1. Il vuoto della città
Nella città vacua, un grido si spegne,
l'ultima catena si scioglie e scompare,
occultando la gabbia che il tempo mantiene,
mentre i topi avanzano a dilaniare.
Strappano carne, ricordi e ragione,
mi spingo nel buio dietro la lavagna,
dove un'ombra ride senza intenzione,
eco d’un nome che il cuore inganna.
Corpo perduto, amore svanito,
come una nota che resta sospesa,
nel vento che geme tra mura d’ardito
sogno spezzato, disfatto in attesa.
Lotte di asfodeli nutrono il giorno,
mentre le tombe si allargano intorno.
2. Topi e catene
Nella città vacua le pietre respirano,
mangiate dal vento che sa di metallo.
Catene spezzate più nulla sospirano,
la gabbia scompare nel sonno fatale.
Vennero i topi, gridando il mio nome,
lame di denti per strappi violenti.
Mi nascosi dietro la lavagna informe,
ma persi l’amore tra ombre taglienti.
Persi il mio corpo, il primo calore,
persi l’idea di un sorriso lontano,
mentre la polvere spegne il colore.
Lotte di asfodeli sul campo sovrano,
oltre le tombe che senza memoria
reggono il tempo nel nulla più vano.
3. Il sangue dei fiori
Nella città vacua si contano i morti,
l'aria ha il respiro di un canto funebre.
Catene nascoste, segreti contorti,
e gabbie celate nei sogni lugubri.
Vennero i topi nel buio sovrano,
strappando la carne d’un grido strozzato.
Mi spinse il caso al rifugio più strano,
dietro una lavagna, nel vuoto serrato.
Ho perso il mio corpo, ho perso il mio sole,
ho perso l’amore che attendevo al porto,
restano asfodeli di antiche parole.
Lottano ancora nel buio più morto,
senza che tombe diano riparo
a ciò che del cuore rimane distorto.
4. Il rifugio del vuoto
Nella città vacua il giorno scompare,
come un respiro che muore in silenzio.
L'ultima catena smette di ardere,
e la gabbia svanisce nel suo consenso.
Vennero i topi con occhi di brace,
con denti di luna e fame d’acciaio,
il mondo ridotto a un bianco di lace,
a un battito smorto di tempo rottame.
Fuggii tra i muri, ma persi la meta,
persi il mio corpo, persi il destino,
persi il sorriso che il sogno completa.
Lotte di asfodeli in campo vicino,
senza che tombe, nel cielo d’ardesia,
diano rifugio alla vita sospesa.
5. Le ombre della lavagna
Nella città vacua si torce la luce,
grida nel vento un’eco sconfitta.
Catene spezzate non han più la voce,
e la gabbia scompare in ombra trafitta.
Vennero i topi, portando veleno,
occhi di cenere, artigli sottili.
Io mi nascosi in un angolo oscuro,
dietro la lavagna, nei giorni ostili.
Ma persi il mio corpo e il primo bagliore,
persi il respiro d’un sogno remoto,
persi l’amore che attende al cuore.
Lotte di asfodeli nel campo corrotto,
oltre le tombe che mute e severe
custodiscono il senso disfatto.
6. Memoria d’asfodeli
Nella città vacua si leva la polvere,
copre le ombre di fredda ragione.
L’ultima catena sussurra parole,
la gabbia svanisce in una illusione.
Vennero i topi con passi di piombo,
con denti che squarciano il giorno sbiadito,
strappando la carne, spegnendo il rintocco
d’un battito stanco, d’un sogno smarrito.
Dietro la lavagna si chiuse il mio tempo,
persi il mio corpo, persi il passato,
persi la bocca che mi rideva dentro.
Lotte d’asfodeli in campo incendiato,
senza che tombe nel nero infinito
diano un rifugio al cuore spezzato.
7. Il nulla che resta
Nella città vacua si estingue la sera,
piove silenzio nel cielo che trema.
L’ultima catena non tiene più fiera
la gabbia che muore tra polvere e pena.
Vennero i topi con sogni avvelenati,
con denti di ferro a rubare la carne.
Corsi lontano, ma fui già derubato,
mi chiusi nel nero di un angolo infame.
Persi il mio corpo, persi l’azzurro,
persi l’amore che attendeva all’alba,
persi ogni senso nel vento più cupo.
Lotte di asfodeli, battaglie d’ombra,
senza che tombe nel sonno infinito
trovino pace nel nulla che incombe.
8. Il sorriso mancato
Nella città vacua si piega la notte,
l’ultima fiamma s’arrende nel vento.
Catene celate, parole interrotte,
gabbie dissolte in un pallido accento.
Vennero i topi a ghermire la pelle,
a incidere i giorni nel buio profondo.
Mi nascosi tra i banchi con ombre gemelle,
ma persi il mio tempo, persi il mio mondo.
Persi il mio corpo, persi il candore,
persi l’amore che attendeva in disparte,
persi il sorriso che fu mio altare.
Lotte di asfodeli nel campo che arde,
senza che tombe nel marmo spezzato
chiudano il cerchio del mio vagare.
9. Il giorno che muore
Nella città vacua s’incrina la luce,
il cielo si piega in un grigio di pianto.
L’ultima catena, che il tempo traduce,
scompare in un’ombra di ferro e di canto.
Vennero i topi con ali spezzate,
con denti affilati da notti d’assenzio.
Mi chiusi nel nero, tra mura spezzate,
dietro la lavagna che copre il silenzio.
Ho perso il mio corpo, ho perso il domani,
ho perso l’amore che attendevo al varco,
ho perso le mani che furono mani.
Lotte di asfodeli in campo già scarno,
senza che tombe si ergano chiare
nel buio profondo che inghiotte ogni sguardo.
10. La gabbia nascosta
Nella città vacua il tempo si spezza,
un’eco lontana risuona smarrita.
L’ultima catena si scioglie, si spezza,
la gabbia svanisce in polvere ardita.
Vennero i topi con passi di gelo,
portando con loro il gusto del nulla.
Mi nascosi in un angolo, col cuore in duello,
dietro la lavagna, perduto a metà.
Persi il mio corpo, persi il riflesso,
persi l’amore che avrei voluto,
persi lo sguardo di un tempo complesso.
Lotte di asfodeli, scontro muto,
senza che tombe nel vento si alzino,
senza che il buio mi renda saluto.
11. L’equivoco del buio
Nella città vacua si spande il deserto,
un suono di passi si perde nel nulla.
L’ultima catena nasconde il segreto,
la gabbia si cela nel vuoto che culla.
Vennero i topi con grida d’argento,
strappando la carne di un sogno svanito.
Corsi nel buio, coperto dal vento,
dietro la lavagna che il nero ha vestito.
Ho perso il mio corpo, ho perso un amore,
ho perso il mio primo sorriso spezzato,
ho perso il futuro che attende il cuore.
Lotte di asfodeli tra fango gelato,
senza che tombe nel cielo scolpito
diano un rifugio al tempo passato.
12. Il canto di pietra
Nella città vacua risuona un lamento,
il marmo si spezza, si piega il selciato.
L’ultima catena cede al tormento,
la gabbia scompare nel tempo sfiorato.
Vennero i topi con urla sottili,
con denti di ruggine, sguardi di fiamma.
Mi nascosi nel buio, tra i banchi ostili,
dietro la lavagna, nell’ombra che chiama.
Persi il mio corpo, persi la voce,
persi l’amore che attendeva il varco,
persi il mio nome tra polvere atroce.
Lotte di asfodeli nel campo più ampio,
senza che tombe nel giorno ormai fioco
diano conforto a chi resta già stanco.
13. Oltre il senso analfabeta
Nella città vacua non resta memoria,
il vento confonde parole sepolte.
L’ultima catena si fa trasparenza,
la gabbia scompare in nebbie raccolte.
Vennero i topi con maschere arcane,
con artigli sottili e ali di carta.
Mi chiusi nel nulla, tra mura lontane,
dietro la lavagna che il buio ha squarciata.
Persi il mi corpo, persi l'infanzia,
persi l'amore che avrei voluto,
persi il respiro nel tempo in distanza.
Lotte di asfodeli, petali muti,
senza che tombe nel cielo spezzato
diano riposo ai cuori abbattuti.
14. Il morso del vuoto
Nella città vacua si spegne la sera,
il vento trascina un grido sepolto.
L’ultima catena si scioglie leggera,
la gabbia svanisce nel nulla raccolto.
Vennero i topi con occhi di fiele,
strappando la carne che un tempo vibrava.
Mi chiusi nel buio, smarrito e ribelle,
dietro la lavagna che il mondo celava.
Ho perso il mio corpo, ho perso il cammino,
ho perso l’amore che attendeva il giorno,
ho perso il riflesso d’un tempo vicino.
Lotte di asfodeli nel campo contorto,
senza che tombe nel nero profondo
sappiano dire che ancora ritorno.
15. La stanza senza voci
Nella città vacua le ombre si sfanno,
il passo si perde tra muri d’argilla.
L’ultima catena si spezza in affanno,
la gabbia scompare, la notte vacilla.
Vennero i topi con code spezzate,
portando un silenzio che brucia la pelle.
Mi chiusi nel vuoto, tra mura spezzate,
dietro la lavagna dal nero ribelle.
Ho perso il mio corpo, ho perso il mio nome,
ho perso l’amore che attendeva al varco,
ho perso la voce che il vento consome.
Lotte di asfodeli sul campo più scarno,
senza che tombe di marmo annerito
diano conforto a chi è già troppo stanco.
16. Il gelo delle catene
Nella città vacua il gelo s’attarda,
nessuno ricorda il suono del mare.
L’ultima catena si scioglie, poi tarda,
la gabbia si perde nel buio più rare.
Vennero i topi con lingue di spade,
con occhi più ciechi di ceri consumi.
Mi chiusi nel nulla, tra mura disfatte,
dietro la lavagna che il tempo riassume.
Ho perso il mio corpo, ho perso il sorriso,
ho perso il ricordo di mani più calde,
ho perso l’amore che attende deciso.
Lotte di asfodeli, petali arsi,
senza che tombe nel cielo distratto
diano riposo a chi resta nei morsi.
17. Il buio e la lavagna
Nella città vacua la luce è un miraggio,
un’ombra di ferro confonde i colori.
L’ultima catena si spezza in passaggio,
la gabbia scompare nel vento dei cori.
Vennero i topi col buio alle spalle,
col passo che lacera il sonno sospeso.
Mi chiusi nel nero, tra mura già gialle,
dietro la lavagna che il giorno ha conteso.
Ho perso il mio corpo, ho perso il destino,
ho perso l’amore che attendeva il sole,
ho perso il mio volto nel nero vicino.
Lotte di asfodeli, battaglie di sole,
senza che tombe nel tempo disperso
diano rifugio a parole più sole.
18. Le mani del vento
Nella città vacua si scioglie la strada,
la polvere sale come un respiro.
L’ultima catena si spezza e si placa,
la gabbia scompare in un vuoto sottile.
Vennero i topi col gelo nel fiato,
portando il silenzio nel tempo franato.
Mi chiusi nel buio, con un fiato spezzato,
dietro la lavagna, tra sguardi passati.
Ho perso il mio corpo, ho perso il mio sole,
ho perso l’amore che attendevo per mano,
ho perso il sentiero che il cuore consola.
Lotte di asfodeli nel campo lontano,
senza che tombe nel vento che brucia
trovino un’ombra che ancora rimanga.
19. Il rintocco delle tombe
Nella città vacua il tempo è un sussurro,
le mura si piegano come pensieri.
L’ultima catena si spezza nel furto,
la gabbia scompare tra i giorni sinceri.
Vennero i topi con lingue di vetro,
strappando silenzi da labbra già stanche.
Mi chiusi nel buio, tremante in un vetro,
dietro la lavagna, tra ombre più bianche.
Ho perso il mio corpo, ho perso il mattino,
ho perso l’amore che attende la sera,
ho perso l’idea di un riflesso vicino.
Lotte di asfodeli nel giorno che arretra,
senza che tombe nel marmo sospeso
trovino spazio per l’ultima meta.
20. L’ultima notte
Nella città vacua la notte s’infinge,
gli occhi si chiudono senza ritorno.
L’ultima catena si scioglie e si tinge,
la gabbia scompare nel cielo d’intorno.
Vennero i topi con bave di fumo,
portando un ricordo di lune smarrite.
Mi chiusi nel nero, più sordo del tuono,
dietro la lavagna, tra mura ferite.
Ho perso il mio corpo, ho perso il mio cuore,
ho perso l’amore che attendeva un giorno,
ho perso il respiro del tempo migliore.
Lotte di asfodeli nel buio più sordo,
senza che tombe nel cielo sgretolato
diano rifugio a un ricordo più corto.
Postfazione d’autore
Questi venti testi non nascono da un progetto sistematico, né da una volontà programmatica di costruire un ciclo. Nascono piuttosto da un ritorno. Da una specie di coazione a ripetere che non ha nulla di patologico e tutto di necessario. La “città vacua” si è imposta come scenario interiore prima ancora che come immagine poetica. Non l’ho scelta: l’ho riconosciuta. Era già lì, come un quartiere disabitato della mente, con le finestre aperte e le tende che si muovono senza che nessuno le guardi.
La città vacua non è un luogo geografico. Non è una metropoli reale, non è una topografia urbana identificabile. È uno stato dell’essere. È il momento in cui le strutture che reggevano il senso – affetti, convinzioni, abitudini, desideri – si svuotano dall’interno. Restano in piedi, ma non contengono più nulla. Le catene si sciolgono, ma non per un atto rivoluzionario: si sciolgono perché il metallo ha perso la sua funzione. La gabbia scompare non perché qualcuno l’abbia spezzata con eroismo, ma perché non c’è più un animale da custodire.
In questo scenario, la ripetizione è stata una scelta consapevole. Ogni poesia riprende gli stessi nuclei lessicali: la città, le catene, la gabbia, i topi, la lavagna, la perdita del corpo, gli asfodeli, le tombe. Non si tratta di un’ossessione sterile, ma di un esercizio di variazione. Ho voluto verificare quanto potesse cambiare una stessa scena se osservata da angolazioni lievemente diverse. Come in una serie pittorica, dove il soggetto resta ma la luce muta. Ogni testo è una modulazione sul medesimo tema, un tentativo di dire l’indicibile spostando di pochi gradi l’asse dello sguardo.
I topi, che ritornano con insistenza quasi liturgica, non sono semplicemente animali infestanti. Non sono allegorie trasparenti del degrado sociale o politico. Sono presenze liminari. Arrivano quando qualcosa è già crollato. Non inaugurano la rovina: la certificano. Chiamano il soggetto per nome, lo espongono, lo mettono a nudo. I loro denti non sono soltanto strumenti di distruzione; sono la materializzazione di una fame che non si può più rimandare. Fame di senso, di carne, di memoria.
Il gesto di nascondersi “dietro la lavagna” è forse il più enigmatico del ciclo. La lavagna è il luogo dell’insegnamento, della scrittura provvisoria, della possibilità di cancellare. È una superficie che accoglie e insieme condanna all’evanescenza. Rifugiarsi dietro la lavagna significa cercare riparo nella lingua, nel segno, nella traccia. È un gesto infantile e insieme estremamente consapevole. Come se la poesia stessa fosse un nascondiglio, una zona d’ombra in cui sottrarsi per un istante all’assedio.
La perdita del corpo attraversa quasi ogni testo come una formula rituale: “Ho perso il mio corpo”. Questa perdita non va intesa in senso meramente fisico. È lo scollamento tra esperienza e percezione, tra identità e presenza. Perdere il corpo significa non riconoscersi più nel proprio spazio vitale, sentirsi abitati da un’estraneità. E tuttavia, proprio questa dichiarazione reiterata diventa un atto di resistenza: nominare la perdita del corpo significa affermare che, in qualche modo, un corpo c’è stato. Che un’origine incarnata esiste.
L’amore, in questi testi, non appare mai come compimento. È sempre atteso, evocato, rimpianto. Sta “al porto”, “al varco”, “all’alba”, in disparte o in lontananza. Non entra in scena, ma determina l’intera tensione emotiva del ciclo. È l’assenza che struttura il discorso. Senza la possibilità dell’amore, il vuoto non sarebbe drammatico: sarebbe neutro. È perché qualcosa – o qualcuno – avrebbe potuto esserci che la città si percepisce come vacua.
Gli asfodeli sono un riferimento consapevole alla tradizione classica. Nella mitologia, sono i fiori dei campi dell’oltretomba, il nutrimento delle anime. Qui, però, non sono semplici ornamenti funebri. “Lotte di asfodeli” è un’immagine volutamente incongrua. Ho voluto che il fiore dei morti diventasse combattente, che la vegetazione dell’Ade si trasformasse in energia conflittuale. È un modo per dire che anche nel territorio della fine esiste un movimento, un’agitazione, una resistenza minima.
Le tombe, invece, non offrono consolazione. Non chiudono, non pacificano. Non garantiscono un approdo. Ho cercato di sottrarre alla morte la sua retorica rassicurante. Le tombe “non danno rifugio”, non proteggono il cuore spezzato, non sigillano il dolore. Restano mute, severe, incapaci di trasformare la perdita in senso. In questo rifiuto della consolazione si colloca, forse, la dimensione più radicale del ciclo.
Dal punto di vista formale, ho scelto una struttura chiusa, con richiami alla tradizione metrica, rime che si rincorrono e quartine che si rispecchiano. Questa scelta non è nostalgica. È una tensione deliberata tra ordine e disfacimento. La forma agisce come argine. Mentre il contenuto racconta la dissoluzione, la metrica tenta di contenere l’eccesso. È come se la disciplina del verso fosse l’ultima catena rimasta: non una prigione, ma una linea di resistenza contro il collasso totale.
La ripetizione di sintagmi e strutture crea un effetto di martellamento. Ogni testo riapre la stessa ferita, ma non nello stesso modo. La variazione lessicale, l’oscillazione delle immagini, la modulazione delle perdite costruiscono un percorso che non è lineare, ma circolare. Non c’è una progressione narrativa tradizionale. C’è piuttosto un movimento a spirale, che torna sempre sul punto di partenza, ma con una consapevolezza leggermente diversa.
Non considero questi versi come un esercizio di disperazione. Non sono un compiacimento del buio. Sono, semmai, un attraversamento. Ho voluto abitare il vuoto senza affrettarmi a riempirlo. Lasciarlo parlare, lasciarlo risuonare. In un tempo in cui ogni frattura viene immediatamente medicata con slogan, consolazioni rapide o narrazioni edificanti, ho sentito l’urgenza di restare nel punto in cui il senso vacilla.
La città vacua è anche un paesaggio etico. È il luogo in cui le maschere cadono, in cui le identità si sbriciolano, in cui si perde il nome. “Ho perso il mio nome” è una delle variazioni più estreme della perdita. Senza nome, non c’è riconoscimento. E tuttavia, proprio nel dichiarare la perdita del nome, la voce poetica afferma una presenza. Scrivere è un atto di nominazione, anche quando si nomina l’assenza.
Se c’è un filo sotterraneo che lega i venti testi, è la tensione tra cancellazione e traccia. Ogni immagine tende a dissolversi – la gabbia, la catena, il corpo, l’amore – ma resta il segno della loro scomparsa. La poesia, in questo senso, è una lavagna che continua a essere cancellata e riscritta. Nulla resta definitivamente, ma nulla scompare del tutto.
Non offro al lettore una chiave interpretativa univoca. Non c’è allegoria chiusa, non c’è morale finale. C’è un’esperienza. Un’esperienza di svuotamento che, paradossalmente, produce lingua. Forse è proprio questo il punto più intimo del ciclo: quando tutto sembra perduto – corpo, amore, destino – resta la possibilità di dire la perdita. E nel dirla, di darle una forma temporanea.
La forma non salva. Non redime. Ma delimita. E delimitare il dolore significa sottrarlo all’indistinto. Significa impedirgli di occupare tutto lo spazio. In questo senso, questi testi sono un esercizio di misura dentro la dismisura.
La città vacua non è soltanto il luogo della fine. È anche il luogo di una nudità radicale, in cui ciò che sopravvive non è una speranza dichiarata, ma una postura. La postura di chi continua a parlare, pur sapendo che la gabbia è scomparsa, che le catene si sono sciolte, che i topi hanno già compiuto il loro lavoro.
Resta una voce. Forse incrinata, forse stanca. Ma ancora capace di dire: ho perso. E proprio in quell’ammissione, fragile e ostinata, si apre uno spazio minimo di libertà. Non una libertà trionfale, ma una libertà scarna, essenziale. La libertà di attraversare il vuoto senza mentire.
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