Non si entra nella poesia come in una stanza ordinata, ma come in un luogo già violato, dove le parole hanno lasciato segni, impronte, abrasioni. Prima ancora di farsi canto o forma, il dire si impone come atto, come gesto che preme, che occupa spazio, che esercita una forza. È qui che nasce la questione: non nell’armonia, ma nella pressione; non nella grazia, ma nell’urto. Ogni educazione poetica che voglia dirsi tale deve fare i conti con questa violenza originaria del verbo, con la sua prepotenza strutturale, con l’invadenza di un linguaggio che non chiede permesso e che, nel nominare, espone già una colpa.
La nominazione non è mai innocente. Anche quando aspira alla purezza, anche quando pretende di attingere a una matrice originaria del dire, essa si scontra con la ruvidità delle parole, con la loro carica storica, affettiva, talvolta brutale. Il poeta lo sa, o lo intuisce, e per questo non si limita a usare il linguaggio: lo mette sotto pressione, lo forza fino al limite del tollerabile. Non si tratta soltanto di attraversare la pornografia del dominio fisico o simbolico, né di indugiare nella brutalità pornolalica come compiacimento del trauma. Piuttosto, il poeta mira a scardinare il proprio ordine interno, a destabilizzare la messa in scena dell’io, a rendere inservibile la recita affabulatoria che troppo spesso maschera il vuoto.
In questo processo, la mente viene smantellata. La scrittura non è più un atto sovrano, ma un’esecutrice umiliata, privata di ogni pretesa morale. Non risponde più di ciò che dice, non chiede assoluzioni: si limita a produrre, a registrare, a confondere deliberatamente dolore e godimento linguistico. È in questa confusione che il testo trova la sua temperatura più autentica, laddove il dire non è più strumento di chiarificazione ma zona di attrito, luogo in cui il senso si consuma mentre si enuncia.
L’io lirico, qui, non si presenta come centro stabile o come voce padrona. È piuttosto un dispositivo intermittente, un inserto di considerazioni improvvise, talvolta una battuta lanciata verso il reale senza alcuna promessa di interazione. Non c’è dialogo nel senso classico, né volontà di mediazione. Le parole vengono approvate tutte, senza gerarchia, come se ciascuna avesse diritto di cittadinanza nel testo. E tuttavia il poeta non smette di interrogarsi: è ancora legittimo, oggi, “fare” poesia? È ancora possibile godere degli oltraggi che la parola infligge al pudore dell’annuncio, senza cadere nella posa o nella ripetizione?
Da questa domanda nasce una dimensione intensamente sensoriale, quasi febbrile, che non procede in avanti ma a ritroso. La poesia diventa un movimento di regressione epifanica verso il proprio passato, un attraversamento delle falsità accumulate dalle vecchie relazioni con il dire assoluto. Ogni certezza precedente viene smascherata come costruzione, ogni verità come dispositivo. Si giunge così a una posta in gioco che riguarda il presente, un presente che riecheggia una memoria foucaultiana del potere, del discorso, delle pratiche che producono verità mentre pretendono di descriverla.
Eppure, per quanto la poesia tenti di ridurre se stessa a puro esercizio di narcisismo, a specchio chiuso dell’ego che si contempla, il piacere del gioco linguistico si sposta altrove. Non è più esterno, non è mondano: si colloca in una dimensione psichica radicale, quasi che la parola si masturbasse da sola, trovando nel proprio movimento un’autosufficienza inquietante. Anche quando la poesia sembra lontana da ogni attaccamento al reale, essa raggiunge una forma di riposo interno, un equilibrio paradossale, manifestandosi come richiesta di completamento reciproco tra testo e poeta. Non una risposta al mondo, ma una risposta agli imperativi che il mondo ha già imposto.
In questo punto, il desiderio dello scrivere perde ogni connotazione materialistica. Il poeta non chiede successo, riconoscimento, neppure senso. Chiede ciò che solo la poesia può concedere: una traduzione dell’atto stesso dello scrivere. Una libertà che non è conquista, ma residuo; non promessa, ma memoria di qualcosa che è stato e non è più. Una libertà congedata, come un bacio dato per l’ultima volta, lasciata in balia di ciò che è accaduto e che ormai giace, deceduto, nel deposito del linguaggio.
L’io lirico, di fronte a tutto questo, non si stupisce. Non conosce la sorpresa, perché conosce già la potenza che lo attraversa. È solo questo senso dello scrivere a esercitare un dominio così totale. Nient’altro. La sua terribilità nel godere non nasce da un eccesso vitale, ma da un intasamento mnemonico: la parola desiderata è troppo carica, troppo piena di passato per potersi stracciare e fare spazio al presente storico. Rimane lì, come un ostacolo che seduce e blocca.
Solo nell’ineffabilità del poetare si supera questa resistenza. La mente, finalmente, si sente compresa non perché spiegata, ma perché accolta nella sua opacità. Viene presa per ciò che è, senza riduzioni, senza stilemi rassicuranti. In questo superamento, la poesia non offre soluzioni, ma sospensioni; non chiarimenti, ma fenditure.
Essere completamente in balia del linguaggio equivale a fare esperienza della morte. Una morte simbolica, certo, ma non per questo meno radicale. Da essa ci si rialza di colpo, sospinti dal godimento, come da un riflesso involontario. Ancora una volta, il principio di piacere viene oltrepassato: l’io lirico non cerca il proprio bene, non insegue l’equilibrio, non protegge la propria integrità. Insegue ciò che la incrina, ciò che intacca la sua capacità fisica ed emotiva di mantenere una stabilità possibile. È in questa ferita aperta che la poesia continua, ostinatamente, a dire.
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