mercoledì 5 agosto 2026

Io, Claire Tabouret e quella pessima abitudine di chiamare contemporaneo tutto ciò che sostituisce il passato

Devo dire subito una cosa, così evitiamo l’equivoco: Claire Tabouret mi piace. Mi piace davvero. Non mi piace perché è stata scelta per Notre-Dame, non mi piace perché è diventata improvvisamente uno dei nomi di cui si parla, non mi piace perché una commissione prestigiosa le ha consegnato una parte di quella cattedrale che tutti abbiamo visto bruciare in televisione. Mi piace per quello che fa. E forse è proprio per questo che tutta questa storia mi irrita.

Mi irrita perché non riesco a capire per quale ragione, per far entrare Claire Tabouret nella storia di Notre-Dame, si debba farne uscire qualcun altro.

E già qui sento arrivare il coro.

Quelli che ti spiegano che bisogna essere contemporanei. Quelli che ti dicono che i monumenti non sono musei. Quelli che hanno sempre pronto il piccolo repertorio delle parole definitive: stratificazione, dialogo, contemporaneità, apertura, patrimonio vivo. Le parole sono bellissime, naturalmente. Il problema è che spesso vengono utilizzate per non dire la cosa più semplice: abbiamo deciso di togliere qualcosa che c’era e di metterci qualcos’altro.

Tutto qui.

E invece no, bisogna complicare.

Bisogna farla diventare una grande questione culturale, un passaggio epocale, il dialogo tra passato e presente, la Francia che guarda al futuro, l’arte contemporanea che entra nel cuore della storia. Io queste formule le conosco. Le ho frequentate per una vita, insieme alla storia dell’arte, alle mostre, ai musei, ai cataloghi, alle inaugurazioni, ai discorsi che cominciano con “la sfida” e finiscono con “una riflessione sul nostro tempo”. A un certo punto si impara anche a riconoscere la musica prima ancora che cominci la canzone.

E allora, invece di fare il giro largo, io parto da una cosa molto più banale: quelle vetrate erano lì.

Erano sopravvissute all’incendio.

Non erano state divorate dalle fiamme. Non erano un buco da riempire. Non erano una perdita che chiedeva una nuova immagine.

Erano rimaste.

E noi abbiamo deciso di toglierle.

Questa cosa mi interessa molto più di tutta la retorica sulla contemporaneità.

Non perché io sia contrario al nuovo. Dio mio, proprio io dovrei esserlo? Ho passato una vita a inseguire il nuovo quando il nuovo non aveva ancora mercato, quando era ancora soltanto una possibilità, quando spesso era più comodo occuparsi di qualcos’altro. Ho visto opere che poi sono diventate importanti quando ancora non lo sembravano, e altre che sembravano destinate a cambiare il mondo e sono finite nel grande deposito delle cose che nessuno ricorda più.

Quindi non venitemi a spiegare che difendere una vetrata ottocentesca significa essere passatisti.

È un argomento troppo povero.

Io non voglio imbalsamare Notre-Dame.

Voglio semplicemente che il XXI secolo impari una volta tanto a non sentirsi obbligato a cancellare il XIX per poter esistere.

Claire Tabouret, del resto, non avrebbe bisogno di questa cancellazione.

È questo che mi dispiace.

Se fosse un’artista mediocre, se fosse una delle tante figure costruite a tavolino dal sistema internazionale dell’arte, potrei liquidare la questione con un’alzata di spalle. Invece no. Tabouret è una pittrice che mi interessa. La sua pittura ha qualcosa di inquieto e insieme di fragile, una figurazione che non si accontenta di rappresentare persone ma sembra cercare ciò che resta di una persona quando la persona non è più completamente afferrabile.

Volti.

Gruppi.

Bambini.

Adolescenti.

Figure che sembrano venire fuori dalla memoria e contemporaneamente sembrano appartenere a un presente che non sappiamo bene dove collocare.

È una pittura che ha a che fare con la memoria senza diventare una pittura nostalgica. E questo, per me, conta.

Perché Notre-Dame è memoria.

È una macchina della memoria.

È una cosa che ha attraversato secoli, guerre, rivoluzioni, restauri, trasformazioni, milioni di persone che l’hanno guardata, fotografata, pregata, studiata, raccontata. È stata architettura, religione, letteratura, politica, turismo, identità nazionale, immagine riprodotta infinite volte. È stata perfino, nel nostro tempo, una fiamma che bruciava sugli schermi dei nostri telefoni.

E dunque quale artista migliore di una pittrice che lavora sulla memoria?

Tabouret, in questo senso, ha senso.

Ma proprio perché ha senso, mi domando ancora più ostinatamente: perché sostituire?

Perché non aggiungere?

Perché il contemporaneo deve sempre arrivare con la sua piccola ruspa simbolica?

Mi viene da sorridere quando sento dire che un monumento non deve essere congelato. Certo che non deve esserlo. Ma nessuno ha mai sostenuto seriamente che Notre-Dame debba diventare una fotografia del Medioevo.

Notre-Dame è già una stratificazione.

E qui arriva l’ironia che trovo quasi perfetta: le vetrate che Tabouret dovrebbe sostituire sono ottocentesche, cioè appartengono a quell’intervento di Viollet-le-Duc che oggi, dopo essere stato per decenni parte della storia della cattedrale, percepiamo come patrimonio.

Ma Viollet-le-Duc, al suo tempo, era contemporaneo.

Questa cosa dovrebbe essere scritta all’ingresso di ogni museo.

Il contemporaneo di ieri diventa il patrimonio di domani.

E quindi attenzione a quello che facciamo oggi.

Perché ciò che noi sostituiamo con tanta sicurezza potrebbe essere esattamente ciò che tra cent’anni qualcuno rimpiangerà.

Naturalmente mi si può obiettare che le vetrate di Viollet-le-Duc non sono medievali e che dunque non c’è alcun sacrilegio. Ma io non ho mai pensato che il valore di un’opera dipenda dalla sua età. Un’opera ottocentesca non diventa sacrificabile perché non è medievale. Altrimenti dovremmo cominciare a buttare via una quantità enorme di storia dell’arte soltanto perché non è abbastanza vecchia.

Il problema non è il secolo.

Il problema è la memoria.

Quelle vetrate erano diventate Notre-Dame.

Erano entrate nel suo corpo.

Erano diventate parte della sua immagine, della sua storia, del modo in cui la cattedrale era stata vista per generazioni.

E allora sostituirle non è come cambiare una tenda.

È un atto.

E un atto va giudicato.

Io lo giudico discutibile.

Non scandaloso.

Non criminale.

Non sacrilego.

Discutibile.

Ed è proprio questa parola, oggi, che sembra essere diventata intollerabile.

Bisogna scegliere immediatamente una barricata.

O ami Tabouret oppure sei contro Tabouret.

O ami il patrimonio oppure sei un reazionario.

O ami il contemporaneo oppure sei uno che vive nel passato.

Io invece continuo a pensare che l’arte sia molto più interessante quando non si lascia ridurre a queste squadre da stadio.

Claire Tabouret può essere un’artista straordinaria e la decisione di sostituire quelle vetrate può essere una decisione sbagliata.

Le due cose possono stare insieme.

Non c’è nessuna contraddizione.

Anzi, è proprio questa la posizione critica che mi interessa.

E poi c’è la questione della vetrata.

Una cosa che spesso dimentichiamo quando parliamo di arte è che i materiali hanno una loro intelligenza. Un quadro è una superficie. Una vetrata no. Una vetrata è luce.

Non guardiamo semplicemente un'immagine attraverso una vetrata: guardiamo la luce che si è trasformata in immagine.

E questo rende il progetto di Tabouret affascinante.

Perché lei viene dalla pittura e dovrà accettare che la pittura non sarà più soltanto sua. La luce entrerà dentro le figure, le attraverserà, le spezzerà, le cambierà. Il colore non sarà più soltanto quello che l’artista ha pensato. Sarà quello che il sole deciderà di restituire.

Mi piace questa idea.

Mi piace molto.

E mi fa sperare che il risultato possa essere più forte delle immagini che abbiamo visto finora.

Ma proprio perché una vetrata è luce, io avrei voluto che quella luce raccontasse due tempi.

Avrei voluto vedere le vecchie vetrate e quelle nuove.

Avrei voluto entrare a Notre-Dame e trovarmi davanti a Viollet-le-Duc e Tabouret.

L’Ottocento e il XXI secolo.

Una accanto all’altra.

Senza pacificazione.

Senza che uno dovesse vincere.

Sarebbe stato magnifico.

E sarebbe stato, a mio avviso, molto più contemporaneo.

Perché il contemporaneo non è necessariamente ciò che viene dopo e sostituisce ciò che c’era prima. Il contemporaneo è anche la capacità di stare nel presente sapendo di essere soltanto un momento della storia.

Questa è una cosa che il sistema dell’arte tende a dimenticare.

Il sistema dell’arte ha bisogno del nuovo perché il nuovo si vende.

Il nuovo produce mostre, comunicati stampa, inaugurazioni, cataloghi, fotografie, dichiarazioni, polemiche. Il nuovo genera eventi. Il patrimonio, invece, è lento. È sedimentazione. È memoria. È quella cosa terribilmente poco spettacolare che consiste nel lasciare che il tempo faccia il proprio lavoro.

E noi oggi abbiamo una paura terribile del tempo.

Vogliamo tutto immediatamente.

Anche la storia.

Vogliamo che un monumento appena restaurato abbia immediatamente il proprio capitolo XXI secolo.

E allora mettiamoci dentro un artista contemporaneo.

Possibilmente internazionale.

Possibilmente giovane.

Possibilmente con una storia interessante.

E possibilmente con un progetto che possa essere raccontato molto bene ai giornali.

Claire Tabouret, da questo punto di vista, è perfetta.

Eppure proprio qui mi viene il sospetto.

Non nei suoi confronti.

Nei confronti del sistema.

Perché quando una scelta è così perfettamente coerente con il racconto che un’istituzione vuole fare di se stessa, io sento sempre il bisogno di fare un passo indietro.

Guardare meglio.

Non applaudire immediatamente.

Chiedermi: che cosa stiamo davvero celebrando?

L’artista?

L’opera?

Il monumento?

La Francia?

La capacità dello Stato di produrre una nuova immagine di Notre-Dame?

Probabilmente tutte queste cose insieme.

E questo non significa che il progetto sia cattivo.

Significa che non è innocente.

Ma nessuna grande commissione pubblica lo è.

E Notre-Dame, poi, meno di qualsiasi altra.

Dopo l’incendio è diventata ancora più simbolica. È stata trasformata in un'immagine della capacità francese di ricostruire. In un certo senso, Macron non ha soltanto restaurato una cattedrale: ha contribuito a costruire una narrazione nazionale intorno alla sua rinascita.

E allora le nuove vetrate diventano inevitabilmente anche questo: una firma del presente sul monumento.

E io, davanti alle firme del presente sui monumenti, divento sempre sospettoso.

Non perché non voglia che il presente lasci tracce.

Ma perché mi domando sempre quanto siamo disposti a pagare per lasciare quelle tracce.

A volte basta aggiungere.

Noi invece abbiamo una strana ossessione per il sostituire.

Cambiamo.

Rifacciamo.

Aggiorniamo.

Svecchiamo.

Come se il nuovo fosse sempre più vivo del vecchio.

Ma la storia dell’arte ci insegna esattamente il contrario.

Ci sono cose che diventano vive proprio perché sopravvivono.

Ci sono opere che acquistano forza attraverso il tempo.

Ci sono immagini che non hanno bisogno di essere aggiornate perché il loro significato cambia continuamente con chi le guarda.

E io credo che questo sia il caso di Notre-Dame.

Non ha bisogno di essere aggiornata come un software.

Non è un’applicazione.

Non ha bisogno dell’ultima versione.

È un organismo storico.

E un organismo storico può anche accogliere una nuova opera senza amputarsi.

Questo è il punto.

E qui, forse, mi viene fuori anche una cosa molto personale.

Io ho passato una parte enorme della mia vita dentro la storia dell’arte. Ho visto cambiare i linguaggi, le mode, le gerarchie, gli artisti che sembravano imprescindibili e poi sono spariti dalle conversazioni, quelli che sembravano marginali e poi sono diventati centrali. Ho visto la contemporaneità diventare prima una promessa, poi un mercato, poi un apparato, poi un sistema di certificazioni reciproche.

E ho imparato a diffidare della parola “contemporaneo” quando viene pronunciata con troppa sicurezza.

Perché il contemporaneo non è un valore.

È una condizione.

E spesso quello che oggi viene celebrato come contemporaneo domani apparirà soltanto come un documento di un’epoca.

Per questo, quando guardo Claire Tabouret, non mi interessa che sia “la pittrice contemporanea scelta per Notre-Dame”.

Mi interessa se la sua opera resisterà.

Mi interessa se tra trent’anni qualcuno entrerà in quella cattedrale e sentirà qualcosa.

Mi interessa se quelle figure, attraversate dalla luce, saranno diventate parte della memoria di chi le ha viste.

Mi interessa se avranno smesso di essere “le nuove vetrate di Notre-Dame” e saranno semplicemente diventate le vetrate di Notre-Dame.

Quello sarà il momento della verità.

Non l’inaugurazione.

Non il comunicato dell’Eliseo.

Non le fotografie dei giornali.

Non la polemica.

Il tempo.

Sempre lui.

Il tempo che è l’unico critico d’arte che non ha bisogno di essere invitato alle inaugurazioni.

E forse, alla fine, è proprio per questo che non mi sento di condannare il progetto. Sarebbe troppo facile.

Aspetto.

Voglio vedere.

Voglio vedere la luce.

Voglio vedere le figure.

Voglio vedere se Tabouret riuscirà a fare quello che mi sembra difficile e bellissimo: entrare in Notre-Dame senza farsi divorare da Notre-Dame.

Perché un artista può essere importante quanto vuole, ma quando entra in un monumento di quella potenza il monumento può mangiarselo.

E questo mi piacerebbe.

Mi piacerebbe che Notre-Dame mangiasse Claire Tabouret.

Che la trasformasse.

Che la facesse diventare qualcosa che lei stessa non avrebbe potuto dipingere in studio.

Ma mi sarebbe piaciuto che per farlo non fosse stato necessario cancellare le vetrate precedenti.

E continuo a pensare che questa sia la vera domanda.

Non: “È brava Claire Tabouret?”

Sì.

Non: “È abbastanza contemporanea?”

Questa domanda non significa niente.

Non: “Notre-Dame deve essere aggiornata?”

No, Notre-Dame non è un telefonino.

La domanda è un’altra.

Perché il nostro presente sente così spesso il bisogno di cancellare ciò che lo precede per dimostrare di essere presente?

Questa è la cosa che mi interessa.

E forse anche quella che mi fa più paura.

Perché io appartengo a una generazione che ha visto il passato diventare progressivamente qualcosa di ingombrante, qualcosa da superare, qualcosa da aggiornare. Ma appartengo anche a una generazione che ha visto sparire persone, luoghi, libri, opere, linguaggi, gesti, modi di vivere che sembravano eterni e non lo erano affatto.

So quanto velocemente può scomparire una cosa.

Per questo sono diffidente quando qualcuno mi dice che possiamo tranquillamente sostituirla.

Non è vero.

Una volta tolta, è tolta.

La nuova opera può essere magnifica, ma non restituirà quella che abbiamo eliminato.

Ecco perché avrei preferito la convivenza.

Avrei preferito una Notre-Dame dove il tempo non fosse costretto a scegliere.

Avrei voluto Viollet-le-Duc e Tabouret.

Avrei voluto il XIX secolo e il XXI.

Avrei voluto la storia senza la necessità di correggerla.

E avrei voluto che Claire Tabouret entrasse nella cattedrale come entra un artista vero: non come chi viene a mettere una firma, ma come chi accetta di diventare, un giorno, parte di qualcosa che continuerà a esistere quando lui non ci sarà più.

Perché alla fine è questa la cosa che l’arte dovrebbe insegnarci.

Che noi passiamo.

Le opere, qualche volta, restano.

E i monumenti restano ancora più a lungo.

Non siamo noi a possederli.

Siamo soltanto quelli che, per un breve intervallo, hanno la responsabilità di guardarli.

E forse dovremmo ricordarcelo prima di decidere che cosa deve essere tolto.

Claire Tabouret, dunque, sì.

Le sue vetrate, sì.

L’arte contemporanea a Notre-Dame, sì.

Ma quella vecchia vetrata che era sopravvissuta all’incendio?

Io l’avrei lasciata lì.

Non per nostalgia.

Non per conservatorismo.

Non per paura del nuovo.

Per una ragione molto più semplice e molto più difficile da spiegare al sistema dell’arte:

perché era sopravvissuta.

E qualche volta, davanti alla storia, sopravvivere è già una ragione sufficiente per restare.

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