la notte, come due vecchi amici che non sanno dirsi addio.

“Charlie, conosci Parigi di notte?” chiese lei, accennando con la testa verso la porta.

Chaplin la fissò, con un lampo malizioso nello sguardo. “Conosco Parigi in ogni suo difetto… ma non ho mai avuto una guida come te.”

Josephine si alzò con la leggerezza di chi non ha mai davvero toccato terra. Gli porse la mano, e senza aggiungere altro lo trascinò fuori, sotto il cielo che brillava di stelle come lampadine accese apposta per loro.

Camminarono lungo il Boulevard de Clichy, le strade silenziose che raccontavano storie a ogni angolo. Josephine si fermava ogni tanto per indicare un dettaglio: una finestra socchiusa, un gatto che li osservava da un cornicione, una vecchia insegna sbiadita.

“Vedi quella finestra lassù? Lì viveva una ballerina. Dicevano che parlava con i fantasmi del teatro.”

Chaplin annuì serio, assecondandola. “E cosa dicevano i fantasmi?”

Josephine si voltò verso di lui con un sorriso enigmatico. “Che non bisogna mai smettere di ballare, nemmeno quando la musica finisce.”

“Ah, loro sono saggi. Io invece parlo con i miei personaggi,” rispose Charlie, infilando le mani nelle tasche del cappotto. “E ti dirò, dicono la stessa cosa.”

Parigi li cullava, la notte che scivolava come seta tra le strade. Arrivarono davanti alla Senna, dove i lampioni si riflettevano nell’acqua come pennellate dorate.

Josephine si fermò, fissando il fiume. “Sai, a volte mi fermo qui da sola. Mi siedo sul parapetto e guardo l’acqua. È come se Parigi si specchiasse per controllare se è ancora bella.”

Chaplin la osservò di lato, poi si sedette accanto a lei, con le gambe che penzolavano sopra l’acqua scura.

“E cosa pensi? È ancora bella?”

Josephine annuì piano. “Sempre. Anche quando piove. Forse perché le sue cicatrici non la nasconde mai.”

Charlie restò in silenzio per un po’. Poi si tolse il cappello, lo rigirò tra le mani e lo posò accanto a sé.

“Parigi è come noi, Josephine. Ha danzato tanto, riso tanto, e qualche volta è inciampata. Ma è proprio per questo che continua a incantarci.”

Lei si voltò, posandogli una mano sulla spalla. “Allora siamo fortunati a farne parte.”

Rimasero lì, immobili, mentre il fiume scorreva lento sotto di loro, portando via la notte. In quel momento, sembrava che Parigi li stesse abbracciando, come una vecchia amica che conosce tutti i loro segreti.

Il vento leggero della Senna scompigliava i capelli di Josephine, facendoli danzare come fili di seta nera contro le luci della città. Chaplin, con il cappello tra le mani, la osservava di sottecchi, come se volesse rubare quel momento per inserirlo in uno dei suoi film.

“Allora, Josephine,” disse rompendo il silenzio, “se Parigi è come noi, dove credi che vada quando nessuno la guarda?”

Lei rise piano, con quella voce calda che sembrava vibrare tra i lampioni. “Oh, Parigi non dorme mai davvero. Si nasconde nelle mansarde dei pittori, nei bicchieri mezzi vuoti dei café, e sotto i ponti. E quando proprio non sa dove andare… viene qui, a ballare con la sua ombra.”

Chaplin scosse la testa, ridendo a sua volta. “Sei sempre stata una poetessa, Josephine.”

“E tu, Charlie?” rispose lei, voltandosi per fissarlo negli occhi. “Dove vai quando nessuno ti guarda?”

Lui rimase in silenzio per un attimo, fissando l’acqua che scivolava sotto i loro piedi. “Io? Torno nei miei film. Cammino tra Charlot e i miei vecchi personaggi. A volte mi nascondo dietro un lampione, altre volte inciampo su una scarpa troppo grande. È il posto più sicuro che conosco.”

Josephine inclinò la testa, stringendo le ginocchia al petto. “E non ti stanchi mai di inciampare?”

Chaplin la guardò con uno sguardo che sembrava venire da un altro tempo. “No, perché ogni volta c’è qualcuno che ride. E finché qualcuno ride, io non smetto di camminare.”

Il silenzio cadde di nuovo tra loro, ma era un silenzio dolce, come quello tra vecchi amici che non hanno bisogno di riempire ogni spazio con parole.

D’un tratto, Josephine si alzò, con un guizzo improvviso. “Sai una cosa, Charlie? Voglio ballare. Qui. Adesso.”

Chaplin la guardò sorpreso, poi si mise il cappello di traverso e si alzò con un’espressione seria, ma con un luccichio negli occhi.

“Signorina Baker, non ho scarpe adatte per seguire una danzatrice del tuo calibro.”

Lei si tolse le scarpe e le lasciò cadere sul parapetto. “Perfetto. Balleremo scalzi, come fanno i bambini.”

E così, sotto le stelle di Parigi, Josephine Baker e Charlie Chaplin ballarono sulla riva della Senna, con i piedi nudi che sfioravano la pietra fredda. I lampioni si riflettevano nell’acqua, e per un momento sembrava che anche Parigi avesse smesso di respirare per guardarli.

Quando si fermarono, entrambi senza fiato, Josephine si appoggiò a lui, ridendo. “Vedi, Charlie? Sei un ballerino migliore di quanto pensi.”

Lui si aggiustò il cappello, nascondendo un sorriso. “Oh, è tutto merito della mia partner.”

Josephine lo prese sottobraccio e si incamminarono lungo il fiume, lasciandosi alle spalle l’eco di quella danza improvvisata.

“Charlie,” disse lei, dopo qualche passo, “quando racconteranno questa storia, pensi che qualcuno ci crederà?”

Chaplin rise piano. “Probabilmente no. Ma sai cosa? Non importa. Perché Parigi lo ricorderà per noi.”

E così, mentre le prime luci dell’alba sfioravano il cielo, Josephine Baker e Charlie Chaplin scomparvero tra le ombre di Parigi, lasciando dietro di loro soltanto il sussurro di una danza che nessuno aveva visto, ma che tutti avrebbero potuto immaginare.


Difendere la continuità: quando la parola smette di ascoltare

C’è un tipo di povertà che non coincide con l’errore. Non coincide con l’italiano incerto, con la grammatica imperfetta, con gli strafalcioni che affollano quaderni, schermi, commenti lasciati in fretta. L’errore, quando nasce da un tentativo autentico, conserva sempre una dignità: è il segno di un movimento, di un’avanzata esitante verso il senso, di una volontà di dire che precede la forma. In questo senso l’errore è umano, profondamente umano, e talvolta persino commovente. Racconta uno sforzo, un desiderio di partecipazione. La vera miseria comincia altrove, quando viene meno il desiderio stesso di capire, quando la parola smette di interrogare il mondo e si riduce a gesto riflesso, a reazione automatica, a rumore di fondo. È lì che la lingua si svuota e diventa aggressiva: non perché sbaglia, ma perché non ascolta, perché non attende risposta.

Questo svuotamento del linguaggio è quasi sempre accompagnato da una maleducazione esibita, che si presenta come spontaneità, come franchezza senza filtri, come presunta autenticità. In realtà è una forma di chiusura, una difesa istintiva contro tutto ciò che chiede tempo, attenzione, complessità. È un rifiuto della relazione, non un atto di libertà. Il vuoto culturale che la sostiene non è mai innocente né neutro: fa paura proprio perché non sa riconoscersi come vuoto, e quindi reagisce con fastidio, sarcasmo o violenza verbale a qualsiasi tentativo di articolazione più profonda. In questo deserto, la complessità viene percepita come arroganza, il pensiero come un sopruso, la cura della parola come un vezzo elitario.

I mezzi di comunicazione hanno avuto – e continuano ad avere – una responsabilità decisiva in questo processo. Da decenni, televisione, giornali e ora piattaforme digitali alimentano un’idea ridotta e consumistica del linguaggio e della cultura. Non si tratta soltanto di un progressivo abbassamento del livello, ma di una vera e propria sostituzione: il senso viene rimpiazzato dall’effetto, la riflessione dalla reazione immediata, la complessità dalla semplificazione aggressiva. L’ignoranza non solo viene normalizzata, ma spesso rivendicata come segno di autenticità popolare, mentre ogni tentativo di approfondimento viene deriso, sospettato, delegittimato. È una colpevolezza strutturale, ormai interiorizzata, che ha prodotto una progressiva erosione della fiducia nella parola come strumento di conoscenza.

Già molti anni fa questi segnali erano visibili nei luoghi dell’apprendimento, non come fallimenti individuali, ma come sintomi di una frattura sociale più ampia. Le difficoltà linguistiche che emergevano nei testi scritti non erano semplicemente “errori”: erano il riflesso di un rapporto spezzato con il pensiero astratto, con la possibilità di raccontare un’esperienza, di darle una struttura, una durata, una profondità. Non mancavano solo le regole: mancava spesso l’idea stessa che valesse la pena cercarle, che il linguaggio potesse essere uno strumento per comprendere se stessi e il mondo.
Quella frattura, oggi, non solo non si è ricomposta, ma si è estesa fino a diventare norma. Lo spazio pubblico, soprattutto quello digitale, ne è la manifestazione più evidente. Nei social network la parola non costruisce più un luogo comune, ma viene consumata come un oggetto istantaneo. Si scrive per occupare spazio, per reagire, per affermare una presenza momentanea, raramente per comunicare davvero. Il linguaggio si contrae, si irrigidisce, perde sfumature, e con esse perde la capacità di pensare il mondo. In questo scenario, la lentezza diventa sospetta, il silenzio viene interpretato come assenza o debolezza, la riflessione come perdita di tempo.

Eppure, accanto a questo paesaggio impoverito, continua a esistere – spesso in modo discreto, quasi clandestino – una passione autentica per la divulgazione e per la trasmissione del sapere. Non ha nulla di didascalico, nulla della lezione impartita dall’alto. È piuttosto un gesto di apertura, un modo di tenere aperto un passaggio tra chi sa e chi desidera sapere, tra il passato e il presente, tra l’opera e la vita. È una passione che non si esaurisce con l’età, perché non nasce da un ruolo o da una funzione, ma da un bisogno profondo di relazione, di condivisione, di continuità.

Chi, come me, ha costruito il proprio sguardo attraverso le immagini, o ha attraversato la storia e l’arte per necessità interiore e non per dovere, sa che le immagini non sono mai semplici ornamenti. Le immagini pensano. Sono strutture cognitive, strumenti di conoscenza tanto quanto le parole, e talvolta più diretti, più incisivi. Un’immagine può condensare un’epoca, una visione del mondo, una tensione emotiva che nessun discorso riesce a esaurire completamente. Per questo non sono mai innocue: chiedono tempo, attenzione, disponibilità.

Noi viviamo, pensiamo e sogniamo per immagini. La memoria stessa è un archivio visivo, fatto di frammenti, di scene, di dettagli che ritornano con una forza spesso inattesa. Questo rivela quanto l’immagine sia una struttura fondamentale del nostro rapporto con il reale.

Quando un’immagine viene separata dalla vita, quando viene isolata, neutralizzata, messa al riparo in nome di una tutela astratta, qualcosa si incrina. L’immagine può essere perfettamente conservata, restaurata, protetta, e tuttavia perdere la sua funzione più profonda: quella di essere un luogo di relazione. Salvare un’opera non significa soltanto impedirne il degrado materiale, ma preservarne il legame con il contesto umano che l’ha accolta, guardata, interpretata, trasformata nel tempo.

Alcune immagini resistono più di altre proprio per questo motivo. Non perché siano più celebri o più perfette, ma perché hanno messo radici. Sono entrate nella vita quotidiana delle persone, hanno accompagnato gesti ordinari e momenti decisivi, hanno condiviso paure, attese, speranze. Sono diventate una continuità tra la rappresentazione e l’esperienza, tra il corpo reale e quello simbolico, tra la memoria individuale e quella collettiva. In questi casi, l’immagine non appartiene più soltanto alla storia dell’arte: appartiene a una comunità, e la comunità, a sua volta, si riconosce in essa.

Difendere questa continuità, oggi, è già una forma di resistenza. Non una resistenza rumorosa o ideologica, ma una resistenza profonda, silenziosa, quasi ostinata. Significa opporsi all’idea che la cultura sia solo accumulo di oggetti, di dati, di competenze certificate. Significa ricordare che la cultura è prima di tutto relazione viva, esperienza condivisa, possibilità di riconoscersi in qualcosa che ci precede e ci supera. In un tempo che tende a separare, a isolare, a semplificare fino allo svuotamento, mantenere vivo questo legame è un atto necessario. Forse è uno degli ultimi modi che abbiamo per continuare, insieme, a respirare.