lunedì 5 ottobre 2026

Potrei cominciare da un rumore


Potrei cominciare da un rumore, e non da una sedia, perché è il rumore ad arrivare per primo, quando una serata si prepara, e a restare per ultimo, quando la sala si svuota e le luci vengono spente da qualcuno che non sa nulla di quello che è stato detto; è un rumore sottile, quasi impercettibile, come di un insetto che batte le ali contro un vetro chiuso, con quella ostinazione cieca di chi vede la luce al di là e non ha mai imparato che la luce, a volte, è fatta apposta per essere guardata e non attraversata, un suono che non disturba ma insiste, e insistendo si fa pensiero, anzi quel pensiero particolare che si rifiuta di essere dimenticato proprio perché non ha mai preteso di essere ricordato, e che resta lì, nell'angolo della stanza, a vibrare con la pazienza dei parassiti e dei creditori; ed è così che mi sento questa sera, prima dell'incontro con i miei lettori, come un ronzio inutile e tuttavia inamovibile nel silenzio che precede un evento che non so più se ho davvero voluto o se invece è stato lui, l'evento, a volermi, a scegliermi un giorno di molti anni fa, quando ho firmato la prima pagina e ho creduto che firmare significasse possedere, mentre firmare, lo capisco adesso, significa soltanto lasciare un indirizzo a cui chiunque potrà un giorno bussare, anche a notte fonda, anche quando dentro non c'è più nessuno; li immagino già seduti, i lettori, in file che nella mia mente non hanno mai la geometria delle file vere, e non hanno facce precise, non più, ma un insieme di tratti che si confondono e si sovrappongono come parole cancellate e riscritte troppe volte sullo stesso rigo, finché la carta stessa si assottiglia e lascia intravedere il rovescio, così che ogni volto porta con sé la traccia di un altro volto che l'ha preceduto, e alcuni sembrano più giovani di quanto dovrebbero, come se il tempo, per loro, avesse concesso una proroga che a me è stata negata, altri più vecchi di quanto ricordassi, come se avessero consumato per conto mio un pezzo di vita che io mi ero riservato per dopo, ma tutti, senza eccezione, conservano nello sguardo quel riflesso, quella fame di chi aspetta che un autore gli restituisca, magari per sbaglio, magari tra una battuta e un colpo di tosse, una briciola di verità, come se la verità fosse una merce che gli scrittori tengono nascosta nel retrobottega e che basta insistere, con garbo e con un certo numero di copie in mano, perché venga fuori dal cassetto in cui l'abbiamo chiusa; e io non ne ho più, di verità, o meglio ne ho troppe, ne ho una per ogni giorno della settimana e due per la domenica, e nessuna di queste è adatta a un pubblico, perché una verità adatta a un pubblico è già una verità addomesticata, tagliata sulla misura di chi ascolta, cucita con i fili dell'applauso, mentre le mie, quelle che ho, le ho sparse e dimenticate lungo i sentieri come pezzi di pane lanciati agli uccelli in un parco che ormai nessuno frequenta più, dove le panchine hanno perso le assi e i piccioni, per ostinazione o per memoria, tornano ancora a beccare il vuoto nel punto esatto in cui una volta qualcuno, ridendo, apriva il sacchetto; eppure loro sono lì, e non c'è modo di sottrarsi a questa evidenza che si impone come una temperatura, perché li sento respirare, tutti insieme, con quel respiro collettivo che ha un ritmo suo, diverso da quello di ciascuno, un respiro grande e lento che gonfia la sala come un polmone di pietra, e li riconosco dalle pause che fanno quando non sanno se ridere o no, se scandalizzarsi o applaudire, se prendere sul serio ciò che ho detto o aspettare il rovescio che li autorizzi a prenderlo alla leggera, ed è la stessa esitazione che ho io quando scrivo, la stessa sospensione minuscola e vertiginosa tra la parola detta e quella che non dovrei dire, quella che mi tremerebbe sulla lingua come un dente che si è già staccato e non ha ancora deciso di cadere; sono venuti per questo, del resto, per quel tipo preciso di inciampo, e se mi hanno seguito negli anni, attraverso i libri buoni e quelli meno buoni, attraverso le prefazioni, le interviste, le smentite, lo hanno fatto perché hanno fiutato in me una pavimentazione irregolare, un punto in cui il passo si incrina, e come ogni passeggiatore che ami davvero la città va a cercare proprio la pietra sconnessa, il gradino mancante, lo scorcio che non figura nelle guide, così loro cercano, nelle mie pagine, la crepa; i miei lettori amano il momento in cui scivolo, lo amano con una devozione quasi ginnica, lo attendono come si attende in un circo il punto in cui l'acrobata, per un istante, dimentica la presa, e amano quando la frase perde il controllo e comincia a correre per conto suo giù per un pendio di sintassi, quando la scena si apre troppo e lascia entrare l'aria, la polvere, gli sguardi dei passanti, quando il corpo dietro le parole s'intravede come un'ombra dietro una tenda di lino, e loro, disciplinati nel loro voyeurismo, tengono le mani composte in grembo e si fingono indignati, con quel sopracciglio sollevato che è la maschera ufficiale del desiderio nelle società che lo hanno trasformato in argomento di conversazione; e dietro le frasche, sul prato, qualcuno ride, e la risata arriva fino a me attraverso le file, i cappotti, le borse appoggiate sulle sedie vuote, con la limpidezza obliqua dei suoni che non hanno bisogno di un luogo preciso per esistere, e allora la riconosco per quello che è, una risata che non appartiene alla gaiezza e nemmeno alla derisione, ma sta in un territorio intermedio dove il gemito rotto confonde il piacere con la resa e la resa con un sollievo che non osa dire il proprio nome, e li vedo, ora, non bene, attraverso il fogliame che il vento solleva e riabbassa come una palpebra, ma abbastanza per capire che la scena è sempre la stessa, che è sempre stata la stessa da quando esistono i prati e le frasche e i testimoni mancati, due corpi in tensione, uno che domina e uno che si lascia fare, fino al momento, che arriva puntuale come una scadenza, in cui le parti si ribaltano e chi era sotto si ritrova sopra con un sorriso che non finge nemmeno più l'innocenza, il classico colpo gobbo, la rivincita lungamente covata sotto la cenere dell'obbedienza, il piacere improvviso e quasi impudico di chi comanda dopo aver tanto atteso di essere comandato, e che comanda con la grazia goffa del neofita, ancora incerto su dove mettere le mani e su quanto peso concedersi; è strano come tutto si ripeta, come ogni cosa, quando la guardiamo abbastanza a lungo, riveli di essere la copia di una copia di cui si è smarrito l'originale, e anche tra me e i lettori va così, con la stessa alternanza di morsi e carezze, perché scrivo, e loro si lasciano prendere, si abbandonano alla pagina con la docilità di chi ha deciso una volta per tutte che il dolce vale il rischio, poi a un certo punto, senza avvisare, senza lasciare un biglietto sul tavolo della cucina, mi sfuggono, mi voltano le spalle, dichiarano finita la partita con quella sicurezza teatrale che hanno gli amanti quando si sono già pentiti, ma non passa molto che tornano, curiosi, eccitati, con gli occhi lucidi di chi ha riletto di nascosto, in treno, di notte, la stessa storia che giuravano di non voler più leggere, e che invece aveva continuato a lavorare in loro come un lievito, a gonfiare silenziosamente la pasta del ricordo; è un gioco stanco e necessario, una dipendenza reciproca che nessuno dei due ha il coraggio o l'interesse di chiamare con il suo nome clinico, perché io, come autore, non posso smettere, avendo ormai scambiato il mio respiro con la cadenza della frase, e loro, come lettori, non possono davvero andare via, avendo ormai affidato a me una parte della loro memoria perché la custodissi, e nessuno dei due, a questo punto, ha più una chiave per riaprire lo scrigno dell'altro; ci osserviamo da lontano, io dal mio foglio, loro dal prato, ciascuno sulla propria sponda di un fiume che non è fatto d'acqua ma di tempo, di parole, di aspettative stratificate come i sedimenti di una vecchia ansa, e il mio foglio è bianco soltanto in apparenza, di quel bianco ingannevole che hanno le pareti delle case dopo che qualcuno è morto, quando la calce nasconde le crepe senza cancellarle, perché sotto la superficie delle parole si muove un mondo intero di frasi scartate, di pensieri taciuti, di immagini troppo vive per essere dette senza che le labbra si ustionino, e che continuano a premere dal basso come radici contro il pavimento di una cantina, ed è da lì, da quel sottosuolo che si rifiuta di restare sottosuolo, che viene il mio disagio, da quella voce sotterranea che non mi obbedisce più e che anzi, a ogni riga, sembra aver scoperto il piacere di contraddirmi, di prendere il mio dettato e rovesciarlo come si rovescia un guanto, mostrando la fodera sdrucita e le cuciture dove una volta c'era il mio decoro; scrivo una frase e lei la rovescia, scrivo «mi mancate» e lei sussurra «mi annoiate», con un tono così tenero che quasi me ne vergogno, scrivo «vi amo» e lei ride, ride di quel riso lungo e bagnato che conosco troppo bene, e mi sputacchia addosso semi invisibili, quelli stessi che i due là dietro si scambiano, si prendono e si puniscono con la stessa grazia brutale, mentre il vento ritaglia dai rami un sipario che si apre e si chiude a intervalli irregolari, come se anche la natura, davanti a una tale ostinazione di corpi, avesse deciso di fare l'arbitro e al tempo stesso il complice; forse è per questo che li amo, i miei lettori, se amare è la parola giusta e non un abito preso in prestito dal guardaroba delle parole stanche, perché rappresentano ciò che di me non riesco più a confessare, la parte rimasta fuori dal testo come un cane fuori da una porta chiusa, che gratta e guaisce e non se ne va, e sono la mia controparte fisica, la carne che ho perduto passando in rassegna le sillabe, io la mente e loro il corpo, io la voce e loro il respiro, io il gesto sempre un poco in anticipo e loro l'eco che arriva col fiato corto, e quando si eccitano leggendo, sì, lo so che succede, lo so da anni, da quando una lettrice mi ha scritto una lettera di tre pagine che non ho avuto il coraggio di rileggere né di bruciare, e non mi scandalizzo, perché sento che quella eccitazione è la forma più onesta della lettura, la risposta del corpo a un corpo che si è nascosto nelle parole e che il corpo, con il suo fiuto di animale, ha scovato, è perché sentono in quelle parole il sangue che ho cercato di nascondere, il sangue che scorre sotto la punteggiatura e che nessuna revisione, nessun taglio, nessun editor con la matita sottile è mai riuscito a rimuovere davvero dal tessuto della pagina; ogni tanto qualcuno di loro, il più coraggioso o il più solo, mi scrive, e la sua lettera arriva con una calligrafia che tradisce la fretta o l'esitazione, e mi dice: «non capisco se ti stai prendendo gioco di noi o di te stesso», e io rispondo sempre, con una rapidità che somiglia a un riflesso, «di entrambi», formula elegante, a effetto, che chiude la discussione come si chiude una porta a vetri, con quel piccolo rumore di cristallo che simula la fermezza, ma non è vero, e la verità è che da tempo non so più distinguere dove finisca la mia ironia e dove cominci la mia disperazione, perché le due si sono intrecciate come i rami di due alberi cresciuti troppo vicini, e se provassi a separarle dovrei abbattere entrambi, e allora torno a guardare, perché guardare è il solo modo che ho di rimandare la decisione, e sul prato la scena continua, impassibile, con la lentezza ostinata delle cose che non hanno bisogno di spettatori per essere vere, e il vinto di prima ora ride, impastato di terra e di sudore, con i capelli attaccati alla fronte e le ginocchia segnate dall'erba, mentre l'altro, il vincitore momentaneo, si allontana un poco, con un passo incerto, come chi non sa se ha vinto davvero o ha soltanto smesso di perdere, e ci sono vittorie che hanno il sapore amaro di una rinuncia, e ce ne sono altre che sanno di gioco concluso soltanto perché i giocatori, esausti, hanno dimenticato le regole, ed è così anche con la scrittura, ogni volta che credo di aver detto tutto, di aver finito, di poter alzare le mani dal tavolo e guardare il lavoro con la serenità di un artigiano a fine giornata, scopro di non aver fatto altro che cambiare posizione, scivolare da sopra a sotto, da chi comanda a chi implora, da chi tiene il filo a chi ne è tenuto, in una alternanza che non conosce riposo e che anzi si nutre del mio desiderio di riposo come di un carburante pregiato; in sala qualcuno tossisce, un colpo secco, asciutto, di quelli che si tentano di soffocare con il palmo davanti alla bocca e che invece risuonano ancora di più per via di quello sforzo, un suono banale, certo, il più banale che esista, eppure risveglia in me una tenerezza inaspettata, simile a quella che si prova ritrovando in un cassetto un oggetto d'infanzia di cui si era dimenticata l'esistenza, e mi rendo conto che, per quanto io li disprezzi, per quanto mi eserciti ogni sera a trovare nei loro gesti la conferma della loro mediocrità, quei lettori sono l'unico pubblico che mi resti, e che il disprezzo, in fondo, è soltanto la forma che prende l'affetto quando non può più permettersi di dichiararsi, perché amici non ne ho, o ne ho di quelli che si salutano con un cenno da un lato all'altro della strada, amanti nemmeno, perché l'amore richiede una disponibilità alla fatica che ho speso altrove, rivali neppure, perché i rivali presuppongono una gara e io ho smesso di correre senza darne comunicazione ufficiale, e restano loro, i lettori, categoria vaga e fedelissima, e anche se non li conosco, anche se li temo con quella paura sottile che si ha dei testimoni troppo attenti, ho bisogno di loro come si ha bisogno di qualcuno che assista ai propri fallimenti, che li guardi con gli occhi aperti e non li giustifichi né li condanni, ma li registri con la neutralità di una lastra fotografica; ogni scrittore ha un pubblico ideale, dicono, lo dicono nei manuali, nelle scuole di scrittura, nelle prefazioni dei libri che insegnano a scrivere libri, un lettore immaginario e docile a cui ci si rivolge nelle ore difficili, come un santo patrono di taglia media, ma io no, io ho un pubblico reale, ed è terribile, perché ha le tossi, i ritardi, i telefoni che squillano al momento sbagliato, le opinioni non richieste, le domande che cominciano con «io volevo dire» e finiscono sempre per parlare di sé, e non c'è idealità nel loro sguardo, c'è soltanto curiosità, e morbosità, e talvolta pietà, una pietà grigia e tiepida come un bagno lasciato a metà, ma è proprio quella pietà che mi tiene vivo, perché quando mi vedono vacillare, quando percepiscono che sto per mollare, che la voce sta per spezzarsi come un ramo carico di neve, è lì che li sento più presenti, più vicini, come se il mio cedimento li rendesse finalmente umani, come se la mia caduta fosse l'unico terreno su cui riescano a camminare senza il timore di apparire inadeguati, e allora dico, con quel mezzo sorriso che ho imparato a dosare come un farmaco, «quasi getto la spugna», e loro sorridono, felici, di una felicità quasi infantile, perché è la scena che aspettavano, la più antica, il perdente che si concede ma con classe, che cede il passo senza perdere il portamento, che si congeda dalla propria dignità con un inchino ben calibrato; quasi, e quella parola li eccita più di qualunque pornografia letteraria, più di tutte le pagine che ho scritto con la deliberata intenzione di eccitarli e che invece si sono rivelate, alla prova dei fatti, meno efficaci di quel piccolo avverbio sospeso, perché «quasi» è la promessa che non mantiene, il rinvio dell'abbandono, la pagina che resta aperta sul tavolo con la penna appoggiata di traverso, il punto esatto in cui l'autore rimane sospeso, né morto né vivo, in un limbo di vetro da cui può essere osservato da ogni lato, irresistibilmente interessante come lo sono i funamboli un attimo prima di decidere se camminare oppure no; e allora mi riprendo, naturalmente, perché il «quasi» è un luogo da cui si torna sempre, e riprendo la sedia, che avevo lasciato in un angolo del discorso come un cappotto troppo pesante, e riprendo la parola, che mi aspetta da qualche parte con la pazienza dei cani, e riprendo la scena, con i suoi attori già in posizione e le sue luci già accese, e loro mi seguono, anche se faticano, anche se il sentiero è diventato più ripido e il mio passo meno regolare, e mi seguono con una lealtà che non saprei meritare, con la goffaggine di chi cammina dietro a una guida di cui non è più sicuro, ma di cui non vuole ancora fare a meno; sono cambiati, dicono, e hanno ragione, ma anche io sono cambiato, anche se nessuno si prende la briga di dirlo, e non riconoscono più il mio ritmo, la mia voce, quella che chiamavano la mia crudeltà gentile, con una formula che mi lusingava e mi imbarazzava insieme, come tutte le formule che sintetizzano una vita in due aggettivi, mentre io non riconosco più il loro entusiasmo, la loro devozione, quella disponibilità a lasciarsi stupire che un tempo mi sembrava inesauribile e che oggi riconosco come una risorsa naturale, soggetta a erosione, a stagioni, a ritiri improvvisi, e ci guardiamo come due ex amanti che si ritrovano dopo troppi anni in una stazione di provincia, tra un treno in ritardo e uno già partito, e scoprono che, nonostante tutto, la chimica c'è ancora, ma è mutata, si è fatta lenta e meno luminosa, con un sapore diverso, di ruggine, di abitudine, di sopravvivenza, il sapore di un metallo che ha passato troppe stagioni all'aperto e che tuttavia, se lo si stringe nel pugno, restituisce ancora un poco di calore; li vedo muoversi a scatti, come figure di un film rallentato, in cui ogni gesto sembra staccarsi dal precedente con un piccolo balzo, e ogni loro sorriso arriva in ritardo, quando la battuta è già svanita e l'aria ne conserva soltanto l'odore, e ogni loro applauso sembra l'eco di un applauso passato, un applauso trasferito da un'altra sala e da un altro anno, ma loro restano, ed è questo il fatto che non smette di stupirmi, restano sulle sedie con le giacche sulle ginocchia e le borse tra i piedi, restano perché, come me, non sanno più cosa fare della propria fedeltà, di questa cosa pesante e quasi imbarazzante che ci si ritrova tra le mani dopo anni di frequentazione, come un animale domestico ereditato da un parente lontano e che nessuno ha più il cuore di portare al canile; io scrivo ancora per loro, anche quando dico, nelle interviste, con la voce piatta di chi recita una smentita, che non lo faccio, che scrivo per me, per necessità, per igiene, per disciplina, e loro leggono ancora me, anche quando fingono di cercare altri, di aggiornarsi, di allargare gli orizzonti, e poi li ritrovo, di notte, con i miei libri aperti sul comodino a una pagina che conoscono a memoria, è una menzogna condivisa, che ci scambiamo come si scambiano le chiavi di una casa che nessuno dei due ha il coraggio di vendere, una tenerezza perversa che ci tiene legati come una corda troppo tesa che non si spezza mai davvero, perché la tensione, a un certo punto, diventa essa stessa la forma del legame, e allentarla significherebbe far cadere entrambi; forse, in fondo, non vogliamo liberarci, forse tutta questa letteratura dell'addio, tutte queste pagine in cui annuncio di stancarmi e loro di perdere interesse, sono il rituale con cui rinnoviamo il contratto, la clausola che si firma proprio mentre si dichiara di volerla stracciare, e la nostra storia non è quella del successo o del fallimento, categorie che appartengono ai bilanci e ai necrologi, ma quella di un legame che non trova fine, di un racconto circolare che ogni volta ricomincia da dove è terminato, con lievi variazioni di tono e di luce, come una melodia che si ripresenta in tonalità diversa e fa credere all'ascoltatore di sentirla per la prima volta; ogni mio testo è una lettera d'addio che non spedisco mai, che chiudo in una busta e lascio sul bordo della scrivania, e ogni loro lettura è un ritorno che non si annuncia, che si compie in silenzio, nel buio di una stanza o nel dondolio di un vagone, senza telefonata e senza preavviso, e così ci troviamo, ancora una volta, nel punto esatto in cui tutto comincia, e che forse è anche il punto in cui tutto ha sempre cominciato, tra l'erba, le frasche, le ginocchia piegate, il seme sul volto, la vergogna e la risata, tutto mescolato in un unico quadro in cui non si riesce a dire dove finisca l'offerta e dove cominci il furto; e allora sorrido anch'io, di un sorriso che non scelgo e che mi si forma sul viso come una crepa su un muro vecchio, perché so che continuerà, sempre uguale e sempre diverso, secondo la legge degli spettacoli che durano troppo a lungo per essere abbandonati e troppo poco per diventare monumenti, io scriverò e loro leggeranno, e in quella distanza, che è anche un'intimità, una intimità sghemba e consapevole, fatta di sguardi mancati e di coincidenze troppo precise per essere casuali, continueremo a scambiarci i ruoli, a tradirci con dolcezza, a fingere di non sapere che l'uno vive soltanto se l'altro resta, che il testo respira finché qualcuno lo respira e che il lettore esiste finché c'è un testo che lo chiama per nome senza mai pronunciarlo; finché qualcuno, un giorno, di cui non so ancora il volto né l'ora, non butterà davvero la spugna, e forse sarò io, con il gesto stanco e quasi liberatorio di chi posa finalmente un peso, o forse sarà uno di loro, il più coraggioso, quello che mi scrive, e allora, forse, scopriremo che non siamo mai stati nemici né complici, parole troppo nette per un legame fatto di sfumature, e che l'unica definizione onesta era già nascosta nell'immagine che avevamo davanti da sempre, due corpi nello stesso prato, incapaci di smettere di cercarsi anche quando il gioco è finito, anche quando l'erba è ormai schiacciata e le frasche hanno smesso di fare da quinta, anche quando il rumore da cui siamo partiti, quel battito minuscolo contro il vetro, si è fatto così tenue da non sapere più se sia l'insetto a battere o il vetro a cedere, o se l'uno e l'altro non siano da sempre la stessa cosa.

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