mercoledì 14 ottobre 2026

Potrei..

Potrei cominciare da un rumore, e la sedia, con tutto il suo peso di legno e di consuetudine, con quella sua dignità domestica da mobile che ha attraversato indenne le generazioni e le posture, le attese e le rinunce, la lascerei per più tardi, a quando sarà inevitabile sedersi e sostenere lo sguardo di chi attende, quando cioè ogni possibilità di rinvio si sarà consumata come una candela lasciata ardere in una stanza vuota, e non resterà altro che accettare il posto assegnato, il piccolo trono di una rappresentazione alla quale non ricordo più di avere acconsentito, ma dalla quale, per una di quelle oscure complicità che intratteniamo con le nostre stesse disgrazie, non riesco a sottrarmi; un rumore sottile, dunque, appena al di sotto della soglia in cui l'orecchio smette di registrare e comincia a patire, come di un insetto che batta le ali contro il vetro chiuso di una finestra a cui nessuno, da una stagione intera, ha pensato di dare aria, un ronzio minuto e ostinato che non disturba, e proprio per questo disturba più di ogni fragore, perché al fragore si può opporre la fuga, al frastuono l'impazienza, alla deflagrazione persino una specie di sollievo, essendo il rumore violento almeno capace di consumarsi nel proprio eccesso, mentre quel suono quasi inesistente, quella vibrazione da nulla che pare nascere dall'attrito di due particelle dimenticate ai margini dell'universo, insiste con la pazienza dei pensieri che si sono fatti un nido nella testa e rifiutano, con un'ostinazione quasi cortese, di essere dimenticati o scacciati, come ospiti educatissimi che tuttavia non accennano a congedarsi, che si accomodano sempre più profondamente nelle nostre stanze, apprendono le abitudini della casa, riconoscono il rumore dei nostri passi e finiscono per considerare propria perfino la poltrona nella quale ci rifugiamo per non doverli incontrare. E il vetro, intanto, resta chiuso, non perché fuori manchi l'aria, ma perché nessuno possiede più la certezza che aprire una finestra significhi davvero cambiare qualcosa, e perché talvolta l'abitudine alla mancanza di respiro assume la forma di una prudenza, quasi che la stanza, privata da troppo tempo del vento, abbia sviluppato un sistema immunitario contro ogni possibile corrente, contro ogni promessa di movimento, contro quell'irruzione dell'esterno che potrebbe disperdere il pulviscolo e insieme rivelare la sporcizia accumulata sugli oggetti, sulle mensole, negli angoli dove il tempo, indisturbato, deposita le proprie secrezioni. È così, dunque, che mi sento questa sera, nell'ora sospesa che precede l'incontro con i miei lettori, come un ronzio inutile e tuttavia inamovibile nel grande silenzio apparecchiato di un evento che non so più se io abbia davvero voluto, o se piuttosto sia stato voluto da quella parte di me che firma, che promette, che accetta inviti con la leggerezza di chi si illude che il giorno della prova resti per sempre lontano, una parte amministrativa e quasi notarile della mia persona, un piccolo funzionario interno che non partecipa alle conseguenze delle proprie decisioni e che, una volta compilati i moduli, apposte le firme, distribuite le formule di cortesia e impegnato il nome sulla carta, si ritira in qualche ufficio remoto della coscienza, lasciando a me, che di quella coscienza occupo le stanze più esposte e meno riscaldate, il compito di rispondere delle sue imprudenze; e invece il giorno della prova, puntuale come tutte le scadenze che ci siamo scavati da soli, è venuto a bussare con le nocche della sera, con quella discrezione minacciosa delle visite che non hanno bisogno di annunciarsi perché il loro arrivo era già stato previsto, se non dalla ragione almeno dalla parte più vigile della paura, la quale conosce il calendario meglio di noi e non perde occasione per rammentarci che ogni promessa, anche quella pronunciata distrattamente, prima o poi reclama il proprio corpo.

Li immagino già seduti, ordinati nelle file come le lettere di una pagina ancora da comporre, e non hanno facce precise, non più, giacché la memoria, che pure un tempo sapeva distinguere un sopracciglio da un altro, una piega della bocca da un'esitazione dello sguardo, il modo in cui una mano si posava sul ginocchio o si tormentava il bordo di una manica, li ha ridotti a un insieme di tratti che si confondono e si sovrappongono come parole cancellate e riscritte troppe volte sulla stessa riga, finché la carta, esausta di correzioni, mostra in trasparenza tutte le versioni di sé che ha dovuto ospitare, tutte le possibilità che una mano impaziente ha sacrificato alla successiva, tutti i tentativi di precisione che hanno finito per compromettere la leggibilità del disegno originario; alcuni mi appaiono più giovani di quanto dovrebbero, con la freschezza indebita di chi non ha ancora pagato per ciò che legge, con quell'aria di innocenza che appartiene a chi può ancora permettersi di credere che un libro sia soltanto un libro e che la voce di un autore, quando si leva dalla pagina, non nasconda dietro la propria eleganza un'intera economia di sottrazioni, di fallimenti, di desideri rimasti senza impiego; altri più vecchi di quanto ricordassi, come se gli anni trascorsi dall'ultima volta li avessero accumulati tutti insieme sulle spalle in un sol colpo, senza concedere loro il beneficio di una graduale trasformazione, e li avessero consegnati alla sala con quella stanchezza solenne che si assume quando si è smesso di aspettarsi dal tempo una qualunque forma di giustizia. Qualcuno porta ancora, mi sembra, il riflesso di un entusiasmo remoto, una specie di luce residua che non riesce a spegnersi del tutto, come accade alle finestre delle case abbandonate quando il tramonto, per un momento, restituisce loro l'apparenza di essere abitate; qualcun altro, invece, ha negli occhi una cautela nuova, una diffidenza che non so se attribuire alle mie pagine o alla vita, se sia nata dal sospetto nei confronti di ciò che scrivo oppure dalla scoperta, più dolorosa, che la lettura non protegge nessuno dalle cose che accadono fuori dai libri. E tutti, nondimeno, conservano negli occhi quel medesimo riflesso, quella fame antica e pudica di chi aspetta che un autore gli restituisca, magari per distrazione, magari per sbaglio, una briciola di verità caduta dalla mensa, sapendo benissimo, e tuttavia sperando contro ogni sapere, che le briciole di un uomo che scrive siano il pane più vero che egli possa offrire, perché il pane intero, quello che viene presentato con la solennità delle opere compiute e delle verità dichiarate, appartiene quasi sempre alle tavole apparecchiate per le celebrazioni, mentre la briciola conserva ancora la forma dell'incidente, la traccia della mano che l'ha spezzata, l'impronta di una distrazione attraverso cui il nutrimento si sottrae alla cerimonia e torna a essere qualcosa di necessario.

Io di verità non ne ho più, o per meglio dire ne ho troppe, un'eccedenza sconveniente e indisciplinata, una proliferazione di piccole verità incompatibili che si azzuffano dentro di me con la rumorosa petulanza di parenti convocati per un'eredità e incapaci di accordarsi perfino sulla proprietà di un cucchiaio, e nessuna di esse adatta a un pubblico, nessuna che possa essere portata in sala senza sporcare il tappeto o far arrossire le signore della prima fila, senza provocare quel silenzio particolare che non è attenzione ma disagio, quel vuoto improvviso in cui ciascuno cerca una postura decorosa per il proprio imbarazzo e si domanda se sia ancora consentito ridere, se sia meglio fingere di non avere compreso, se l'autore stia parlando sul serio o se, come al solito, abbia deciso di rovesciare la tavola proprio quando tutti si erano finalmente accomodati. E così le ho sparse nel tempo, dimenticate dove capitava, lanciate come pezzi di pane secco agli uccelli di un parco che ormai nessuno frequenta più, dove le panchine si sono coperte di muschio e i viali di un silenzio fogliame, dove le pozzanghere conservano per giorni il riflesso di rami spogli e di nuvole basse, dove i cestini traboccano di foglie marce e i lampioni, al crepuscolo, sembrano accendersi per abitudine più che per illuminare qualcosa, e dove i piccioni, ricordando vagamente l'abbondanza di un'altra epoca, continuano a guardare in alto, verso le mani che non lanciano più nulla, con quella fedeltà animale che non distingue fra la generosità e il gesto distratto, fra il nutrimento e la promessa del nutrimento. Forse anch'io, per molto tempo, ho creduto di poter vivere in quel parco, di distribuire qua e là le mie briciole senza dovermi interrogare sulla fame di chi le raccoglieva, di affidare al vento le frasi che non riuscivo più a sopportare e di chiamare libertà quella dispersione, come se lasciare cadere le cose significasse davvero liberarsene e non, piuttosto, trasformarle in una moltitudine di piccoli debiti che continuano a seguirci senza farsi riconoscere.

Eppure loro sono lì, e questo basta a convertire la mia riluttanza in una specie di vertigine, perché li sento respirare, tutti insieme, con quel respiro collettivo che ha il ritmo largo di una marea e l'indiscrezione di un'intimità condivisa tra sconosciuti, un respiro che non appartiene a nessuno e che tuttavia sembra chiedere conto a me di ogni parola che ancora non ho pronunciato, come se l'aria stessa, passando attraverso i loro corpi, si fosse caricata di un'aspettativa che ora mi viene restituita sotto forma di pressione, di calore, di un impercettibile movimento delle tende; li riconosco dalle pause che fanno quando non sanno se ridere o tacere, se scandalizzarsi o applaudire, esitazione fine e quasi liturgica che è la stessa identica che provo io quando scrivo, in quell'istante di sospensione tra la parola detta e quella che non dovrei dire, la quale, premendo alle porte della frase con la forza di tutto ciò che è stato represso, finisce quasi sempre per entrare, e per sedersi, e per fare di me un ospite nella mia stessa pagina. Non c'è dunque una voce che governa e una materia che obbedisce, come vorrebbe la rassicurante mitologia dell'autore padrone dei propri strumenti, ma un continuo scambio di residenze, un'usurpazione reciproca in cui ciò che credevo di avere scritto comincia a scrivermi, ciò che pensavo di avere escluso ritorna a occupare il centro della scena e ciò che avevo considerato un errore si presenta, a distanza di anni, con la prepotenza di una rivelazione, reclamando non soltanto il diritto di essere letto, ma anche quello, assai più irritante, di essere riconosciuto come l'unico elemento che abbia davvero mantenuto in vita il testo. La frase, quando si comporta così, non è più una strada che percorro per arrivare da qualche parte, ma una casa nella quale entro credendo di conoscerne le stanze e dalla quale, dopo avere attraversato corridoi che non ricordavo, mi ritrovo espulso da una porta che non avevo mai visto, con le tasche piene di oggetti che non mi appartengono e la sensazione di avere lasciato dietro di me qualcuno che porta il mio nome.

Sono venuti per quello, del resto, per quel genere preciso di inciampo, perché i lettori, i miei lettori almeno, amano il momento in cui scivolo, amano quando la frase perde il controllo di sé e rotola giù per la china della sintassi trascinando con sé aggettivi e pudori, quando la scena si apre più di quanto sarebbe prudente, quando il corpo che stava dietro le parole, fin lì accuratamente nascosto dalle tende del periodo, si lascia intravedere nella fessura tra due virgole, ed essi, disciplinatissimi nel loro voyeurismo, ben educati nella loro fame, si fingono indignati con la stessa sapiente misura con cui un tempo i bigotti si fingevano distratti davanti ai quadri troppo nudi, abbassando gli occhi proprio nell'istante in cui il loro sguardo si fa più attento, concedendosi il lusso di una riprovazione che non impedisce affatto il godimento ma, al contrario, lo rende più raffinato, più segreto, più degno di essere custodito nella memoria. Sanno che la mia prudenza è una forma di invito, che ogni avvertimento contiene una promessa, che il pudore esibito con troppa cura finisce per assomigliare alla veste di chi vuole essere spogliato, e sanno anche che non esiste trasgressione più facilmente addomesticabile di quella che si presenta già accompagnata dalla propria giustificazione, con tanto di nota a margine e di certificato d'innocenza; per questo aspettano, pazienti come spettatori che abbiano già pagato il biglietto e non intendano rinunciare allo spettacolo, il momento in cui la mia lingua, stanca di sorvegliare se stessa, si concede una libertà che subito dopo cercherà di smentire, il punto esatto in cui la scrittura smette di fingersi un esercizio dell'intelligenza e lascia intravedere, attraverso la trama accurata delle proprie costruzioni, la materia più elementare e meno presentabile di cui è fatta.

Dietro le frasche, sul prato, qualcuno ride, e la risata che mi giunge attraverso il fogliame ha poco della gaiezza che ci si aspetterebbe da un pomeriggio d'erba e di sole, trattandosi piuttosto di un gemito spezzato, di un suono ambiguo in cui il piacere e la resa si mescolano fino a perdere ciascuno il proprio nome, come due fiumi che si incontrano e, nel punto della confluenza, non sanno più quale acqua venga da dove, quale torbida corrente abbia portato con sé il limo e quale, invece, la freschezza di una sorgente ancora nascosta fra le pietre; e la risata, prolungandosi per qualche istante, sembra attraversare il prato come una corrente d'aria che scuota le erbe senza riuscire a piegarle tutte nella medesima direzione, lasciando qua e là piccole increspature, disordini minimi, segni di una presenza che non si lascia ricondurre a un disegno preciso. Li vedo, ora, non bene, attraverso la grata mobile delle foglie, ma abbastanza da comprendere che la scena è quella di sempre, la scena archetipica e stanca che ogni stagione rinnova con attori diversi e identico copione, con la solennità inconsapevole delle cerimonie che nessuno ricorda di avere istituito e che tuttavia continuano a essere celebrate, come se il corpo, prima ancora della parola, conservasse nei propri movimenti una memoria più antica di qualsiasi morale: due corpi in tensione, uno che domina e uno che si lascia fare, fino al preciso momento in cui, per un movimento improvviso dell'anca o del destino, le parti si ribaltano e il sottomesso si scopre sovrano, e il sovrano, colto alla sprovvista dalla propria caduta, impara in un lampo la lingua dell'altro; il classico colpo gobbo, insomma, la rivincita covata nel silenzio delle posizioni sfavorevoli, il piacere improvviso e quasi sfacciato di chi era sotto e ora comanda, e comanda con la ferocia innocente dei neofiti del potere, con l'entusiasmo scomposto di chi non ha ancora imparato che ogni dominio porta con sé la propria scadenza e che la vittoria, nel momento stesso in cui si proclama, comincia a elaborare la forma della propria perdita.

La scena non ha bisogno di essere compresa fino in fondo, forse, perché il suo significato non si trova nei gesti isolati ma nell'intervallo che li separa, nel modo in cui una schiena si irrigidisce e poi cede, in cui una mano abbandona per un momento la propria sicurezza e si ritrova a cercare un appiglio, in cui il riso di chi prevale si incrina davanti alla possibilità di non essere più riconosciuto come vincitore; tutto accade con una naturalezza che ha qualcosa di crudele, perché la natura non si preoccupa di giustificare le proprie inversioni e non si sente obbligata a distribuire equamente il piacere, la vergogna, la forza o la paura, mentre noi, che abbiamo inventato il linguaggio per mettere ordine nelle cose e la morale per fingere che quell'ordine ci appartenga, continuiamo a cercare nei corpi una gerarchia stabile, un sistema di posizioni che ci risparmi l'umiliazione di scoprire quanto poco duri ogni certezza. È strano, e un poco vertiginoso, constatare come tutto si ripeta, come il mondo, in ogni suo angolo, sembri incapace di inventare un gesto che non sia già stato fatto, e come perfino tra me e i miei lettori l'intreccio obbedisca a questa stessa geometria dell'alternanza, per cui io scrivo e loro si lasciano prendere, si abbandonano alla corrente della frase con una fiducia che mi commuove e mi spaventa, come se la pagina fosse un corso d'acqua di cui avessero misurato la profondità prima di entrarvi, e poi, a un certo punto, senza preavviso e senza spiegazioni, mi sfuggono, mi voltano le spalle con quel rigore teatrale che si riserva agli amanti traditi, dichiarano finita la partita e se ne vanno cercando altrove, in altre librerie e in altre voci, un'ebbrezza meno compromettente, una lingua che non li costringa a riconoscersi nel momento stesso in cui credono di giudicare qualcun altro; ma non passa molto tempo, giusto quello che occorre perché la ferita smetta di bruciare e cominci a prudere, che già tornano, curiosi, eccitati, quasi trafelati, attratti dalla stessa identica storia che giuravano di non voler più leggere e che ora divorano con l'avidità di chi ha digiunato per puntiglio, di chi ha trasformato la privazione in un principio e il principio in una scusa per prolungare il digiuno fino al punto in cui il cibo, ricomparendo, assume il valore di una tentazione irresistibile.

È un gioco stanco e necessario, una dipendenza reciproca intessuta di fughe e di ritorni, un balletto di congedi mai conclusi in cui ciascuno recita la propria parte con la consapevolezza amara che l'altro la conosce a memoria, e in cui io, come autore, non posso smettere perché smettere sarebbe tacere, e tacere sarebbe una forma di morte più lenta e più sgradevole di quella ordinaria, una morte senza cerimonia, senza l'ultima parola, senza nemmeno il conforto di sapere che qualcuno ha assistito al nostro spegnimento e può attestare che il silenzio è cominciato in un momento preciso; mentre loro, come lettori, non possono davvero andare via, trattenuti da un filo invisibile che attraversa l'aria della sala e si lega, attraverso la gola, all'altro capo della mia penna, un filo che nessuno vede e che nessuno osa tagliare perché ciascuno sospetta, nel fondo della propria diffidenza, che dall'altra parte non ci sia soltanto l'altro ma anche una parte di sé, un residuo di desiderio che ha imparato a sopravvivere proprio attraverso l'oggetto che lo delude. Ci osserviamo da lontano, io dal mio foglio, loro dal prato, come i custodi di due rive opposte di un fiume che nessuno dei due ha scavato e che tutti e due, con ogni parola scambiata o taciuta, continuiamo ad allargare, e il mio foglio è bianco soltanto in apparenza, di un biancore ingannevole e quasi cortigiano, perché sotto la superficie liscia delle parole che ho il coraggio di lasciare si muove un mondo intero e brulicante di frasi scartate, di pensieri taciuti, di immagini troppo vive per sopportare l'inchiostro, un sottobosco di sillabe sommerse in cui fermentano, come in una cantina senza luce, tutte le cose che avrei potuto dire e che il buon gusto, o la paura, o forse soltanto la stanchezza, mi hanno impedito di pronunciare. E in quella cantina, dove le parole non si presentano ancora sotto la forma decorosa che la pagina esige, i pensieri si accumulano senza rispettare alcuna gerarchia, si mescolano, si contaminano, si trasformano lentamente in una sostanza torbida che non ha più il colore di ciò da cui proviene, e dalla quale ogni tanto emerge una frase, una sola, lucida e sgradevole come un utensile dimenticato nel fango, che mi costringe a domandarmi se scrivere significhi davvero scegliere le parole oppure limitarsi a impedire, con mezzi sempre più precari, che esse prendano tutte insieme la parola al posto nostro.

È di là che mi viene il disagio, da quella voce sotterranea che un tempo mi obbediva con la docilità di un cane da riporto e che oggi, emancipata, mi contraddice a ogni riga, perché scrivo una frase e lei, la voce, la rovescia con un gesto di sprezzante eleganza, come si rovescia un bicchiere sul tavolo di un nemico, non per sete né per distrazione, ma per dimostrare che nessun oggetto può restare al proprio posto quando la volontà di disordine ha deciso di manifestarsi; scrivo «mi mancate», e lei sussurra «mi annoiate»; scrivo «vi amo», e lei ride, mi sputacchia addosso semi invisibili, minuscoli e insolenti, simili a quelli dei due là dietro, laggiù nell'ombra tiepida delle frasche, che si prendono e si puniscono con la medesima grazia brutale, con la medesima cerimoniosa crudeltà di chi sa che il possesso, in amore come in letteratura, è sempre un malinteso destinato a prolungarsi, perché nessuno possiede davvero ciò che crede di trattenere e tuttavia nessuno rinuncia volentieri alla finzione che rende sopportabile la vicinanza. Quella voce non si limita a contraddirmi, del resto, ma sembra conoscere in anticipo il punto esatto in cui la mia frase si farà più vulnerabile, il luogo in cui la sua costruzione, fino a quel momento solida e quasi monumentale, lascerà intravedere una crepa attraverso la quale infiltrare il dubbio, e allora basta un aggettivo, una congiunzione, una pausa collocata nel punto sbagliato perché l'intero periodo perda la propria compostezza e cominci a oscillare, come un palazzo costruito su fondamenta che nessuno ha mai controllato. Forse è questo che chiamo stile, quando non voglio confessare di non avere più alcun controllo sulla materia che adopero: la maniera con cui la mia voce sotterranea riesce a sabotare la voce ufficiale, la sua abilità nel trasformare una dichiarazione in una domanda, una promessa in un sospetto, un gesto di generosità in un atto di vanità, fino a lasciare il lettore davanti a una frase che non può più essere accettata alla lettera e che tuttavia non offre alcuna interpretazione alternativa abbastanza rassicurante da sostituirla.

Forse è per questo che li amo, i miei lettori, con un amore storto e infiammabile in cui la tenerezza si ammanta di rancore e il rancore, a sua volta, si veste di tenerezza, perché essi rappresentano esattamente ciò che di me non riesco più a confessare, la parte rimossa e tuttavia ancora calda del mio carattere, il residuo organico di un io che la scrittura ha cercato per anni di raffinare fino all'astrazione e che continua, ostinato, a fare la cronaca dei propri umori, a registrare ogni variazione di temperatura come se dal termometro potesse emergere la spiegazione di un'intera esistenza; sono la mia controparte fisica, lo specchio carnale in cui la mia mente, per tutto il resto così altera e così sola, può finalmente riconoscersi mortale, io la mente, loro il corpo, io la voce che si leva e si dilegua, loro il respiro che la accoglie e la trattiene, e fra queste due metà, che si cercano e si respingono come i poli di una calamita troppo antica, si estende il campo magnetico dentro cui ogni libro ha trovato, finora, il proprio fragile diritto di esistere. Non so se questo diritto provenga dalla loro attenzione o dalla mia ostinazione, se il libro viva perché qualcuno lo legge oppure se il lettore, nel momento in cui lo apre, non faccia altro che prestare per qualche tempo il proprio corpo a qualcosa che già esiste e che senza di lui continuerebbe a esistere in una condizione di sonno, simile a quella degli oggetti lasciati per anni dentro una stanza chiusa, ancora presenti e tuttavia privati di ogni possibilità di essere riconosciuti; ma so che quando la pagina incontra uno sguardo, quando una frase attraversa la distanza che separa due persone senza annullarla, qualcosa accade, qualcosa che non coincide né con l'intenzione di chi scrive né con la comprensione di chi legge, e che proprio per questo resiste alle spiegazioni, come una scintilla che si sprigiona dal contatto fra due metalli e subito si consuma senza lasciare traccia del proprio passaggio. Forse ogni libro è soltanto questo, un breve fenomeno di combustione, una combustione che non illumina necessariamente la stanza e che talvolta produce più fumo che luce, ma che per un istante rende visibile la forma delle mani impegnate a proteggere la fiamma, le dita che tremano, il volto di chi si avvicina e quello di chi, spaventato dal calore, arretra senza riuscire a distogliere lo sguardo.

E quando si eccitano leggendo, sì, lo so che accade, e lo so con quella precisione serena e un poco rassegnata con cui si sanno le cose di cui nessuno parla, e non mi scandalizzo, anzi, ne ricavo una oscura consolazione di mestiere, ebbene quando si eccitano è perché avvertono, dentro quelle parole levigate e vigilate, il sangue che ho tentato di nascondere, il battito sordo e febbrile che le frasi più composte non riescono a mettere a tacere, come non riescono le tende pesanti di una camera da letto a trattenere del tutto il lume della lampada accesa dietro di esse, lasciando filtrare lungo gli orli, sotto la stoffa, fra una piega e l'altra, un chiarore che non rivela la scena ma ne denuncia la presenza. Non è la descrizione a provocare necessariamente il desiderio, né la nudità, né la precisione con cui un corpo viene consegnato allo sguardo, perché il desiderio, quando si presenta nella sua forma più autentica, sembra nutrirsi soprattutto di ciò che manca, di quello scarto fra l'immagine offerta e l'immagine trattenuta, fra ciò che la frase dichiara e ciò che la sua architettura lascia intuire, e i miei lettori, che in materia di omissioni sono assai meno ingenui di quanto amino sembrare, sanno riconoscere il punto in cui una parola, pur senza nominare nulla di proibito, comincia a vibrare di una presenza che non riesce più a contenere. Il loro corpo risponde dove la mente finge di discutere, la fantasia si incarica di completare ciò che la pagina lascia incompiuto, e la lettura, da esercizio apparentemente quieto, diventa una faccenda privata e quasi clandestina, un colloquio nel quale l'autore non è presente e tuttavia viene convocato come testimone, imputato, complice, talvolta persino come l'oggetto di un desiderio che non gli appartiene e che nondimeno porta, come un odore rimasto sui vestiti, qualcosa della sua provenienza. Io non ho mai saputo se questa reazione mi renda più potente o più ridicolo, se debba considerarla una prova della vitalità delle mie parole o l'ennesima dimostrazione che la scrittura, una volta uscita dalle mani di chi l'ha prodotta, si trasforma in una sostanza estranea che ciascuno manipola secondo le proprie necessità, le proprie fantasie, le proprie miserie; so soltanto che quando accade avverto, dietro l'apparente compostezza della sala, un movimento segreto, una corrente che passa da un corpo all'altro e che non obbedisce a nessuna delle regole con cui vorremmo governare l'incontro fra una pagina e chi la legge.

Ogni tanto qualcuno di loro, il più coraggioso o il più ingenuo, il che in questa materia è spesso la medesima persona, mi scrive, e le lettere arrivano con quella calligrafia mentale che anche l'email più sbrigativa conserva, con il loro carico di esitazioni nascoste sotto la rapidità delle frasi, di domande formulate per non dover pronunciare quella vera, di complimenti che cercano di mascherare un rimprovero e di rimproveri che, a loro volta, non riescono a liberarsi del tutto dalla gratitudine; e mi dice, con un'asprezza che somiglia tanto alla tenerezza, «non capisco se ti stai prendendo gioco di noi o di te stesso», ed io rispondo sempre, con la prontezza di un duellante allenato, «di entrambi», pronunciando la risposta come un colpo di fioretto elegante e inoffensivo, una stoccata destinata più a ristabilire le distanze che a ferire davvero, perché l'ironia, quando è praticata a lungo, diventa una specie di scherma difensiva, una tecnica che consente di restare al riparo proprio mentre si finge di esporsi, di mostrare la lama e subito dopo nasconderla nella manica, lasciando all'avversario il dubbio che il colpo sia arrivato oppure no. Ma sappiamo tutti e due, io che scrivo e lui che legge, che si tratta di una risposta di comodo, di una mezza verità abbigliata da aforisma, una piccola costruzione di eleganza che mi permette di sottrarmi alla domanda senza confessare di averla sentita arrivare da molto lontano; giacché la realtà, quella che mi guardo bene dal mettere per iscritto, è che da tempo non so più distinguere il punto in cui finisce la mia ironia da quello in cui comincia la mia disperazione, le due regioni avendo fatto lega come due metalli sciolti nello stesso crogiolo, e la lega che ne risulta, lucida e leggermente velenosa, essendo diventata il materiale di cui si compone la mia voce. Talvolta penso che l'ironia sia stata, per me, il modo più efficace di non chiedere aiuto, la forma più sofisticata con cui trasformare una richiesta in un gioco e un dolore in un oggetto di conversazione, perché nessuno è obbligato a rispondere seriamente a una battuta, e chi viene colpito può sempre rifugiarsi nella comoda supposizione che non fosse quella l'intenzione; ma la disperazione, che non possiede il senso della misura e non rispetta le convenzioni della conversazione, continua a filtrare attraverso le giunture della battuta, ne altera il tono, ne corrode la superficie, e finisce per rivelare che il sorriso con cui mi presento davanti ai lettori non è necessariamente il segno di una distanza conquistata, ma può essere soltanto la smorfia di chi ha imparato a convivere con una domanda senza trovare il coraggio di formularla.

E allora torno a guardare, perché guardare è l'unico modo in cui riesco ancora a stare con le cose senza ferirle, l'unico gesto che mi consenta di avvicinarmi senza dover subito trasformare ciò che vedo in una sentenza, in una definizione, in una frase che pretende di avere l'ultima parola; e sul prato la scena continua il proprio corso con la placidità inesorabile dei fenomeni naturali, con la tranquilla indifferenza di un cielo che non distingue fra la resa e il trionfo, fra la carezza e la presa, fra il gesto che promette e quello che mantiene: il vinto di prima, adesso, ride, tutto impastato di terra e di sudore, coronato di fili d'erba come un piccolo sovrano di una monarchia ridicola e felice, mentre l'altro, il vincitore momentaneo, si allontana di qualche passo con l'andatura incerta di chi non sa se ha davvero vinto o se ha soltanto, per un istante, smesso di perdere, e porta addosso quell'aria vagamente smarrita dei trionfatori che scoprono troppo tardi quanto sia grande la solitudine del podio, quanto sia difficile abitare la posizione che si è tanto desiderata quando finalmente non rimane più nessuno contro cui difenderla. Il primo sembra avere dimenticato la propria sconfitta, o forse l'ha trasformata in una specie di possesso, in una memoria privata che nessun altro può sottrargli, mentre il secondo si guarda intorno come se cercasse un pubblico che certifichi il suo successo, un testimone che gli restituisca, attraverso lo sguardo, la certezza di essere stato davvero vincitore; e mi domando se non sia questa la differenza fondamentale fra chi ha imparato a perdere e chi ha soltanto imparato a vincere, perché il primo può portare con sé la propria caduta come una cicatrice che non richiede spiegazioni, mentre il secondo resta esposto al bisogno continuo di conferme, alla necessità di ripetere il gesto, di ricostruire la scena, di convocare ancora una volta qualcuno che assista al suo trionfo e gli assicuri che il mondo non ha già cominciato a dimenticarlo.

È così anche con la scrittura, ed è questa la scoperta amara che ogni anno ripeto a me stesso con la meraviglia di un bambino, come se la ripetizione potesse restituirmi il carattere di una rivelazione e impedire alla verità di trasformarsi in una consuetudine: ogni volta che credo di aver detto tutto, di aver finalmente chiuso il conto con me e con il mondo, mi accorgo di non aver fatto altro che cambiare posizione, scivolare con una torsione appena percettibile da sopra a sotto, da chi comanda a chi implora, da chi dispone dei vocaboli a chi dai vocaboli viene disposto, e il libro che mi pareva una conquista si rivela un semplice mutamento di postura nella medesima, interminabile lotta di cui io sono, a turno, l'arbitro e la posta. Ogni pagina conclusa mi appare dapprima come un territorio sottratto al caos, una regione in cui le cose hanno finalmente trovato una collocazione, un luogo nel quale la frase obbedisce al proprio disegno e il pensiero, dopo avere vagato a lungo fra le rovine della propria confusione, sembra essersi deciso a prendere una forma riconoscibile; ma basta che torni a leggerla, che mi avvicini alla sua superficie con l'occhio sospettoso di chi non crede più alle proprie dichiarazioni, perché il territorio cominci a franare, i confini si spostino, le parole si ribellino alla funzione assegnata e l'intero edificio riveli di essere stato costruito non sulla certezza, ma sull'equilibrio precario di forze che continuano a combattersi al suo interno. Non esiste, per quanto mi riguarda, un momento in cui la scrittura possa dichiararsi definitivamente vittoriosa, perché ogni vittoria coincide con l'apparizione di un nuovo limite, ogni soluzione produce un'altra domanda, ogni frase che sembra aver raggiunto il proprio compimento lascia dietro di sé un resto che non si lascia assimilare e che, proprio per questo, torna a reclamare attenzione; e forse è questa la ragione per cui continuo a scrivere, non perché abbia qualcosa da dire che meriti di essere ascoltato, ma perché ogni volta che tento di concludere scopro che la conclusione è soltanto un'altra forma dell'inizio, un modo più raffinato di rimandare la resa, una nuova posizione da cui ricominciare a perdere.

In sala qualcuno tossisce, un suono banale, domestico, la cosa più ordinaria che possa accadere in una sera d'autunno quando l'aria si fa umida e la gola reclama un po' di miele, eppure basta quel piccolo spasmo catarroso, quel frammento di fragilità emesso nel buio, a risvegliare in me una tenerezza inaspettata e quasi imbarazzante, la tenerezza che si prova davanti alle cose vive che non sanno di essere osservate, davanti a un corpo che per un istante si sottrae alla rappresentazione e torna a essere soltanto un corpo, con le sue secrezioni, le sue imperfezioni, i suoi bisogni tanto elementari da risultare quasi scandalosi dopo tutte le eleganze con cui abbiamo cercato di rivestire la nostra presenza nel mondo; e mi rendo conto, con l'improvvisa lucidità che talvolta concedono le interruzioni, che per quanto io li disprezzi, e li disprezzo con una frequenza che dovrebbe convincermi dell'esistenza di un sentimento ben più profondo, quei lettori sono l'unico pubblico che mi resti. Amici ne ho avuti, e li ho lasciati andare uno dopo l'altro come si lasciano cadere le foglie dal ramo che ormai non le sostiene, non sempre per cattiveria, non sempre per scelta, talvolta semplicemente perché il tempo, che non ha alcun rispetto per i patti stipulati nella giovinezza, ci ha spostati in direzioni così diverse da rendere ogni incontro una ricostruzione faticosa di ciò che non siamo più; amanti ne ho conosciuti, e la loro memoria si è dissolta nella nebbia dei profumi e delle stanze, nelle tende che trattenevano il calore, nei corridoi percorsi a piedi nudi, nelle promesse pronunciate con una serietà che la mattina successiva aveva già cominciato a erodere; rivali, infine, ne ho sfidati, e i duelli si sono conclusi nell'indifferenza reciproca degli sconfitti, perché anche la rivalità, quando perde il proprio oggetto, si trasforma in una faccenda amministrativa, in una vecchia pratica che nessuno sente più il bisogno di riaprire. Mi restano loro, i lettori, categoria vaga e solenne che non ha bisogno di biografie, e anche se non li conosco, anche se li temo con quel timore reverenziale che è l'esatto contrario del rispetto, ho bisogno di loro come si ha bisogno di un testimone per i propri fallimenti, di qualcuno che, con la sola presenza, certifichi che il crollo è avvenuto davvero e che non lo abbiamo sognato nel cuore della notte. Non mi occorre che comprendano tutto, né che condividano le mie ragioni, né che sappiano distinguere con precisione il punto in cui una mia scelta si trasforma in un errore, mi basta che siano presenti, che il loro sguardo non si ritiri completamente proprio nel momento in cui la mia voce perde sicurezza, che qualcuno rimanga seduto abbastanza a lungo da permettermi di riconoscere nel suo silenzio non una condanna ma la semplice constatazione che siamo ancora qui, entrambi esposti alla stessa insufficienza.

Ogni scrittore ha un pubblico ideale, dicono, un lettore immaginario e docile che lo comprende prima ancora che egli apra bocca e che applaude le sue sottigliezze con la discrezione di una macchina ben oliata, un essere perfetto che non interrompe, non fraintende, non si distrae, non si alza per controllare il telefono, non si lascia sfuggire una risata nel punto sbagliato, non pretende che la frase venga spiegata e non domanda mai all'autore di essere diverso da ciò che ha deciso di essere; e a me, invece, l'ideale è stato negato, a me è toccato in sorte un pubblico reale, fatto di carne tiepida e di sguardi imperfetti, di persone che arrivano con le proprie stanchezze, i propri pregiudizi, le proprie attese mal formulate, le esperienze che non hanno voglia di raccontare e le ferite che cercano nella pagina una forma di riconoscimento, ed è una condizione terribile, e al tempo stesso, ora lo capisco, l'unica che renda la scrittura un atto e non un'ipotesi. Il lettore ideale non ha bisogno di me, perché è già costruito secondo la misura della mia voce, è una proiezione della mia volontà, un doppio educato che restituisce alla pagina soltanto ciò che la pagina ha deciso di mettere in lui; quello reale, invece, mi oppone una resistenza, introduce nel testo un elemento di disordine che non posso prevedere e che, proprio per questo, mi costringe a riconoscere l'esistenza di qualcosa che non coincide con le mie intenzioni. Nei loro occhi non trovo la limpidezza di un'idealità consolante, vi leggo curiosità, e morbosità, e talvolta una pietà che somiglia a un graffio, e tuttavia è proprio quella pietà, fastidiosa e vischiosa come un balsamo da farmacia, a tenermi in vita, perché quando mi vedono vacillare, quando intuiscono con quel loro fiuto da animali domestici che sto per mollare, ecco, è proprio in quel momento che li sento più presenti, più vicini, quasi che il mio cedimento aprisse in loro una porta che l'ammirazione aveva tenuto serrata e permettesse finalmente al loro lato umano di affacciarsi sulla soglia e guardare. L'ammirazione, del resto, è una forma di distanza che si traveste da vicinanza, una maniera elegante di tenere l'altro al riparo dalle proprie contraddizioni, di collocarlo sopra un piedistallo dal quale non può più scendere senza compromettere la statua che gli è stata assegnata; la pietà, invece, pur con tutta la sua ambiguità, restituisce il corpo alla sua vulnerabilità, rende possibile un incontro che non abbia bisogno di fingere l'uguaglianza delle forze, perché chi guarda e chi è guardato, almeno per un istante, riconoscono di appartenere alla stessa famiglia di creature destinate a cedere.

«Quasi getto la spugna», dico allora, e lo dico con la voce di chi recita la propria resa davanti a uno specchio, misurando l'effetto, valutando il modo in cui la frase si deposita nella sala, se arriva fino all'ultima fila oppure si perde prima, se suscita un movimento di inquietudine o se viene accolta come una delle mie consuete schermaglie, una trovata che il pubblico conosce già e che tuttavia continua ad aspettare perché la ripetizione, quando viene praticata con una certa grazia, può trasformarsi in una specie di rituale; e loro sorridono, felici, soddisfatti, appagati come i frequentatori di un teatro che hanno finalmente visto comparire l'atto che attendevano, quello del perdente che si concede, ma con classe, con quella grazia obliqua che solo i vinti consapevoli sanno impartire alle proprie capitolazioni. Non è la resa a interessarli, mi pare, ma il suo indugio, la possibilità che il gesto venga compiuto senza essere davvero portato a termine, che la mano si avvicini al bordo della spugna e si arresti prima di lasciarla cadere, che la voce pronunci la parola della fine mantenendo tuttavia, nella propria inflessione, una minuscola riserva di resistenza; desiderano assistere a un abbandono che non li privi dell'oggetto del loro desiderio, a una capitolazione che si mantenga abbastanza incompleta da poter essere revocata, a una sconfitta che continui a produrre movimento, parole, nuove occasioni di incontro. Quasi: ecco la parola che li eccita più di qualunque pornografia letteraria, più di ogni descrizione minuziosa e oltraggiosa che io potessi consegnare loro in una notte di cattivi consigli, perché «quasi» è la promessa che non si mantiene, il rinvio infinito dell'abbandono, il punto esatto, matematico e sfuggente, in cui l'autore resta sospeso a mezz'aria, né morto né vivo, appeso al filo di un avverbio come un acrobata sopra una platea in apnea, irresistibilmente interessante per il solo fatto di non aver ancora deciso, e quindi di poter ancora, da un momento all'altro, cadere. Il quasi conserva aperta la ferita della possibilità, permette a ogni gesto di rimanere incompiuto e a ogni conclusione di presentarsi sotto le spoglie di una minaccia, perché ciò che non accade continua a esercitare la propria pressione su ciò che accade, come l'ombra di un oggetto che non vediamo ma che sappiamo trovarsi dietro di noi; e forse è per questo che la letteratura, quando rinuncia alla pretesa di essere una risposta, acquista una forza che le risposte non possiedono, perché non chiude la porta, non cancella il corridoio, non finge che oltre la frase non esista altro, ma lascia il lettore nel punto in cui il desiderio si fa più acuto proprio perché non può ancora trasformarsi in possesso.

E allora mi riprendo, mi riprendo con quel gesto ampio e quasi cerimoniale con cui si rialza il capo dopo un lungo raccoglimento, come se stessi tornando da un luogo remoto in cui ho trascorso troppo tempo a interrogare le ombre, e nel rialzarmi avessi deciso di accettare, almeno per questa sera, la modesta evidenza delle cose presenti; riprendo la sedia, che finalmente mi accoglie con la sua sagoma di legno e di abitudine, con il suo scricchiolio di vecchio complice, con la sua superficie liscia dove il peso del corpo lascia una traccia che non si vede ma che, per qualche istante, sembra modificare la consistenza stessa del mobile; riprendo la parola, che ha atteso paziente come un cane lasciato fuori dalla porta, riprendo la scena con tutte le sue luci e le sue maschere, e loro mi seguono, anche se faticano, anche se arrancano dietro la mia voce con il passo incerto di chi ha già fatto troppe volte la stessa strada e ne conosce ogni buca, ogni pietra smossa, ogni tratto in cui il sentiero si restringe e costringe a procedere in fila indiana, senza poter vedere chi cammina davanti se non attraverso il movimento delle sue spalle. Sono cambiati, dicono, e lo dicono con una punta di accusa affettuosa, come se il cambiamento fosse una mancanza di riguardo nei loro confronti, una violazione tacita del patto che ci legava, ma anch'io sono cambiato, anch'io porto addosso le rughe invisibili di una stagione che ci ha logorati insieme, e così non riconoscono più il mio ritmo, la mia voce, quella crudeltà gentile che un tempo li aveva sedotti, e io non riconosco più il loro entusiasmo, la loro devozione sfrontata, lo slancio con cui, anni addietro, si gettavano nei miei periodi come i tuffatori in un mare che non temono. Ci guardiamo attraverso lo spazio incerto della sala come due ex amanti che si ritrovano dopo troppi anni in un caffè di provincia, con le mani impacciate intorno alle tazze e la conversazione che zoppica sul tema del tempo, e scoprono, con un misto di sollievo e di sgomento, che nonostante tutto la chimica c'è ancora, cocciuta e sotterranea, ma è mutata, si è fatta un'altra sostanza, e ora sa di ruggine, di abitudine, di sopravvivenza, ha il sapore dei metalli lasciati troppo a lungo all'umido, che non brillano più e tuttavia, a toccarli, restituiscono ancora la memoria del fuoco da cui sono nati. Non possiamo più tornare alla prima volta, e forse non è nemmeno questo che desideriamo, perché la prima volta appartiene a un territorio che la memoria ha già trasformato in una finzione, una regione luminosa nella quale i gesti sembrano più spontanei, le parole più necessarie, le promesse meno gravate dal peso delle loro conseguenze; quello che cerchiamo, piuttosto, è una maniera di riconoscere la continuità dentro il cambiamento, di capire se sotto le nuove abitudini sopravviva ancora qualcosa della vecchia attrazione, se il filo che ci ha tenuti insieme abbia conservato una qualche elasticità oppure sia ormai soltanto una cicatrice, una linea pallida sulla pelle che ci ricorda dove un tempo passava una ferita.

Li vedo muoversi a scatti, come le figure di un film rallentato in cui ogni fotogramma si attarda sul precedente, e ogni loro sorriso mi arriva in ritardo, con quella lieve discrepanza fra labbra e suono che ha il doppiaggio di un'epoca lontana, ogni loro applauso sembra l'eco di un applauso passato, rimbalzato da una sera di anni fa in cui forse avevo più fiducia, più capelli, meno rimorsi, e tuttavia restano, e questa è la cosa più sorprendente e più inesplicabile di tutte, restano seduti nelle loro file, con i cappotti sulle ginocchia e le borse strette al petto come bagagli di un viaggio che non vogliono dichiarare concluso, restano perché, come me, non sanno più che cosa fare della propria fedeltà, di quel capitale di devozione accumulato giorno dopo giorno e ormai privo di un oggetto adeguato su cui investirsi, come una moneta fuori corso che si conserva nel cassetto per un sentimentalismo senza giustificazione. Forse hanno paura che andarsene significhi ammettere di avere sprecato il tempo, di avere consegnato una parte della propria vita a una voce che non ha saputo mantenere tutte le promesse che sembrava contenere, e forse io ho paura della stessa cosa, perché riconoscere che il nostro rapporto è finito significherebbe dover rivedere non soltanto il valore delle pagine scritte, ma anche il valore delle attese che le hanno accompagnate, le ore sottratte ad altro, le discussioni, le irritazioni, i ritorni notturni a un libro che non riusciva a lasciarsi concludere. La fedeltà, quando sopravvive al proprio oggetto, diventa una forma di smarrimento, un'abitudine che continua a funzionare anche dopo che il motivo per cui era nata si è dissolto, e proprio per questo assume talvolta una dignità che non possedeva all'inizio, quando era ancora sostenuta dall'entusiasmo, dalla curiosità, dalla promessa di una scoperta; ma quella dignità è fragile, esposta alla vergogna di chi si domanda se non sia rimasto soltanto per paura di dover ricominciare altrove, di dover imparare un'altra voce, un altro ritmo, un altro modo di essere lettore.

Io scrivo ancora per loro, anche quando dico, con sussiego e con una certa retorica del distacco, che non lo faccio, che scrivo per me, per la pagina, per l'idea, per qualunque altra astrazione sia di moda in quel momento, e lo dico perché l'idea di dipendere da qualcuno mi sembra incompatibile con l'immagine di libertà che ho costruito intorno al mio lavoro, come se l'autore, per essere davvero tale, dovesse abitare una solitudine incontaminata e produrre parole senza attendere da nessuno il minimo segno di riconoscimento; e loro leggono ancora me, anche quando fingono di cercare altrove, di frequentare altri autori più giovani e più docili, di tradirmi con una disinvoltura che non convince nessuno e che io, per galanteria, faccio mostra di non vedere, e questa reciproca finzione, questa menzogna condivisa che noi due manteniamo con la cura con cui si mantiene un giardino di famiglia, è una tenerezza perversa e silenziosa, una corda tesa fino al limite dello spasimo che tuttavia non si spezza mai davvero, vibrando, anzi, ad ogni sfioramento di una nota sorda e continua che potrebbe essere il basso su cui si regge tutta la musica della nostra storia. Non ci diciamo la verità perché la verità, pronunciata per intero, potrebbe privarci del margine di gioco in cui continuiamo a incontrarci, e così ciascuno custodisce la propria versione della distanza, io sostenendo di non avere bisogno di loro, loro sostenendo di poter fare a meno di me, e tutti e due comportandoci come se questa reciproca indipendenza fosse un fatto ormai acquisito, mentre ogni nuova pagina, ogni lettura, ogni messaggio inatteso riapre la questione e ci costringe a ricominciare da capo la commedia. Forse non si tratta nemmeno di una menzogna, almeno non nel senso più semplice del termine, ma di una convenzione necessaria, di quel genere di finzione che permette a due persone di restare vicine senza essere costrette a confessare quanto la loro vicinanza le renda vulnerabili; perché la dipendenza, quando viene riconosciuta apertamente, può trasformarsi in una richiesta di garanzia, in un contratto che nessuno è in grado di sottoscrivere, mentre la finzione lascia aperta la possibilità del distacco e proprio per questo rende sopportabile la permanenza.

Forse, in fondo, non desideriamo affatto liberarci, forse la libertà che ci raccontiamo di agognare è soltanto un'altra delle nostre commedie, la più elegante, quella che recitiamo per riempire gli intervalli, e la nostra vicenda, osservata dal di fuori con l'occhio spietato di un cronista senza passioni, non sarebbe quella di un successo che si afferma o di un fallimento che si consuma, avrebbe piuttosto la forma di un legame che non trova la propria fine, un anello in cui l'inizio e la conclusione si inseguono come due cani che si mordono la coda, e dove ogni mio testo altro non è che una lettera d'addio che non spedisco mai, scritta con cura estrema, sigillata con la ceralacca della mia vigliaccheria, e deposta nel cassetto più profondo con tutte le altre, mentre ogni loro lettura è un ritorno che non si annuncia, una visita senza preavviso, una chiave girata nella serratura di notte da qualcuno che ha ancora il diritto di entrare. Le lettere si accumulano, intanto, e ciascuna porta la data di un congedo che non si compie, una promessa di separazione che viene rinviata fino a perdere la propria efficacia, ma non la propria intensità, perché il gesto di scrivere l'addio, ripetuto abbastanza volte, finisce per diventare una maniera di restare, un modo di mantenere aperta la relazione proprio attraverso la sua apparente negazione. E forse anche i lettori, nel loro silenzio, mi scrivono lettere che non inviano, congedi che non pronunciano, giudizi che non consegnano alla mia attenzione perché sanno che una volta pronunciati non potrebbero più essere ritirati; anche loro conservano in qualche cassetto la propria versione della nostra storia, le pagine che hanno amato e quelle che hanno abbandonato, le frasi sottolineate, i passaggi che hanno trovato insopportabili, i punti in cui hanno smesso di riconoscermi e quelli in cui, contro ogni previsione, mi hanno ritrovato. Nessuno di noi possiede l'intero archivio, nessuno può ricostruire con esattezza il percorso che ci ha condotti fin qui, e tuttavia continuiamo a comportarci come se esistesse una versione definitiva dei fatti, una cronologia in cui ogni gesto possa essere collocato al proprio posto e ogni assenza spiegata attraverso una causa riconoscibile; ma il nostro legame, se davvero è un legame, somiglia più a una stanza nella quale gli oggetti vengono spostati durante la notte, così che al mattino ritroviamo ogni cosa familiare e tuttavia leggermente diversa, e non sappiamo più se il cambiamento dipenda dalla casa o dallo sguardo con cui la osserviamo.

Ci troviamo così, ancora una volta, nel punto esatto in cui tutto ricomincia, come se il tempo, stanco dei propri lunghi giri, avesse deciso di prendersi una pausa e di riportarci al principio, fra l'erba alta e le frasche che stormiscono, le ginocchia piegate nella resa o nell'offerta, il seme sul volto come una firma lasciata da un notaio distratto, la vergogna che sale e la risata che la copre, e dietro tutto, come il fondale di una scena senza tempo, il cielo di ottobre che osserva senza giudicare, con quella neutralità atmosferica che ci appare crudele soltanto perché continuiamo a pretendere dal mondo una partecipazione ai nostri drammi, una conferma della loro importanza, un segno che distingua il dolore di un uomo dalla pioggia che cade sul prato o dal vento che scuote i rami senza sapere chi si trovi sotto; e mi accorgo allora che sorrido anch'io, di un sorriso che non so da dove venga, che forse è soltanto un'altra maschera, forse l'ultima rimasta nel baule, quella che si indossa quando le altre hanno perduto la propria funzione e non resta che affidarsi a un'espressione capace di contenere, senza risolverle, tutte le contraddizioni che ci hanno condotti fin qui. Sorrido perché riconosco la scena, perché so che continuerà, sempre uguale e sempre diversa, come il mare che ripete l'onda e non la ripete mai, e che io scriverò e loro leggeranno, in un'alternanza che non conosce esito, e che in quella distanza, la quale è insieme un abisso e un'intimità, continueremo a scambiarci i ruoli, a tradirci con dolcezza, a fingere con una destrezza ormai quasi innocente di ignorare che l'uno vive soltanto finché l'altro rimane, e che la sala, il prato, la sedia e il foglio sono tutti, a ben vedere, il medesimo luogo, un unico spazio continuamente travestito, nel quale la scena cambia arredamento e illuminazione senza mai riuscire a modificare la struttura profonda della rappresentazione.

Forse la sala è il prato visto da un'altra angolazione, forse il prato è la pagina che ha smesso di fingere la propria innocenza, forse la sedia è soltanto il punto in cui il corpo accetta di assumere la postura necessaria perché la voce possa essere ascoltata, e il foglio, quel foglio che continuo a considerare bianco per non dover riconoscere la moltitudine di segni che vi si è già depositata, è la superficie sulla quale tutte queste immagini si incontrano senza trovare una sintesi, lasciando che il loro contrasto produca un chiarore intermittente, simile a quello che filtra da una finestra chiusa quando il giorno si ritira e la stanza comincia a restituire le proprie ombre. Non so più se siano i lettori a venire verso di me o se sia io, ogni volta, a convocarli attraverso le parole, se la loro presenza preceda la scrittura oppure ne sia l'effetto tardivo, se esista davvero un momento in cui il rapporto fra chi scrive e chi legge possa essere descritto senza ricorrere a una metafora di possesso, di fuga, di resa o di ritorno; ma forse non è necessario saperlo, forse l'unica cosa che conta è che, finché la domanda rimane aperta, nessuno di noi è costretto a recitare fino in fondo la propria parte, e che proprio nell'incertezza, in quella zona intermedia dove il desiderio non si è ancora trasformato in promessa e la promessa non ha ancora assunto il peso della delusione, continuiamo a trovare una ragione per restare.

Finché qualcuno, un giorno che non si lascia prevedere, un giorno forse già inscritto nel calendario di un autunno che verrà, non getterà davvero la spugna, e allora, forse, quando il rumore dell'insetto contro il vetro si sarà finalmente taciuto e l'aria della sala avrà smesso di vibrare, scopriremo di non essere mai stati né nemici né complici, e che la parola per ciò che eravamo, se ne esiste una, abita in un punto del prato dove nessuno di noi ha mai osato guardare, in quel tratto d'erba che rimane nascosto dietro la piega del terreno, dove le ombre si addensano prima che la sera le confonda tutte nella stessa oscurità; due corpi nella stessa erba, incapaci di smettere di cercarsi anche quando il gioco, da chissà quanto, è finito, e che forse, proprio per questo, continua. E se quel giorno dovesse arrivare davvero, se la resa cessasse di essere una rappresentazione e il congedo rinunciasse finalmente alla propria vocazione di ritorno, non so se avremmo il coraggio di riconoscerlo, se sapremmo distinguere il silenzio definitivo da una delle tante pause che hanno scandito la nostra storia, se riusciremmo a lasciare la sala senza voltare la testa, ad abbandonare il prato senza cercare fra le frasche il movimento di un corpo familiare, a posare la penna senza avvertire immediatamente il bisogno di riprenderla per aggiungere ancora una frase, una precisazione, un'ultima obiezione che rimetta tutto in discussione. Forse continueremmo a scrivere addii, a leggere ritorni, a confondere la fine con una nuova possibilità, perché abbiamo trascorso troppo tempo a vivere dentro questa alternanza per immaginare una forma diversa della nostra esistenza; oppure, più semplicemente, ci accorgeremmo che il rumore non è mai stato soltanto quello dell'insetto contro il vetro, ma il suono minuscolo e incessante di tutto ciò che, dentro di noi, non ha mai smesso di chiedere aria, di battere contro la superficie chiusa delle nostre abitudini, di reclamare un'apertura che nessuno ha avuto il coraggio di concedere. E allora, forse, basterebbe un gesto minimo, una mano che raggiunge la finestra, un movimento quasi distratto del polso, perché l'aria entrasse nella stanza e disperdesse per un istante la disposizione delle sedie, la geometria delle file, la solennità del pubblico e la mia ostinazione a considerarmi il centro della scena; ma non saprei dire se quel vento ci libererebbe davvero o se, attraversandoci, si limiterebbe a spostare ancora una volta le nostre posizioni, a cambiare il lato da cui ci guardiamo, lasciando intatta la necessità che ci ha tenuti insieme. Perché forse non siamo mai stati altro che questo, un rumore sottile e ostinato che nessuno riesce a localizzare, una presenza che continua a battere contro il vetro senza sapere se dall'altra parte ci sia qualcuno disposto ad aprire, e che tuttavia non smette, non per speranza e nemmeno per disperazione, ma perché il movimento stesso è ormai diventato la sua unica maniera di esistere; e forse, quando il silenzio arriverà davvero, non ci sarà alcuna rivelazione, nessuna parola capace di spiegare ciò che siamo stati, nessun testimone che possa certificare la fine, ma soltanto una stanza finalmente vuota, una sedia rimasta leggermente discosta dal tavolo, un foglio sul quale l'inchiostro si sarà asciugato da tempo e, fuori, sul prato, due corpi che non si cercano più perché hanno smesso di distinguere la ricerca dalla presenza, l'attesa dal ritorno, il desiderio dalla sua interminabile messa in scena. E forse proprio allora, quando nessuno sarà rimasto a leggere e nessuna voce avrà più bisogno di essere ascoltata, la finestra si aprirà da sola, non per un miracolo né per una decisione, ma per il semplice cedimento di un cardine consumato, e l'aria entrerà nella stanza senza chiedere permesso, solleverà appena il margine del foglio, farà tremare la pagina come un'ala che tenta ancora una volta di spiccare il volo, e porterà con sé, attraverso la porta rimasta socchiusa, quel rumore minuscolo che continua a vibrare da qualche parte fra la memoria e il desiderio, fra ciò che abbiamo scritto e ciò che non siamo mai riusciti a dire, fra il corpo che si arrende e quello che, nell'istante successivo, torna a cercare, come se la fine, anche quando finalmente si compie, conservasse in un angolo segreto la forma imperfetta di un principio.

Nessun commento:

Posta un commento