[ Dimenticherò l'anno, la data, il giorno della settimana ]
A chiave mi chiuderò con un foglio di carta soltanto. Adempiti, o magia sovrumana delle sillabe illuminate di pianto! Appena entrato nella tua abitazione, oggi mi sono sentito a disagio. Avevi nascosto qualcosa nella tua blusa di raso e s'aggirava nell'aria un profumo d'incenso. Ti ho chiesto se eri contenta. Mi hai risposto due sillabe fredde: tanto. L'inquietudine ha rotto le dighe della ragione, ed accumulo il cruccio in un delirio di febbre. Ascolta. Non è possibile che tu riesca a celare il cadavere. Gettami in viso la parola terribile. Perché non vuoi udire? Non senti che ogni tuo nervo contorto urla come una tromba di vetro: l'amore è morto, l'amore è morto…Ascolta. Rispondimi senza mentire come faro’ ad andare indietro? Come due fosse in viso ti scavano gli occhi. Le due tombe sprofondano. Non se ne vede più il fondo. Cadrò dall'impalcatura dell'ore! L'anima ho teso come una fune sul precipizio, e v'ho danzato, acrobata equilibrista, giocoliere delle parole. Lo so che s'è di già consumato l'amore. Ormai a più di un segno vi riconosco la noia. Ritornami giovane in cuore! All'anima insegna di nuovo del corpo la gioia. Lo so, si paga sempre per una donna. Che importa? La vestirò, come dentro una gonna, invece d'una toeletta comprata a Parigi, col fumo della mia sigaretta. Recherò l'amor mio per mille strade distanti, come recavano gli antichi apostoli Dio Da secoli t'ho preparato un diadema, costellato di sillabe vivide in arcobaleni di brividi. Come i giganteschi elefanti che valsero la vittoria di Pirro, a te io sconvolsi con la zampa del genio il cervello. Inutilmente: di te non avrò nemmeno un brandello. Gioisci, gioisci, che finalmente mi hai dato il colpo mortale! Io desidero fuggire al canale per mettere il capo nella mandibola liquida! Mi hai offerto le labbra. Rozze erano e umide. Le ho appena sfiorate e m'hanno agghiacciato, come se in pentimento avessi baciato un monastero tagliato nella pietra ruvida. Hanno sbattuto la porta. Egli è entrato, rorido dell'allegria delle vie. Io mi sono spezzato come un gemito in due. Gli ho detto: Va bene, andrò via. Va bene, sia tua. Coprila di cenci, se vuoi che pieghino sotto la seta le fragili ali di vetro. Bada che puoi fuggire a nuoto. Attaccale al collo una collana di perle come una pietra. Che notte stanotte! Il mio cruccio ho spremuto con forza sempre maggiore. A sentire le mie risate e i singhiozzi il muso della mia camera ha fatto una smorfia d'orrore. Luce riflessa dai tuoi occhi sopra il tappeto, si levo’ la tua effigie quasi immagine magica, come se un altro Bialik evocasse in segreto una favolosa regina per la nuova Sion ebraica. Nel supplizio della passione ora piego i ginocchi e la testa dinanzi a colei che fu mia. A mio paragone re Alberto che ha arreso tutte le sue piazzeforti, come se ricevesse regali per la sua festa. Indoratevi ancora nell'erba e nel cielo sereno! O vita, rifa’ primavera dalle tue mille fibre diverse! Non voglio che ormai un veleno: bere, sempre bere i miei versi. Tutto mi rubasti col cuore, e non mi lasciasti il fardello della disdetta. L'anima mi lacerasti come in un rovo. Accetta il mio dono, o diletta: forse non inventerò altro di nuovo. Nei quaderni dei tempi scrivete la data di oggi a lettere d'oro! Adempiti, magia simile alla passione di Cristo. Guardate: sulla carta son crocifisso coi chiodi delle parole.
Vladimir Vladimirovic Majakovskij, Ascolta in Flauto di vertebre - A cura di B. Carnevali
- Introduzione
Il presente saggio intende proporre un'analisi estesa e approfondita del testo "Ascolta" di Vladimir Vladimirovič Majakovskij, incluso nella raccolta Flauto di vertebre (1915), nella traduzione e curatela di B. Carnevali. Il componimento, che si presenta come un monologo lirico-visionario, è denso di immagini violente, accensioni barocche, dinamiche teatrali e proiezioni estatiche, inscritte in un contesto di disperazione amorosa e delirio linguistico. In questo contesto, la scrittura poetica si configura non soltanto come riflesso del dolore, ma come forma rituale di sacrificio e di esorcismo, laddove la parola assume un valore salvifico e, al contempo, mortifero. L'intero testo si fonda su una tensione tra l’io lirico, il tu femminile e la dimensione della performance linguistica, dando vita a un'esperienza poetica radicale che impone una riflessione sull'estetica della distruzione amorosa.
- La struttura del testo: monologo drammatico e visione interna
"Ascolta" si configura come un poema in prosa dal taglio teatrale. L'io narrante si rivolge a un tu amoroso in una dinamica di invocazione, accusa e supplica. Il testo, pur non essendo suddiviso in strofe o sezioni, presenta una progressione narrativa interna: si passa da una situazione di disagio iniziale a una dichiarazione della morte dell'amore, dalla richiesta di verità alla descrizione allucinata della rottura, fino all'evocazione mistica dell'atto poetico come supplizio e riscatto.
L'interlocutore, per quanto silenzioso, ha un ruolo determinante. Egli è assente, ma la sua assenza è fondata su una presenza passata che si è rivelata traditrice. La donna evocata è depositaria di un potere oscuro, inaccessibile e colpevole: nasconde, inganna, mente, e il soggetto lirico è inchiodato alla necessità di decifrare la verità del disamore. La domanda cruciale – "Come farò ad andare indietro?" – è emblema del crollo dell’ordine emotivo e razionale.
- L’amore morto: figura della decomposizione affettiva
L’immagine centrale del testo è la morte dell’amore, non come processo graduale, ma come evento traumatico, improvviso, catastrofico. Il testo stesso si articola come una veglia funebre, un’orazione disperata, un lamento dissonante. L’io lirico afferma: "L’amore è morto, l’amore è morto…" e lo fa non attraverso una constatazione fredda, ma con un grido che risuona come "una tromba di vetro".
Questa immagine, altamente sinestetica, allude al fragore della rottura e alla trasparenza del sentimento infranto. La tromba di vetro è lo strumento della dichiarazione, ma anche della frattura. L’amore, che dovrebbe essere caldo, vivo, pieno, è diventato cadavere da nascondere, fantasma da esorcizzare, rovina da visitare.
- La performatività del dolore: corpo, voce, parola
Il dolore del soggetto non è mai astratto. Esso si manifesta attraverso il corpo, la voce e infine la parola poetica. Majakovskij mette in scena un io che si spezza, che si flette e che si consuma come materia esposta all'incendio. Dice: "Io mi sono spezzato come un gemito in due". La lacerazione interiore diventa lacerazione sonora, una scissione in atto che attraversa i registri espressivi.
Il corpo è anch’esso uno strumento: la fune dell’equilibrista, la bocca che pronuncia parole, le labbra che tremano. La poesia non è più un luogo di rappresentazione del sentimento, ma la sua manifestazione incarnata. Il dolore, qui, è performato, non narrato.
- L’arte come residuo e salvezza: il diadema e il fumo
Due sono le immagini centrali del tentativo dell’io di sublimare il proprio dolore: il diadema e il fumo. Il primo rappresenta l’arte che si fa dono, l’omaggio di un amore perduto sublimato nella parola poetica. Il diadema è “costellato di sillabe vivide in arcobaleni di brividi”, ossia di versi capaci di evocare la passione in tutta la sua potenza sinestetica e cromatica.
Il secondo, il fumo della sigaretta, rappresenta invece il disincanto, la sostituzione della materia viva con una consistenza evanescente, residuale. Non potendo più offrire abiti da Parigi, il poeta “la vestirà” col fumo delle proprie sigarette: metafora struggente della trasformazione dell’amore in cenere, e della poesia in ultimo gesto disperato.
- La figura femminile: icona doppia, dea e pietra
La donna è qui figura ambivalente. Da un lato è regina, destinataria di un culto, creatura da incoronare con versi e sillabe. Dall’altro è colpevole, pietrificata, cadavere emotivo. Le sue labbra sono “rozze e umide”, e il loro bacio “agghiaccia”, come se si fosse baciata la pietra di un monastero.
La donna è quindi non solo simbolo del fallimento dell’amore, ma anche suo veicolo: fredda, muta, inaccessibile, ha già tradito. E l’arrivo dell’altro, il nuovo amante, suggella la definitiva esclusione del poeta dalla scena affettiva.
- L’immaginario mistico: poesia come passione e crocifissione
Un elemento di particolare rilevanza in "Ascolta" è l’immaginario mistico che attraversa il testo e lo culmina. La passione dell’io poetico si modella sulla Passione di Cristo: l’agonia interiore si trasferisce in una scena sacrificale. L’immagine finale della crocifissione – "sulla carta son crocifisso coi chiodi delle parole" – non è soltanto metafora, ma vera e propria liturgia dell’anima. L’amore perduto non viene soltanto raccontato: viene esplicitamente offerto.
Majakovskij, attraverso questo gesto, si inscrive in una tradizione di martirio volontario dell’artista che trova radici tanto nel simbolismo russo quanto nella mistica medievale. La poesia è luogo del supplizio, ma anche del miracolo. Così come Cristo redime con il corpo, il poeta redime con la lingua. E la pagina, in questo caso, diventa sindone: prova e traccia del dolore.
- Ricezione critica dell’opera
La critica ha spesso sottolineato la radicalità linguistica e sentimentale di Flauto di vertebre, e in particolare del testo "Ascolta". Se i primi lettori russi evidenziarono il lirismo quasi eccessivo e l’impronta tragica, lettori e studiosi più recenti, come Roman Jakobson o Viktor Šklovskij, hanno sottolineato il carattere performativo e "violento" della lingua majakovskiana.
Nel contesto occidentale, il testo è stato letto come esempio di lirismo espressionista e come parallelo russo alle invettive amorose di Artaud, alle confessioni di Cendrars, o ai lamenti frantumati di Trakl. La curatela di B. Carnevali, pur nella sua selezione intensa e tragica, ha contribuito a mostrare come la forza della poesia majakovskiana non risieda soltanto nel tema, ma nel modo in cui esso viene fatto detonare nella lingua.
- Confronto con altri autori contemporanei e le avanguardie europee
Nel quadro della poesia europea dei primi decenni del XX secolo, "Ascolta" trova corrispondenze e contrappunti con altre voci liriche e drammatiche. In ambito russo, l’opera di Majakovskij può essere accostata a quella di Anna Achmatova e Marina Cvetaeva, seppure con esiti e registri profondamente diversi. Se Achmatova lavora sulla rarefazione dell’assenza e del ricordo, e Cvetaeva sull’intensità emotiva che si fa ritmo e visionarietà, Majakovskij urla, aggredisce, si crocifigge.
In ambito tedesco, l’opera si pone in risonanza con Georg Trakl e Gottfried Benn, soprattutto nella capacità di esprimere una corporeità lacerata e una lingua poetica come fenomeno anatomico. Trakl, con la sua visione crepuscolare e oppiacea, rappresenta il versante elegiaco del disfacimento. Benn, invece, con il suo cinismo clinico, anticipa le visioni più estreme della corporeità moderna.
Nel panorama francese, si può evocare il confronto con Antonin Artaud: entrambi gli autori trasformano il proprio corpo in teatro, e la parola in coltello. Tuttavia, mentre Artaud tende al collasso semantico, Majakovskij conserva sempre, anche nel parossismo, una forza sintattica e argomentativa impressionante.
Più in generale, "Ascolta" si iscrive nel clima delle avanguardie storiche europee – cubismo, futurismo, dadaismo, espressionismo – condividendone la volontà di frantumare le forme liriche tradizionali, di caricare la parola di forza fisica e rivoluzionaria, di portare il corpo dentro il testo. Come nei manifesti futuristi di Marinetti, anche in Majakovskij la lingua non descrive ma agisce, esplode, aggredisce.
Tuttavia, rispetto ai colleghi italiani o francesi, Majakovskij conserva un elemento tragico e mistico che lo distacca dalla pura iconoclastia. Se il futurismo italiano tendeva a esaltare la velocità, la macchina, il dinamismo impersonale, Majakovskij rivendica l’individuo, l’io ferito, la voce esposta. L’avanguardia è dunque per lui dramma interiore, non solo rivoluzione formale.
- Conclusioni
Il testo “Ascolta” rappresenta una delle più alte espressioni della poetica majakovskiana nella sua fase giovanile. In esso convergono il grido della rivoluzione interiore, il delirio amoroso, il misticismo verbale, e la corporeità della parola. In questo poema in prosa l’amore è già disfatto, ma la poesia riesce a sublimare anche le sue macerie, offrendo un’immagine nuova del poeta moderno: non più cantore del sentimento, ma martire della lingua, crocifisso tra il nulla e la memoria.
Lungi dall’essere solo un testo d’amore, “Ascolta” è anche un manifesto esistenziale e artistico. È il documento di una lotta tra eros e thanatos, tra desiderio e rovina, tra parola e silenzio. Un testo che chiede di essere letto non soltanto come espressione lirica, ma come atto politico, psichico e rituale.
Nel contesto più ampio dell’opera di Majakovskij, questo componimento si configura come una soglia, un crinale emotivo e ideologico: oltre il quale l’amore non è più redenzione, ma materia da bruciare nel forno ardente della lingua. Così, nel fuoco delle parole, l’io poetico si offre in sacrificio, trasformando il proprio dolore in atto estetico assoluto.
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