sabato 7 febbraio 2026

Sulla soglia dell’invisibile. Dino Buzzati e l’aldilà come specchio del nostro presente


Dino Buzzati ha guardato l’aldilà non come un altrove consolatorio, non come un paradiso ordinato e luminoso, ma come una zona di confine inquieta, una soglia sempre sul punto di aprirsi sotto i piedi del vivente. La mostra “Dino Buzzati e l’aldilà”, ospitata alla Fondazione Mondadori fino al 6 aprile, si presenta come un viaggio immersivo dentro questa soglia: non una semplice esposizione tematica, ma un attraversamento, quasi un rito laico, nel territorio mentale, visivo e narrativo di uno degli autori più enigmatici del Novecento italiano.

Buzzati è stato, prima di tutto, uno scrittore dell’attesa, ma anche uno scrittore del dopo. Dopo l’evento, dopo la morte, dopo la fine. Il suo sguardo sull’aldilà non è mai dogmatico, mai teologico in senso stretto: è piuttosto un aldilà narrativo, psicologico, esistenziale, che nasce dal dubbio e dalla vertigine. La mostra milanese riesce a tenere insieme questa complessità senza ridurla a un tema illustrativo, evitando l’errore — sempre in agguato — di trasformare Buzzati in un autore “fantastico” in senso decorativo. Qui il fantastico è una ferita, una crepa nel reale, non un gioco di stile.

Il percorso espositivo intreccia testi, dipinti, disegni, appunti, tavole illustrate, restituendo con chiarezza quanto Buzzati fosse, a tutti gli effetti, uno scrittore-artista, nel senso più pieno e meno conciliato del termine. Non due vocazioni parallele, ma un’unica ossessione declinata in linguaggi diversi. L’aldilà che emerge dalle sue opere non è mai separato dalla vita quotidiana: è nascosto dietro un muro, dietro una porta, dietro un gesto apparentemente banale. È sempre lì, pronto a manifestarsi quando meno ce lo aspettiamo, con la naturalezza di un fatto di cronaca.

La scelta della Fondazione Mondadori come sede non è neutra. Buzzati, giornalista per il Corriere della Sera, ha sempre coltivato un rapporto ambiguo con la realtà fattuale: da un lato l’adesione rigorosa al dato, dall’altro la consapevolezza che ogni notizia è già, in potenza, una metafora. L’aldilà, per lui, non è altro che l’altra faccia della notizia: ciò che non si può verificare, ma che insiste, che chiede di essere raccontato. La mostra lavora con intelligenza su questa tensione, facendo emergere la dimensione quasi cronachistica dell’oltre: morti che tornano, giudizi sospesi, inferni burocratici, cieli amministrativi, attese interminabili che somigliano fin troppo alla vita moderna.

Uno dei nuclei più forti dell’esposizione è proprio il rapporto tra aldilà e tempo. Il tempo buzzatiano non scorre: ristagna, si dilata, si inceppa. L’aldilà non è un “dopo” lineare, ma una sospensione perpetua. In molte opere, il trapasso non risolve nulla, non chiarisce, non salva. Anzi, spesso complica, moltiplica le domande, intensifica il senso di colpa, l’angoscia, la solitudine. La morte non è una conclusione, ma un cambio di regime, un diverso modo di essere intrappolati.

I dipinti e i disegni esposti rendono visibile questa condizione con una forza sorprendente. Figure stilizzate, spesso isolate in spazi vuoti o architetture improbabili, sembrano già appartenere a un mondo postumo, anche quando sono ancora formalmente vive. L’aldilà buzzatiano è fatto di deserti, di montagne immobili, di città sospese, di cieli troppo grandi. Non c’è enfasi spettacolare, non c’è apocalisse: c’è piuttosto una malinconia secca, quasi amministrativa, che rende l’oltre ancora più inquietante perché familiare.

La mostra insiste giustamente su questo punto: l’aldilà di Buzzati non è separato dal nostro mondo, ne è il prolungamento logico. È il mondo visto senza illusioni, privato delle giustificazioni morali e delle consolazioni simboliche. In questo senso, Buzzati appare come uno scrittore profondamente moderno, quasi contemporaneo: il suo aldilà somiglia a un ufficio, a una caserma, a una sala d’attesa. Non a caso, molte opere dialogano implicitamente con Il deserto dei Tartari, dove l’attesa della morte coincide con l’attesa del senso, e dove l’aldilà è già tutto contenuto nella vita sprecata.

Ma la mostra non si limita a ribadire temi noti. Il suo merito maggiore sta nel mostrare come Buzzati abbia usato l’aldilà anche come strumento di ironia feroce. C’è un umorismo nerissimo, quasi blasfemo, in molte delle opere esposte: un sorriso storto che attraversa l’orrore senza negarlo. L’aldilà diventa così il luogo in cui si smaschera l’ipocrisia del mondo dei vivi, delle istituzioni, delle morali prefabbricate. È un aldilà che giudica, sì, ma soprattutto osserva, registra, prende nota.

Il percorso espositivo riesce a restituire la dimensione etica del lavoro di Buzzati senza trasformarlo in un moralista. L’aldilà non punisce: mette a nudo. Non condanna: rivela. E ciò che rivela, spesso, è il vuoto. La mancanza di senso, la mediocrità delle aspirazioni, la paura di vivere davvero. La morte, in Buzzati, non è il nemico supremo: lo è l’inerzia, l’incapacità di attraversare la propria vita con coraggio.

La mostra milanese dialoga anche, in filigrana, con una lunga tradizione iconografica e letteraria dell’aldilà — da Dante alle visioni medievali, fino alla modernità kafkiana — ma lo fa senza didascalismi, lasciando che siano le opere a suggerire le genealogie. Buzzati non eredita un aldilà strutturato: lo smonta, lo ricostruisce come un dispositivo narrativo instabile, sempre sul punto di collassare. Ed è proprio in questa instabilità che risiede la sua forza.

Uscendo dalla mostra, si ha la sensazione di non aver visitato un’esposizione, ma di aver attraversato una zona liminale. “Dino Buzzati e l’aldilà” non offre risposte, non consola, non pacifica. Fa qualcosa di più raro e più necessario: ci ricorda che l’aldilà, prima ancora di essere un luogo, è una domanda. Una domanda che riguarda il tempo che sprechiamo, le paure che coltiviamo, le attese che ci immobilizzano. E che, come tutte le domande autentiche, continua a risuonare molto dopo aver lasciato le sale della Fondazione Mondadori.

La mostra non è soltanto un omaggio a Buzzati, ma un confronto diretto con ciò che la sua opera ci chiede ancora oggi: guardare l’ombra senza distogliere lo sguardo, accettare l’inquietudine come forma di conoscenza, riconoscere che l’aldilà, forse, non è altrove. È già qui, nelle pieghe del nostro presente.

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