venerdì 7 febbraio 2025

Blue di Derek Jarman


Blue di Derek Jarman è un'opera che travalica i confini del cinema tradizionale, diventando una riflessione tanto personale quanto universale sulla morte, la malattia, e la visione del mondo. Uscito nel 1993, questo film segna una tappa fondamentale nel percorso artistico del regista inglese, noto per la sua capacità di mescolare il cinema con la riflessione filosofica e la pratica dell'attivismo. La pellicola, che si sviluppa attorno a un'unica immagine statica, un blu assoluto che occupa l'intero schermo, non è solo un film sulla malattia, ma un'esperienza sensoriale che sfida la percezione, costringendo lo spettatore ad un’introspezione che va oltre le convenzioni narrative e visive del cinema.

Il film è stato scritto, diretto e prodotto da Jarman durante il periodo in cui stava affrontando la sua battaglia contro l'AIDS, una malattia che non solo stava minando la sua salute fisica, ma che lo costringeva a vivere un'esperienza di cecità progressiva. La sua condizione è dunque centrale nell'opera, anche se non viene mai mostrata esplicitamente. Jarman sceglie di affrontare il tema del corpo che deteriora e della perdita della vista, ma in un modo che trascende il dolore fisico e si fa universale. La scelta del blu come unico elemento visivo non è casuale: il colore diventa una metafora di tutto ciò che è invisibile e intangibile, ma che allo stesso tempo permea l'esperienza umana, dai sentimenti più profondi alle riflessioni più intime sulla morte e sulla solitudine. Il blu di Jarman è anche un simbolo di speranza, di profondità, di una ricerca spirituale che si fa più intensa in un momento di grande fragilità e di fine vita.

Blue è essenzialmente un film che scardina ogni convenzione cinematografica. Non ci sono attori sullo schermo, non c'è trama, non c'è un’azione che si svolge nel tempo. Solo una schermata blu, che rifiuta ogni forma di movimento visivo, ma che al contrario obbliga il pubblico a confrontarsi con un'esperienza puramente sensoriale. Il blu stesso diventa il palcoscenico in cui si svolge il dialogo interiore di Jarman, un flusso di parole che si alternano alla sua voce e a quella di amici intimi e collaboratori. In questo senso, la voce di Jarman diventa il vero protagonista del film, ed è attraverso la sua narrazione che lo spettatore accede a un mondo che è puramente interiore, senza alcuna mediazione visiva. La parola, anziché essere supportata da immagini, diventa l'immagine stessa, un’immagine mentale che scavalca ogni rappresentazione concreta.

I dialoghi e le riflessioni di Jarman sono intervallati da citazioni letterarie, poetiche e filosofiche che rafforzano l'atmosfera di riflessione intellettuale e spirituale del film. Scrittori come Rainer Maria Rilke, John Donne e Christopher Isherwood vengono chiamati in causa per esprimere la fragilità della condizione umana, il dolore e il desiderio, la ricerca di significato in un mondo che sembra incomprensibile nella sua finitezza. Questi scritti non sono utilizzati come semplici citazioni, ma come parti di un più ampio discorso sulla vita e sulla morte, che Jarman intreccia con la sua esperienza personale e con quella della comunità gay, fortemente colpita dall'epidemia di AIDS in quegli anni. La scelta di Isherwood, in particolare, non è casuale, dato che lo scrittore aveva esplorato le dinamiche della comunità gay e delle sue difficoltà in relazione alla malattia e alla società che li escludeva. La voce di Jarman, così come quelle degli altri narratori, diventa il mezzo attraverso cui il film dà vita a una forma di testimonianza, di lotta, ma anche di speranza.

La struttura sonora del film gioca un ruolo fondamentale nel creare l’atmosfera di sospensione e meditazione che permea l'intera opera. La musica, composta da Simon Fisher Turner, si fonde perfettamente con la fotografia monocromatica, contribuendo a costruire un paesaggio emotivo che si sviluppa per sottrazione. La musica elettronica e ambientale scelta da Turner crea un effetto di estraniamento, che non solo accentua l'inquietudine ma apre anche uno spazio di introspezione. Il suono non è mai invadente, ma piuttosto un accompagnamento che stimola la percezione sensoriale, come se la melodia stessa fosse una manifestazione della fragilità del corpo e della mente. Il silenzio, infatti, è tanto potente quanto il suono, e in Blue diventa una forma di meditazione sulla solitudine, sulla perdita e sulla presenza. Ogni nota è dosata con la massima precisione per far emergere un'emozione che non è solo fisica, ma mentale ed emotiva, esattamente come il blu che domina lo schermo.

Oltre alla riflessione sul dolore fisico e sulla malattia, Blue affronta anche la questione della cecità, un tema che è particolarmente significativo nel contesto dell'esperienza di Jarman. La sua cecità fisica diventa una metafora della cecità sociale, culturale e politica che colpiva la comunità gay negli anni '80 e '90, soprattutto durante l'emergenza dell'AIDS. Non si tratta solo di un limite del corpo, ma di una visione che non riesce a farsi strada nella realtà esterna, dove la società stava ancora lottando con la discriminazione e l'incomprensione nei confronti della malattia. Il blu diventa simbolo di una visione interiore, di una forma di conoscenza che non dipende dai sensi, ma che affonda nella mente e nell'anima. Jarman stesso, pur perdendo la vista, sembra trovare una nuova forma di "visione", una percezione che trascende i limiti fisici del corpo, e che ci porta a riflettere su cosa significa veramente "vedere" il mondo.

Il blu in Blue non è solo il colore della solitudine e della malattia, ma anche quello della vastità e dell'infinito, della spiritualità e dell'amore. È il colore del cielo e dell'oceano, che non sono mai statici ma in continuo mutamento, proprio come la vita e la morte. Jarman, attraverso questa scelta cromatica, invita lo spettatore a esplorare l'infinito senza la necessità di movimenti, di immagini dinamiche. Il blu diventa uno spazio in cui è possibile confrontarsi con il proprio destino, con la fine imminente, ma anche con la possibilità di una rinascita spirituale. È un colore che, pur nella sua profondità, non è mai privo di speranza, perché rappresenta una forma di resistenza contro il dolore, contro l'inevitabile, ma anche una ricerca di qualcosa che va oltre la morte.

In questo senso, Blue non è solo un film sulla malattia e sulla morte, ma anche un atto di resistenza artistica e politica. Jarman utilizza il film per denunciare l'assenza di attenzione da parte della società nei confronti della crisi dell'AIDS, ma anche per restituire visibilità a una comunità che stava vivendo in una condizione di isolamento e discriminazione. Il blu, quindi, non è solo il colore della fine, ma anche quello dell'affermazione della vita, della lotta e della testimonianza. Attraverso questa opera radicale, Jarman ci invita a considerare la nostra percezione della vita e della morte, ad affrontare la realtà senza paura, a vedere oltre le convenzioni e a sperimentare un’esperienza estetica che è tanto fisica quanto intellettuale.

In definitiva, Blue è un film che va oltre ogni definizione convenzionale. È un atto d’amore, di lotta e di resistenza. È una riflessione sul corpo, sulla malattia, ma anche sulla capacità dell’arte di trasmettere un’emozione che va oltre la percezione sensoriale immediata. Con il suo blu, Jarman non solo esplora la condizione umana, ma ci invita a riflettere su cosa significa essere vivi, su come la nostra esperienza, anche di fronte alla morte, possa essere una testimonianza di bellezza, di lotta e di speranza. Blue è un film che non smette di interrogare e di provocare, che sfida la nostra comprensione e che, alla fine, ci lascia con una domanda essenziale: cosa significa veramente vedere, vivere, e affrontare l’inevitabile?

Nessun commento:

Posta un commento