Nella Parigi di fine Ottocento, quando i boulevard appena tracciati da Haussmann si aprivano come ferite lucide nella carne della città e l’aria si impregnava simultaneamente di carbone, cipria e ambizione, Camille Saint-Saëns camminava come un uomo sospeso tra epoche differenti, un classicista travestito da moderno, un borghese impeccabile che portava dentro di sé una dissonanza che nessuno riusciva a leggere completamente. La capitale, in quei decenni, era un laboratorio di contraddizioni: la Belle Époque fioriva nei caffè e nei teatri, tra un progresso tecnico esaltante e un moralismo soffocante, tra la luce dei lampioni a gas e l’ombra di vicoli dove la miseria e il desiderio si mescolavano indistinguibili. In questo contesto, Camille si muoveva come un uomo che conosceva ogni regola e, al tempo stesso, la trasgrediva con l’eleganza di chi sa che la trasgressione più radicale è talvolta l’aderenza perfetta alla propria natura.
Nato nel 1835, in una Francia ancora scossa dalle tensioni post-rivoluzionarie e dalle conseguenze dell’Impero, Saint-Saëns fu un prodigio sin dall’infanzia: memoria fotografica, orecchio assoluto, una capacità di comprendere e interiorizzare la musica che sembrava quasi anticipare la coscienza stessa. Esordì al pianoforte prima ancora di perdere i denti da latte, come se la musica fosse stata per lui un linguaggio primordiale, anteriore al parlare, una seconda pelle in cui si riconosceva senza mediazioni. Questa precoce maestria segnò il suo destino: da quel momento, l’esistenza di Camille si intrecciò indissolubilmente con le note, con la disciplina musicale, con la necessità di incarnare un’idea di perfezione che sfiorava l’ossessione. Ogni frase musicale era levigata come marmo scolpito, ogni battuta rifletteva la luce con la precisione di uno specchio costantemente lucidato, eppure dietro questa perfezione si celava una vita interiore inquieta, un desiderio inespresso che si manifestava solo nei chiaroscuri della sua arte: nella sensualità quasi carnale di “Samson et Dalila”, nella danza macabra che ride e tremisce nella “Danse macabre”, nell’ironia malinconica e sottile del “Carnevale degli animali”, capace di suggerire una critica del mondo attraverso la leggerezza apparente.
Questa doppia natura – rigore assoluto e libertà segreta – accompagnò Saint-Saëns per tutta la vita. Fu un uomo diviso, lacerato tra la religione e la carne, tra il rispetto dell’Accademia e una fame di esperienza che lo portava lontano, fisicamente e spiritualmente. I suoi viaggi in Africa del Nord, soprattutto in Algeria, non erano soltanto fughe esotiche o curiosità culturale: erano viaggi di sopravvivenza emotiva e intellettuale. Lì trovava un sole accecante e una luce diversa, che dissolveva la rigidità della Francia, ma soprattutto trovava un margine di tolleranza e libertà che nella madrepatria gli era precluso. Si racconta che cercasse e trovasse amori fugaci, giovani corpi bruni e scalzi che gli restituivano qualcosa della giovinezza perduta o forse la possibilità di vivere un desiderio senza nomi, senza condanne. “Ho bisogno di respirare dove la morale non soffoca l’aria”, confidò a un amico: parole che suonano come manifesto di libertà privata e di sfida civile insieme. Camille non apparteneva ai salotti della virtù ostentata; apparteneva all’ombra, agli angoli dei pissoir, a quei luoghi dove i corpi si sfioravano senza dichiarazioni e il peccato aveva il sapore concreto e immediato della libertà.
La vita sentimentale di Saint-Saëns, specchio della sua arte, fu una costruzione di contraddizioni, sospesa tra dolore, segretezza e ironia. Nel 1875 sposò Marie-Laure Truffot, molto più giovane di lui, in un matrimonio che appare oggi più come convenzione sociale che come scelta passionale. Il destino colpì presto: i due figli, André e Jean-François, morirono entrambi nel 1878, a poche settimane di distanza, in circostanze che oggi sembrerebbero tragiche e quasi grottesche nella loro crudezza. Il lutto non unì la coppia; la distrusse. Camille lasciò la casa e non vi fece mai più ritorno. Non divorziò, non cercò consolazione in altre relazioni, non mise in scena riconciliazioni pubbliche: scelse la solitudine come forma di sopravvivenza, la musica come rifugio, e talvolta la compagnia di sconosciuti come unica compagnia possibile. La sua ironia feroce lo accompagnava sempre, e quando fu accusato di omosessualità in pubblico, rispose con la frase rimasta celebre: “Ma no, mio caro, non sono omosessuale. Sono un pederasta.” Un’affermazione che era insieme difesa, provocazione e confessione, un atto di intelligenza tagliente che parlava a chi sapeva ascoltare.
Saint-Saëns non fu mai un bohémien maledetto. Non conosceva fame né miseria, non si trascinava in soffitte gelide né nutriva il mito della sofferenza creativa. La sua vita fu agiata, garantita anche da un legame ambiguo e centrale: Albert Libon, direttore delle Poste di Parigi, più anziano e molto facoltoso. Il loro rapporto, protetto da un silenzio complice, generò pettegolezzi che nessuno osò mai verificare o smentire. Alla morte di Libon, nel 1877, Saint-Saëns ereditò una somma considerevole, che gli garantì sicurezza economica e indipendenza. Un anno dopo dedicò a Libon il “Requiem” op. 54, un atto che supera la semplice gratitudine: la musica diventa qui testimonianza di un legame che travalica l’amicizia, di una devozione quasi religiosa, di un addio cantato con la solennità che solo la musica sa dare. In quelle note solenni si percepisce il dolore della perdita, ma anche l’affetto silenzioso e profondo che lega due uomini il cui rapporto sfugge alle categorie convenzionali.
Tuttavia, se c’era qualcosa a cui Saint-Saëns rimase sempre fedele, quella era la musica. Comporre per lui era un atto naturale quanto respirare, inevitabile quanto crescere per un albero, come lui stesso amava dire con ironia: “Scrivo come un melo produce mele.” La sua produzione fu impressionante e quasi incontenibile: sinfonie, concerti, opere liriche, musica sacra, pezzi teatrali e perfino colonne sonore ante litteram per il cinema nascente. Alcune opere invecchiarono sotto il peso dei gusti che cambiavano, altre restano immortali, ma tutte portano l’impronta di un’intelligenza rigorosa e lucidissima, di una mente che cercava ordine anche nel caos. La sua musica possiede sempre chiarezza e grazia, un’eleganza che non si piega all’esibizione, un rispetto per il gesto e per il suono che testimonia una vita dedicata a ciò che è eterno più che al transitorio.
Saint-Saëns attraversò due secoli, visse l’ascesa e il tramonto del romanticismo, il sorgere dell’impressionismo, le rivoluzioni musicali di Debussy, Ravel, Stravinskij, e spesso guardò questi nuovi linguaggi con sospetto, considerandoli anarchici, disordinati, privi di Dio e di regole. Tuttavia, dietro questo giudizio conservatore si intravede una nostalgia intensa: quella di chi ha visto il mondo cambiare sotto i propri occhi, di chi ha amato senza poterlo dire, di chi ha conosciuto la libertà in forme che la società non poteva approvare. La sua morte, nel 1921, a ottantasei anni, chiude un secolo e mezzo di storia musicale, di passioni silenziose, di contrasti tra desiderio e morale. Il suo corpo riposa a Parigi, ma la sua ombra rimane altrove: nei vicoli notturni, tra le ombre dei teatri e le dune algerine, dove per un attimo la musica e il desiderio si incontrarono senza vergogna, senza necessità di maschere. Camille Saint-Saëns, uomo di rigore e di eccessi, di disciplina e di trasgressione, di ironia feroce e devozione silenziosa, ci lascia una lezione che attraversa i secoli: il bisogno di vivere la propria verità, di trasformare il dolore in arte, il desiderio in musica, e di restare fedeli a se stessi anche quando il mondo sembra non offrire alcun posto dove stare.
E se osserviamo con attenzione la sua opera, ogni sinfonia, ogni suite, ogni piccolo pezzo per pianoforte o per orchestra, emerge una coerenza interiore sorprendente, come se Saint-Saëns avesse composto un’autobiografia musicale, una mappa dettagliata dei propri conflitti, dei propri piaceri e delle proprie pene. La musica diventa confessione senza parole, rivelazione senza esposizione: l’ironia nascosta in un crescendo, la malinconia in un accordo sospeso, il desiderio in un arpeggio leggero e sfuggente. E così, anche se la cronaca della sua vita ci racconta episodi di dolore, di assenze e di segreti, la musica rimane, imperturbabile e splendida, testimone di un uomo che seppe trasformare la propria divisione interiore in qualcosa di universale. La Parigi di Saint-Saëns, con i suoi boulevard odorosi di fumo e progresso, i caffè, le sale da concerto e le ombre dei vicoli, ci appare oggi come uno scenario immaginifico dove il rigore e il desiderio, il pubblico e il segreto, la luce e l’ombra si incontrano e si fondono nella forma più alta dell’arte: la musica che, nel caso di Saint-Saëns, è al contempo specchio, confessione, dichiarazione di libertà e invito a guardare oltre le convenzioni.