Il giovane che vedete in questa fotografia, il cui nome è Bjorn Andrésen, ebbe la sorte di essere scelto, nel lontano 1971, quando ancora il corpo non aveva conosciuto il fardello degli anni e le sue membra, malgrado la giovinezza, già apparivano come sospese tra angeli e demoni, per interpretare il ruolo di Tadzio in "Morte a Venezia" di Luchino Visconti.
Il ragazzo, in un batter di ciglia, divenne, grazie a quella pellicola, una sorta di fenomeno mondiale. La sua bellezza così perfetta da sembrare maledetta fu cristallizzata, e finì per essere incensata dai media, come il "più bello dei ragazzi nel mondo", un epiteto che rimase come una cicatrice indelebile sulla sua pelle. Da quel momento, la sua vita prese una piega ineluttabile. "The Most Beautiful Boy in the World" è il titolo di un documentario – uscito nel 2021, e caldamente consigliato – che racconta la sua tragica parabola, la sua vita ridotta a un’eterna giovinezza, a un’immagine che non sapeva liberarsi dal suo passato.
Fu in Giappone, quella terra lontana e misteriosa, che il ragazzo con il viso angelico e lo sguardo, seppur giovane, già pregno di tristezza, raggiunse l’apice della sua fama. Il suo nome divenne sinonimo di culto. Le folle di ragazze in estasi, accalcate per un solo sguardo, per un solo istante, tanto erano disperate da poterlo vedere, anche solo lontanamente, lo acclamarono come il primo vero "teen-idol" del Sol Levante. E non era un idolo da tempo effimero: il suo volto, la sua presenza, diventarono un'ossessione popolare, un archetipo assoluto.
Quei tratti sottili, quelle linee nette eppure delicate, non passarono inosservati nemmeno nell’universo degli artisti manga e anime, che in lui trovarono il modello a cui ispirarsi. Ryoko Ikeda, l’autrice di Lady Oscar, nel documentario rilasciato, afferma con candore: "Tutti noi, artisti di quella generazione, ci siamo ispirati a lui, ma ognuno lo ha fatto a modo suo. Lady Oscar, nel mio manga "La Rosa di Versailles", è una giovane che veste abiti maschili. Ecco, quel personaggio, lo confesso, nasce da Bjorn, il suo viso, i suoi occhi, la sua tristezza. Quel ragazzo aveva qualcosa di ineffabile, un’inquietudine che non sembrava essere solo un gioco di apparenze. Quella tristezza, oggi che l’ho incontrato, mi sembra non solo reale, ma profondamente radicata nel suo essere. Eppure, chi può dire dove finisce l’apparenza e inizia la realtà?"
E così il tempo si mangiò la sua giovinezza come una bestia famelica, lasciando solo il ricordo di un volto immortale, appiccicato sulle pagine ingiallite di riviste ormai sbiadite, seppur i suoi occhi, quei due pozzi profondi di malinconia, continuavano a fissare il mondo da lontano, come una distanza incolmabile, una separazione che non era solo spaziale ma esistenziale. Bjorn non fu mai solo un volto da appiccicare sui poster, un modello da esporre nei sogni più adolescenziali: la sua figura, la sua stessa essenza, si sfasciarono in mille pezzi, come i riflessi di un caleidoscopio infranto.
Eppure, in quella frenesia di idolatria e luci accecanti, qualcosa di sinistro s’era insinuato tra i contorni della sua figura. La stessa tristezza che le genti avevano osannato nei suoi occhi si rivelò essere più che un segno distintivo, un marchio. Non solo il volto, ma l’anima di Bjorn sembrava essere stata invasa da quella stessa malinconia che i disegnatori di manga avevano catturato, quasi come se un respiro antico e oscuro si fosse insinuato nelle pieghe del suo essere, un respiro che scivolava via, sfuggente, come l’ombra di un ricordo che non si riesce mai a scacciare del tutto.
Le ragazze, quelle stesse che si accalcavano per vederlo, che piangevano all’idea di sfiorare la sua presenza, non avevano capito – o forse non avrebbero mai potuto capire – che il ragazzo di bellezza angosciosa che loro idolatravano era una vittima del suo stesso mito. Un ragazzo che, nonostante fosse stato innalzato a divinità della bellezza, aveva visto la sua anima intrappolata in un'immagine che non gli apparteneva più. La sua bellezza, quella stessa che lo rendeva intoccabile agli occhi di milioni, era diventata una prigione dorata, una gabbia senza chiavi.
Non c’era più spazio per la persona, solo l’immagine restava, una sagoma vuota su cui si proiettavano i sogni e le speranze di un’intera generazione. In Giappone, il paese che lo aveva accolto come un imperatore per pochi mesi, l’idolatria raggiunse vette che nessuno avrebbe potuto immaginare, come una fiamma che brucia inesorabile, un fuoco che consuma senza risparmiare. Ma cosa rimase di lui, una volta che i riflettori si spensero, una volta che la folla si disperse?
Rimase, e rimarrà, un simbolo, una figura indefinita che continua a oscillare tra il mito e la realtà, un’ombra che, come un volto dipinto in un angolo buio, non smette mai di guardare indietro, verso quel passato che lo ha consumato e lo ha reso eterno.
Con il passare degli anni, la figura di Bjorn Andrésen cominciò a sfaldarsi, non più la bellezza pura, un'icona quasi sacrale, ma una maschera che non aveva più nulla da nascondere, se non l’immensa solitudine che l’accompagnava come un fardello invisibile. Un giovane che aveva conosciuto il mondo solo attraverso gli occhi della sua immagine riflessa, e che, per l’incanto di un momento, era stato adorato come un dio, ma senza che nessuno – nemmeno lui – sapesse cosa significasse vivere davvero, lontano dal palcoscenico delle illusioni.
Il suo nome rimase sospeso nell’aria, come un eco che si perdeva in un abisso di vanità e oblio. Non più il ragazzo che faceva battere il cuore delle folle, non più l’idolo che era oggetto di desiderio in ogni angolo del mondo; ora Bjorn Andrésen era il fantasma di un tempo, un ricordo appannato, avvolto in un velo di mistero che ne faceva un enigma da risolvere. La sua vita, se così si può chiamare, non era più che una serie di sussulti, di silenzi, di ombre che passavano senza lasciare traccia.
Eppure, il suo volto non cessava di tormentare, come una ferita che non si rimargina, gli stessi disegnatori che lo avevano reso immortale attraverso i loro tratti precisi e le loro visioni deformate di un ideale che ormai non esisteva più. Quei volti, quei personaggi, non erano altro che prolungamenti di lui, e nel loro sguardo si rifletteva la sua stessa inquietudine. Le sue linee si intrecciavano con quelle di Lady Oscar, e forse con tutte le altre figure che lo avevano seguito, tutte portatrici della stessa ineluttabile tristezza, la stessa consapevolezza che nulla di ciò che era stato poteva essere restituito.
Ryoko Ikeda, nel suo racconto di un passato che non aveva mai smesso di tormentarla, parla di lui con quella delicatezza che solo chi ha visto davvero l'anima di qualcuno può avere. "La sua tristezza non era un gioco," dice, e c'è qualcosa nella sua voce che tradisce il peso di quella consapevolezza. La bellezza di Bjorn, la sua perfezione effimera, non era mai stata destinata a durare. Come ogni cosa che nasce dalla luce, aveva dovuto presto scomparire nell’ombra, lasciando dietro di sé un alone di malinconia che nessun altro aveva mai conosciuto in quel modo.
Mentre il mondo si accendeva e si spegneva intorno a lui, Bjorn continuava a camminare, non più il ragazzo che tutti volevano vedere, ma l'uomo che, in fondo, non aveva mai smesso di cercare se stesso nel caos di un’esistenza che lo aveva definito senza mai comprenderlo. E mentre l’immagine di quel giovane dalle sembianze di un angelo bruciava negli occhi di chi lo ricordava, la realtà di Bjorn Andrésen si dissolveva lentamente, come il riflesso di un sogno che svanisce appena il mattino sorge.
La sua presenza, seppur lontana dal fulgore delle luci che un tempo lo avevano avvolto, non smetteva di farsi sentire, in un silenzio pesante, quasi insostenibile. Perché quando la bellezza è destinata a diventare mito, il suo peso non è mai un peso che si possa dimenticare. Si aggira, invisibile, attorno a chi l’ha posseduta, come un’ombra che non si stacca mai, come il ricordo di una gloria che era troppo grande per essere vissuta in pace. E Bjorn, in qualche modo, era prigioniero di quell’ombra, che lo aveva circondato fin dal primo istante in cui il suo volto si era riflesso nelle lenti della macchina da presa.
Nel corso degli anni, il ragazzo che aveva suscitato un amore puro e disperato nei cuori di migliaia di fan, divenne altro. Divenne una figura quasi mitologica, al pari di un sogno irraggiungibile, un simbolo che non apparteneva più a lui, ma alla collettività che l’aveva creato, che l’aveva amato senza capire cosa si nascondesse dietro quello sguardo che, ora, sembrava più una domanda senza risposta che un’espressione di bellezza. Quel volto, tanto ammirato, ora sembrava il ritratto di una sofferenza che non aveva mai smesso di mordersi la coda.
In lui, come in tanti altri che hanno toccato la vetta di un’improbabile immortalità, non restò che un’immagine, un’idea di sé stessa che la realtà non riusciva mai a raggiungere. La tristezza che molti avevano intravisto nei suoi occhi non era solo un effetto scenico, non era solo una posa. Era il segno di una verità più profonda, di un’anima che, pur avendo tutto, non riusciva mai a trovare un posto dove stare veramente, un posto che non fosse quello di un idolo consumato dalle aspettative altrui.
Forse fu proprio questa la sua condanna: essere stato ridotto a una figura senza spessore, un'idea che doveva esistere solo per essere ammirata e mai compresa. E il mondo, che aveva creato quell’immagine e ne aveva fatto il suo scopo, non fu mai disposto a guardare oltre la superficie. Così, Bjorn si rifugiò in quel silenzio, nella solitudine che è propria di chi ha visto troppa bellezza per accettare la mediocrità della vita quotidiana. E nel silenzio, nel suo, si confondevano tutte le voci che gli avevano urlato il suo nome, tutte le grida che avevano riverberato nella sua memoria come echi di una gloria ormai spenta.
Ma i suoi occhi, quegli occhi da ragazzo eterno, che avevano visto troppe cose senza poterle comprendere, non smettevano di parlare. Parlano ancora oggi, in ogni riflesso che qualcuno cerca di cogliere nel suo volto, nelle ombre che scorrono sui suoi lineamenti. E quella tristezza che era stata la sua maledizione, la sua condanna e il suo fascino, è diventata la sua eredità, un’eredità che non ha mai smesso di esistere, che persiste, immortale, nel ricordo di chi l’ha visto. Non più ragazzo, ma un fantasma di bellezza, che non potrà mai più essere posseduto.