C’è qualcosa nelle tele di Valentino Vago che sfugge alle parole. È come entrare in una stanza inondata di luce al tramonto, dove tutto è ancora visibile, ma i contorni si dissolvono, i colori si fondono, l’aria sembra vibrare. La sua pittura è fatta di questa sostanza impalpabile: colore e luce, insieme, senza peso, senza confini. Una pittura che non vuole raccontare, ma far vivere un’esperienza, quasi un’immersione in una dimensione altra, più vicina al silenzio che al suono, più vicina alla meditazione che all’azione.
Valentino Vago nasce nel 1931 a Barlassina, un paese della Brianza che nulla lascia presagire di quello che diventerà il suo universo visivo. Cresce in una realtà lontana dai grandi fermenti artistici, ma il bisogno di dipingere è già lì, come un’urgenza sotterranea. Dopo il liceo, entra all’Accademia di Brera. Sono anni di formazione classica, sotto maestri legati ancora alla figurazione, ma il suo sguardo è già altrove. I primi lavori mostrano tracce di questo passaggio: paesaggi e figure appena suggeriti, forme che si sfaldano sotto la pressione del colore, come se la realtà fosse già sul punto di dissolversi.
Quando Vago si affaccia sulla scena artistica negli anni Sessanta, il panorama italiano è dominato da due opposti: da una parte la gestualità irruente dell’Informale, dall’altra la razionalità dell’arte concreta. Lui non sceglie né l’una né l’altra. La sua strada è diversa: nessuna traccia di gesto violento, nessun rigore geometrico, ma piuttosto un lento processo di annullamento della forma, un progressivo dissolversi dell’immagine nella luce. È in questo momento che la sua pittura trova il proprio respiro: le tele si trasformano in campi cromatici vibranti, superfici di colore che non si impongono, ma accolgono, avvolgono, invitano lo spettatore a entrare in una dimensione sospesa.
Osservare un’opera di Vago non significa semplicemente guardare un quadro. Significa lasciarsi andare dentro uno spazio in cui il colore non è solo colore, ma atmosfera, vibrazione, presenza. È una pittura che non vuole raccontare nulla di esterno, perché il soggetto stesso è la pittura, il colore nella sua essenza più pura. Se si osservano le sue tele, si nota che non ci sono bordi netti, non ci sono interruzioni brusche. Ogni colore si sfuma nel successivo, ogni tono si dissolve gradualmente. È come se le opere respirassero, come se fossero superfici vive, in continuo mutamento.
Negli anni Settanta, questa ricerca si approfondisce. Il colore si fa ancora più etereo, la materia pittorica quasi scompare. Le tele di Vago non sono mai piatte: hanno una profondità segreta, che non nasce dall’illusione prospettica, ma da un equilibrio sottile tra luce e ombra, tra presenza e assenza. La pittura non è più un oggetto da osservare, ma un luogo in cui entrare, un’esperienza da abitare.
Ed è proprio questa intuizione che lo porterà, a partire dagli anni Ottanta, a espandere la sua pittura oltre i limiti della tela. Non basta più il quadro: la pittura deve invadere lo spazio, deve trasformare l’ambiente. Vago inizia a lavorare su interventi ambientali, dipingendo intere stanze, intere pareti, creando spazi immersivi dove la pittura diventa architettura. È il caso della chiesa di Santa Maria Assunta a Giussano, dove le pareti si dissolvono in una luce diffusa, o della cappella dell’Istituto delle Suore della Riparazione a Milano, dove il colore sembra fluttuare nell’aria, avvolgendo tutto in una dimensione sospesa.
Queste opere non sono semplici affreschi. Non c’è un’immagine da contemplare, ma uno spazio da abitare. Il visitatore non guarda più la pittura da fuori, ma si trova dentro di essa, immerso in un’atmosfera cromatica che lo avvolge completamente. È un’esperienza fisica e spirituale insieme, un annullamento dei confini tra pittura, architettura e percezione.
Negli ultimi anni della sua vita, Valentino Vago continua il suo percorso con la stessa coerenza di sempre. Le sue opere si fanno ancora più leggere, più rarefatte. Il colore è sempre più vicino alla luce, sempre più vicino all’invisibile. Come se la pittura fosse arrivata al suo limite estremo, al punto in cui non ha più bisogno di materia per esistere.
Si spegne nel 2018, lasciando un’eredità silenziosa ma potente. Il suo nome non è mai stato al centro delle grandi narrazioni dell’arte contemporanea, ma chiunque si sia fermato davanti a una sua opera sa che la sua pittura non ha bisogno di clamore. È una pittura che lavora in profondità, che non colpisce con la forza, ma con la dolcezza. Una pittura che non si impone, ma accoglie.
L’eredità di Valentino Vago: oltre la tela, oltre la materia
Dopo la sua scomparsa nel 2018, l’opera di Valentino Vago continua a vivere con la stessa discrezione e profondità che l’hanno sempre contraddistinto. La sua pittura non ha mai cercato di imporsi con clamore, non ha mai voluto essere spettacolare. Eppure, è proprio questa sua qualità silenziosa a renderla straordinaria. Il tempo sembra non intaccarla, anzi, la sua ricerca sulla luce e sul colore appare oggi più attuale che mai, in un’epoca in cui l’arte spesso si misura con l’eccesso e la saturazione visiva.Le sue opere sono sparse in numerose collezioni pubbliche e private, ma il loro vero significato si coglie appieno negli interventi ambientali. Camminare all’interno di uno spazio dipinto da Vago è un’esperienza che sfugge alla logica della semplice contemplazione. Non si tratta di ammirare un quadro appeso a una parete, ma di essere avvolti dal colore, di sentirsi parte di un’atmosfera pittorica che modifica la percezione dello spazio. È in questi ambienti che la sua ricerca raggiunge il massimo grado di intensità: la pittura non è più solo un oggetto visibile, ma diventa un’esperienza sensoriale totale.
L’intuizione di Vago di trasformare l’architettura in pittura e viceversa lo avvicina, in un certo senso, ad artisti che hanno lavorato sulla percezione dello spazio, come Mark Rothko nei suoi ambienti immersivi o James Turrell con le sue stanze di luce. Ma mentre in Rothko il colore si carica di drammaticità esistenziale e in Turrell diventa una questione di percezione fisica della luce, in Vago la pittura mantiene sempre una dimensione di pacata spiritualità. Non c’è angoscia, non c’è sperimentazione tecnologica: c’è piuttosto un dialogo costante con il trascendente, con un’idea di infinito che non ha bisogno di simboli o narrazioni.
Questa tensione verso l’invisibile è evidente soprattutto nei suoi ultimi lavori. Man mano che la sua ricerca avanzava, le superfici pittoriche diventavano sempre più impalpabili, i confini tra i colori sempre più sfumati. Se nei primi anni la pittura di Vago era ancora legata alla struttura della tela, con il tempo sembra volersi liberare di qualsiasi supporto materiale, aspirando a essere pura luce. La sensazione è che, se avesse potuto, avrebbe dipinto direttamente l’aria, senza bisogno di un supporto fisico.
Eppure, nonostante questa leggerezza estrema, le sue opere non sono mai evanescenti. Al contrario, hanno una presenza fortissima, una capacità di riempire lo spazio e di trasformarlo. Forse perché, pur essendo rarefatta, la sua pittura è sempre profondamente corporea. Non è un’arte concettuale, non è un esercizio di astrazione geometrica: è un’esperienza fisica, che coinvolge il corpo tanto quanto la mente.
Oggi, la riscoperta del lavoro di Vago procede lentamente, come è sempre stato per la sua arte, lontana dalle mode e dalle speculazioni del mercato. Ma il valore della sua ricerca è destinato a emergere sempre di più. In un’epoca in cui la pittura viene spesso data per morta o relegata a un ruolo secondario, il suo lavoro dimostra che essa ha ancora moltissimo da dire, soprattutto quando riesce a toccare le corde più profonde della percezione umana.
Forse il vero lascito di Valentino Vago sta proprio in questo: nell’aver dimostrato che la pittura può essere qualcosa di più di una superficie colorata, qualcosa di più di un’immagine. Può essere un luogo in cui immergersi, uno spazio in cui respirare, una porta aperta verso una dimensione in cui il visibile e l’invisibile si incontrano. E finché ci saranno occhi disposti a guardare in silenzio, la sua pittura continuerà a vivere.
Il linguaggio della luce: l'influenza di Valentino Vago nella pittura contemporanea
Nel contesto della pittura contemporanea, il contributo di Valentino Vago risulta tanto prezioso quanto silenzioso. La sua ricerca del colore come protagonista assoluto e della luce come strumento di espressione visiva lo colloca in una nicchia di grande raffinatezza, lontano dalle urgenze provocatorie o politiche che hanno caratterizzato molte delle tendenze artistiche degli ultimi decenni. Nonostante questo, il suo lavoro non è mai stato isolato, ma ha avuto una certa influenza, in particolare su quelle pratiche artistiche che indagano il confine tra pittura e scultura, tra spazio e percezione.Un aspetto che emerge chiaramente nella sua opera è il legame profondo con la tradizione della pittura astratta, ma non nella sua forma più radicale o intellettualistica. Vago non cerca mai di provocare un’intellettualizzazione sterile della forma, ma si concentra sullo stretto rapporto tra l’uomo e l’ambiente circostante. Le sue superfici pittoriche, per quanto possiedano una componente astratta, non sono mai completamente disconnesse dal mondo fisico. Al contrario, sono immerse in una realtà sensoriale che le rende accessibili anche ai non iniziati, a chi non ha una formazione specifica nell’arte. La pittura di Vago è, per così dire, una pittura universale, che non ha bisogno di spiegazioni, ma che si fa comprendere direttamente attraverso il coinvolgimento emotivo e sensoriale.
In questo senso, la sua ricerca anticipa di qualche decennio le tendenze della pittura immateriale che si sarebbero sviluppate negli anni successivi, in particolare con artisti che, come lui, esplorano il potere della luce e del colore in modo che sfida le convenzioni tradizionali. Un esempio lampante è la pratica di artisti come Anish Kapoor o Olafur Eliasson, che esplorano concetti simili in modo tridimensionale e ambientale. Vago, però, non necessitava della dimensione fisica della scultura per esprimere questo dialogo con l’ambiente: riusciva a fare della pittura stessa un’esperienza immersiva. Questo rende la sua opera un precursore delle installazioni contemporanee che sfumano il confine tra arte e vita quotidiana.
La bellezza di Vago risiede anche nella sua capacità di operare in una zona di sospensione temporale e spaziale. L’incredibile leggerezza delle sue composizioni, i colori che non si impongono ma avvolgono, fanno pensare a una pittura che sfida le leggi della fisica, in grado di giocare con la luce in un modo che pochi altri artisti sono riusciti a fare. Non a caso, spesso la sua pittura è stata definita "spirituale", proprio per il suo potere di attivare un contatto emotivo profondo, quasi trascendente, con lo spettatore. In questo senso, il suo lavoro si ricollega anche alla tradizione dell’arte sacra, sebbene in modo sotterraneo e non esplicito.
Vago stesso, pur non essendo un artista religioso, ha sempre lavorato con l’idea che l'arte potesse diventare una sorta di meditazione visiva, capace di trasportare lo spettatore in uno stato di contemplazione. Questo legame con la spiritualità è stato evidenziato in numerose occasioni, soprattutto in relazione alle sue opere ambientali, dove la luce e il colore sono strumenti che non rappresentano il mondo tangibile, ma lo trascendono. L’ambiente dipinto diventa così un luogo di riflessione, dove lo spettatore può immergersi e, per un momento, dimenticare il mondo esterno.
Oggi, le sue opere continuano a essere oggetto di studio e di riflessione nelle accademie d’arte e nelle gallerie, anche se spesso in modo discreto. Nonostante il suo contributo fondamentale alla pittura contemporanea, la sua figura rimane in parte marginale rispetto a quella di altri protagonisti delle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta. Tuttavia, con il passare degli anni, la sua pittura sembra guadagnare sempre maggiore rilevanza, non solo per la sua qualità intrinseca, ma anche per la sua capacità di anticipare temi che oggi sono al centro del dibattito artistico contemporaneo, come l’interazione tra spazio e percezione, il rapporto tra arte e architettura, la ricerca dell’astrazione come veicolo di spiritualità.
L’eredità di Valentino Vago non si misura solo attraverso la quantità di opere prodotte o la visibilità che ha avuto nel corso della sua vita. La sua opera è destinata a rimanere un punto di riferimento per tutti coloro che cercano nell’arte qualcosa di più di un prodotto commerciale o di una moda. La sua pittura è un invito a fermarsi, ad ascoltare il silenzio, a lasciare che il colore parli direttamente all’anima. È una pittura che non ha bisogno di parole, ma che sa come parlare a chi sa ascoltare. La sua forza sta nel fatto che, nonostante sia stata realizzata decenni fa, sembra ancora incredibilmente fresca, come se ogni sua tela fosse un sogno che si rinnova continuamente, senza mai perdere la sua attualità.
In questo senso, l’opera di Valentino Vago diventa un testimone silenzioso di un’arte che, al di là delle mode, delle tendenze e dei mercati, ha ancora un’immensa capacità di toccare l’essenza stessa della nostra esistenza. E forse, proprio per questo, la sua pittura continuerà a parlarci, anche dopo tanti anni, con la stessa intensità con cui è stata concepita.
Guardando oggi il suo lavoro, viene da pensare che Valentino Vago non abbia mai dipinto quadri, ma abbia cercato per tutta la vita di dipingere la luce stessa. E forse, in qualche modo, ci è riuscito.