giovedì 6 febbraio 2025

Nosferatu, eine Symphonie des Grauens (1922), il capolavoro espressionista di Friedrich Wilhelm Murnau

Nosferatu, eine Symphonie des Grauens (1922) è il capolavoro espressionista di Friedrich Wilhelm Murnau, considerato il primo grande film horror della storia del cinema. È un adattamento non autorizzato di Dracula di Bram Stoker, e proprio per questo la produzione cercò di camuffarlo cambiando nomi e dettagli della trama. Il risultato? La vedova di Stoker fece causa e ottenne la distruzione di quasi tutte le copie… quasi.

Max Schreck interpreta il conte Orlok, una creatura inquietante con dita scheletriche, denti affilati e un'andatura spettrale. Dimentica il Dracula affascinante e carismatico: qui il vampiro è una figura bestiale, emaciata, l'ombra stessa della morte. L'uso di luci e ombre, i contrasti fortissimi e le angolazioni distorte rendono ogni scena un incubo gotico che sembra uscito direttamente da una stampa di Goya.

La trama segue Hutter (l’equivalente di Jonathan Harker) che viaggia nei Carpazi per concludere un affare immobiliare con il conte Orlok. Ovviamente le cose non vanno benissimo: il conte si trasferisce a Wisborg, portando con sé la peste e una sfilza di bare piene di terra natia. La moglie di Hutter, Ellen, è l’unica che può fermarlo, ma a caro prezzo.

C’è un'aura maledetta attorno al film, che ha alimentato leggende su Max Schreck (il cui cognome significa “terrore” in tedesco). La sua interpretazione era così intensa che alcuni credevano fosse davvero un vampiro. Questo mito è diventato il cuore del film L'ombra del vampiro (2000), dove Schreck è ritratto come un vero non-morto.

Visivamente straordinario e disturbante, Nosferatu è una sinfonia silenziosa che trasuda morte e decadenza. Anche a distanza di un secolo, resta un'opera potente, il prototipo del vampiro come simbolo di pestilenza e desiderio proibito. Se hai voglia di qualcosa di più gotico di un sabato sera con Anne Rice, è il film che fa per te.

Una delle cose più affascinanti di Nosferatu è il modo in cui Murnau usa il paesaggio e l'architettura come personaggi veri e propri. I monti dei Carpazi, con le loro linee contorte, sembrano sussurrare presagi di sventura, mentre il castello di Orlok è una cattedrale del terrore, dove ogni porta scricchiolante promette qualcosa di non-morto dall’altra parte.

Ma la vera magia sta nella luce. Murnau sfrutta il chiaroscuro in modo magistrale: Orlok è spesso visto come un'ombra proiettata sulle pareti, quasi a suggerire che il vampiro sia più una forza astratta che un semplice essere fisico. La famosa scena in cui l'ombra artigliata del conte si allunga sul corpo di Ellen è uno dei momenti più iconici della storia del cinema horror. È il terrore che si fa immagine, un incubo che prende vita nel modo più elegante possibile.

La peste che Orlok porta con sé a Wisborg è una metafora che riecheggia i traumi della Prima guerra mondiale, quando la morte e la distruzione erano state compagne fedeli dell'Europa. Il vampiro diventa l'incarnazione di una malattia inarrestabile, che si diffonde non solo fisicamente ma anche psicologicamente. In questo, Nosferatu non è solo un film dell'orrore: è una riflessione visiva sulla fragilità dell’umanità di fronte al caos e alla morte.

Il finale, poi, è un capolavoro di tragico sacrificio. Ellen, incarnazione della purezza, si offre volontariamente al conte, trattenendolo fino all'alba e distruggendolo con la luce del sole. Un gesto d’amore e morte che chiude il cerchio, lasciando nello spettatore una sensazione dolceamara, come se la vittoria fosse arrivata troppo tardi per salvare davvero qualcosa.

Nosferatu continua a influenzare il cinema moderno. Da Dracula di Werner Herzog (1979), dove Klaus Kinski rende omaggio a Schreck con una performance inquietante, fino ai riferimenti più pop in What We Do in the Shadows, l’immagine di Orlok sopravvive, proprio come il vampiro che rappresenta. Un'icona eterna, come se Murnau avesse davvero evocato qualcosa di immortale nel 1922.

C’è qualcosa di profondamente sensuale e macabro nella figura di Orlok, che lo distingue da altri vampiri del cinema. A differenza del Dracula di Bela Lugosi, elegante e seduttore, Orlok è quasi un parassita, una creatura della notte che incarna il desiderio in una forma primitiva e inquietante. La sua attrazione per Ellen non ha nulla di romantico: è fame, bisogno, un’ossessione che si consuma nel silenzio.

Il modo in cui Murnau racconta questa tensione è sottile, ma carico di simbolismi. Ellen stessa è dipinta come una figura ambigua: è vittima, ma anche seduttrice involontaria. La scena in cui si alza nel cuore della notte, attirata da una forza invisibile verso la finestra, è un piccolo poema visivo sul richiamo dell’ignoto. Si parla spesso di Nosferatu come di un film di mostri, ma sotto la superficie c’è una danza mortale di desiderio e distruzione, che lo rende più simile a un dramma passionale che a un semplice horror.

E poi ci sono i dettagli che sfuggono a una prima visione. Gli orologi senza lancette, simbolo di un tempo che si spezza nell’arrivo di Orlok. I ratti che infestano le strade di Wisborg, messaggeri di morte che accompagnano la nave fantasma del conte. Ogni elemento è lì per costruire un’atmosfera dove la vita e la morte si intrecciano, dove il confine tra sogno e realtà si dissolve lentamente.

Nonostante sia un film muto, Nosferatu parla con una voce fortissima. Murnau riesce a farci sentire il vento freddo che scorre tra le rovine del castello, il silenzio pesante che avvolge la nave mentre l’equipaggio scompare uno a uno. È il potere dell’espressionismo tedesco, dove l’immagine non descrive, ma evoca, lasciando che lo spettatore riempia i vuoti con le proprie paure.

A distanza di oltre cento anni, Nosferatu rimane un'esperienza ipnotica. È il tipo di film che non ha bisogno di salti sulla sedia o effetti speciali per spaventare. Basta lo sguardo fisso e vuoto di Max Schreck, il passo lento di Orlok e l'ombra che si insinua silenziosa, a ricordarci che l’orrore vero è quello che non si vede… ma che ci segue nell’oscurità, sempre.

Uno degli aspetti più affascinanti di Nosferatu è il suo rapporto con la luce, non solo come elemento estetico ma come metafora narrativa. Il vampiro, creatura della notte, è annientato dal sole, l'unica arma che l'umanità possiede contro l'oscurità. Murnau trasforma questa dicotomia in una poesia visiva: la luce non è solo redenzione, ma anche giudizio. La morte di Orlok, dissolto dalla prima alba, non è celebrata con trionfo, ma con un senso di inevitabilità malinconica.

E qui emerge uno dei temi più ricorrenti nel cinema espressionista: l'ineluttabilità del destino. Orlok non può sfuggire alla sua natura distruttiva, così come Ellen non può evitare di sacrificarsi per porre fine alla minaccia. L’intero film sembra muoversi verso questo finale con la stessa lentezza ipnotica del conte mentre si avvicina alle sue vittime. È una marcia funebre verso l’alba, dove la luce e la morte si fondono.

Questa fusione tra bellezza e terrore è uno dei motivi per cui Nosferatu continua a esercitare una presa così forte sugli spettatori moderni. Non è solo un film da guardare, ma da sentire. La sua lentezza non è un difetto, ma una scelta artistica che lascia spazio all’inquietudine di insinuarsi sotto la pelle. Ogni scena sembra sospesa in un sogno febbrile, dove il tempo si dilata e i confini tra la vita e la morte si confondono.

L'eredità del film non si ferma al genere horror. Registi come Werner Herzog, Guillermo del Toro e Tim Burton hanno attinto a piene mani dall’estetica e dalle atmosfere di Murnau. Herzog, in particolare, con il suo Nosferatu, il principe della notte (1979), omaggia e reinventa l’originale, mantenendo lo stesso senso di decadenza e malinconia.

E poi ci sono le reinterpretazioni più leggere, come Nosferatu a Venezia (1988), dove Klaus Kinski ritorna nei panni di un vampiro ormai stanco, oppure le parodie come Nosferatu di What We Do in the Shadows. Queste riletture non fanno che sottolineare l'immortalità del mito: Orlok, con il suo sguardo fisso e la sua andatura spettrale, continua a esistere, proprio come un vampiro, attraversando i decenni e nutrendosi della paura e della fascinazione di nuove generazioni.

In fondo, Nosferatu è molto più di un film: è un’incursione nell’inconscio collettivo, un’opera che ci ricorda quanto l’ombra possa essere bella, e quanto la luce, per quanto necessaria, arrivi sempre con un prezzo.

C'è qualcosa di rituale nella visione di Nosferatu, come se ogni fotogramma fosse un frammento di un antico incantesimo visivo. Guardarlo non è solo un'esperienza cinematografica, ma una discesa lenta e inesorabile in un universo dove il tempo si è fermato, cristallizzando il terrore in una forma quasi primitiva.

Il volto di Max Schreck, con quegli occhi spalancati e vuoti, si stampa nella memoria come una maschera di morte, e proprio questa sua fissità amplifica l’orrore. Nosferatu non ha bisogno di dialoghi o effetti speciali: l’essenza della paura viene evocata con pochi elementi – un'ombra, una porta che si apre lentamente, un’inquadratura dalla prospettiva distorta. Ogni dettaglio sembra fatto per evocare un senso di profonda inquietudine.

Murnau gioca anche con la natura stessa del cinema, un'arte fatta di luce e ombra. Orlok è un vampiro che si muove proprio attraverso le ombre, quasi fosse un’incrinatura nella pellicola stessa. In questo senso, il vampiro diventa una sorta di paradosso vivente: un essere che esiste solo nel buio, ma che può essere distrutto proprio dalla luce che proietta le sue stesse ombre. È come se Nosferatu fosse una riflessione sul potere del cinema di creare e distruggere mostri con un semplice fascio di luce.

La nave che trasporta Orlok a Wisborg, con il suo equipaggio che scompare misteriosamente, è un altro simbolo potente. La traversata del vampiro attraverso il mare ricorda i miti antichi, come Caronte che traghetta le anime verso l’aldilà. Ma qui non c’è redenzione, solo la diffusione della pestilenza e della morte. Quando la nave arriva a destinazione, vuota e silenziosa, sembra un relitto uscito direttamente da un racconto di Poe.

Ellen, la protagonista femminile, si erge come l’antitesi di Orlok: luminosa, vitale, ma segnata da una consapevolezza tragica. La sua volontaria accettazione del sacrificio finale non è solo un atto di coraggio, ma un gesto che la trasforma in una figura quasi cristologica. Si dona per salvare la città, ma la sua morte non è priva di ambiguità. Ellen non sconfigge solo un mostro, ma sembra quasi attratta da lui, come se la morte di Orlok fosse anche la fine di una parte di sé.

La scena finale, con il conte che si dissolve lentamente alla luce del sole, è pura poesia visiva. Non c’è catarsi, nessun grido liberatorio: solo il lento svanire di un’ombra che si spegne con la stessa inesorabilità con cui era apparsa. Wisborg sopravvive, ma a caro prezzo.

Nosferatu ci lascia con un senso di inquietudine che continua a risuonare molto tempo dopo la visione. È il tipo di film che non si limita a raccontare una storia, ma scava nelle paure ancestrali, nei fantasmi che si nascondono negli angoli bui delle nostre menti. E forse, proprio per questo, a distanza di un secolo, Nosferatu continua a vivere. Non come un semplice film, ma come un’ombra eterna che si muove silenziosa nella memoria del cinema.


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