giovedì 6 febbraio 2025

Il potere (scusate il disturbo)

Il potere non si presenta più soltanto con il fragore di un esercito in marcia, non si impone con un colpo di mano, non si manifesta con la brutalità di un dittatore che strappa via tutto in un solo istante. Sarebbe troppo semplice riconoscerlo, troppo evidente la minaccia, troppo istintiva la ribellione. No, il potere è paziente, è scaltro, è come un veleno che viene somministrato a piccole dosi, appena percettibili, fino a quando il corpo non si accorge più di essere stato avvelenato. Non arriva per distruggere tutto in un solo giorno, ma si insinua lentamente, con la delicatezza di chi non vuole destare sospetti, con la sagacia di chi sa che la vera vittoria non sta nel costringere, ma nel convincere.

All’inizio il potere si presenta con il volto del progresso, con il linguaggio della necessità, con la voce suadente di chi ti promette un mondo migliore, più giusto, più sicuro. Non ti chiede di rinunciare a qualcosa di importante, non subito. Ti chiede solo di essere ragionevole, di adattarti, di comprendere che il mondo sta cambiando e che la tua resistenza è solo un ostacolo al futuro. Ti sussurra all’orecchio che ciò che credevi certo, che ciò che ritenevi immutabile, ora deve essere ripensato, messo in discussione, superato.

E così, quasi senza accorgertene, inizi a cedere. All’inizio si tratta di piccole cose: parole che non dovresti più usare, idee che dovresti esprimere con maggiore cautela, convinzioni che dovresti ridimensionare per non creare tensioni. Ti dicono che non è censura, che nessuno ti sta imponendo il silenzio. Ti fanno credere che sei tu a scegliere di essere più attento, più sensibile, più rispettoso. Ma in realtà il primo passo è stato fatto: hai iniziato ad autocensurarti.

Il potere non ha bisogno di dirti apertamente cosa puoi o non puoi dire. Ti fa semplicemente capire che ci sono cose che è meglio evitare. Ti mostra, con l’esempio di altri, cosa accade a chi si ostina a parlare troppo liberamente, a chi non comprende il nuovo corso, a chi si ostina a rimanere attaccato a un passato che ormai è considerato scomodo. Non servono sbarre, non servono editti ufficiali: basta la pressione sociale, il senso di colpa, il timore di essere giudicato, isolato, emarginato.

E mentre impari a tacere, il potere avanza. Non ha fretta, perché sa che la resa è più efficace quando è lenta, quando sembra una scelta tua, quando non ti senti forzato, ma semplicemente "adattato" alla realtà.

A questo punto, quando il tuo silenzio è diventato abitudine, il potere passa alla fase successiva. Ti priva della sicurezza. Ti fa sentire instabile, precario, vulnerabile. Ti fa credere che tutto ciò che hai è provvisorio, che nulla ti appartiene davvero, che tutto può esserti tolto in qualsiasi momento. E non è solo questione di beni materiali, di proprietà, di denaro. È questione di spazio, di voce, di diritto di esistere come individuo.

Ti accorgi che quello che prima era un diritto inalienabile ora è diventato un privilegio, qualcosa che devi meritare, qualcosa che può esserti revocato se non ti comporti nel modo giusto. Ti dicono che non è una punizione, ma una necessità. Che la società ha bisogno di nuove regole, di nuovi equilibri, e che se qualcosa ti viene tolto è solo per il bene collettivo.

E mentre il potere ridefinisce la tua esistenza, ti sottrae la parola. Lo fa con lo stesso metodo di sempre: non ti impone il silenzio, ma ti convince che parlare non è più necessario. Ti insegna a diffidare della tua stessa voce, a dubitare delle tue stesse opinioni, a chiederti se forse non sia meglio lasciare che siano altri a decidere cosa è giusto e cosa non lo è.

E così, lentamente, la libertà diventa un concetto astratto, un ricordo lontano. Non perché qualcuno ti abbia incatenato, ma perché hai imparato da solo a non muoverti.

Il potere ora è ovunque. È nella lingua che usi, nelle notizie che leggi, nei discorsi che fai con gli amici. È nelle regole che accetti senza discuterle, nelle abitudini che hai modificato senza chiederti il perché. Non è più qualcosa di esterno, non è più un’entità separata da te. Il potere è diventato parte di te, delle tue scelte, del tuo modo di pensare.

E quando tutto è compiuto, quando ogni forma di resistenza è stata spenta, quando il dissenso è diventato impensabile, allora il potere si mostra per ciò che è sempre stato: assoluto, incontestabile, eterno.

A quel punto non serve più nessuna minaccia, nessuna violenza, nessun decreto. Il sistema si regge da solo. Le persone si controllano a vicenda, si giudicano, si puniscono. La paura non è più necessaria, perché è stata sostituita dall’abitudine.

E tu, ormai, non ricordi più quando è iniziato tutto. Non sai più dire in quale momento hai smesso di essere libero, in quale istante hai accettato di essere solo un ingranaggio in un meccanismo che non puoi fermare.

Ma il potere lo sa. Sa che non c’è stato bisogno di catene, di eserciti, di guerre. Gli è bastato attendere. Gli è bastato lasciarti convincere che tutto questo fosse inevitabile.

Ed è così che ha vinto.

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