lunedì 10 febbraio 2025

Come si può continuare...

Come si può continuare a vivere con le mani vuote, quando, un tempo, erano piene di promesse e di speranze, quando si stringevano con forza l’intera essenza del mondo, come se nulla fosse più prezioso? Cosa accade a una persona che un tempo si sentiva invincibile, che credeva di poter afferrare ogni opportunità, di poter costruire ogni sogno, di poter plasmare la realtà con il solo potere della volontà? Quelle mani, un tempo piene di promesse, di possibilità infinite, ora sono come esili ombre, quasi incapaci di prendere o trattenere anche i desideri più piccoli. Eppure, non si può ignorare il ricordo di quei giorni in cui le mani erano forti, sicure, pronte a toccare il futuro e a stringerlo senza paura. Ora, c’è un vuoto che sembra espandersi in modo silenzioso, come un’invasione impercettibile, ma inesorabile. Non è più il mondo a essere tangibile, a essere lì, a portata di mano, ma è l’assenza che lo svuota, che lo svilisce, che lo rende distante, come se il tempo stesso fosse cambiato, come se tutto ciò che un tempo sembrava stabile ora fosse divenuto fragilissimo, pronto a frantumarsi senza alcun avvertimento.

Il vuoto non è solo una sensazione di carenza, di perdita, ma un abisso che si allarga dentro di noi, un abisso che non chiede permesso per entrare, che non si fa annunciare, ma che si insinua dentro la carne, scivola sotto la pelle, dentro le ossa. È una presenza costante, che ti accompagna in ogni momento, che ti fa sentire come se il tuo corpo fosse diventato troppo grande per te stesso, troppo pesante da sopportare. Il vuoto, in realtà, non è solo una mancanza, ma una trasformazione che avviene nel profondo. Si infiltra nei pensieri, nei sogni, nei desideri, fino a cambiare la percezione di ogni cosa, di ogni volto, di ogni paesaggio. Non è solo un’assenza di ciò che avevi, ma un’assenza che muta l’essenza stessa del mondo che ti circonda. È come se il mondo, così com’era, non esistesse più: tutto appare più distante, più opaco, meno vibrante. Non c’è più la stessa vivacità nei colori, né nei suoni. Le parole sembrano vuote, ogni incontro sembra privo di significato, e le promesse di un tempo sembrano essere sfuggite per sempre, lasciando solo il silenzio. Come può un’anima resistere a questa trasformazione, come può sopravvivere quando ogni cosa diventa come un’ombra di sé stessa?

La solitudine che ne deriva non è solo la semplice separazione da altre persone, ma una solitudine che penetra nel cuore e nella mente, che ti fa sentire sempre più estraneo a te stesso, come se ti stessi osservando dall’esterno, come se tu fossi diventato un altro, qualcuno che non conosci più. La solitudine diventa un luogo di frustrazione, di dolore. Ogni gesto, ogni pensiero, ogni parola sembra perdere il suo valore, come se tutto fosse in sospeso, come se non ci fosse più alcun senso in ciò che prima sembrava fondamentale. Le giornate si susseguono in una nebbia di indifferenza, eppure, nonostante questo, non riesci a spegnere del tutto quel piccolo fuoco che ancora arde dentro di te, anche se sembra così lontano da raggiungere, quasi un miraggio in un deserto. Ogni cosa sembra insignificante. Il mondo esterno appare come una riflessione sbiadita di quello che era, e tu, che un tempo eri parte di questo mondo, ora ti senti come un corpo che vaga senza scopo, senza una direzione, senza una meta. I tuoi pensieri sono spezzati, confusi, e ti domandi come tutto sia potuto svanire così in fretta. Come si fa a continuare a camminare in avanti, quando il sentiero è diventato incerto, quando ogni passo ti sembra incerto, come se stavi camminando su sabbia mobile, senza sapere se riuscirai mai a fare un altro passo o se ti precipiterai nell’oblio?

C’è una perdita che non è solo emotiva, ma che coinvolge la struttura stessa dell’essere. È una perdita che cambia la percezione che abbiamo di noi stessi, del nostro posto nel mondo. Non è solo ciò che abbiamo perso a farci male, ma è l’idea che, forse, non siamo più capaci di vivere in questo mondo, come se ogni tentativo di abbracciare la vita fosse destinato a fallire. Quel tempo che sembrava eterno e pieno di promesse ora scivola via, si dissolve come polvere sotto i nostri piedi. Il futuro, che prima sembrava un luogo da conquistare, ora appare come una distesa desolata, vuota, priva di orizzonti. Ogni speranza si è dissolta, come il fumo di un fuoco che si spegne senza lasciare traccia. Ogni certezza che avevamo è come un castello di sabbia, che il vento ha spazzato via in un istante. E così, non ci resta che osservare la nostra impotenza, il nostro cammino incerto, e domandarci come fare a tornare, a ricostruire, a riprendersi ciò che si è perduto. Ma le mani, un tempo pronte a costruire, ora sono diventate incapaci anche di afferrare il più piccolo dei gesti. Si sentono come vuote, come se non potessero più abbracciare la vita, come se ogni tentativo di ricominciare fosse destinato a naufragare nella solitudine, nell’assenza. Eppure, nonostante questa apparente impotenza, c’è ancora una domanda che non smette di bussare alla porta: come si fa a camminare su un sentiero che sembra senza fine, che sembra portare verso un abisso senza ritorno? Come si fa a continuare a vivere quando tutto ciò che pensavi di sapere sembra non avere più valore?

Eppure, la vera domanda non è tanto come continuare, ma come non soccombere alla disperazione. Come non lasciarsi sopraffare dal peso di una solitudine che ti mangia, che ti svuota, che ti fa sentire come se non ci fosse più nulla per cui lottare, come se ogni sogno fosse ormai morto, come se la vita non avesse più un significato. Perché, alla fine, ciò che ci fa più paura non è tanto il vuoto stesso, ma l’idea che quel vuoto possa annientarci, che possa distruggerci, che possa farci perdere ogni speranza. Venire fuori da questa condizione non significa semplicemente riempire quel vuoto, non significa recuperare ciò che è andato perduto, come se fosse possibile riportare in vita ciò che è stato distrutto. No, venire fuori da questo vuoto significa imparare a convivere con esso, significa riconoscere che talvolta, in alcuni momenti della vita, è necessario che le mani rimangano vuote, che il vuoto non è nemico, ma compagno di viaggio. Imparare a camminare al fianco del vuoto, a viverlo senza che esso ci distrugga, a renderlo parte di noi. La vera sfida non è sconfiggere l’assenza, ma accettarla come parte integrante della nostra esistenza. L’unica via d’uscita è quella dell’accettazione, quella di non tentare di negare l’assenza, ma di imparare a vivere con essa, di imparare che la vita stessa è fatta di luci e ombre, di piene e vuoti.

La speranza non è più qualcosa da ricercare, da trovare, da stringere tra le mani. La speranza diventa qualcosa che si lascia respirare, che nasce nel silenzio, che cresce non dal desiderio di possedere, ma dalla consapevolezza che la vita stessa è un continuo divenire, un flusso che non può essere trattenuto, ma che deve essere accettato. La speranza nasce, in fondo, dal vuoto. Non si tratta di colmarlo, ma di permettere al vuoto di trasformarsi, di diventare uno spazio fertile, da cui può germogliare una nuova visione della vita. E questa speranza non è visibile, non è chiara, non è immediata. È silenziosa, discreta, ma potente. Una speranza che non cerca risposte, ma che si lascia attraversare dai dubbi, che sa che nel cammino stesso c’è la risposta, che la mancanza, l’assenza, sono solo tappe di un percorso più grande. E, alla fine, la vera rivelazione sta proprio in questo: che non c’è mai nulla da riempire, da ricostruire, da restituire al passato, ma che tutto ciò che serve è il coraggio di attraversare il vuoto, senza paura, senza fretta, senza la necessità di avere sempre una risposta.