Bruce LaBruce non è solo un regista, ma un sabotatore culturale, un agitatore che opera con la cinepresa come fosse un'arma di disobbedienza. Ogni suo film è un manifesto, una scossa elettrica lanciata contro lo spettatore. Cresciuto in un contesto rurale che sembrava fatto apposta per soffocare ogni slancio creativo, LaBruce ha trovato nella marginalità una casa e nell'emarginazione una musa.
Sin dai suoi primi lavori, girati con budget inesistenti e spirito DIY, LaBruce ha costruito un'estetica che mescola il linguaggio del porno con quello dell'underground artistico, creando ibridi destabilizzanti che non lasciano spazio a facili interpretazioni. Opere come Hustler White o The Raspberry Reich sono film che esplodono di pulsioni erotiche, ma anche di riflessioni politiche. Qui il sesso non è mai fine a se stesso, ma diventa strumento di sovversione e resistenza, una dichiarazione d'intenti contro ogni forma di normalizzazione.
La sua predilezione per soggetti tabù, corpi fuori dai canoni e desideri considerati abietti lo pone in rotta di collisione con le narrazioni dominanti del cinema queer più patinato. Se da un lato i blockbuster LGBTQ+ celebrano il coming out con il lieto fine, LaBruce celebra il coming out con una molotov in mano e un’orgia post-apocalittica sullo sfondo. La sua estetica non teme la sporcizia, anzi la abbraccia, elevandola a simbolo di autenticità.
Eppure, dietro la scorza di provocatore, LaBruce è un raffinato teorico del desiderio, un intellettuale che riflette sul rapporto tra potere e sessualità con la precisione di un sociologo. I suoi film parlano di libertà, ma anche di controllo; di piacere, ma anche di repressione. La sua opera è intrisa di riferimenti filosofici e culturali, dal situazionismo al marxismo, passando per l'eredità delle avanguardie artistiche.
Bruce LaBruce non vuole essere eroe né martire del cinema queer, e forse è proprio questo il suo gesto più rivoluzionario: rifiutare di essere incasellato, di diventare icona digeribile per il grande pubblico. Il suo cinema è una porta aperta sull'abisso, un invito a guardare oltre il velo del perbenismo e a tuffarsi, senza paura, nel caos del desiderio.
Negli anni '80, Toronto diventa un crogiolo di sottoculture, e LaBruce trova rifugio nel punk e nella scena queer anarchica. Il punk, con il suo spirito ribelle e la filosofia DIY (Do It Yourself), rappresenta per lui molto più di un genere musicale: è una visione del mondo, un modo di esistere ai margini della società, lontano dalle regole imposte dal capitalismo e dalle norme eteronormative. In un contesto urbano che vive tra repressione e fermento, LaBruce vede nel punk una possibilità di ridefinire la propria identità e di creare una comunità alternativa che sfida apertamente il conformismo dominante.
LaBruce si immerge totalmente in questo ambiente, assorbendo l’estetica sporca e caotica del punk, e facendola diventare il linguaggio attraverso cui esprime la sua visione radicale. Frequenta club underground, concerti improvvisati e occupazioni, trovando nel rifiuto delle convenzioni un territorio fertile per esplorare nuove forme di espressione. Non si limita a osservare: è parte attiva di questo universo. Inizia a collaborare a riviste underground e fanzine, utilizzando la parola scritta, il collage e la fotografia come strumenti di provocazione.
La sua creazione più iconica è J.D.s, una fanzine punk-queer che diventa rapidamente un simbolo di trasgressione e resistenza culturale. J.D.s non è solo una rivista autoprodotta, ma una dichiarazione di guerra estetica e politica, un grido che sfida l’omologazione anche all’interno della stessa comunità queer, che spesso cercava accettazione e normalizzazione. Insieme alla sua co-redattrice G.B. Jones, LaBruce abbraccia un’estetica volutamente grezza e scandalosa, fatta di collage taglienti, fotografie esplicite e testi che affrontano senza filtri temi come il sesso, la violenza e il desiderio.
Attraverso le pagine di J.D.s, LaBruce e Jones riescono a costruire un immaginario che mescola pornografia, iconografia religiosa, cultura pop e critica feroce alla società borghese. Le loro creazioni non si limitano a scioccare, ma agiscono come detonatori culturali, capaci di scuotere anche i circoli più radicali. Ogni numero di J.D.s è una celebrazione della diversità in tutte le sue forme più estreme, una sfida al buon gusto e alle regole di decoro che dominano l’editoria tradizionale. La fanzine diventa rapidamente una rete di connessioni internazionali, influenzando artisti e attivisti queer in tutto il Nord America e oltre.
L'energia e la rabbia di J.D.s non rimangono confinate alla carta. Si trasferiscono ben presto al cinema, dove LaBruce trova una nuova piattaforma per la sua estetica sovversiva. Con una telecamera Super 8 e pochissimi mezzi, inizia a girare cortometraggi che portano l’estetica punk sul grande schermo. I suoi film, spesso ambientati in ambienti degradati o marginali, si fanno manifesto di un cinema queer che rifiuta la patina patinata e commerciale. Le storie di LaBruce esplorano la sessualità in modo crudo, mescolando desiderio, violenza e ironia, in un linguaggio cinematografico che non teme di essere eccessivo o scomodo.
Il cinema di LaBruce si nutre della stessa energia sovversiva di J.D.s, traducendo il linguaggio visivo della fanzine in narrazioni sperimentali, anarchiche e sessualmente esplicite. In un’epoca in cui il cinema queer inizia a guadagnare visibilità, LaBruce si distingue per il suo approccio volutamente antagonista, rifiutando qualsiasi forma di compromesso e mantenendo vivo quello spirito radicale che affonda le radici nella scena punk di Toronto.
Bruce LaBruce non si limita a raccontare storie queer: le dissacra, le smonta e le ricompone in forme nuove, violente e profondamente erotiche. La sua opera cinematografica non si accontenta di essere un semplice veicolo di narrazione, ma si propone come una forma d'arte radicale e sconvolgente, che cerca di rimettere in discussione ogni convenzione sociale e culturale riguardante la sessualità, il desiderio e l'identità. In un mondo cinematografico dominato da narrative che tendono a rappresentare la realtà in modo lineare e rassicurante, LaBruce offre un'alternativa che è caos, disordine e sfida, mescolando pornografia e arte in un unico, potente atto politico. Il suo cinema non è mai neutro, ma è sempre un'affermazione di resistenza contro le forze che cercano di normare e limitare le espressioni di sessualità e individualità.
Per LaBruce, il cinema queer non può essere ridotto a una semplice estensione del cinema tradizionale, con protagonisti omosessuali o tematiche gay, ma deve essere una forza dirompente, capace di smantellare i tabù e riformulare radicalmente i concetti stessi di identità e sessualità. Ogni suo film è una sfida aperta a quella che lui percepisce come la stagnazione e la perbenismo delle rappresentazioni convenzionali, proponendo invece un universo cinematografico che è pericoloso, inquietante e provocatorio. Non si tratta solo di fare film che parlano di omosessualità, ma di fare cinema che abbatte le strutture narrative dominanti e che, attraverso la potenza erotica, mette in crisi il sistema di valori che governa la società. LaBruce vuole che il pubblico veda e senta in modo diverso, che non accetti la realtà per quella che gli viene raccontata, ma che impari a sfidarla e a metterla in discussione.
I suoi primi lungometraggi, girati con budget minimi e un'estetica volutamente grezza e 'sporca', diventano rapidamente dei cult nel circuito underground, contribuendo a formare una nuova avanguardia queer cinematografica. Con il suo stile visivo crudo e il linguaggio provocatorio, LaBruce rifiuta ogni forma di patinato o di estetizzazione tipica del cinema mainstream. Non ha paura di mostrarsi spinto o esplicito, anzi, spesso sembra abbracciare la pornografia come un mezzo di espressione artistica e politica. In questi film, la pornografia non è vista come qualcosa di marginale o volgare, ma come una pratica che ha un valore intrinseco, capace di sfidare la morale e di aprire nuovi spazi di libertà. Le sue opere non sono soltanto storie di sesso, ma esplorazioni profonde della sessualità come atto sovversivo, come pratica che rompe le barriere e le convenzioni imposte dalla società.
Nel suo cinema, il confine tra arte e pornografia si dissolve completamente. LaBruce non vede la pornografia come un genere separato e inferiore, ma come una forma d’arte che, al pari di qualsiasi altra disciplina artistica, può affrontare temi complessi, dare voce a storie di marginalità e resistenza, e mettere in discussione i valori dominanti. I suoi film non sono solo pieni di sesso esplicito, ma anche di una riflessione intensa sulla sessualità stessa e sul potere che essa esercita. I personaggi di LaBruce – che vanno dai skinhead agli immigrati, dai prostituti agli zombie – sono figure che vivono ai margini della società, che non si piegano alle norme, ma che anzi le sfidano con il loro desiderio, con la loro esistenza, e con la loro stessa corporeità. In questo contesto, la sessualità diventa non solo un atto fisico, ma una forma di resistenza politica e culturale.
Questi personaggi, che spesso appartengono a categorie socialmente relegate o emarginate, sono per LaBruce figure di liberazione, il cui sesso è un atto di rivendicazione contro l'ordine sociale. La sua rappresentazione della sessualità è sempre un'esplorazione del corpo come strumento di resistenza, dove ogni atto erotico è un rifiuto dell’omologazione e delle aspettative sociali. LaBruce trasforma la pornografia in un mezzo per decostruire il concetto stesso di normatività sessuale, affermando che il desiderio e il corpo non sono mai neutri, ma sono sempre politicizzati. La sua sessualità è un atto di autonomia, di libertà e di lotta contro qualsiasi tentativo di repressione.
Le sue pellicole non sono solo provocatorie, ma anche profondamente estetiche, anche se in modo non convenzionale. L'estetica di LaBruce è volutamente provocatoria e disturbante, mai confortevole, spesso irriverente e bruta, ma sempre capace di catturare l'attenzione e di stimolare la riflessione. Ogni sua scelta visiva, dalla fotografia alla scenografia, contribuisce a creare un universo in cui la bellezza è sfidata dalla brutalità, dove la violenza si mescola con l'erotismo, e dove le convenzioni estetiche tradizionali vengono costantemente messe in discussione. LaBruce non ha paura di turbare, ma lo fa per scuotere il pubblico, per farlo riflettere sulla propria posizione nei confronti della sessualità, del desiderio e delle norme sociali.
In un mondo dove il cinema mainstream spesso riduce la sessualità a qualcosa di normato e sterilizzato, il cinema di LaBruce è una boccata d’aria fresca e al contempo soffocante, un richiamo a un'umanità che sfida ogni definizione e ogni restrizione, portando il pubblico a confrontarsi con i propri desideri più oscuri e le proprie paure più profonde. Il suo cinema non è per tutti, ma è per chi ha il coraggio di guardare oltre le apparenze e di abbracciare la sessualità come una forza selvaggia, incontrollabile, ma anche liberatoria.
:
No Skin Off My Ass (1991)
"No Skin Off My Ass" di Bruce LaBruce è senza dubbio una delle opere più audaci e provocatorie del cinema queer e underground degli anni '90. Ma il film non si limita a essere solo un’icona del cinema esplicitamente sessuale: è un’opera che sfida le convenzioni non solo del cinema, ma anche della società in generale. Con un approccio che mescola umorismo nero, critica sociale e una visione radicale della sessualità, LaBruce crea un’opera che esplora la sessualità, l'identità e la resistenza in modo crudo, diretto e ironico. Il film non si adatta mai alle aspettative che ci si potrebbe aspettare da una storia di sesso o da un film queer mainstream: è una riflessione profonda e spietata sulla sessualità in un contesto sociale che rifiuta di accettare l'altro, il diverso, il marginale.
In "No Skin Off My Ass", LaBruce mette in scena un incontro tra due uomini, un giovane e un uomo più anziano, che si ritrovano intrappolati in una relazione che trascende i confini del desiderio fisico per esplorare dinamiche emotive, generazionali e sociali. Non è solo una storia d'amore o di sesso, ma una disamina dei corpi e dei desideri come territori di resistenza. LaBruce, con la sua estetica volutamente amatoriale e grezza, rende evidente che la sessualità è un campo di battaglia, non solo per l’affermazione del piacere, ma anche per la lotta contro le convenzioni e le etichette imposte dalla società. La sessualità, per LaBruce, non è mai un semplice strumento di piacere, ma diventa un atto di autodeterminazione. Ogni atto sessuale, ogni scena di piacere fisico è per i protagonisti un modo per riscrivere se stessi, per esprimere la propria individualità e per sottrarsi ai ruoli e alle definizioni che il mondo cerca di imporre loro.
Una delle caratteristiche più sorprendenti di "No Skin Off My Ass" è la rappresentazione dei corpi. I protagonisti non sono ritratti come corpi idealizzati o perfetti, ma come esseri umani complessi e vulnerabili. I loro corpi, pur essendo veicoli di desiderio, sono anche luoghi di lotta e di sofferenza. LaBruce non si preoccupa di mostrali come corpi che cercano di essere "perfetti" per soddisfare le aspettative estetiche della società, ma come corpi che sono reali, che portano con sé cicatrici e imperfezioni, ma che sono anche fonte di potere. In questo senso, "No Skin Off My Ass" si allontana dalla tradizionale rappresentazione della sessualità maschile nel cinema, in cui il corpo maschile è spesso idealizzato o ridotto a un oggetto di desiderio per lo sguardo eterosessuale. Qui, i corpi dei protagonisti sono mostrati senza vergogna, senza filtri: sono corpi che rivendicano il loro diritto all’esistenza, alla visibilità e all’espressione.
Nel film, LaBruce utilizza il sesso non solo come un elemento narrativo, ma come uno strumento di critica sociale. Ogni scena di sesso è una metafora della lotta contro la repressione e contro la cultura dominante che cerca di controllare e normare il corpo e il desiderio. Il sesso diventa un atto di sfida: una sfida contro una società che impone regole rigide su cosa è "accettabile" e "normale". In questo senso, il sesso diventa un atto politico, un modo per esprimere il rifiuto delle convenzioni sociali e per affermare il diritto di ogni individuo a vivere e desiderare senza compromessi. LaBruce non è interessato a rappresentare il sesso come un atto edonistico o come una ricerca del piacere fine a se stesso: il sesso è qui un atto di liberazione, un atto che afferma l’esistenza del corpo e del desiderio al di fuori delle definizioni eterosessuali e normate.
La pelle, che è anche il tema centrale del titolo, diventa simbolo di questa resistenza. La pelle è la superficie attraverso cui passano le identità, i desideri e le emozioni, ma è anche il luogo dove si manifestano le cicatrici della società. Il film esplora l'idea che la pelle non è solo un limite fisico, ma una superficie che può essere "scoperta", "violata" o "trasformata" attraverso l'esperienza sessuale. La pelle, in No Skin Off My Ass, non è solo la barriera tra l’individuo e il mondo, ma è anche il luogo dove si gioca la lotta per l’autodeterminazione. In questo modo, LaBruce ci invita a riflettere su come la sessualità e l'identità siano sempre legate alla "superficie", ma anche a come quella superficie possa essere de-costruita e trasformata.
Un aspetto cruciale del film è anche la rappresentazione della solitudine e dell’emarginazione, temi che attraversano tutta l'opera. I protagonisti del film non sono mai completamente soddisfatti o sereni nel loro desiderio: la loro sessualità è legata a un senso di solitudine e di isolamento, che riflette la condizione di chi vive ai margini della società. In molti momenti, il film sembra voler mostrare come il desiderio e l’intimità possano essere anche forme di solitudine, come se la ricerca di connessione tra i corpi non fosse mai pienamente soddisfatta. Ma proprio in questa solitudine, i protagonisti trovano anche il loro spazio di libertà, uno spazio dove possono essere se stessi, senza il bisogno di conformarsi a ciò che la società si aspetta da loro. È attraverso questa solitudine che il film esplora la possibilità di una liberazione individuale, un’auto-affermazione che non ha bisogno di approvazione esterna per esistere.
"No Skin Off My Ass" è anche una riflessione sulla fluidità dell'identità di genere e sulla rottura dei ruoli tradizionali. LaBruce rifiuta di presentare i protagonisti come figure stereotipate, come il "dominante" e il "sottomesso" o il "giovane" e l'"anziano". I personaggi sono complessi, e le loro dinamiche non sono mai semplici. L’uomo anziano non è solo il "saggio" o il "dominante", ma è anche vulnerabile e spesso insicuro. Il giovane uomo, pur essendo più giovane e inizialmente apparentemente "sottomesso", è anche una figura che lotta per il controllo e per l'affermazione della propria indipendenza. Queste relazioni, che potrebbero sembrare convenzionali in un altro contesto, qui diventano complesse e sfumate, e mettono in discussione le rigide definizioni di sessualità, potere e identità.
La sessualità, quindi, diventa un campo in cui le differenze di età, di potere e di genere vengono continuamente negoziate, decostruite e reinventate. "No Skin Off My Ass" sfida le visioni rigide del sesso e dell'identità, proponendo una visione fluida, aperta e transitoria della sessualità, in cui ogni individuo è libero di esplorare, esprimere e affermare se stesso senza paura di essere giudicato o limitato.
A livello estetico, la regia di LaBruce si distacca da ogni convenzione del cinema tradizionale, portando lo spettatore a un’esperienza visiva che è volutamente grezza e spiazzante. La fotografia è spesso ruvida, con un uso della luce e dell'ombra che non cerca mai di abbellire i corpi o le scene, ma di mostrarli per quello che sono. La regia è sporca, non lucida, talvolta frammentata, e questo contribuisce a creare un senso di immediatezza, di realtà cruda, in cui il film stesso sembra essere un atto di ribellione contro la pulizia e la perfezione del cinema commerciale. La scelta di non avere una regia perfetta, di non seguire i canoni estetici classici del cinema, è un modo per spingere lo spettatore fuori dalla sua zona di comfort, per costringerlo a confrontarsi con una visione della sessualità e della vita che non ha paura di essere disordinata, imperfetta e, soprattutto, autentica.
In definitiva, "No Skin Off My Ass" è un’opera che sfida le convenzioni cinematografiche, ma anche le convenzioni sociali e morali. LaBruce non vuole solo raccontare una storia di sesso, ma vuole trasformare la sessualità stessa in un atto di ribellione e di liberazione. Il film è un inno alla libertà individuale, all’affermazione del corpo e del desiderio come strumenti di autodeterminazione, e alla possibilità di reinventare costantemente se stessi in un mondo che non ci accetta per quello che siamo. LaBruce, con il suo stile unico e radicale, ci invita a superare le limitazioni della società, a de-costruire le identità imposte e a riscrivere le nostre storie sessuali come atti di affermazione e di resistenza.
Hustler White (1996)
"Hustler White" di Bruce LaBruce è una delle opere più significative e audaci della cinematografia contemporanea, soprattutto all'interno della cultura gay. Regista, fotografo e scrittore, LaBruce ha sempre costruito la sua carriera attorno alla fusione tra pornografia, arte e critica sociale, creando una narrazione che non si limita alla semplice espressione del desiderio sessuale, ma che esplora la sua dimensione più profonda e problematica. Hustler White non è solo un film, ma un esperimento cinematografico che mette in discussione la cultura sessuale, l'identità e la mercificazione del corpo umano.
Il film, che si sviluppa in un contesto urbano e notturno, introduce lo spettatore in un mondo di hustler, uomini che vendono il proprio corpo per denaro, ma attraverso una lente che non si limita a documentare questa realtà. LaBruce non si accontenta di raccontare la semplice dinamica di sesso e denaro, ma va oltre, esplorando le implicazioni psicologiche, sociali ed emotive che essa comporta. Il protagonista, interpretato dal modello Tony Ward, è un giovane hustler che incarna alla perfezione la figura del corpo venduto e consumato. La sua bellezza fisica è la sua risorsa principale, ma essa non è mai presentata come una semplice fonte di piacere; al contrario, diventa il fulcro di una riflessione più complessa sulla mercificazione del corpo umano e sulla difficoltà di trovare una vera connessione emotiva in un mondo che riduce tutto a scambi superficiali.
LaBruce, attraverso l'uso del linguaggio visivo, costruisce un universo saturato di luci al neon, stanze buie e corpi esposti, che non sono mai visti come puri oggetti sessuali, ma come soggetti intrappolati in un sistema che sfrutta e consuma la loro sessualità. Il film, pur mostrando numerose scene di sesso esplicito, non si riduce mai a un prodotto porno, ma esplora il sesso come una pratica che non è mai solo fisica, ma anche emotiva e psicologica. La sessualità diventa una forma di espressione, di potere, di alienazione, e allo stesso tempo, una modalità di ricerca dell’identità.
L’ambientazione del film, che si svolge principalmente in spazi notturni e clandestini, contribuisce a creare un’atmosfera di decadenza e solitudine. La città stessa, fatta di locali notturni, appartamenti squallidi e vicoli illuminati da luci fredde, diventa una metafora del mondo in cui si muovono i protagonisti: un mondo in cui il piacere e il desiderio sono ridotti a merce, e in cui i corpi diventano oggetti di consumo destinati ad essere sostituiti. Questi spazi sono la cornice di una riflessione più ampia sul capitalismo e sulla mercificazione della sessualità, che, nel contesto della cultura gay degli anni '90, assume una valenza ancor più forte, soprattutto a causa della crescente consapevolezza dell'AIDS e della sua relazione con la sessualità.
LaBruce non si limita a raccontare una storia di sesso, ma costruisce un mondo in cui la sessualità diventa un linguaggio per esplorare temi universali: la solitudine, la ricerca di sé, l’alienazione, il desiderio di connessione e l'incapacità di trovarla. Il corpo, attraverso il personaggio di Tony Ward, diventa un campo di battaglia per il potere, l'identità e il piacere. Non si tratta solo di sesso, ma di una lotta per il controllo del proprio corpo e della propria identità. Ogni scena di sesso è carica di significato, non solo come atto fisico, ma anche come espressione della tensione interiore dei personaggi, della loro vulnerabilità e della loro ricerca di significato in un mondo che riduce la loro esistenza a una serie di scambi sessuali.
La critica sociale di "Hustler White" è forte e viscerale. LaBruce non cerca di demonizzare la cultura della pornografia o dei hustler, ma di analizzarla e di metterne in luce le contraddizioni. Il sesso, in questo film, è descritto come una forma di liberazione e di oppressione allo stesso tempo. È una via per esprimere il desiderio e il piacere, ma anche una forma di controllo e di alienazione. La mercificazione del corpo umano, che nel film diventa il principale motore di relazione, si intreccia con le dinamiche di potere e di controllo che permeano l'intero sistema. I protagonisti sono tutti, in qualche modo, vittime di un sistema che sfrutta la loro sessualità, ma allo stesso tempo, sono anche complici di questo sistema, incapaci di uscire da un circolo vizioso in cui la bellezza fisica è il prezzo da pagare per una parvenza di libertà e potere.
Il film non si limita a condannare la mercificazione della sessualità, ma la mette in scena in modo che lo spettatore possa riflettere su di essa. Ogni personaggio è consapevole della propria condizione, ma è anche incapace di cambiare la propria situazione. LaBruce, infatti, costruisce dei personaggi che sono complicati, sfumati, mai ridotti a semplici vittime o eroi. La loro lotta per l'identità e per il desiderio è dolorosa e, in molti casi, senza speranza. La Bruce non crea un facile senso di identificazione con i suoi protagonisti, ma piuttosto invita lo spettatore a una riflessione critica sul modo in cui la sessualità viene vissuta, consumata e mercificata.
La regia di LaBruce, sempre provocatoria, ma mai gratuita, è fondamentale per il successo del film. Ogni scena è costruita con una precisione stilistica che va al di là della semplice rappresentazione del desiderio. Le inquadrature sono piene di simbolismi, come il contrasto tra la bellezza dei corpi e la miseria degli ambienti, creando un gioco visivo che suggerisce la dissonanza tra l’aspetto esteriore e la realtà interiore dei protagonisti. Il film è visivamente ricco e stilisticamente sofisticato, ma è anche intriso di un senso di disillusione che permea l’intero racconto. LaBruce non cerca mai la bellezza per la bellezza, ma usa la bellezza per raccontare qualcosa di più profondo, qualcosa che riguarda la condizione umana, la solitudine e l’incapacità di trovare una vera connessione.
Un altro elemento cruciale di "Hustler White" è la sua riflessione sull’identità. Il film mette in luce come la cultura gay, pur celebrando la liberazione sessuale, finisca per ridurre l’individuo alla sua fisicità, facendo del corpo una merce da vendere. I protagonisti sono spesso prigionieri del loro stesso corpo, che diventa il loro unico valore nel mercato della sessualità. La ricerca di un’identità autentica, che vada oltre l'oggettivazione, è uno dei temi ricorrenti del film. LaBruce non fornisce risposte facili, ma ci invita a riflettere sulla difficoltà di vivere in un mondo che riduce l'individuo a ciò che ha di più visibile e superficiale.
La conclusione del film non offre una risoluzione, ma lascia lo spettatore con una sensazione di inquietudine. I protagonisti non trovano la salvezza o la felicità, ma arrivano a una consapevolezza della propria condizione. "Hustler White" non è un film che celebra la sessualità, ma che la esamina nei suoi aspetti più oscuri e complessi, chiedendosi se esista un modo per sfuggire alla mercificazione del corpo e alla solitudine che ne deriva. La Bruce non ci offre un finale confortante, ma ci lascia con una riflessione aperta e una domanda: esiste un modo di vivere la sessualità che non sia intrinsecamente legato al sistema del consumo e della mercificazione?
In definitiva, "Hustler White" è un’opera che sfida le convenzioni del cinema gay, ma che al contempo offre una riflessione profonda e sofisticata sulla sessualità, sull'identità e sulla cultura dei consumi. LaBruce non condanna né idealizza la cultura gay degli anni '90, ma la mette in discussione con una visione provocatoria, ma anche umanamente profonda. È un film che parla della mercificazione del corpo, ma anche della ricerca di sé, della solitudine e della lotta per una connessione autentica. La sua forza risiede nel modo in cui riesce a unire il linguaggio della pornografia con una riflessione critica sulla società, rendendo "Hustler White" non solo un film sulla sessualità, ma un’opera che interroga il pubblico sulla condizione umana e sull'identità in un mondo dominato dal consumismo e dalla superficialità.
The Raspberry Reich (2004)
"The Raspberry Reich" di Bruce LaBruce è un film che non si accontenta di esplorare temi legati alla politica, al sesso e al potere in modo superficiale, ma si immerge profondamente nelle contraddizioni delle ideologie radicali e queer, affrontando la sessualità, la liberazione e l’autoritarismo in modo irriverente e intransigente. Questo lavoro è emblematico del cinema di LaBruce, che non ha paura di esaminare le zone più oscure e inquietanti della cultura contemporanea, esponendo le tensioni tra desiderio e politica, tra la teoria e la realtà della lotta di classe, tra le utopie del passato e le disillusioni del presente.
LaBruce, già noto per il suo approccio provocatorio, qui fonde elementi di pornografia hardcore con una satira sociale mordente. Il film non è un semplice prodotto di intrattenimento, ma una vera e propria riflessione filosofica e ideologica che cerca di smantellare le narrative tradizionali. La figura di Anna, la leader della “Raspberry Reich”, diventa una metafora potente di questa contraddizione centrale del film. Anna non è solo una leader carismatica che cerca di abbattere il sistema oppressivo, ma anche una donna che finisce per essere consumata dal desiderio di potere e controllo. Il suo comportamento sembra riflettere una simile auto-sabotaggio che si sviluppa all’interno delle sue convinzioni ideologiche, come se il suo tentativo di liberarsi dal dominio borghese e patriarcale fosse destinato a riprodurre nuove forme di dominio. Anna, infatti, utilizza il sesso come strumento di liberazione, ma in realtà diventa prigioniera dei suoi stessi desideri e manipolazioni.
Questa ambiguità è il cuore del film, e LaBruce la esplora in modo spietato. Il conflitto tra l'autodefinizione e l'autosufficienza si fa sempre più forte mentre il gruppo di Anna intraprende una sorta di "rivoluzione sessuale", ma fallisce nel rendere il cambiamento veramente liberatorio. Invece di un autentico cambiamento, il film mostra come il potere che cercano di abbattere si riproduce attraverso i loro corpi e le loro relazioni. La sessualità, quindi, non è solo un mezzo di libertà, ma una trappola che intrappola ogni membro della setta, portando alla perversione delle loro stesse ideologie. Questo parallelo tra la sessualità e la politica diventa un terreno fertile per LaBruce per esplorare i temi della manipolazione, dell’oppressione e dell’autosufficienza, mostrandoci come, in fin dei conti, la lotta per il potere non cambia mai veramente la struttura sottostante del dominio.
LaBruce non si limita a criticare solo le contraddizioni all'interno dei movimenti politici di sinistra, ma va oltre, criticando anche le dinamiche all’interno dei movimenti queer. L'ironia di "The Raspberry Reich" risiede nel fatto che il film stesso si fa portavoce di una critica ai paradigmi liberatori e rivoluzionari che il movimento queer cerca di abbattere, dimostrando come, talvolta, le stesse strutture di potere possono essere represse e ricreate all’interno di un gruppo che si definisce “emancipato”. LaBruce si diverte a mettere in luce queste contraddizioni, con un umorismo e un sarcasmo che permeano tutta la narrazione, spingendo lo spettatore a domandarsi se la liberazione sessuale possa veramente portare a una liberazione sociale, o se finiamo solo per costruire nuovi regimi di potere, magari travestiti da ideologie progressiste.
Il film è esteticamente spinto, audace e dissonante. Il linguaggio visivo di LaBruce è un altro strumento potente per la sua satira sociale. L'uso di colori forti, in particolare il rosso e il viola, conferisce al film un aspetto visivamente accattivante, ma non privo di inquietudine. LaBruce si serve di un’estetica che gioca con l'esagerazione, che non si limita a rispecchiare la realtà ma la distorce, la iperbolizza, creando una visione che è tanto allegorica quanto fisica. La scelta di ambientazioni lussuose, di costumi sfarzosi e di una fotografia che ricorda quella di un film d'arte da una parte e un film pornografico dall’altra, rende "The Raspberry Reich" un'opera che sfida il pubblico a navigare tra l’arte e l'esplicito, tra il messaggio e il corpo.
Il titolo del film è già di per sé un atto di parodia e di critica: "Raspberry" (lampone) richiama un frutto carnoso e sessuale, ma anche dolce, mentre "Reich" evoca una potenza autoritaria e totalitaria. La scelta del termine "Reich" serve a provocare un gioco di contraddizioni, sottolineando come il potere, anche sotto forme progressiste o rivoluzionarie, possa diventare oppressivo. Il "Raspberry Reich" diventa così il simbolo di un'autorità che maschera le sue intenzioni dietro l'apparenza della liberazione, creando un'ironia amara sul fatto che, in alcuni casi, la lotta per l'emancipazione possa essere l'inizio di una nuova forma di dominio.
Dal punto di vista narrativo, "The Raspberry Reich" si snoda tra momenti di puro erotismo esplicito e scene che mettono in evidenza le tensioni ideologiche e le distorsioni politiche dei personaggi. Le dinamiche interpersonali all'interno del gruppo di Anna diventano metafore di una lotta che non è solo esterna, ma interna a ogni individuo. La Bruce usa il sesso come linguaggio di comunicazione per raccontare la difficoltà di trovare una vera liberazione e come, talvolta, l'atto di resistenza possa essere cooptato dai sistemi di controllo che si intendevano abbattere.
Il film non si limita a una critica alla politica marxista o alla sinistra radicale, ma va a fondo anche nel dibattito interno alla comunità queer. In un certo senso, LaBruce si chiede se i movimenti per la liberazione sessuale non siano anch'essi intrappolati in una rete di desideri repressi e di giochi di potere che ne limitano la capacità di innovazione autentica. La liberazione sessuale, quindi, è trattata come un concetto ambiguo: può diventare un'arma di sottomissione tanto quanto uno strumento di emancipazione.
In conclusione, "The Raspberry Reich" è una provocazione potente e multilivello che sfida le convenzioni politiche, sessuali e sociali. La Bruce affronta la questione della lotta di potere con una leggerezza che maschera un'intensa riflessione sulla libertà e sul controllo, sul corpo e sull’anima. "The Raspberry Reich" non è solo un film; è una critica radicale e tagliente che stimola, provoca e costringe lo spettatore a interrogarsi sulle proprie convinzioni politiche, sessuali e ideologiche, mentre lo intrattiene con la sua estetica spiazzante e la sua narrazione audace.
L.A. Zombie (2010)
"L.A. Zombie" di Bruce LaBruce è una delle opere cinematografiche più estremamente audaci e provocatorie del panorama queer, che mescola in modo radicale elementi del cinema horror, della pornografia e della riflessione filosofica sulla morte, la sessualità e la rinascita. Con questo film, LaBruce non si limita a sfidare le convenzioni del genere zombi o del cinema erotico, ma crea un’opera che trascende le aspettative del pubblico e invita a una riflessione profonda sulle dinamiche di potere insite nel corpo e nel desiderio. Il regista esplora il corpo come spazio di lotta, un corpo che non solo è marginalizzato dalla società, ma che si rifiuta di essere ridotto alla sua condizione di morte, cercando invece di resistere e rinascere attraverso il sesso.
Il film si apre con la morte di un uomo, travolto da un'auto, ma ciò che subito emerge è l’approccio radicale di LaBruce nel trattare la "resurrezione". Non siamo di fronte a un normale zombi che cerca carne umana da consumare, ma a un essere che nasce dalla morte e dalla violenza per cercare di riportare la vita attraverso il corpo e il desiderio. In "L.A. Zombie", la morte non è una fine, ma è solo una fase in un ciclo continuo che vede la rinascita del corpo, che non può essere mai veramente distrutto, ma solo rinnovato. La scelta di LaBruce di utilizzare il concetto di zombi in modo così innovativo si inserisce in una tradizione cinematografica che spesso ha trattato la morte come una condizione fisica definitiva, ma che qui viene ribaltata, presentando un corpo che, invece di cedere alla morte, trova la sua ragion d’essere proprio nell’atto di rivivere, attraverso un sesso che lo riporta alla vita.
Il protagonista del film, interpretato dall’attore Franck Franco, è un uomo che subisce un incidente mortale, ma che viene riportato in vita da un misterioso "zombie" che si inserisce in un contesto di sofferenza e di isolamento, una figura di ribellione contro la propria condizione. Lo zombie in "L.A. Zombie" non è un corpo muto e passivo, ma è una creatura viva, in grado di sentire, desiderare, agire. Il sesso, in questa prospettiva, diventa un atto di recupero della forza vitale, un atto che non è ridotto al piacere fisico, ma diventa una vera e propria necessità di esistenza. In questo senso, LaBruce usa la sessualità per parlare di sopravvivenza e di resistenza, di lotta contro la fine, di affermazione della vita e del corpo nonostante la morte. Il sesso non è mai ridotto a una mera espressione di piacere, ma è il mezzo per restituire senso e valore a un corpo che è stato rifiutato dalla società e che si rifiuta di arrendersi alla sua condizione di morte fisica e simbolica.
Le scene di sesso esplicito, che sono un marchio distintivo del lavoro di LaBruce, non sono mai gratuite o fine a se stesse. Piuttosto, esse sono un atto simbolico che va oltre la pornografia, per diventare un mezzo di espressione artistica e politica. Il sesso qui è un campo di battaglia in cui si lotta per l’autodeterminazione e per la visibilità del corpo, un corpo che non si conforma alle aspettative sociali e che rifiuta la decadenza e la morte come imposizioni esterne. La violenza sessuale che pervade alcune scene non è intesa come un fine, ma come un mezzo per scuotere lo spettatore e fargli riflettere sulla visibilità e sulla marginalizzazione delle identità sessuali e dei corpi che sono considerati "mostruosi", fuori norma, fuori controllo. In "L.A. Zombie", la mostruosità non è mai un valore negativo, ma diventa la chiave di lettura per la rinascita e la rivendicazione del corpo.
LaBruce, con il suo approccio grafico e esplicito, affronta anche la tematica del corpo e del desiderio come forma di lotta contro la violenza della società. La società dominante impone degli ideali di bellezza, perfezione e normalità che sono restrittivi e oppressivi. In questo film, i corpi deformi e "mostruosi" non sono esclusi, ma sono portatori di una nuova forma di libertà e di resistenza. I protagonisti del film, che possono sembrare inizialmente fuori posto nel mondo che LaBruce dipinge, non si rassegnano a essere invisibili o esclusi. Piuttosto, utilizzano la loro sessualità per riaffermare la loro esistenza, per dare significato alla loro condizione di corpi "sbagliati", "imperfetti". La mostruosità, quindi, non è mai un elemento da demonizzare, ma diventa una risorsa di libertà e affermazione.
Il film si inserisce in una critica radicale nei confronti di un sistema sociale che pretende che il corpo umano sia conforme agli standard estetici e sociali. In "L.A. Zombie", lo zombie diventa il simbolo di una resistenza contro l’omologazione, contro la repressione delle identità sessuali e delle forme di corpo che non si adattano a questi ideali. LaBruce, attraverso l’uso dell’erotismo esplicito e del corpo in forma di zombi, si scontra con la moralità tradizionale, ma allo stesso tempo con la forma di "pulizia" che la società vuole imporre alla carne. La società si preoccupa solo dei corpi perfetti, igienici, sani e conformi alle aspettative del mercato, ma LaBruce propone un’idea di corpo che non solo rifiuta di essere ridotto a una merce o a un oggetto di consumo, ma che trova proprio nella sua depravazione e deformità il suo valore più autentico.
Il tema del ciclo vita-morte, che è centrale nel film, è esplorato non solo attraverso il corpo dello zombie, ma anche attraverso la struttura narrativa e visiva del film. La resurrezione non è mai definitiva, non porta a una salvezza finale, ma è un processo continuo, una ciclicità in cui la morte e la rinascita si alternano senza mai risolversi definitivamente. Ogni atto sessuale, ogni incontro tra i protagonisti, è un nuovo tentativo di resistere alla morte, ma anche un’ulteriore negazione della fine. La morte, che viene vista come un processo di negazione e annientamento, viene qui trasformata in un punto di partenza, in un nuovo inizio che permette al corpo di sfuggire alla sua condizione di fine inevitabile.
LaBruce, nel presentare immagini disturbanti e a tratti inquietanti, non cerca di colpire gratuitamente lo spettatore, ma piuttosto di mettere in discussione le convenzioni estetiche e morali della società. La sua estetica è volutamente cruda, la fotografia è dura e le scene sono a tratti sgradevoli, ma sono proprio queste caratteristiche a dare potenza al film. Non c’è nulla di pulito o di idealizzato nelle immagini di "L.A. Zombie", perché LaBruce intende sfidare la perfezione che ci viene imposta dalla cultura visiva mainstream, rivelando la bellezza che si nasconde nel corpo imperfetto, nel corpo che resiste, che lotta e che rivendica il proprio diritto a esistere.
In conclusione, "L.A. Zombie" è un film che, pur essendo scandaloso e provocatorio, non si limita a suscitare reazioni di shock o disgusto, ma stimola una riflessione profonda sulla condizione del corpo e della sessualità nell’era contemporanea. Attraverso l’utilizzo di immagini forti, LaBruce ci invita a guardare oltre il corpo come mero oggetto di desiderio o di disgusto e a considerarlo invece come uno strumento di lotta, di resistenza e di liberazione. In un mondo che cerca di ridurre il corpo a un oggetto di consumo, "L.A. Zombie" ci ricorda che la carne è anche e soprattutto un territorio di rivendicazione, di espressione e di sfida. Il corpo che muore, che si deforma, che rinasce attraverso il sesso, non è un corpo da ignorare o marginalizzare, ma è un corpo che chiede di essere visto, desiderato e amato per ciò che è: imperfetto, mostruoso eppure vivo.
"Gerontophilia" (2013)
"Gerontophilia" è senza dubbio uno dei film più complessi e provocatori nella carriera di Bruce LaBruce, un regista che ha costruito la sua fama su opere audaci che esplorano la sessualità, l'identità e i tabù sociali. Con questo film, LaBruce continua la sua missione di scuotere le coscienze, affrontando tematiche come l’amore, il desiderio e l’invecchiamento, ma anche la solitudine, l’intimità e la vulnerabilità, in un modo che sfida le convenzioni sociali prevalenti.
La trama del film si sviluppa attorno a Lake, un giovane ragazzo che lavora in una casa di riposo e che, attraverso una serie di eventi, si innamora di Mr. Peabody, un anziano residente della casa. Mentre la relazione tra i due potrebbe sembrare, a prima vista, una semplice trasgressione o una provocazione, il film si sviluppa in modo da approfondire il lato emotivo e psicologico dei protagonisti, dando voce a temi complessi e spesso ignorati nel dibattito pubblico.
Il cuore pulsante di "Gerontophilia" è il modo in cui LaBruce esplora la sessualità intergenerazionale, un tema che raramente viene trattato con la stessa apertura e sincerità. LaBruce non è interessato tanto a mostrare la relazione sessuale tra i protagonisti quanto a indagare come essa sia un’espressione di affetto, desiderio e solitudine, piuttosto che una mera ricerca di piacere fisico. Il regista scardina la nozione di età come limite alla possibilità di desiderare, suggerendo che l'amore non ha età e che l'affetto può sbocciare in qualsiasi fase della vita.
La scelta di un giovane protagonista attratto da un uomo anziano permette a LaBruce di trattare anche la tematica dell'invecchiamento, un argomento che spesso viene messo in secondo piano o trattato con condiscendenza. Nel film, l'anziano Mr. Peabody non è solo un oggetto di desiderio per Lake, ma diventa anche un personaggio più complesso, un uomo che ha vissuto, amato e che ha affrontato la solitudine della vecchiaia. Questo aspetto del film è cruciale, poiché Gerontophilia mette in evidenza il modo in cui la società, spesso, marginalizza le persone anziane, ritenendole invisibili o prive di desiderio. LaBruce ribalta questa visione, mostrando che l’amore e la sessualità non appartengono esclusivamente alla gioventù e che anche gli anziani hanno diritto a esperire affetto, desiderio e intimità.
Un altro tema importante del film è la solitudine, che si intreccia con il desiderio di connessione emotiva. Sia Lake che Mr. Peabody sono, in un certo senso, emarginati dalle loro rispettive realtà. Lake è un giovane inquieto che cerca un legame più profondo, un amore che sfidi le aspettative della sua generazione. Mr. Peabody, d’altro canto, è un uomo anziano che vive in una casa di riposo, separato dai suoi ricordi e dalle sue esperienze passate, una figura che la società tende a dimenticare. La relazione tra i due diventa una sorta di ponte che attraversa le barriere della solitudine e dell'isolamento, ma anche un invito a vedere l'altro con occhi più aperti, senza pregiudizi basati sull’età o sul corpo.
Dal punto di vista cinematografico, LaBruce adotta un linguaggio visivo che gioca con il contrasto tra il mondo giovanile e quello della vecchiaia. Le scenografie della casa di riposo, con la loro atmosfera talvolta inquietante e nostalgica, sono quasi un riflesso del vuoto e della solitudine che i personaggi si trovano a dover affrontare. LaBruce, tuttavia, non rende mai questo ambiente un luogo statico o deprimente; piuttosto, lo trasforma in un palcoscenico dove si svolge un dramma umano, con tutta la sua complessità e ambiguità.
La commedia, elemento distintivo del regista, emerge anche in "Gerontophilia", ma mai come uno strumento di banalizzazione. Piuttosto, LaBruce la usa come un modo per sfidare le norme sociali e per alleggerire le tematiche difficili che il film affronta. Attraverso momenti di ironia e assurdità, il regista invita lo spettatore a riflettere senza prendersi troppo sul serio, ma allo stesso tempo a non ignorare la profondità delle emozioni e dei sentimenti coinvolti. La risata, dunque, diventa anche un mezzo per superare l’imbarazzo o il tabù, offrendo uno spazio dove le convenzioni possono essere messe in discussione.
"Gerontophilia" non si limita a essere un film che tratta il desiderio sessuale in modo non convenzionale, ma diventa una riflessione più ampia sulla natura del legame umano. In un'epoca in cui il sesso è spesso ridotto a un mero atto fisico, il film di LaBruce ci ricorda che l’amore è qualcosa che va oltre la pelle, oltre l’età e oltre le aspettative imposte dalla società. Il regista sfida le aspettative di ciò che è "normale" o "accettabile", aprendo la porta a una visione più inclusiva e complessa dei legami affettivi.
In conclusione, "Gerontophilia" non è solo un film che esplora la sessualità intergenerazionale, ma è anche un'opera che indaga la profondità del desiderio umano, la solitudine e l'amore. Bruce LaBruce, come al solito, ci invita a riflettere senza pregiudizi, ad aprire le menti e i cuori verso la possibilità che l'amore possa manifestarsi in forme diverse, anche quelle che la società tende a marginalizzare. Il film, pur nella sua provocazione, è un atto di empatia e di esplorazione, che ci sfida a guardare oltre le convenzioni e ad accogliere tutte le possibili espressioni dell’affetto e del desiderio umano.
Bruce LaBruce non è solo un regista; è un'icona della cultura queer e una figura centrale nella lotta contro le convenzioni sociali e culturali. La sua carriera cinematografica è un lungo viaggio attraverso territori inesplorati, un'ode all'irregolarità e all’individualità che ha ispirato e continua a ispirare generazioni di cineasti e artisti. LaBruce è l’incarnazione di un’arte che non ha paura di mettere in discussione le strutture di potere, che osa spingersi oltre i limiti di ciò che è accettabile, e che trasforma il corpo, la sessualità e il desiderio in atti di resistenza radicale. Le sue opere sono potenti manifesti visivi che offrono uno sguardo audace e senza filtri sulla complessità dell'identità e delle dinamiche di potere, rendendo la sua filmografia un punto di riferimento fondamentale nel panorama del cinema contemporaneo.
Il cinema di LaBruce non è mai stato né apolitico né neutrale; ogni sua pellicola è un atto di dichiarazione, un mezzo per esprimere la propria visione del mondo. Da The Raspberry Reich a L.A. Zombie, passando per il celebre Otto; or, Up with Dead People, il regista ha saputo fondere un erotismo sfrenato con una critica sociale che va ben oltre il semplice provocatorio. Le sue opere parlano di sesso, di corpi in lotta, di desideri che sfidano la morale borghese, ma non si fermano qui: c’è sempre un’analisi lucida delle strutture di potere, del modo in cui la società cerca di normare ciò che è "accettabile" e ciò che non lo è. In questo senso, il desiderio nel cinema di LaBruce non è mai solo una questione personale o fisica; è un atto di disobbedienza contro la standardizzazione del comportamento umano, un’affermazione del diritto di ciascun individuo a vivere la propria sessualità in modo autentico, senza paura di essere giudicato.
La sua capacità di mischiare il linguaggio erotico con quello politico è ciò che rende unica la sua opera. Le sue storie non sono mai semplicemente storie d’amore o di sesso, ma esplorazioni del corpo come campo di battaglia per le ideologie. Nei suoi film, il sesso diventa il mezzo per smantellare le gerarchie, per ribaltare i ruoli tradizionali e per sfidare la normalità in tutte le sue forme. La sua attitudine punk e la sua visione queer sono intrinsecamente legate, perché entrambe si basano sulla ricerca di una libertà radicale, non solo nel fare arte, ma anche nel vivere. LaBruce, infatti, ha sempre rifiutato la comodità del conformismo artistico, scegliendo invece di abbracciare il rischio e l'innovazione. Non si è mai lasciato intrappolare dalla logica del mercato o dal desiderio di piacere a una massa più ampia, ma ha mantenuto la sua visione, anche quando questa ha significato essere una voce solitaria, fuori dal coro.
Oltre ad essere un regista, LaBruce è anche un provocatore che ha saputo sfruttare l’arte visiva e la fotografia per esplorare il corpo in modo che raramente si vede nel cinema tradizionale. Ogni inquadratura è un atto di seduzione e di confronto, un invito a guardare e a interrogarsi sulla nostra relazione con il corpo, la carne, il desiderio. Non ci sono tabù o barriere nel suo cinema: tutto è esplorato senza vergogna, con una sincerità che scuote le fondamenta della cultura dominante. LaBruce non ha paura di esporre la realtà brutale del corpo umano, né di mettere in scena la morte e la passione insieme, come nel caso di L.A. Zombie, dove il tema della morte e della rinascita viene affrontato attraverso la lente di un desiderio che sfida i confini tra vita e morte, tra sacro e profano.
La sua capacità di utilizzare l’ironia e il sarcasmo come strumenti di critica è un altro tratto distintivo della sua arte. Non solo racconta storie d’amore e di lotta, ma lo fa con un umorismo nero che smaschera le ipocrisie della società. Questo approccio ironico non è mai un semplice espediente per alleggerire il peso delle tematiche trattate, ma una vera e propria arma contro la censura, contro l’omologazione, contro l’auto-censura che tante volte imprigiona anche gli artisti più audaci. LaBruce sa che il comico e il tragico sono due facce della stessa medaglia, e gioca con questa dualità in modo che il pubblico non possa mai essere completamente a suo agio.
Nel panorama del cinema contemporaneo, Bruce LaBruce rimane una delle voci più rilevanti e coraggiose. Mentre molti registi si conformano alle aspettative del mercato o alle convenzioni stilistiche, LaBruce continua a fare cinema secondo le proprie regole, senza paura di sfidare le tendenze mainstream. La sua arte, e il suo cinema in particolare, non solo sono un invito a esplorare la sessualità, ma sono anche una spinta verso un mondo dove il desiderio e l’identità non siano mai limitati dai confini imposti dalla società, ma siano liberi di evolversi, di essere fluidi, di rimanere autentici. LaBruce ha trasformato il cinema in un campo di battaglia per la libertà personale e sessuale, e la sua influenza si fa sentire ogni giorno di più, non solo tra gli amanti del cinema queer, ma anche tra coloro che cercano, in ogni forma d’arte, un segno di ribellione e di speranza.
Nessun commento:
Posta un commento