domenica 4 ottobre 2026

incipit


Come se il mare, il vecchio mare, quel gran ruminante di sale che da milioni e milioni d'anni, e diciamo pure da un numero di milioni tale che la mente dell'uomo, povera contabile da retrobottega armata soltanto d'una matita spuntata e d'un registro macchiato d'unto, non riesce più a mettere in colonna le cifre senza sbagliare il riporto e senza farsi venire un capogiro da impiegatuccio di provincia dinanzi all'infinito, masticasse le miserie della terra, le montagne sbriciolate dal vento, le città inghiottite dal fango, i porti mercantili, le carcasse, le ossa dei sommersi, le navi da guerra e le barche da pesca, gli amori consumati sulle scogliere, le guerre di conquista, le porcherie d'ogni secolo e le glorie passeggere, e tutto quanto gli veniva consegnato dalla superficie terrestre come una pratica inevasa, come un fascicolo polveroso da protocollare con comodo nell'eternità, e poi lo rimasticasse, con quella pazienza ottusa, burocratica e quasi amministrativa del bue all'abbeverata, la lingua grigia e ruvida che lavora e rilavora il bolo, l'occhio umido e velato perso in una contemplazione che non si sa se chiamare religiosa, filosofica o semplicemente bovina, come se quel mare, dicevo, o meglio quella sterminata, tentacolare amministrazione liquida che noi, per comodità di linguaggio, per pigrizia mentale e per insanabile insufficienza lessicale, continuiamo a chiamare mare, si fosse d'un tratto, per un suo imprevedibile capriccio d'ingegnere sbronzo, di geometra celeste caduto dall'impalcatura con il teodolite storto, o di nume pettegolo in vena di scherzi da caserma cosmica, levato di torno, ritirato, sloggiato, disdetto dal mondo con una brutalità da inquilino moroso che se ne va di notte senza pagare l'affitto, voltando le terga all'orizzonte e trascinandosi dietro la spuma, il moto convulso, il peso schiacciante, l'umidità salmastra, il sale, le meduse trasparenti, le correnti sottomarine, i relitti, i suoi smisurati eserciti di pesci e l'intero, ingombrante bagaglio della propria eternità ondosa, quel baule gigantesco che nessun facchino dell'universo avrebbe mai potuto sollevare nemmeno per un soldo, e che pure, in quell'istante di follia o di grazia, pareva essersi fatto leggero come una valigia di cartone dimenticata sul pianerottolo durante uno sfratto.

Si ritirò senza garbo, dunque, senza nemmeno salutare i fari o le banchine, con un brontolio cupo, cavernoso, viscerale, da bestia ferita a morte che, dopo aver preso una gran percossa senza sapere bene da quale mano sia venuta, decide finalmente di sloggiare dal proprio covo, e sloggia trascinando i piedi, o le zampe, o quelle sue mostruose, innumerevoli appendici d'acqua che per millenni avevamo creduto immobili soltanto perché la nostra specie non aveva mai posseduto l'occhio abbastanza grande né la pazienza abbastanza secolare per seguirle nel loro passo, lasciando dietro di sé un vuoto quasi sacrilego, una voragine di spazio e di silenzio così smisurata che la povera pupilla dell'uomo, quell'occhiolino presuntuoso e strabico con cui il bipede pretende di misurare la curvatura del cosmo, dilatandosi e restringendosi come una saracinesca mal oliata d'un garage di periferia, annaspava inutilmente su quel rovescio d'abisso, cercando alla cieca un appiglio, un bordo, una linea di demarcazione, qualcosa insomma che potesse consentirle di ricominciare il mondo da capo, come un cieco finito per errore su una scala della quale, per una malignità del muratore o per una distrazione dell'architetto divino, abbiano rubato tutti i gradini lasciando soltanto il precipizio. E si capisce che il cieco, in simile circostanza, alza la voce e protesta con feroce buon diritto; soltanto che qui nessuno protestava, perché il mondo, privato improvvisamente del suo elemento più antico, più vasto e più rumoroso, era caduto in una specie di ammutolimento gelato che faceva paura proprio perché sembrava spaventosamente ragionevole, quasi che la natura, avendo finalmente trovato il modo di sbarazzarsi dell'uomo e della sua fastidiosa presenza, avesse deciso di non comunicarglielo per evitare noiose contestazioni d'ufficio.

La terra, allora, la terra nuda, bruna, nera, rossastra secondo la mineralogia locale, la natura delle rocce e le vicende termiche del sito, la terra fetida, viscida e gocciolante di quattro ere geologiche mal digerite e peggio archiviate, con i suoi strati sovrapposti come fogli di pratiche amministrative abbandonate a marcire in un archivio segreto dell'Inferno, veniva su di sotto l'acqua, lentamente o forse con una rapidità spaventosa, ché la velocità, in certe rivelazioni apocalittiche, è soltanto un fatto soggettivo dell'occhio che guarda e del cuore che trema, e appariva come il cadavere riaffiorato di un gigante di secoli che il fiume, o il mare stesso ridotto ormai a un povero rigagnolo della memoria, restituisse alla riva con tutte le sue brave, inconfutabili stimmate di vita primordiale: incisioni, fratture, depositi calcarei, concrezioni, fanghi melmosi, croste saline, gusci fossilizzati, denti di mostri scomparsi, frammenti di vegetazione pietrificata, e quelle indefinite, inquietanti escrescenze minerali che sembrano le verruche o i tumori d'un corpo morto da troppo tempo perché qualcuno, tra i vivi, possa ancora stabilire con certezza di quale malattia sia morto. I coni vulcanici si rizzavano allora, neri, bruciati, colanti di fuliggine antica, quasi carbonizzati dal proprio stesso fuoco interiore, cicatrici verticali della crosta terrestre, torri d'un nero lustro e glaciale d'ossidiana, specchi ciechi d'una notte rappresa, vetro vulcanico fatto pietra e pietra fatta memoria, sentinelle scordate d'un'età remota in cui la vita non era ancora la vita, almeno secondo la nostra modesta e pretenziosa nomenclatura biologica, ma soltanto un bisbiglio indistinto laggiù nel fondo, un borborigmo del brodo primordiale, una pernacchia molecolare tra gli scogli, una scura faccenda di proteine, calore, acqua insalubre e pura probabilità, quando l'uomo, con la sua memoria corta e con la sua ridicola pretesa di possederne una eterna, non era ancora nemmeno un'ipotesi remota nella pancia del caso e nessun dio, se mai ve ne fosse stato uno in ascolto tra le nubi, avrebbe avuto la necessità o il capriccio di inventargli il peccato originale.

E intorno a quelle torri di pietra nera, per ogni dove, a perdita d'occhio, stesa a tappeto come un manto della vergogna o disseminata senza criterio apparente come la minuteria metallica d'una gigantesca officina dopo un'esplosione di caldaia, giaceva la pescagione dell'ineffabile, la mietitura dell'invisibile: i pesci, migliaia, milioni e centinaia di migliaia di pesci, argentati, lividi, azzurri come il cielo estivo, rossastri come la ruggine, viscidi d'umore, alcuni minuscoli e trasparente come un'unghia di neonato, altri grossi, sformati e deformi, creature cieche degli abissi che fino a un momento prima avevano avuto nell'acqua la propria complessa geometria, la propria legge gravitazionale, la propria elementare e beatifica certezza di esistere e che adesso, private d'un tratto di quella matrice vitale, si contorcevano sulla terra asciutta con la goffaggine scandalosa, tragica e ridicola di chi venga improvvisamente espulso dalla propria lingua madre per essere scaraventato in un idioma sconosciuto. Il sole li trafiggeva, uno per uno e tutti insieme, senza fare preferenze di specie o di stazza, con la precisione spietata e scientifica d'un entomologo maniacale che infili gli insetti ancora vivi nella teca di vetro con uno spillo dorato, soltanto che qui la teca era il mondo intero esposto all'aria e l'entomologo, con ogni probabilità, non esisteva affatto; oppure esisteva benissimo, e si chiamava semplicemente sole, il che equivale a dire che la distinzione sottile fra causa primaria e strumento materiale, in quella spaventosa circostanza, diventava una cavillosa sottigliezza da notai in cerca di cavilli. Le squame prendevano fuoco d'argento al contatto con i raggi, scintillavano come gioielli rubati, si spegnevano nell'ombra, tornavano a scintillare fievolmente per l'ultimo riflesso di luce, e ciascuna di esse era un piccolo incendio senza futuro, un fuoco brevissimo, disperato e vano; le bocche si aprivano e si richiudevano in una ginnastica respiratoria inutile e frenetica, cercando nell'aria asciutta ciò che l'aria, nella sua ottusa e gassosa abbondanza, non poteva in alcun modo concedere, e i corpi sbalzati fuori dal loro regno si dibattevano, guizzavano con la forza della disperazione, sbattevano la coda con colpi secchi contro la sabbia arsa, contro i sassi spigolosi, contro le proprie compagne di disgrazia, producendo un movimento confuso, collettivo e frenetico che da lontano, a chi avesse avuto il coraggio di guardare, avrebbe anche potuto sembrare una danza, se la parola danza non fosse stata, in quel momento di rovina, un'offesa sanguinosa al dolore di esistere.

Era un canto strozzato, quello, una preghiera senza parole, un lamento senza fiato che saliva verso le nuvole, un concerto muto di migliaia di branchie rosse che cercavano disperatamente acqua e trovavano soltanto la vastità vuota del cielo, di occhi sbarrati che, forse, continuavano a vedere e a registrare il crollo dell'universo mentre il corpo aveva già smesso di capire e di reclinare, e in quel guizzare disperato, in quel battito di code sulla roccia calda si raccoglieva qualcosa che l'uomo riconosce immediatamente e con un brivido lungo la schiena quando gli conviene riconoscerlo negli altri esseri viventi: la pura, incontaminata paura della fine. Soltanto che il pesce, a differenza dell'uomo con i suoi libri e i suoi altari, non aveva probabilmente avuto il tempo né la vanità di inventare un sistema metafisico per nobilitare e decorare la propria morte, né una religione con i suoi paradisi, né una polizza d'assicurazione sulla vita, né un testamento olografo da depositare negli studi, né tantomeno una commemorazione solenne con fotografia ritoccata in cornice d'argento e discorso di circostanza pronunciato da un parente ipocrita. Era semplicemente lì, nella sua totale, spaventosa nudità animale, consegnato a mani legate al sole di mezzogiorno, mentre il mare che lo aveva nutrito nel suo grembo, avvolto nelle sue correnti, protetto dai predatori e trasportato dolcemente per chissà quante generazioni di pinne e di branchie si era fatto improvvisamente lontano, alieno, straniero, quasi ostile, come una madre che, dopo avere allevato il figlio per tutta la vita tra coccole e carezze, si alzi d'un tratto da tavola senza dire una parola, sfilandosi il grembiule, e se ne vada per sempre senza curarsi delle spiegazioni.

E il fondo, quel misterioso fondo marino finalmente emerso dall'oscurità dei secoli, si rivelava agli occhi in tutta la sua crudezza di campo di battaglia primigenio, una topografia visiva della catastrofe che nessun cartografo o geografo avrebbe mai saputo rendere su carta geografica senza ricorrere, prima o poi, a una solenne bestemmia o a un gesto di resa: sabbia grigia e densa, sassi spigolosi macchiati d'olio, pietre nere come il carbone, ciottoli levigati da millenni di risacca e altri ancora aguzzi e taglienti come denti di cane rabido, conchiglie capovolte e spaccate che mostravano all'aria priva di pudore la loro madreperla oscena, quella superficie interna e iridescente che nell'acqua profonda pareva un tesoro prezioso e che ora, esposta alla luce cruda del giorno, assumeva qualcosa di sgradevolmente anatomico, quasi fosse la parte segreta e viscerale di un animale marino rivoltato come un guanto da un macellaio distratto; scheletri calcarei di corallo, ramificazioni morte e biancastre, calcinazioni, piccoli crateri di fango, buche profonde, fenditure invisibili, alghe marcire già incollate e seccate sulla terra calda e altre che penzolavano, flaccide e nere, come ciuffi di capelli bagnati strappati dalla testa di una vecchia affogata; e poi, frammisti a quell'ossario naturale, le carcasse d'antichi naufragi dimenticati, chiodi arrugginiti, tavole di quercia marcite, ferri ritorti dal fuoco o dalla pressione, bottiglie incrostate di spugne, pezzi di cordame sfilacciato, strutture di legno e di metallo ormai irriconoscibili sbiancate dal tempo e dalla costante erosione della salsedine, ossa sparpagliate d'un immenso pranzo cosmico consumato in fretta da commensali invisibili che avevano avuto almeno l'educazione di non lasciare neppure il conto da pagare sul tavolo.

Laggiù, in quella conca sterminata dove il silenzio non era semplice assenza di rumore ma possedeva una qualità quasi fisica, densa, pesante, un silenzio irreale da sagrestia di campagna dopo che vi è stato commesso un delitto orribile, quando il sacrestano entra di nascosto con le chiavi, trova per terra una cosa sanguinosa che non avrebbe mai dovuto trovare e decide, per pura prudenza professionale e per amor di pace, di sbrigarsi a chiudere la porta a chiave senza fare troppe domande a se stesso o al parroco, aleggiava un odore acre, denso, quasi commestibile, l'odore di un intero mondo perduto: sale rappreso, marciume organico, materia in decomposizione, effluvi di zolfo forse, alghe marcite al sole, fango stagnante, e quel vago, inconfondibile sentore ferroso e sanguigno che hanno certe cose vecchie quando sono rimaste troppo a lungo in disparte, nell'oscurità, in attesa della propria ineluttabile decomposizione. Tutto quanto era impastato e amalgamato insieme, come una malta funebre preparata per murare il creato, e l'aria stessa sembrava aver ricevuto da quella metamorfosi una consistenza diversa, una densità strana, pesante, quasi burocratica, tanto che il solo fatto di respirarla dava la netta e sgradevole impressione di introdurre a forza nei polmoni un documento segreto e compromettente, una prova d'accusa che vi avrebbe condannato alla prima perquisizione. La solennità del luogo, poi, era soffocante come una cappa di piombo, ma si trattava d'una solennità profondamente falsa e sospetta, simile a quella di una cerimonia funebre officiata svogliatamente da un vecchio prete che non crede più da un pezzo al sacramento né alla resurrezione della carne, e tuttavia continua stancamente a pronunciare le solite formule latine soltanto perché sono scritte a caratteri rossi sul registro di parrocchia. Sapeva d'un retrogusto amaro e metallico, quella solennità, d'una rivelazione d'oltretomba riservata a pochi eletti capaci di sopportarla e forse, con assai maggiore probabilità, nemmeno a quelli, poiché Dio, qualora avesse ancora avuto un ufficio aperto e funzionante con orario di sportello in quella sfortunata regione dell'universo, pareva essersi dimenticato di ricevere il pubblico per il resto della settimana.

Eppure, a guardar bene tra le rovine di quella marea scomparsa, una sua bellezza strana c'era, e proprio qui la faccenda si faceva terribilmente più oscena e complessa, perché la bellezza, quando decide di comparire a tradimento nel luogo e nel momento sbagliato, possiede una crudeltà affilata che l'orrore puro e semplice non riesce mai a raggiungere. Era una bellezza che feriva la vista, che sussurrava canti di sirena dentro quell'orrore magnifico e desolato, e sembrava provenire precisamente dalla sproporzione mostruosa fra ciò che l'occhio umano vedeva e ciò che la mente, con i suoi piccoli schemi logici, riusciva effettivamente a sopportare: la terra profonda riapparsa dopo millenni di buio, i pesci agonizzanti nel fango, le rocce vulcaniche nere come la notte, le conchiglie sventrate, i relitti delle navi, il sole spietato che batteva su tutto e su tutti con la stessa identica, glaciale imparzialità con cui batte da sempre sui vivi e sui morti, sui santi sugli altari, sugli assassini nella cella, sui bambini che giocano, sulle carogne di cane lungo il fosso, sulle pietre dei monumenti e sulle brillanti insegne pubblicitarie dei negozi del centro. Il mare, nel suo andirivieni secolare ormai interrotto per sempre o per un'ora, pareva volesse dire qualcosa a chi fosse rimasto ad ascoltare, una storia spaventosa di creazione e di sterminio di masse, un'antica, monotona filastrocca biologica ripetuta per milioni e milioni d'anni fino alla nausea e al vomito, l'eco lontana d'un dolore cosmico che nessuna lingua umana, per quanto ricca e articolata, avrebbe mai potuto tradurre in parole senza trasformarlo immediatamente in letteratura, e dunque, per forza di cose, in una ben architettata menzogna. Pareva che il mare, ritirandosi, prendesse le distanze dalla vita stessa che egli stesso aveva generato, che si staccasse con disgusto da tutto ciò che per millenni aveva nutrito, avvolto, protetto, trasportato sui suoi flutti, cullato nella risacca e infine divorato con calma, lasciandola lì, la vita, abbandonata come una pezza da piedi con la sua cravatta d'alghe secche, le sue squame opache, i suoi occhi spalancati nel vuoto e il suo stupore ridicolo da pesce fuor d'acqua, creatura misera ridotta a una contraddizione elementare, a un grossolano errore grammaticale scritto sui fogli del creato.

Una bellezza crudele, dunque, nuda, gelida, del tutto priva di misericordia o di conforto, e proprio per questa sua totale spietatezza capace di risvegliare nell'animo umano quell'attrazione oscura e morbosa che ci prende sempre davanti alle cose che dovrebbero invece respingerci con orrore, la medesima forza magnetica che ci porta a spiare attraverso la fessura d'una porta socchiusa quando sappiamo benissimo che dietro quella porta c'è qualcosa di spaventoso che preferiremmo non vedere mai, o che ci fa aprire con mano tremante il cassetto segreto di una casa d'infanzia sapendo che dentro potrebbe esserci la lettera d'addio che per quarant'anni abbiamo finto di avere dimenticato per poter continuare a vivere tranquilli. È la tremenda attrazione verso una verità scomoda tenuta troppo a lungo sotto chiave in casa, come una zia pazza e deforme rinchiusa nella soffitta di famiglia, della quale tutti i parenti conoscono perfettamente l'esistenza e la presenza eppure nessuno pronuncia mai il nome ad alta voce durante i pranzi di festa, perché pronunciarlo significherebbe ammettere che la famiglia, quella rispettabile, specchiata famiglia borghese con le fotografie in bianco e nero bene allineate sul comò d'ingresso e i morti commemorati puntualmente con i fiori freschi nelle date corrette del calendario, possiede davvero una soffitta buia e che nella soffitta c'è davvero una zia pazza, e che quella zia, benché rinchiusa a doppia mandata, continua a parlare, a gridare e a battere i pugni sul pavimento proprio sopra le nostre teste.

Così il mare, madre divoratrice e insaziabile, dea implacabile e muta, matrona antica dalle mammelle pesanti di sale, enorme nutrice diventata carnefice senza un motivo apparente o per una decisione segreta che nessun tribunale della terra avrebbe mai saputo verbalizzare o registrare negli atti, si ritrasse ancora più in là, e ancora, e ancora, spingendosi oltre ogni confine conosciuto, fino a lasciare completamente scoperto e vulnerabile ciò che per milioni d'anni era rimasto sommerso nell'oscurità, protetto e celato dall'acqua profonda come una colpa o una vergogna dal lenzuolo di un letto matrimoniale, e il sole, il sole cocente di giugno o di luglio o d'un mezzodì rovente senza calendario, un sole che non aveva ricevuto da nessuno l'ordine formale di presentarsi in scena e che tuttavia si presentava con quella puntualità oscena e spietata che hanno soltanto i fenomeni naturali quando se ne infischiano dei nostri sentimenti, poté finalmente baciare con i suoi raggi d'oro quelle povere creature che un solo istante prima si dimenavano ignare nel suo grembo liquido. Ma quel bacio solare, si badi bene e non ci si illuda, veniva erogato senza pietà alcuna: era l'ardore cieco d'un giudice corrotto che firma la sentenza di condanna a morte col sudore colante sulla fronte, un monito di fuoco e di luce rivolto a quel regno marino improvvisamente inginocchiato, spogliato di ogni sua antica protezione liquida, consegnato nudo alla luce del giorno come un imputato spaventato al verbale del commissariato, con tutte le prove schiaccianti a carico e nessun avvocato difensore disposto a comparire in aula per chiedere le attenuanti generiche.

E fu allora, in quel preciso momento di stasi, che il mistero insondabile di quel ritiro si fece ancora più fitto e angoscioso, perché un fenomeno naturale, quando viene osservato da abbastanza vicino e con la dovuta attenzione, smette quasi sempre di essere un semplice fatto naturale e assume l'aspetto inquietante e premeditato d'un delitto d'impatto, e dietro ogni delitto, anche quando il colpevole materiale è soltanto una banale variazione della pressione atmosferica, un impercettibile movimento tettonico delle placche, una combinazione casuale di correnti marine, un capriccio gravitazionale della luna o semplicemente la lunga, indifferente e cieca procedura geologica del pianeta, l'uomo, con la sua mania inquisitoria, si ostina a cercare a tutti i costi un movente psicologico o morale. Era una resa dei conti cosmica, insomma, una resa dei conti in cui nessuno dei presenti aveva le carte in regola per poter protestare o dichiararsi innocente, né i pesci agonizzanti sul fango, né le rocce vulcaniche levigate dal sale, né il sole implacabile nel cielo, né il mare in fuga, né tantomeno l'uomo che osservava sbigottito tutto quel disastro dalla propria minuscola riva di ciottoli, con quella tipica faccia da notaio della catastrofe che gli viene naturale quando sa di trovarsi di fronte a qualcosa di spaventosamente enorme e tuttavia, non sapendo cos'altro fare per salvare la pelle, continua ottusamente a prendere appunti sul suo taccuino di carta. La terra riemersa offriva così senza alcuna vergogna il suo cuore nascosto, un cuore pulsante, buio e segreto, se pure cuore si può chiamare con un termine umano quella massa inerte di materia mineralizzata che pulsa soltanto secondo le leggi fisiche che la materia stessa si è data prima ancora che qualcuno avesse l'idea di inventare la parola legge, e sembrava quasi che dentro il gran corpo ferito del mondo si aprisse da sempre una ferita invisibile, una ferita antica quanto la prima pietra scagliata nell'universo e forse più antica ancora di essa, una lacerazione profonda che l'acqua del mare aveva coperto per milioni di anni come una benda provvisoria applicata per nascondere la piaga.

E quella ferita, ora finalmente scoperta e consegnata alla vista di tutti, respirava faticosamente nella luce cruda del mezzodì, mostrando senza pudore il proprio fondo fatto di sabbia umida, pietra spaccata, corallo morto, sangue animale essiccato e memoria fossile, mentre il mare, arretrando sempre più verso l'orizzonte, sembrava portarsi via non soltanto la sua massa d'acqua, ma anche la consolante certezza che prima o poi quell'acqua sarebbe tornata a coprire tutto. Forse sarebbe tornata, naturalmente, perché le maree e gli oceani hanno le loro leggi matematiche e le leggi della fisica, quando sono veramente tali, non chiedono certo il permesso alla poesia o ai sentimenti degli uomini per verificarsi; forse l'acqua avrebbe ricoperto di nuovo ogni cosa, i pesci morti, le conchiglie spezzate, i coni vulcanici, i relitti delle navi, le carcasse, le impronte sulla sabbia e quella terribile, insopportabile nudità del mondo, rimettendo ogni cosa al suo posto originario con la perfetta e gelida ipocrisia della natura, che sa cancellare le proprie tracce di sangue assai meglio di qualunque assassino professionista. E tuttavia, per quell'unico, interminabile istante, per quel mezzodì sospeso senza calendario e senza orologio, per quella sospensione assurda e metafisica nella quale il mare aveva voltato le spalle alla terra e la terra aveva mostrato tutto ciò che il mare aveva tenuto gelosamente nascosto per ere geologiche, pareva che qualcosa nell'ingranaggio del creato si fosse definitivamente spezzato per sempre, o che almeno fosse diventato chiaramente visibile ciò che era sempre stato spezzato fin dall'inizio e che l'acqua, con la sua immensa pazienza di madre, di carceriere e di complice muta, aveva saputo mascherare agli occhi dei vivi.

Rimaneva dunque soltanto quel vuoto immenso, quella enorme, vertiginosa sottrazione d'acqua che faceva del paesaggio marino una specie di anatomia squartata ed esposta sul banco di un anatomopatologo, e nel fondo di quella voragine senza fine, fra le squame che perdevano gli ultimi bagliori d'argento e le pietre nere ancora bagnate, restava sospesa nell'aria la domanda decisiva, la domanda che nessuno dei presenti formulava ad alta voce e che forse nessuno avrebbe mai saputo formulare senza rovinarla irrerimediabilmente con le parole: perché mai il mondo, per un solo e terribile istante della sua storia, aveva deciso di mostrarsi così a nudo, senza veli e senza illusioni? Perché mai il mare, dopo aver custodito la vita con la gelosia morbosa di una madre possessiva, aveva deciso d'un tratto di tradirla e di consegnarla senza difese alla calura del sole? Perché quella terra antichissima e martoriata, finalmente restituita alla luce del giorno, sembrava nell'atto stesso di nascere e di morire insieme, in un unico abbraccio mortale? E soprattutto perché mai quella bellezza, invece di consolare l'anima di chi guardava, faceva così tanta, insopportabile paura? Forse la risposta era semplice e terribile: perché la bellezza vera, nella sua forma più nuda, pura e spietata, non consolai proprio nessuno, e il suo vero, unico compito è un altro, ben più crudele: aprire per un solo istante la porta scricchiolante della soffitta, lasciare intravedere nell'ombra la sagoma della zia pazza, sentire per un secondo il suo lamento disperato nel buio e poi richiudere tutto in fretta e a chiave, prima che qualcuno presenti nella stanza abbia il tempo o il coraggio di domandare da quanti anni o da quanti secoli quella donna sia rinchiusa lì dentro.

Così il mare rimase lontano, enorme, maestoso e sordo nella sua assenza liquida, e la terra rimase scoperta e indifesa sotto il picco del sole, mentre i pesci agonizzanti, uno dopo l'altro, rallentavano il proprio guizzare disperato e il loro argento brillante si spegneva diventando opaco e grigio come il piombo, e le conchiglie prive d'acqua si facevano bianche e gessose, e i coralli essiccati sembravano ramificazioni di ossa spolpate, e i relitti delle navi riemergevano dal fango come vecchie colpe che si credevano sepolte per sempre, e il silenzio si allargava sopra ogni cosa con una precisione rigida, quasi matematica. Poi, laggiù, molto oltre la linea dei coni vulcanici, oltre quella distesa pianura di morte, di fango e di sale, qualcosa al limite dell'orizzonte cominciò forse a muoversi di nuovo, una linea sottile e appena percettibile a occhio nudo, un tremore dell'aria, un'increspatura minima, un'ombra liquida che nessuno in quel momento avrebbe saputo distinguere con certezza da un miraggio della calura, e fu allora che il mondo, con la sua consueta e inossidabile indecenza, parve prepararsi stancamente a ricominciare daccapo il suo spettacolo, a rimettere a posto i mobili della casa dopo avere fatto finta di bruciarla per incassare l'assicurazione. Ma la ferita ormai era rimasta bene visibile nel fondo, e nessuna acqua, ritornando anche con la marea più alta del secolo, avrebbe più saputo rimarginarla del tutto, o forse avrebbe saputo soltanto fingere di rimarginarla agli occhi dei superficiali, con la prudenza ambigua e interessata d'un cattivo medico che ricuce alla bell'e meglio la carne squarciata pur sapendo perfettamente che sotto la sutura di filo di seta qualcosa continua inesorabilmente a marcire, per il breve spazio d'una marea.

Nessun commento:

Posta un commento