sabato 8 febbraio 2025

immagina Caravaggio


Immagina Caravaggio: un uomo tormentato, fuggitivo e inquieto, in una Napoli febbricitante che sembra riflettere la sua stessa anima. Inseguito da un’accusa di omicidio, si rifugia tra tele e pennelli, usando l’arte come confessionale, forse più fidato di qualsiasi prete. E lì, in un angolo di una stanza oscura e satura di fumo e disperazione, nasce una delle sue opere più potenti: David con la testa di Golia.

Non è solo un quadro; è una preghiera sussurrata a Scipione Borghese, il nipote del Papa Paolo V, l’uomo che, con un semplice cenno, avrebbe potuto cancellare i peccati di Caravaggio come fossero macchie di colore su una tela. E così, tra colpi di pennello violenti e disperati, l’artista costruisce un messaggio cifrato. Guardate la spada di Davide, impugnata con tutta la determinazione della giovinezza; lì, incise con una precisione fremente, le lettere “H-AS-OS”, un’invocazione agostiniana: “L’umiltà uccise la superbia”. La frase sembra brillare come un ultimo baluardo di pentimento, uno straziante desiderio di redenzione.

E poi c’è la testa mozzata di Golia, un volto che ci fissa dal buio con occhi spenti, rughe profonde e occhiaie scavate, come fossero pozzi senza fondo. È Caravaggio stesso, ci sussurra l’opera, l’artista ormai appesantito dai suoi crimini e tormentato dai demoni della colpa. Il pittore non nasconde nulla: è tutto lì, nella pelle pallida e nel sangue rappreso, nella fatica che trasuda dal viso dell’uomo decapitato.

Ma non è solo un atto di contrizione; è un gioco di specchi, una sorta di doppio autoritratto. Lo storico Sergio Rossi propone che il David fiero e innocente sia il giovane Caravaggio, ancora puro e intatto, mentre il Golia stanco e sfigurato rappresenta l’artista in declino, piegato dai suoi peccati. È il ragazzo senza colpa che annienta l’uomo colpevole, una scena espiativa, una lotta interiore che si dispiega con una violenza silenziosa.

E poi, in fondo al quadro, c’è il buio, un nero denso che avvolge la spalla di Davide, come se stesse per inghiottirlo. È l’inferno stesso, un’ombra che sfiora il giovane, mentre una lama di luce violenta colpisce il volto di Golia, come un ultimo squarcio di verità. Caravaggio, attraverso il pennello, sembra chiederci: è davvero possibile sconfiggere i propri demoni o siamo destinati a rimanere per sempre intrappolati in quel nero abisso?

Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, non era certo l’artista gentile e pacato che si potrebbe immaginare. No, lui aveva la reputazione di un vero ribelle, un uomo dal temperamento tanto esplosivo quanto i suoi dipinti. Nacque nel 1571, e già in gioventù dimostrò di essere attratto da due cose: l'arte e i guai. A Milano iniziò a lavorare come apprendista, ma appena poté se ne scappò nella Roma barocca, città di luci e ombre, proprio come il contrasto dei suoi quadri. Ed è qui che il suo genio divenne evidente, ma anche la sua fama di attaccabrighe.

Caravaggio era un provocatore, un seduttore di bassifondi, che amava circondarsi di gente poco raccomandabile, tra cui cortigiane, vagabondi e spadaccini. Non dipingeva santi celestiali; li pescava direttamente dai vicoli, dagli sguardi sporchi della strada. Non è un caso che nei suoi quadri i santi abbiano i piedi sporchi e i volti stanchi: lui li vedeva così, umani e peccatori, e a Roma quest’audacia era considerata oltraggiosa.

L’amore di Caravaggio per i guai non si fermava solo ai soggetti scandalosi delle sue opere. Era un frequentatore di taverne e di sale da gioco, e quando perdeva non era certo uno che incassava con umiltà. Nel 1606, durante una rissa per una partita di pallacorda – uno sport antenato del tennis – Caravaggio ferì a morte un uomo, Ranuccio Tomassoni, colpendolo al basso ventre, forse intenzionalmente per offendere la sua virilità. Questa lite si trasformò rapidamente in un omicidio: la condanna a morte pendeva ormai sulla sua testa come una spada di Damocle, e lui fu costretto a scappare da Roma.

Così iniziò la sua vita da fuggitivo. Si rifugiò a Napoli, una città violenta quanto la sua natura, e qui continuò a dipingere, ma con uno stile sempre più oscuro e tormentato, come se la fuga lo stesse lentamente logorando. Da Napoli, salpò per Malta, forse nella speranza di trovare protezione tra i Cavalieri di Malta. E infatti lì riuscì a farsi ammettere nell’Ordine, un privilegio raro, che però durò poco: dopo pochi mesi fu nuovamente coinvolto in una rissa violenta, questa volta con un cavaliere, e finì in prigione. Ma Caravaggio era troppo ribelle per restare a lungo dietro le sbarre e riuscì a fuggire anche da lì, come un fantasma che scivolava via dalle mani delle autorità.

Dopo Malta, si rifugiò in Sicilia, dove visse quasi come un vagabondo, muovendosi di città in città, sempre in fuga da se stesso e dai suoi crimini. In questo periodo, dipinse opere tra le più drammatiche e intense, con ombre ancora più cupe e una disperazione palpabile. La sua pittura era ormai specchio fedele della sua anima tormentata.

Morì nel 1610, solo e malato, su una spiaggia vicino a Porto Ercole, mentre cercava disperatamente di tornare a Roma per ottenere la grazia. Ma quella grazia non arrivò mai. Caravaggio lasciò questo mondo come aveva vissuto: tragico, violento, irrequieto, con un’ombra oscura che non si sarebbe mai dissipata. Ma i suoi quadri sono ancora lì, potenti, sensuali e inquietanti, un grido eterno che racconta la sua vita in bilico tra peccato e redenzione.

Caravaggio e la Chiesa Cattolica avevano un rapporto, diciamo, complicato. Da un lato, era l'artista più richiesto per decorare le chiese romane, ma dall'altro, proprio la Chiesa si scandalizzava costantemente davanti ai suoi soggetti e al suo stile audace. A Roma, all’epoca, la Chiesa era il principale mecenate degli artisti, ma anche un giudice severissimo, e l’opera di Caravaggio si situava costantemente al limite tra sacro e scandaloso.

Caravaggio, fedele al suo temperamento irriverente, era un maestro nel prendere scene sacre e dipingerle con una crudezza disarmante. Non si limitava a glorificare santi eterei: li trovava tra i derelitti, i poveri, le prostitute. Uno dei suoi dipinti più noti, la Morte della Vergine, fece infuriare i frati di Santa Maria della Scala, che si aspettavano una Vergine glorificata, mentre Caravaggio dipinse Maria come una donna comune, con il corpo gonfio, abbandonato come se fosse un cadavere senza alcun accenno di beatitudine. Si dice persino che avesse usato come modella una prostituta annegata nel Tevere. Il dipinto fu rifiutato con sdegno, ma finì nelle mani di Rubens, che lo definì un capolavoro.

Ma Caravaggio era troppo talentuoso per essere ignorato del tutto. Le sue opere riuscivano a fondere la realtà terrena con l’ispirazione divina in un modo che la gente trovava irresistibile, quasi ipnotico. Così la Chiesa, nonostante il suo stile controverso, continuava ad affidargli commissioni, sperando forse che, prima o poi, si sarebbe “redento” anche nei soggetti. Ma Caravaggio non era uno da compromessi.

Persino quando dipingeva soggetti come San Matteo e l’Angelo, si guadagnava la disapprovazione dei committenti. La prima versione mostrava un san Matteo rude e ignorante, goffamente guidato dall'angelo, una rappresentazione troppo umana per il gusto ecclesiastico. Caravaggio dovette rifare l'opera, ma anche nella versione finale lo stile restava crudo e realistico. Gli angeli di Caravaggio non sono eterei; i santi non sono senza macchia; i suoi martiri soffrono, e si vede. Era come se l'artista volesse dimostrare che la santità non risiede nella perfezione, ma nell'umanità, anche quella più dolente e segnata dalla sofferenza.

Ma la vera ironia del rapporto tra Caravaggio e la Chiesa fu proprio la fine della sua vita. Nonostante il suo continuo contrasto con le autorità ecclesiastiche, fu proprio verso la Chiesa che si rivolse per la redenzione finale. Dopo l'omicidio di Ranuccio Tomassoni, Caravaggio inviò il David con la testa di Golia come supplica a Scipione Borghese, nella speranza di ottenere la grazia papale. Dipinse se stesso nella testa mozzata di Golia, una rappresentazione straziante del suo tormento interiore e del desiderio di redenzione.

Paradossalmente, proprio l’uomo che aveva sfidato la Chiesa a colpi di pennello si ritrovò, alla fine, a mendicare la sua salvezza spirituale. Tuttavia, morì prima di ottenere quella grazia. Caravaggio lasciò un’eredità di opere che ancora oggi ci parlano di santi terreni e peccatori redenti, come se volesse sussurrare che, dopotutto, anche la più grande umiltà può trovarsi nell'ombra.

I rapporti amorosi di Caravaggio, come il resto della sua vita, sono avvolti in un alone di mistero, scandalo e – diciamolo – un po’ di caos. Le cronache dell’epoca non ci dicono molto in modo esplicito, ma è chiaro che Caravaggio fosse un uomo di appetiti forti, con una vita sentimentale che sfuggiva alle convenzioni.

A Roma, ad esempio, frequentava regolarmente le cortigiane più celebri, donne come Fillide Melandroni, che posò per lui in dipinti come Santa Caterina d’Alessandria e Maddalena penitente. Fillide non era solo una modella, ma una vera musa, e i loro rapporti erano tutt’altro che puramente professionali. Caravaggio amava, e forse idealizzava, donne forti e volitive come lei, ma sempre con un piede dentro l’ombra.

E poi ci sono le voci sulla sua sessualità. Alcuni storici ritengono che avesse anche rapporti amorosi con uomini, o almeno un’attrazione per la bellezza maschile che emerge prepotente in opere come il Giovane con il cesto di frutta e Amore vincitore. In questi dipinti, i giovani sono ritratti con un’attenzione al dettaglio e una sensualità che, per l’epoca, sfiorava l’audacia. E mentre è rischioso leggere i desideri di un artista attraverso le sue opere, non è difficile immaginare che Caravaggio fosse attratto da quegli stessi ragazzi bellissimi e sfrontati che dipingeva con tanto trasporto.

Di certo, i suoi legami non erano mai "tranquilli". Con molti degli uomini e delle donne che frequentava, Caravaggio aveva rapporti tumultuosi, spesso segnati da risse o gelosie. La sua passione travolgente e irrequieta si rifletteva anche nelle sue storie d’amore: la vita gli si manifestava in tutta la sua intensità, e lui non risparmiava mai né il cuore né la spada.

Caravaggio visse e amò senza filtri, come se l’amore stesso fosse un’altra forma di battaglia, un duello tra il piacere e la perdita. Ed è forse proprio questa intensità emotiva che rende i suoi quadri così potenti, così vivi, come se ogni pennellata fosse intrisa di quei desideri inconfessati che non poteva, o non voleva, nascondere.

Immagina Caravaggio, solo e febbricitante, mentre vaga sulle coste dell’Italia, cercando disperatamente di tornare a Roma per ottenere la grazia. Ormai è un uomo spezzato: i lunghi anni di fuga, il peso dei suoi peccati, l’inquietudine che ha sempre alimentato il suo genio, lo hanno consumato. È stanco, le sue mani, un tempo vigorose e precise, tremano di febbre e di rimpianti.

Siamo nell'estate del 1610. Caravaggio si imbarca verso Porto Ercole, ma per un equivoco – o forse, il destino beffardo che non l’ha mai abbandonato – viene arrestato dai soldati spagnoli. Lo tengono rinchiuso per giorni, mentre lui lotta con tutta l’anima per liberarsi: è convinto che, se non raggiunge la costa in tempo, perderà per sempre l’ultima possibilità di redenzione. Ma una volta rilasciato, scopre che la sua amata pittura e i suoi effetti personali sono stati lasciati indietro. Senza indugiare, si incammina lungo la spiaggia infuocata dal sole, ormai esausto, come se camminasse verso l’inevitabile.

Le cronache raccontano che fu trovato in fin di vita sulla riva di Porto Ercole, i piedi affondati nella sabbia e lo sguardo fisso sul mare. Nessuno saprà mai con certezza se fu la febbre a divorarlo, una ferita rimasta nascosta o un avvelenamento causato dalle sostanze tossiche dei pigmenti. Caravaggio spirò come aveva vissuto, avvolto in un alone di mistero e di ombre, senza il perdono che tanto bramava.

E così si chiude il sipario su questo genio maledetto, che sembrava predestinato a lasciare questo mondo in modo oscuro e poetico. Caravaggio, colui che aveva dipinto santi e peccatori, aveva combattuto i propri demoni fino all’ultimo istante. Forse, nell’ultima luce del tramonto, mentre il mare lambiva il suo corpo esausto, trovò la pace che aveva cercato per tutta la vita.