sabato 7 febbraio 2026

NORMAN DOUGLAS E IL MIRAGGIO DEL SUD


Non c’è nulla di più ingannevole della luce del Sud. Ti accarezza come se non avesse intenzioni, poi inizia a scorticarti lentamente lo sguardo, ti obbliga a vedere quello che altrove ti è concesso solo immaginare. È una luce che non perdona, che costringe alla sincerità più brutale: può essere un tormento o una liberazione, a seconda di chi sei quando la incontri. Per Norman Douglas, giunto per la prima volta a Capri nel 1888, quella luce fu una sorta di epifania sessuale, geografica e letteraria. Non era alla ricerca della propria identità – almeno non consapevolmente – ma di una lucertola azzurra. Ufficialmente. In realtà, senza saperlo, era in cerca di una pelle nuova.

Il suo arrivo sull’isola, agli albori della vita adulta, ha qualcosa del rito iniziatico. Douglas, nato nel 1868 in Scozia e allevato in quel particolarissimo miscuglio di rigore britannico, moralismo sottinteso e desideri sotterranei, trovò a Capri non solo un paesaggio, ma una verità. Una verità che altrove gli era negata, o che lui stesso non osava nominare. Lì, tra falesie bianche e ombre di pini contorti, tra il blu violentemente verticale del mare e l’odore quasi carnale degli agrumeti, scoprì che esiste un modo più sincero di stare al mondo: un modo che non passa per la dissimulazione.

Il Sud – quello vero, non quello immaginato dai salotti londinesi – gli mostrò che la libertà non è un concetto astratto, ma un ambiente. Non un’idea, ma un clima. Forse per questo decise ben presto che Capri sarebbe diventata la sua “base operativa dell’anima”: un’espressione che sembra una boutade, ma che in realtà contiene l’intera sua filosofia. Non l’isola come rifugio, ma come punto di irradiazione di tutto ciò che avrebbe scritto e vissuto.


Il romanzo che consacra questo rapporto, "Vento del Sud" del 1917, non può essere compreso se non all’interno della topografia emotiva che Capri aveva tracciato in lui. Nepenthe, l’isola fittizia in cui si svolge il libro, non è una maschera: è Capri stessa dopo aver bevuto un bicchiere di vino troppo forte, più sfacciata e più maliziosa di quanto già non sia. Douglas non la nasconde, la amplifica. La rende laboratorio di una sociologia colorita, delirante, sospesa tra ironia e desiderio.

La presenza del vescovo inglese, personaggio centrale del romanzo, è lo specchio attraverso il quale Douglas osserva la frattura tra due mondi: quello rigido, protestante, diffidente del Nord, e quello morbido, corporeo, anarchico del Sud. È un romanzo di sguardi, prima ancora che di trama. Gli occhi del vescovo non sanno dove posarsi: ogni cosa lo disturba, ogni cosa lo tenta. La vera satira non sta nei personaggi eccentrici che popolano Nepenthe, ma nel modo in cui essi mettono a nudo – con totale noncuranza – l’impalcatura morale britannica. Douglas non predica: osserva, e lascia che il lettore rimanga spiazzato quanto il suo protagonista.

Il Modernismo degli anni ’20 accolse il romanzo con una deferenza inattesa. Vento del Sud divenne in breve una sorta di manuale di sopravvivenza alla rispettabilità: non un trattato teorico, ma una dimostrazione narrativa di ciò che accade quando i desideri vengono liberati e la società civile non crolla affatto – semplicemente si rivela per ciò che è. Fu letto e studiato non per la sua trama, ma per la sua postura: per quella libertà di tono, di sguardo, di moralità. Douglas, senza volerlo, si ritrovò maestro di una generazione che stava cercando di smarcarsi dall’eredità vittoriana, ma non sapeva come farlo senza temere il caos.


La sua vita personale, nel frattempo, si intrecciava alla letteratura in modi quasi cinematografici. Dopo il matrimonio e la successiva separazione – gesto che allora implicava uno stigma durissimo – Douglas scelse Capri non per fuggire, ma per respirare. La sua casa divenne un crocevia di intellettuali, amici, amanti, giovanissimi curiosi del mondo, esuli volontari, spiriti eccentrici. Non era un salotto letterario: era un porto. Un luogo dove le convenzioni smettevano di funzionare e le conversazioni potevano scivolare, senza rigidità, dalla filosofia morale alla sensualità vissuta senza angoscia.

Chi lo frequentò descrisse Douglas come uomo di ironia tagliente ma di generosità altrettanto vigorosa: uno che sapeva ascoltare, raccontare, stuzzicare, e soprattutto osservare. Non guardava le persone come categorie sociali, ma come forme viventi di desiderio, paura e immaginazione. È per questo che i suoi libri – anche quelli meno noti – conservano un ritmo di vita autentico, mai imbalsamato nella retorica.

Un tratto rivelatore della sua personalità è l’interesse quasi etnografico per i graffiti dei bagni pubblici europei, che raccolse con passione maniacale in un’antologia ormai leggendaria. Lì emergeva lo stesso sguardo che animava i suoi romanzi: l’attenzione per ciò che è escluso, scabroso, spontaneo, scritto senza intenzione di essere letto. Douglas capiva che la cultura di un popolo non è solo nelle sue biblioteche, ma anche nei suoi gabinetti pubblici: nei frammenti volgari, nei pensieri anonimi, nelle frasi oscene che sfuggono alla sorveglianza morale. Il suo amore per l’osceno non era provocazione: era un modo di restituire dignità alla voce popolare, alla voce nascosta.


E poi c’è la parte più delicata della sua storia: la relazione con Eric Walton, giovane compagno di viaggio e di vita. Un legame che oggi definiremmo affettivo, sentimentale, forse amoroso, ma che allora doveva passare attraverso ombre e mezze parole. Non fu un rapporto marginale, ma un asse emotivo. Douglas, nei viaggi in Calabria con Walton, viveva una sorta di parentesi sospesa dal mondo, una dimensione intima che ricordava la libertà di Nepenthe ma più silenziosa, più vulnerabile. Quella relazione – e le sue ripercussioni – è stata ricostruita con finezza narrativa da Roger Williams in “Lunch With Elizabeth David”, romanzo che illumina l’uomo più del letterato.


La fine di Douglas, avvenuta nel 1952, non ha nulla della tragedia. Morì povero, sì, ma mai spento. Rimase fino all’ultimo fedele alla sua isola, circondato da amici e ricordi. Non fu un autore dimenticato, ma neppure celebrato secondo i canoni. Fu – come spesso accade ai più liberi – un uomo che ha avuto più influenza di quanta ne abbia amministrata. I suoi libri, la sua vita, il suo spirito mediterraneo e queer prima della parola “queer” continuano a essere un invito a leggere il Sud come categoria dello spirito, non solo come luogo geografico.

Ciò che rimane, guardando la sua figura da lontano, è un senso di leggerezza consapevole: come se Douglas avesse sempre saputo che esistono due tipi di libertà, quella che si racconta e quella che si vive. Lui scelse la seconda, e la trasformò nella prima solo quando la vita gli aveva già insegnato tutto.

Il ragazzo che arrivò a Capri cercando una lucertola azzurra finì per trovare un’intera costellazione di se stesso.
E quella, nonostante tutto, è la cosa più rara.

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