mercoledì 31 dicembre 2025

L’acrobazia del tempo e la responsabilità del futuro


Nel pensiero contemporaneo la questione del rapporto tra presente e futuro ha assunto un carattere strutturalmente problematico. Non si tratta più, come in epoche precedenti, di immaginare il futuro come semplice prosecuzione o sviluppo del presente, ma di pensarlo come spazio radicalmente esposto alle conseguenze di azioni i cui effetti superano ormai in modo sistematico le capacità di previsione, di rappresentazione e di controllo dell’agire umano. È in questo contesto che si inserisce la nozione di “acrobata del tempo”, espressione con cui Anders indica quella rarissima facoltà di mettersi nei panni di chi verrà dopo, assumendo anticipatamente lo sguardo retrospettivo del futuro sul presente.

Tale operazione richiede un’inversione cognitiva ed emotiva estremamente complessa. Non si tratta semplicemente di proiettarsi in avanti, ma di collocarsi simbolicamente oltre il proprio tempo per guardarlo come già compiuto, come già consegnato al giudizio della storia. L’individuo che riesce in questo esercizio è colui che immagina il proprio presente non come centro del tempo, ma come suo frammento transitorio, già iscritto in una catena causale che non gli appartiene più. L’acrobazia consiste precisamente in questo spostamento: l’uscita dalla temporalità autoreferenziale in cui il presente si percepisce come assoluto.

La difficoltà strutturale di questo gesto deriva dalla sproporzione tra la potenza tecnica dell’azione umana e la sua capacità di immaginazione etica. La civiltà contemporanea possiede strumenti in grado di produrre effetti irreversibili su scala planetaria, biologica, climatica, informatica, simbolica. Tuttavia, la rappresentazione condivisa di tali effetti resta inevitabilmente inadeguata. Anders ha definito questa condizione come una forma di analfabetismo immaginativo rispetto alle conseguenze. L’uomo sa ciò che fa, ma non riesce a sentire ciò che produce. La distanza tra sapere e sentire diventa così la sede di una nuova irresponsabilità strutturale.

L’acrobata del tempo si colloca contro questo deficit. Egli è colui che tenta di colmare lo scarto tra l’azione e la sua proiezione futura, anticipando emotivamente ciò che è noto solo in forma astratta. Questo anticipo non è previsione tecnica, ma assunzione morale del possibile. Significa lasciarsi colpire oggi da ciò che domani potrà manifestarsi in modo compiuto. È un’operazione che comporta una forma di esposizione al trauma prima del trauma stesso. Era tale esposizione che Anders riteneva quasi impraticabile per la maggioranza degli individui, non per incapacità intellettuale, ma per insufficienza psichica.

Infatti, il riconoscimento pieno delle conseguenze future dell’agire presente genera un’eccedenza di angoscia che tende a paralizzare. Di fronte a tale eccedenza, le società contemporanee sviluppano strategie sistematiche di neutralizzazione emotiva: la normalizzazione del rischio, la sua traduzione in statistica, la sua amministrazione tecnica. In questo modo, ciò che dovrebbe suscitare spavento, arresto, ripensamento, viene invece reso compatibile con la continuità dei comportamenti. La catastrofe non si presenta più come evento eccezionale, ma come processo diluito. L’estinzione stessa viene inglobata nel linguaggio della gestione.

Il concetto di “domani” perde così la propria specificità etica. Non è più la soglia dell’inedito, ma l’estensione amministrativa dell’oggi. La temporalità si appiattisce in una successione di presenti funzionalmente equivalenti. In tale regime temporale, la responsabilità si riduce alla gestione dell’immediato. La dimensione del debito verso chi non esiste ancora scompare dall’orizzonte percettivo. L’acrobata del tempo, al contrario, vive precisamente in questo debito. Egli agisce come se fosse già contemporaneo di coloro che ancora non sono nati.

Questo mutamento di prospettiva implica un ripensamento radicale della nozione stessa di politica. Se tradizionalmente l’azione politica è stata concepita come orientata alla comunità presente, oggi essa non può più prescindere dalla comunità futura. Si tratta di una comunità silenziosa, priva di voce, incapace di rivendicare diritti nell’immediato. E proprio per questo assolutamente dipendente dalle decisioni di chi occupa ora il tempo. Mettersi nei panni dei futuri abitanti del mondo significa riconoscere che molte delle scelte odierne produrranno soggetti che non avranno potuto in alcun modo partecipare alla loro determinazione.

Questa asimmetria genera una nuova configurazione della colpa. Non si è più responsabili soltanto per ciò che si è fatto agli altri presenti, ma anche per ciò che si renderà inevitabile per altri assenti. Il futuro non è più uno spazio di promessa, ma anche uno spazio di imputazione. Esso giudicherà il presente non per le sue intenzioni, ma per i suoi effetti. L’acrobata del tempo assume simbolicamente questo giudizio prima che esso abbia luogo.

In tale scenario, il ruolo dei dispositivi culturali muta profondamente. In particolare, la letteratura, intesa non come intrattenimento ma come pratica di conoscenza, assume una funzione di supplemento immaginativo della responsabilità. Essa non fornisce soluzioni, né previsioni affidabili, ma allarga l’orizzonte dell’esperienza oltre i limiti del vissuto individuale. Attraverso la costruzione di mondi possibili, la letteratura consente al soggetto di abitare temporalità che eccedono la propria. In questo senso, essa esercita una funzione di addestramento alla trascendenza temporale.

Leggere significa sospendere momentaneamente la coincidenza con se stessi. Significa assumere punti di vista che non sono i propri, abitare durate che non coincidono con la propria biografia, esporsi a esistenze che sono state o che potrebbero essere. Questo esercizio, apparentemente innocuo, agisce in realtà come un dispositivo di dilatazione etica. Abituare l’immaginazione a non restare chiusa nel perimetro del presente è una condizione preliminare per qualsiasi forma di responsabilità verso il futuro.

Il problema fondamentale del nostro tempo non è infatti la mancanza di dati, ma la loro insufficiente traduzione in coscienza. Le informazioni sulla crisi climatica, sulle trasformazioni biologiche, sui mutamenti tecnologici, sulla precarizzazione sistemica dell’esistenza sono disponibili in quantità senza precedenti. Tuttavia, la loro interiorizzazione resta debole. Esse circolano come rumore di fondo, come scenario già incluso nel paesaggio dell’ovvio. L’acrobata del tempo è colui che rifiuta questa integrazione passiva della catastrofe nella normalità. Egli mantiene aperta la ferita della domanda.

La nozione di “fine” stessa subisce una profonda trasformazione. In epoche precedenti, la fine coincideva con il crollo improvviso di un ordine. Oggi essa assume piuttosto la forma di una lenta erosione. Si consuma per accumulo, per progressiva sottrazione di condizioni di abitabilità. L’estinzione, in questo senso, non appare più come evento spettacolare, ma come processo silenzioso. Ci si estingue mentre si continua a vivere. L’acrobata del tempo è colui che riesce a percepire la fine mentre essa non ha ancora assunto i tratti visibili della fine.

Questa capacità di percezione anticipata comporta un isolamento specifico. Chi vede troppo presto ciò che altri non vogliono vedere rischia di apparire eccessivo, disturbante, apocalittico. La società tende a neutralizzare queste figure attraverso la marginalizzazione, la ridicolizzazione o l’assorbimento retorico. L’acrobata del tempo non viene quasi mai riconosciuto come tale nel suo presente. La sua funzione è riconoscibile solo retrospettivamente, quando il futuro che egli aveva intravisto è già diventato presente per tutti.

Questo carattere postumo del riconoscimento rivela una struttura essenziale del tempo storico. La verità del presente è sempre in parte illeggibile al presente stesso. Solo lo sguardo futuro può comporla in una figura coerente. Tuttavia, se nessuno tenta di anticipare quello sguardo, il presente resta interamente consegnato alle logiche dell’immediato. L’acrobata del tempo rappresenta dunque una frattura interna al flusso dell’attualità. Egli introduce nella continuità del presente un elemento di discontinuità giudicante.

In ultima analisi, la questione degli “acrobati del tempo” non riguarda soltanto individui eccezionali, ma una postura possibile dell’umano di fronte al proprio stesso potere. La modernità ha costruito una civiltà fondata sull’espansione delle possibilità. Ma ciò che oggi viene messo in questione è la capacità di rispondere eticamente di tale espansione. Non tutto ciò che è possibile è anche sostenibile. Non tutto ciò che è tecnicamente realizzabile è simbolicamente assimilabile. L’acrobata del tempo è colui che percepisce questo scarto non come limite puramente teorico, ma come luogo della decisione.

Mettersi nei panni di chi verrà dopo significa riconoscere che il tempo non ci appartiene. Noi non possediamo il futuro, lo anticipiamo soltanto nelle forme che gli imponiamo. Ogni gesto presente è già una forma del mondo a venire. In questo senso, non esiste azione che non sia già scrittura del futuro. L’acrobata del tempo è colui che legge questa scrittura mentre essa è ancora in atto, prima che diventi pagina irrevocabile.

E proprio perché questa capacità è dolorosa, instabile, esposta al fallimento, essa resta rarissima. La maggior parte degli individui preferisce abitare un presente che non domanda troppo. Ma senza questa acrobazia, il tempo si riduce a semplice scorrimento. Con essa, invece, il tempo torna a essere spazio di responsabilità, conflitto, scelta.