Nel marzo del 1939 Dino Buzzati consegna a Leo Longanesi un manoscritto al quale lavora da almeno sei anni e che porta ancora un titolo destinato a scomparire: La fortezza. La storia, tuttavia, aveva cominciato a prendere forma molto prima che il libro trovasse la propria fisionomia definitiva, quando Buzzati, già immerso nella quotidianità redazionale del Corriere della Sera, aveva iniziato a intuire che dietro la disciplina ripetitiva del lavoro, dietro le ore trascorse nell’attesa che arrivasse qualcosa da raccontare, poteva nascondersi una delle più persistenti tragedie dell’esistenza: non tanto il fatto che nella vita non accada nulla, quanto la possibilità che l’uomo finisca per organizzare la propria vita intorno all’attesa di qualcosa che dovrebbe finalmente renderla significativa. Longanesi, nell’aprile dello stesso anno, gli suggerisce di modificare il titolo, perché quella «fortezza» avrebbe potuto evocare in maniera fin troppo esplicita la situazione politico-militare dell’Europa alla vigilia della guerra. Dopo una soluzione intermedia, Il messaggio dal nord, si arriva così al titolo destinato a entrare nella storia della letteratura italiana: Il deserto dei Tartari. Il romanzo viene pubblicato da Rizzoli il 25 aprile 1940, come primo volume della collana «Il sofà delle Muse», mentre Buzzati si trova ad Addis Abeba, impegnato come corrispondente di guerra e dunque lontano persino fisicamente dal momento in cui il libro comincia la propria vita pubblica. Dal 1945 sarà Mondadori a occuparsi delle nuove edizioni, accompagnando progressivamente il romanzo verso quella posizione centrale nel corpus buzzatiano che oggi appare quasi inevitabile.
Ma Il deserto dei Tartari non diventa un libro decisivo soltanto perché racconta una vicenda destinata a essere interpretata come allegoria della condizione umana. La sua importanza sta piuttosto nella trasformazione radicale che Buzzati compie rispetto alla propria narrativa precedente, e soprattutto nel modo in cui riesce a prendere un’esperienza concreta, quasi insignificante nella sua banalità quotidiana, e a dilatarla fino a farne una figura universale. Dopo Bàrnabo delle montagne del 1933 e Il segreto del Bosco Vecchio del 1935, ancora profondamente legati a un immaginario favolistico e a una geografia riconoscibile, dominata dalle Dolomiti, Buzzati costruisce qui uno spazio che sembra appartenere contemporaneamente alla realtà e al sogno, alla topografia militare e alla metafisica. La montagna non è più un luogo preciso, non ha più bisogno di essere nominata attraverso coordinate geografiche; il paesaggio si rarefà, perde progressivamente ogni riferimento realistico e diventa una condizione dello spirito. La Fortezza Bastiani, il deserto che si apre oltre le sue mura, le montagne lontane, la strada che conduce verso il mondo esterno compongono un universo chiuso nel quale la geografia sembra essersi trasformata in destino. È qui che nasce pienamente il Buzzati metafisico che ritroveremo nei racconti e nelle parabole successive, da I sette messaggeri a Il colombre, uno scrittore per il quale il fantastico non consiste nell’introdurre l’eccezionale dentro il quotidiano, ma nel mostrare quanto di perturbante, di inspiegabile e di minaccioso fosse già contenuto nella normalità.
L’origine del romanzo va cercata anche nella lunga esperienza di Buzzati come redattore notturno del Corriere della Sera, dove era entrato nel 1928. La redazione notturna è un luogo particolarmente adatto a comprendere la sua immaginazione: si lavora mentre la città si svuota, si aspetta che accada qualcosa, si rimane sospesi fino al momento in cui il giornale deve essere chiuso, e spesso ciò che viene atteso non arriva, oppure arriva quando ormai il tempo della giornata è quasi esaurito. L’esistenza del giornalista è scandita da una temporalità paradossale, nella quale l’importanza di ciò che potrebbe accadere giustifica l’immobilità di ciò che sta accadendo realmente. Buzzati trasforma questa esperienza professionale in una metafisica dell’attesa: la Fortezza Bastiani diventa così una redazione notturna gigantesca e militarizzata, un luogo nel quale gli uomini trascorrono anni aspettando una notizia, un nemico, un evento capace di interrompere la monotonia e di dimostrare che tutto quel tempo trascorso in attesa non è stato inutile.
Giovanni Drogo arriva alla Fortezza da giovane sottotenente, ancora convinto che la vita gli appartenga e che davanti a lui si apra una lunga successione di possibilità. Il suo primo incontro con il presidio è tutt’altro che promettente. La Fortezza è lontana, isolata, regolata da norme minuziose e apparentemente incomprensibili; il mondo civile sembra già appartenere a un’altra esistenza. Drogo prova immediatamente un senso di oppressione e desidera andarsene, convinto che quel luogo sia incompatibile con ciò che immagina per il proprio futuro. L’aiutante maggiore Matti gli suggerisce tuttavia di aspettare quattro mesi, trascorsi i quali potrà chiedere il trasferimento senza difficoltà. È un termine breve, apparentemente innocuo, e proprio per questo decisivo: la Fortezza non ha bisogno di costringerlo a restare, le basta offrirgli una piccola dilazione. Quattro mesi sembrano nulla nella prospettiva di una vita intera, ma dentro quei quattro mesi si installa lentamente la possibilità di un altro destino.
A cambiare il rapporto di Drogo con la Fortezza è soprattutto la scoperta del deserto settentrionale. Il tenente Morel gli mostra ciò che si trova oltre le mura, quel territorio immenso e desolato dal quale, secondo la tradizione del presidio, potrebbero un giorno arrivare i Tartari. Non importa tanto che la minaccia sia reale o che esista una ragione concreta per aspettarla: ciò che conta è che improvvisamente il deserto viene popolato da una possibilità. E quella possibilità comincia a dare forma al desiderio di Drogo. Se dal nord arrivassero davvero i nemici, allora gli anni trascorsi nella Fortezza potrebbero acquisire un significato; la monotonia potrebbe trasformarsi in preparazione, l’isolamento in privilegio, la rinuncia in sacrificio e la vita militare in occasione di gloria. Il giovane ufficiale comincia così a desiderare non tanto ciò che esiste, quanto ciò che potrebbe accadere. È questo il momento nel quale la Fortezza smette di essere soltanto un luogo dal quale fuggire e comincia a diventare un luogo nel quale sperare.
Quando i quattro mesi trascorrono, Drogo scopre con sorpresa di non voler più partire. Nessuno lo ha obbligato a rimanere e nessuna forza esterna gli impedisce di tornare nel mondo. È lui stesso a scegliere la permanenza, e proprio questa libertà rende la sua condizione più inquietante. La Fortezza non è una prigione nel senso tradizionale del termine, perché le sue porte, almeno in linea di principio, possono essere attraversate. È una prigione molto più sottile: quella che si costruisce quando una persona comincia a credere che il luogo nel quale sta sacrificando la propria vita sia precisamente il luogo nel quale, un giorno, la vita potrà finalmente compiersi. Drogo resta perché immagina che andarsene significherebbe rinunciare alla possibilità dell’evento decisivo. E da quel momento il futuro comincia a divorare il presente.
È questa, forse, la vera materia del romanzo. Non l’attesa in sé, ma il potere che l’attesa esercita sull’uomo quando riesce a trasformarsi in una promessa di senso. Drogo non aspetta semplicemente i Tartari: aspetta la giustificazione di tutto ciò che ha scelto di sacrificare. La sua esistenza viene progressivamente subordinata a un avvenire ipotetico che ha la capacità di rendere insignificante ogni presente. La Fortezza gli insegna a considerare la vita come una preparazione, e la preparazione come una forma superiore di vita. Il paradosso è che, mentre egli attende il momento in cui comincerà finalmente a vivere, la vita procede senza aspettarlo.
Attorno a Drogo Buzzati dispone una serie di figure che sembrano rappresentare altrettante possibilità di rapporto con il tempo e con la rinuncia. Il capitano Ortiz, ormai anziano, conosce perfettamente la monotonia della Fortezza e sembra averla incorporata senza più opporle alcuna resistenza; il tenente Angustina rappresenta invece una forma di stoicismo aristocratico, una capacità quasi rituale di affrontare il dolore e il pericolo senza concedere alla paura il dominio della propria dignità; il maggiore Simeoni incarna l’ordine burocratico nella sua forma più rigida, quella per cui la procedura finisce per sostituire qualsiasi interrogazione sul significato delle azioni; il sarto Prosdocimo, con la sua grottesca dichiarazione continuamente rinnovata di voler partire, è forse una delle figure più ironiche del romanzo, perché da quindici anni annuncia una decisione che non prende mai. Ognuno di loro sembra mostrare una diversa modalità di resa al tempo: rassegnarsi, disciplinarsi, obbedire, rimandare. E Drogo, senza accorgersene, finirà per attraversarle tutte.
Il tempo costituisce infatti il vero protagonista invisibile del romanzo. Buzzati non ha bisogno di proclamarne la presenza perché essa si imponga nella struttura stessa della narrazione. Le prime giornate di Drogo alla Fortezza vengono raccontate con un’attenzione minuziosa, quasi ossessiva: ogni incontro, ogni procedura, ogni movimento nello spazio militare assume un peso enorme, perché il protagonista è ancora giovane e il futuro appare smisurato. Più avanti, invece, gli anni si comprimono, le stagioni si susseguono rapidamente, gli uomini invecchiano quasi senza che il lettore abbia il tempo di accorgersene. La sproporzione narrativa non è un semplice espediente tecnico: è la rappresentazione stessa della percezione umana del tempo. Quando la vita è ancora davanti a noi, un giorno sembra poter contenere un’eternità; quando la vita è ormai trascorsa, interi decenni possono ridursi alla consistenza di un ricordo indistinto.
In questo senso il romanzo può essere accostato, con le necessarie cautele, alla sensibilità dell’esistenzialismo europeo. Il rapporto con Heidegger non deve essere trasformato in una derivazione teorica che Buzzati non ha mai programmaticamente rivendicato, ma la consonanza è significativa: ciò che emerge è una rappresentazione dell’esistenza nella quale l’uomo rischia di vivere secondo possibilità che non gli appartengono veramente, lasciandosi determinare da aspettative, convenzioni e promesse collettive. Drogo non è però semplicemente l’uomo «inautentico» che non sa vivere il presente; è qualcosa di più dolorosamente comune. È l’uomo che continua a pensare che la propria vita debba ancora cominciare, che il momento autentico debba arrivare, che l’esperienza presente sia soltanto un passaggio verso un futuro nel quale tutto verrà finalmente spiegato. La sua tragedia nasce dal fatto che questa promessa non ha bisogno di essere falsa per diventare distruttiva: è sufficiente che venga continuamente rimandata.
Anche il rapporto con Kafka appare inevitabile, soprattutto per la presenza di un apparato burocratico che sembra avere dimenticato il motivo originario della propria esistenza. Gli ordini, i regolamenti, i gradi, le procedure, le discussioni interminabili sulla possibilità di un trasferimento o sulla legittimità di una determinata decisione producono un mondo nel quale l’organizzazione è diventata più importante dello scopo. Ma Buzzati introduce nel meccanismo burocratico una componente che in Kafka assume forme differenti: la speranza. I soldati non sono soltanto schiacciati dall’assurdità dell’apparato; in qualche modo vi aderiscono perché credono che proprio quell’apparato potrebbe un giorno condurli all’evento che aspettano. La burocrazia della Fortezza non è dunque soltanto oppressione: è anche una macchina capace di alimentare il desiderio.
La scrittura di Buzzati accompagna questa progressiva rarefazione dell’esistenza con una prosa apparentemente semplice, limpida, sorvegliata, lontanissima dall’enfasi che avrebbe potuto accompagnare una storia tanto simbolica. La sintassi conserva una chiarezza quasi amministrativa, il lessico rimane generalmente medio-alto ma privo di esibizioni ornamentali, le descrizioni tendono a sottrarsi al pittoresco proprio mentre il paesaggio assume un valore sempre più astratto. Nelle revisioni successive al 1945 Buzzati interviene ulteriormente sul testo, alleggerendo alcuni passaggi e riducendo l’insistenza aggettivale, come se avesse progressivamente compreso che la forza della Fortezza non dipendeva dalla quantità di dettagli con cui poteva essere descritta, ma dalla sua capacità di diventare uno spazio mentale. Più il paesaggio perde concretezza, più il lettore può riconoscervi il proprio.
Il successo del romanzo, già percepito nel 1940 da critici come Pancrazi, Cecchi e Borgese, si consolida nel dopoguerra e oltrepassa progressivamente i confini italiani. La fortuna internazionale dell’opera, accompagnata nel tempo da una vasta riflessione critica nella quale avranno un ruolo importante anche studiosi come Claudio Magris, conferma la capacità di Buzzati di costruire una storia profondamente radicata nella cultura italiana e contemporaneamente sottratta a qualsiasi appartenenza geografica precisa. La Fortezza Bastiani potrebbe essere ovunque, così come ovunque potrebbe trovarsi quel deserto nel quale l’uomo continua a cercare un segno, una minaccia, un avvenimento che venga finalmente a dirgli che l’attesa aveva avuto un senso. Nel 1976 Valerio Zurlini trasferisce il romanzo sullo schermo con Il deserto dei Tartari, affidando i ruoli principali a Jacques Perrin, Vittorio Gassman e Max von Sydow e accompagnando le immagini con la musica di Ennio Morricone. Il film, girato in gran parte nell’antica cittadella iraniana di Arg-e Bam, ottiene il David di Donatello e il Nastro d’Argento, contribuendo a consolidare anche nell’immaginario cinematografico la dimensione sospesa e metafisica della storia.
Ma è nel finale che la costruzione di Buzzati raggiunge la propria forma più spietata. Per anni Drogo ha immaginato che l’arrivo dei Tartari avrebbe dato senso alla sua esistenza, trasformando in gloria tutto ciò che aveva perduto: la giovinezza, gli amori mancati, le occasioni rimandate, gli anni consumati nella Fortezza. E quando finalmente l’evento sembra avvicinarsi, quando la possibilità che egli ha atteso per tutta la vita sembra smettere di essere una fantasia e diventare realtà, il destino gli sottrae la possibilità di assistervi. Drogo viene allontanato, ormai malato e debilitato, proprio quando gli altri uomini della Fortezza possono finalmente andare incontro al nemico. La grande occasione arriva dunque nel momento esatto in cui egli non può più prenderne parte. Tutto ciò che aveva immaginato come ricompensa si trasforma nell’ultima e più crudele ironia: il mondo non gli deve il significato che egli gli aveva attribuito.
Eppure sarebbe riduttivo concludere che Drogo sia semplicemente un uomo che ha sprecato la propria vita. Buzzati è troppo sottile per offrire una morale così rassicurante. Non esiste, nel romanzo, un mondo esterno capace di garantire che cosa avrebbe significato vivere davvero. Drogo avrebbe potuto lasciare la Fortezza, certamente, ma non sappiamo se fuori avrebbe trovato quella vita piena che immaginava; avrebbe potuto amare, viaggiare, costruire una carriera diversa, ma nessuna di queste possibilità viene presentata come una salvezza certa. La tragedia non consiste dunque nello scegliere la Fortezza invece della vita, perché la Fortezza è essa stessa una forma di vita. Il problema è più profondo: come sapere, mentre viviamo, se ciò che stiamo facendo è davvero la nostra vita oppure soltanto la sua interminabile preparazione?
La morte di Drogo introduce allora una possibilità inattesa. Nella stanza dell’albergo, lontano dalla Fortezza e dai suoi soldati, privato dell’unica scena che avrebbe dovuto coronare la sua esistenza, egli si trova davanti alla propria solitudine. Non c’è più il deserto, non ci sono i Tartari, non c’è più l’esercito pronto a combattere, non c’è nemmeno la possibilità di rimandare. Tutto ciò che aveva permesso di proiettare il significato verso il futuro viene improvvisamente meno. Resta soltanto un uomo e il tempo che gli rimane. Ed è forse proprio qui che la vicenda di Drogo acquista la sua dimensione più tragica: quando finalmente non può più aspettare nulla, è costretto a confrontarsi con ciò che per tutta la vita aveva evitato, cioè con la propria esistenza sottratta a ogni promessa.
Il deserto dei Tartari non è dunque soltanto il romanzo di un uomo che aspetta un nemico, né semplicemente la rappresentazione allegorica di una vita sprecata nell’attesa. È il romanzo di una seduzione molto più universale e molto più difficile da riconoscere: la seduzione dell’idea che il significato debba ancora arrivare. Drogo continua a vivere come se il presente fosse una stanza d’attesa, come se il vero appuntamento con la propria esistenza fosse sempre fissato qualche giorno, qualche anno, qualche decennio più avanti. La Fortezza diventa potente proprio perché non gli proibisce di andarsene: gli offre una ragione per non farlo. E ciò che all’inizio appare come una rinuncia temporanea diventa lentamente un destino, mentre gli anni trasformano la promessa in abitudine e l’abitudine in identità.
Per questo la Fortezza Bastiani può essere letta come una delle più precise metafore della modernità: un luogo nel quale gli uomini consumano le proprie energie nell’attesa di un evento esterno che dovrebbe conferire valore a ciò che hanno fatto, mentre il tempo, indifferente alla loro speranza, continua a passare. Buzzati non ha bisogno di dirci che la vita è breve; gli basta mostrare come possa diventare lunghissima quando la si guarda da vicino e terribilmente breve quando, ormai trascorsa, la si guarda all’indietro. Il vero deserto non è allora quello che si estende davanti alle mura della Fortezza, e nemmeno quello dal quale potrebbero emergere i Tartari: è lo spazio che si apre tra ciò che abbiamo creduto di vivere e ciò che avremmo potuto vivere, quello scarto irreparabile nel quale il tempo scompare senza fare rumore.
Ed è forse questa la ragione per cui Il deserto dei Tartari, pubblicato nel 1940 e nato da una vicenda apparentemente così lontana dalle nostre esistenze, continua a conservarne una rappresentazione tanto inquietante. Buzzati non ci chiede semplicemente se stiamo aspettando qualcosa; ci costringe a domandarci quanto della nostra vita abbiamo già consegnato a ciò che dovrebbe accadere dopo, a quell’evento che immaginiamo capace di risarcirci, di spiegarci, di dare finalmente un ordine alle rinunce accumulate. La crudeltà del romanzo sta nel suggerire che forse non esiste alcun momento nel quale il futuro venga a restituirci ciò che gli abbiamo affidato. I Tartari possono arrivare oppure no, la gloria può essere reale oppure soltanto una fantasia collettiva, l’occasione può presentarsi oppure passare accanto a noi senza riconoscerci; ma il tempo non aspetta nessuno, e mentre continuiamo a scrutare l’orizzonte per vedere comparire qualcosa, la vita è già accaduta alle nostre spalle.:::
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