CANTO PRIMO
Canto d’un segretario in terra d’India, non già per gloria o scettro o per ventura, ma per capriccio e molle diletto, e scia che l’arte scrive con penna non sicura. Non Marte armato, né Giove che fulmina, ma un giovin inglese di bella figura, sospinto da Forster, l’amico più caro, che gli aprì un regno — e non certo avaro.
Vishwanath era il nome del signore, ma Ackerley, che tutto vuole toccare, per gioco e vezzo cambiò quel fulgore e Chhokrapur lo volle battezzare: “Città de’ fanciulli”, segreta, d’amore, ove i sensi danzavano senza tremare. «Cercatela pure» — scrisse con ghigno — «ma non la troverete in alcun cammino.»
Chiamato da Londra con penna e passione, non per dettar leggi ma per osservare, Joe si fe’ segretario d’un re in pensione, ché più che regnar voleva trastullare. Ed io canterò l’India in sua versione, tra caste, cameriere, e l’arte d’amare, e narrerò come in cinque lunghi mesi Joe imparò più che in tutti gli anni arresi.
Era dicembre, stagione di confetti nelle corti dell’Est, densa e vaporosa, e con lui — tra pavoni e molti vezzetti — venne l’intero corteo di prosa. C’era il Dewan, ministro di sottili detti, Babaji Rao, figura misteriosa, Abdul Haq, colui che d’insegnar s’affanna e che ogni lezione in rabbia condanna.
Poi Sharma, il cameriere dal passo lieve, che all’alba appare e nel sogno si cela, e Narayan, che tutto segna e riceve, un ufficio vivente in pelle e favela. E Habib, giovinetto — quasi una neve — che con uno sguardo l’anima vela. Una folla d’indiani, viva e vibrante, ma l’europeo è lì, confuso e distante.
CANTO SECONDO
Non vuol parlar Joe delle strade, né terra, non della nave, né delle dogane, ma del palazzo, e dei giochi di guerra che il Maharajah inventa tra le lane. Un greco tempio — pareva una burla — vòle il signore, con colonne strane, e Bramble l’architetto, inglese rigido, fa il plastico e inciampa come un frigidulo.
Lady Bristow entra, vaporosa e sfatta, con parole al vento e occhio vacuo. Parla di Londra, d’arte e della gatta, ma Joe si distrae, perso nel suo acu’o. Ogni frase di lei — una lagna sciatta — s’alza nel caldo come un vapore fiacco. «Oh, le stagioni qui sono troppo estreme!» commenta lei, tra tè e piccoli blême.
Ma la corte vera si trova altrove, in quelle stanze dove il silenzio pesa, dove il Maharajah, con mente alcove, cerca in Sharma uno sguardo che l’accenda. Joe osserva, sorride, e piano si muove, ma il cuore s’infiamma — e non lo difenda. Non è l’amore che legge sui testi, ma un gioco più dolce, in odore di gesti.
Abdul, maestro d’una lingua remota, più che insegnar, pretende un compenso, e ogni parola la vende con nota, mentre la povertà lo stringe d’incenso. Ha moglie, figli, e vita già devota al bisogno e alla fame senza senso. Joe lo sa, eppure non può far meno di schivare quei modi un poco osceni.
CANTO TERZO
Ackerley scrive: “Ecco il diario mio, che non di viaggio ha né l’inizio né il fine, ma è una storia d’amore senza zio, di sudore, di tè, e di vesti divine.” Le date scorrono, ma lento il fio di sapere che poco cambia o cammina. Varanasi si profila in lontananza, poi tutto si spegne nella costanza.
Ritorna a Chhokrapur, dove il caldo fiacca, e gli elefanti sembrano pregare. Ma sotto il sole una lingua che attacca non è del luogo, bensì il desiderare. Joe osserva Sharma, e la sua faccia è specchio d’un sogno che sa d’amare. Ma nulla è detto, tutto è solo intuito, tra ventagli, silenzi e tè sminuito.
Il Maharajah, dissoluto e regale, vuol sapere del corpo, non del regno, e sotto il turbante — simbolo e segnale — nasconde sogni che han gusto di pegno. Joe trascrive, ascolta, sorride, fa male a trattenersi da quel certo disdegno che prova per sé, per quel ruolo d’ospite, e per l’Inghilterra che tutto giustifica.
Gli europei? Una masnada impettita, senz’anima, senz’arte, senz’onore. Bramble e Bristow, visione scolorita, si aggirano come spettri senza cuore. Invece gli indiani, con gioia e fatica, vivono in pieno, anche nel dolore. Joe lo capisce, e lentamente impara a non ridere più per abitudine amara.
CANTO QUARTO
Soffermiamoci, o Musa, sul vero Joe, sulla sua Londra di sigarette e seta, sul padre banana, e il fratello che andò, su Bunny la zia, voce indiscreta. Il padre, Roger, fu più che un beau — un bigamo, un soldato in ricetta con due famiglie, due mogli, due vite, senza che l’una all’altra fu esplicita.
Morì di sifilide, terziaria e sottile, e lasciò in Joe l’ombra e il fascino arcano. Il nostro poeta, con rime gentili, visse a Putney con Queenie, il can. Cercò in ogni volto un senso virile, ma trovò solo brevi amori in piano. Si vendette, a volte, con stile e candore, per un po’ di calore, per un errore.
Forster, l’amico, lo ammoniva, “Non scavare oro dove solo il nero dimora.” Ma Joe cercava, in ogni sera estiva, un amico ideale, una nuova aurora. Queenie gli fece da amante e da riva, una cagna fedele come la flora. Quando morì, Joe pianse, smise d’amare, e il Tamigi fu specchio d’un rimpianto a mare.
CANTO QUINTO
Negli ultimi anni, stanco e beffardo, vendette le lettere — sei mila sterline. Era un “twank”, dicevano a bordo, un uomo che compra carezze e mattine. Ma dietro il soprannome, il gesto balordo, c’era un’anima in cerca di radici marine, che non trovò mai — né in Sharma, né altrove — se non nella carta, dove il sogno si muove.
Tradotto fu da Busi, l’italiano acuto, che vide in Joe l’eco d’un’epoca strana, e “Mio padre ed io”, libro assoluto, varcò l’oceano, approdò in Savana. Il libro di cui qui canto e saluto, “Hindoo Holiday”, con grazia umana, fu detto da Aga Khan — con lingua fiera — più veritiero di Kipling, più sincera.
E il cavallo che il principe battezzò, portò il nome di Joe, con zoccolo inglese. Così l’India, che mai lo dimenticò, si fece epos, risata e cortese. Cosa rimane? Un diario che non mentì, una serie di giorni, tra sete e cortese, e un uomo che cercava, tra i ventagli, l’amore che fugge — e il senso degli sbagli.
EPILOGO
Così termina il canto, o lettor fedele, di Joe Ackerley, poeta senza scudo. Non fu cavaliere, né ebbe un duello crudele, ma scrisse con grazia, col cuore nudo. L’India fu teatro di risa e di vele, e tra cameriere e re, egli visse un muto ritratto d’Occidente, fragile e vero, dove il desiderio non era mistero.
E se tu cerchi Chhokrapur sulla carta, non troverai nulla, fu solo favella. Ma in ogni corte, in ogni mente scaltra, c’è un luogo d’amore che danza e favella. Quello Joe scoprì, tra sete e sarta, e oggi lo canta la mia penna novella. Così termina il libro, e anche il mio dire — finché altro canto non venga a fiorire.
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