giovedì 15 ottobre 2026

Dio è morto

Nella chiarità sfacciata d'un mattino che dovrebbe mostrare le cose per quello che sono, ammesso poi che le cose abbiano ancora la cortesia di essere qualcosa prima di essere guardate, prima che l'occhio le convochi davanti a sé e le costringa a esibire un'identità, una funzione, un nome che le renda riconoscibili e dunque innocue, un uomo (nudo), dall'aria di forsennato, accende una lanterna sotto il sole già alto e la porta tra i banchi del mercato, fra le ceste di frutta, le bilance, le mani che toccano, scelgono, scartano, pesano, pagano, fra il grasso dei grembiuli e il fiato delle contrattazioni, in quella mescolanza di odori, voci, sudori, monete e piccoli desideri quotidiani che costituisce la superficie rassicurante della vita, cercando Dio come si cerca qualcuno che si è perduto, oppure come si cerca un ladro, un animale fuggito, un debitore che non risponde più alle raccomandate, qualcuno che ha lasciato dietro di sé un indirizzo inutilizzabile e una promessa scaduta, un nome che ancora compare nei registri ma non corrisponde più a nessuna presenza, e gli altri ridono perché è giorno, perché Dio non si cerca con una lanterna a mezzogiorno, perché a quell'ora la luce dovrebbe bastare, dovrebbe risparmiare agli uomini la fatica di interrogare ciò che appare evidente, dovrebbe permettere a ciascuno di riconoscere il proprio posto, la propria merce, il proprio denaro, la propria porzione di mondo, perché le cose sono lì, il cavolo è cavolo, il denaro è denaro, il sole è il sole e se il sole splende Dio, per quanto se ne sappia, può anche aspettare, può restarsene tranquillamente dove lo hanno collocato le consuetudini, nelle pieghe di una preghiera dimenticata, nella remota architettura di una credenza che nessuno sente più il bisogno di verificare, ma quello insiste, domanda dove sia Dio, domanda se qualcuno lo abbia visto, se qualcuno abbia notato il momento preciso della sua scomparsa, se qualcuno ricordi l'ultima volta in cui una parola pronunciata in suo nome abbia prodotto nel mondo qualcosa di più di un gesto automatico, una paura ereditata, una consolazione provvisoria, domanda, sotto la richiesta apparente, dove sia finito quel luogo nel quale Dio stava prima che noi cominciassimo a non averne più bisogno, prima che la sua presenza si trasformasse in un'abitudine e l'abitudine, consumandosi, lasciasse dietro di sé una cavità che nessuno si premurava di riconoscere, perché il posto rimane anche quando colui che lo occupava non c'è più, e spesso rimane più a lungo del ricordo, custodito dalle forme, dalle parole, dai gesti, dalle architetture che continuano a organizzare l'esistenza secondo una grammatica della quale abbiamo dimenticato l'origine.

E allora la domanda cambia senza che nessuno se ne accorga, perché il folle ha già capito ciò che gli altri non possono ancora capire, o che non vogliono capire, vale a dire che Dio è morto in noi prima che noi sapessimo di averlo ucciso, che la sua morte non coincide con il giorno in cui un uomo smette di credere, né con l'istante in cui una ragione finalmente vittoriosa si libera di un'antica superstizione, ma si consuma lentamente, in una successione di piccoli abbandoni, di obiezioni lasciate cadere, di promesse che non vengono mantenute, di valori che si continuano a pronunciare senza più avvertirne il peso, finché un'intera civiltà si ritrova a vivere dentro le stanze di una casa che ha già venduto, conservando le chiavi di porte che non conducono più a nessuna proprietà, senza uscire dalla porta sul retro dell'universo lasciando un biglietto sul tavolo, senza morire come muore un uomo, senza un letto, un medico, un prete, un certificato, una bara, un'eredità da dividere fra parenti, senza il sollievo almeno amministrativo di una dichiarazione che stabilisca l'ora del decesso e autorizzi i sopravvissuti a cominciare le pratiche della separazione, e il delitto è tanto più perfetto quanto meno somiglia a un delitto, perché nessuno ha impugnato il coltello e tuttavia il sangue manca proprio dove dovrebbe esserci, manca il corpo e rimane il posto del corpo, rimane la forma dell'assenza, rimane soprattutto l'abitudine di rivolgersi a qualcuno che non risponde più, di alzare gli occhi verso un cielo che continua a esistere materialmente senza offrire alcuna garanzia, di cercare dietro il dolore una ragione che lo renda sopportabile, dietro la colpa una legge che la definisca, dietro la morte un disegno che almeno la sottragga all'insensatezza della fine.

«Lo abbiamo ucciso, voi e io, tutti noi assassini», dice il folle, e nella frase la parola assassini è già troppo piccola, quasi una parola da codice penale per un fatto che riguarda l'aria, il cielo, il modo stesso in cui le cose stanno una accanto all'altra, perché uccidere Dio significa avere bevuto il mare fino all'ultima goccia, avere cancellato l'orizzonte senza accorgersi che l'orizzonte era ciò che impediva al mondo di cadere, avere staccato la terra dal sole e poi domandarsi perché faccia freddo, avere tolto dall'alto ciò che rendeva possibile l'alto e dal basso ciò che rendeva possibile il basso, e averlo fatto non per un'insurrezione grandiosa, non per un gesto di liberazione destinato a essere ricordato nei libri, ma attraverso la lunga, quasi impercettibile amministrazione della nostra indifferenza, mediante la progressiva trasformazione della fede in un oggetto culturale, della morale in una convenzione, della speranza in un sentimento privato, della verità in una questione di preferenze, fino al punto in cui nessuno riesce più a distinguere ciò che ha perduto da ciò di cui si è liberato. Sopra e sotto hanno perso il loro posto e noi continuiamo a camminare, questo è il particolare quasi osceno, continuiamo a comprare il pane, a fare figli, a compilare moduli, a innamorarci, a litigare, a cercare lavoro, a misurare il tempo, a dare appuntamenti, a stabilire che cosa sia conveniente e che cosa sconveniente, a costruire case, a inaugurare edifici, a festeggiare compleanni, a registrare nascite e decessi, a scegliere le parole con cui salutare i vivi e accompagnare i morti, come se il pavimento fosse ancora lì, come se sotto ogni gesto si stendesse ancora una superficie solida, un ordine capace di sostenere il peso delle nostre decisioni, mentre il folle vede che il pavimento è diventato una domanda e che anche il cielo, povero cielo, ha perso la ricevuta che ne certificava l'esistenza, e quando entra nelle chiese e intona il requiem, senza alcuna religione nuova da offrire, senza il proposito di sostituire un altare con un altro o di mettere al posto del vecchio sacerdote un sacerdote più moderno, lo fa perché quelle chiese sono diventate tombe senza che le tombe abbiano ancora avuto il buon gusto di dichiararsi tali, monumenti funerari di un Dio che continua a essere nominato dopo essere morto, come quei parenti che parlano del morto al presente perché il passato, per qualche giorno, non è ancora entrato bene nella grammatica, perché il tempo verbale si ostina a conservare una presenza che la realtà ha già ritirato, perché la lingua, più lenta del lutto, continua a custodire ciò che il mondo ha abbandonato.

E noi continuiamo a dire bene, male, vero, falso, giusto, ingiusto, destino, progresso, colpa, merito, come se dietro quelle parole ci fosse ancora qualcuno seduto al banco della cattedra, pronto a correggere il compito, a mettere un voto, a dire questo sì, questo no, come se la distinzione fra una cosa degna e una cosa indegna potesse ancora essere consegnata a un'autorità sottratta alla storia, alle passioni, agli interessi, alle contraddizioni degli uomini, mentre il banco è vuoto e la penna continua a scrivere da sola, producendo sentenze che nessuno ha più il diritto di pronunciare e che tuttavia vengono pronunciate, leggi che pretendono di essere necessarie e che pure nascono da decisioni contingenti, obblighi che si impongono con la severità di una rivelazione anche quando non resta nessuno disposto a rispondere della loro origine. La scena del mercato, allora, non è semplicemente la rappresentazione di un uomo che ha smarrito il senso della misura, né l'ennesima parabola della follia contrapposta alla ragionevole compostezza dei cittadini, perché il suo rovesciamento consiste proprio nel fatto che l'uomo apparentemente incapace di riconoscere l'evidenza vede ciò che l'evidenza nasconde, mentre coloro che sanno distinguere una moneta da una mela, un prezzo da una quantità, una merce buona da una merce guasta, non riescono a vedere la trasformazione che investe il sistema intero delle loro distinzioni. La lanterna è ridicola soltanto finché il sole viene considerato una garanzia, finché si presume che la luminosità delle cose coincida con la loro intelligibilità, finché non si sospetta che il mondo possa essere perfettamente visibile e tuttavia aver perduto la ragione per la quale lo guardiamo, e forse il folle porta quella luce artificiale proprio perché non si fida più della luce che tutti accettano senza domandarsi da dove venga, che cosa illumini davvero, quali ombre produca e quale parte della realtà lasci fuori dal campo della visione.

Il folle, e chi gli ha prestato la voce, coglie una cosa più inquietante di qualsiasi profezia con il calendario in mano: l'evento precede la coscienza dell'evento, e possiamo vivere per decenni dentro le conseguenze di una frattura senza sapere che il pavimento sotto i piedi è già inclinato, continuando a chiamare stabilità la semplice inerzia del nostro movimento, equilibrio la permanenza provvisoria di abitudini che non hanno ancora incontrato la forza capace di spezzarle, normalità il fatto che nulla, almeno in superficie, ci costringa a interrompere la giornata per prendere atto di ciò che è accaduto. I primi frutti della morte di Dio sono uomini che continuano ad avere bisogno delle conseguenze di Dio dopo averne rifiutato la causa, ben prima che compaia un ateo autentico, se per ateismo autentico intendiamo qualcosa di più della dichiarazione con cui un individuo comunica di non professare una fede, persone che hanno disdetto il contratto e continuano a incassarne le rate, che hanno demolito la casa e conservato le stanze, che hanno buttato via il cadavere e continuano a parlare con la sedia su cui era seduto, che negano ogni fondamento trascendente e poi pretendono che i propri giudizi possiedano una validità assoluta, che diffidano delle verità eterne e si comportano come se le proprie convinzioni fossero sottratte a ogni possibilità di revisione, che respingono il vecchio tribunale metafisico ma continuano a domandare una sentenza definitiva ogni volta che la vita li mette di fronte a una contraddizione.

E forse è proprio qui che comincia il nichilismo, ben al di là della semplice perdita della fede o dell'assenza di una risposta religiosa, nel momento in cui le risposte che per secoli hanno ordinato il mondo perdono la loro forza mentre le domande restano lì, ostinate, magari più nude del folle, più nude di quell'uomo con la lanterna, e nessuno sa più a chi consegnarle, a quale ufficio inviarle, quale autorità interpellare, quale lingua adoperare per renderle comprensibili senza trasformarle in una richiesta di assistenza, in un problema tecnico, in una pratica da evadere entro i termini stabiliti. La morte di Dio non è infatti un evento che si lascia circoscrivere alla storia delle idee, quasi che bastasse registrare il declino di una credenza per archiviare il problema insieme alle altre cose appartenenti al passato, perché la sua portata si misura nella sopravvivenza di un bisogno che non trova più l'oggetto capace di soddisfarlo, nella persistenza di una fame che non riconosce più il cibo, nella necessità di orientarsi quando le coordinate ereditate non indicano più alcuna direzione condivisa. Il nichilismo prende corpo quando ci accorgiamo che il mondo continua a essere abitabile, ma non sappiamo più quale promessa renda desiderabile abitarlo, quando ogni cosa conserva la propria consistenza materiale e tuttavia perde il diritto di presentarsi come necessaria, quando la successione dei giorni non basta a produrre una ragione per attraversarli, quando il semplice fatto di poter continuare non coincide più con il sapere perché continuare.

Perché vivere, perché preferire il vero al falso quando il vero non è più garantito da un ordine superiore, perché creare invece di distruggere, perché soffrire per qualcosa, perché sacrificarsi, perché amare, perché una promessa dovrebbe obbligare quando non esiste più un cielo che la registri, perché un valore dovrebbe valere se nessuno può più garantire il suo valore, e soprattutto chi pronuncia la sentenza quando il tribunale è stato demolito insieme al giudice, e chi stabilisce che il giudice non serva più quando continuiamo a usare le sue parole, e perché continuiamo a domandare giustizia a un universo che non ha mai firmato il contratto della giustizia, che non ha mai promesso di distribuire in proporzione le sofferenze e le ricompense, di distinguere il colpevole dall'innocente secondo un criterio leggibile, di impedire che il caso, la malattia, la violenza, la perdita colpiscano proprio coloro che non sembrano meritare alcuna punizione. E questa domanda, che sembra filosofica finché non comincia a fare male, entra allora nella carne, si sposta dal tavolo sul quale abbiamo disposto i libri al letto sul quale ci svegliamo senza desiderio, dalla disputa sulle parole alla difficoltà di attraversare una giornata, dalla teoria della libertà al gesto concreto con cui decidiamo se mantenere una promessa quando nessuno può obbligarci a farlo, e il nichilismo, che si può leggere come teoria seduti comodamente davanti a una biblioteca, fra scaffali che custodiscono secoli di risposte e volumi nei quali persino il dubbio sembra aver trovato una sistemazione definitiva, si rivela la sensazione che può prendere un'esistenza quando improvvisamente le cose continuano a funzionare ma hanno smesso di significare, quando la macchina parte, il treno arriva, il telefono squilla, il conto viene pagato, il corpo si alza dal letto, il lavoro viene eseguito, la cena viene preparata e tuttavia, sotto tutta questa diligente superficie, qualcosa domanda ancora: sì, ma perché?

La domanda non si accontenta delle spiegazioni immediate, non chiede perché il treno arrivi in ritardo, perché il telefono non riceva il segnale, perché il conto sia aumentato, perché il corpo si stanchi, perché il lavoro richieda tante ore, perché la cena debba essere preparata proprio in quel momento, perché a una causa segua un effetto e a un effetto un'altra causa, perché le cose funzionino in un modo anziché in un altro, ma insiste su ciò che nessuna spiegazione funzionale può consegnarle, sulla ragione per cui dovremmo desiderare che la macchina continui a partire, il treno ad arrivare, il telefono a squillare, il conto a essere pagato, il corpo a sollevarsi ogni mattina dal letto, se la continuità stessa non contiene un valore capace di giustificarla. Si può sapere tutto del funzionamento di un organismo e non avere la minima idea di che cosa fare della propria vita, si può descrivere con precisione il meccanismo di un sentimento e non riuscire a spiegare perché quel sentimento debba essere custodito, si può conoscere la storia di una società e restare incapaci di dire quale futuro meriti di essere costruito, e la conoscenza, anziché colmare la distanza, qualche volta la rende ancora più evidente, perché ogni risposta particolare apre un'altra domanda, ogni soluzione chiarisce il funzionamento di un mezzo e lascia intatto il problema del fine. Non è l'ignoranza a produrre necessariamente il vuoto, dunque, né la mancanza di strumenti, né l'insufficienza delle informazioni, ma può accadere che proprio l'accumulo delle conoscenze, delle procedure e delle capacità renda più difficile ignorare la domanda che nessuna di esse è stata progettata per risolvere.

E qui il nostro tempo si rivela stranamente fedele a quel pensiero proprio mentre crede di essersene liberato, perché quando il fine scompare i mezzi si gonfiano, diventano enormi, si moltiplicano, acquistano una loro piccola religione privata, si rivestono di una dignità che non deriva più da ciò a cui dovrebbero servire ma dalla loro capacità di continuare a funzionare, di produrre risultati misurabili, di dimostrare che il sistema non si è fermato e che dunque, per il solo fatto di essere in movimento, possiede ancora una ragione. La tecnica promette di fare meglio ciò che facciamo, l'organizzazione promette di farlo più rapidamente, la comunicazione promette di farlo sapere a tutti, la statistica promette di misurarlo, l'economia di valorizzarlo, l'algoritmo di prevederlo, l'efficienza di eliminarne lo spreco, mentre ogni nuova possibilità si presenta come un vantaggio evidente, come un incremento della potenza disponibile, come un ulteriore tratto di strada sottratto alla fatica, alla casualità, all'incertezza, senza che sia necessario stabilire in quale direzione stiamo andando, quale bisogno giustifichi l'accelerazione, quale desiderio venga soddisfatto dalla possibilità di fare più velocemente qualcosa che non abbiamo mai avuto il tempo di domandarci se valga la pena fare.

Alla fine ci troviamo con una quantità prodigiosa di risposte alla domanda «come?» mentre la domanda «perché?» è rimasta in un corridoio, seduta su una sedia di plastica, con il numero in mano, ad aspettare che qualcuno la chiami, ma lo sportello non apre perché lo sportello è diventato il mondo, e il mondo, ormai, risponde soltanto alle domande che possono essere trasformate in una procedura, in un indicatore, in una prestazione, in un risultato, perché ogni richiesta deve dimostrare la propria utilità prima ancora di poter essere ascoltata, ogni desiderio deve tradursi in un obiettivo, ogni inquietudine deve trovare un nome riconoscibile, ogni insoddisfazione deve diventare un problema risolvibile, e tutto ciò che non riesce a entrare in questa grammatica viene lasciato fuori, come una lingua morta della quale nessuno possiede più il dizionario. Il vuoto non viene più percepito come vuoto perché lo si riempie di attività, acquisti, obiettivi, notifiche, prestazioni, programmi di miglioramento, grafici, calendari, corse, corpi da correggere, vite da ottimizzare, abitudini da modificare, competenze da acquisire, relazioni da amministrare, esperienze da accumulare prima che scadano, e il vuoto, così diligentemente riempito, diventa addirittura pieno, pienissimo, traboccante di cose che non rispondono a nulla, una specie di magazzino universale nel quale ogni oggetto porta il proprio codice a barre e nessuno ricorda più chi abbia ordinato la merce, quale bisogno abbia generato l'ordine, quale desiderio abbia richiesto quella quantità di beni, quale paura si nasconda dietro l'urgenza di possedere, consumare, sostituire, aggiornare, ricominciare.

Il paradosso è che una simile abbondanza non elimina il vuoto, ma gli fornisce una quantità sempre maggiore di nascondigli, lo rende meno riconoscibile, lo costringe a cambiare aspetto, lo traveste da stanchezza, da noia, da irritazione, da bisogno di novità, da desiderio di successo, da insoddisfazione per ciò che si possiede, e così ogni volta che il senso sembra sottrarsi gli si oppone una nuova attività, ogni volta che il desiderio si esaurisce gli si propone un altro oggetto, ogni volta che la promessa si rivela insufficiente se ne prepara una più ambiziosa, senza accorgersi che la successione stessa può diventare il meccanismo attraverso il quale si evita di guardare ciò che manca. Non abbiamo più bisogno di essere convinti che la vita possieda un significato, purché ci venga fornito un programma abbastanza fitto da impedirci di sentire la necessità di domandarlo, e la giornata si trasforma così in un esercizio di riempimento, una corsa da un impegno all'altro nella quale il tempo libero viene considerato una lacuna da correggere e il silenzio un'interruzione da colmare, come se ogni intervallo fosse una prova della nostra insufficienza, come se fermarsi significasse rischiare di incontrare, nel punto esatto in cui l'attività si interrompe, la domanda che nessuna attività è riuscita a cancellare.

È qui che la morte di Dio diventa qualcosa di più della fine di una credenza, perché ciò che viene meno è la garanzia ultima che permetteva ai valori di presentarsi come necessari, naturali, eterni, mentre il pensatore comincia a sospettare proprio di questa eternità, di questa naturalezza, di questa necessità che si comportano come vecchi nobili i quali mostrano il ritratto dell'antenato per evitare che qualcuno domandi da dove siano arrivati davvero, quale proprietà abbia reso possibile la loro nobiltà, quale violenza abbia protetto il patrimonio, quale convenzione abbia trasformato un privilegio in un diritto e quale lunga obbedienza abbia insegnato agli altri a considerarlo legittimo. Il valore, finché viene sostenuto da un'autorità trascendente, può permettersi di tacere sulla propria origine, può presentarsi come qualcosa che precede le decisioni umane e le giudica dall'alto, come una legge che non deve rendere conto della propria esistenza perché la sua esistenza coincide con la necessità stessa della legge, ma quando quella garanzia viene meno il valore è costretto a comparire davanti a un tribunale diverso, quello della storia, della genealogia, delle condizioni concrete nelle quali si è formato, e ciò che sembrava appartenere all'ordine eterno delle cose comincia a mostrare le tracce delle mani che lo hanno costruito.

Allora prende il martello, senza alcuna smania di distruggere a casaccio, come un vandalo perso davanti a una cattedrale, senza l'eccitazione infantile di chi confonde la demolizione con la libertà e immagina che basti abbattere ciò che esiste perché qualcosa di migliore prenda automaticamente il suo posto, ma con il solo proposito di ascoltare, il suono delle cose, toc toc sul bene, toc toc sul vero, toc toc sul giusto, perché anche un valore ha un suono e qualche volta il suono è vuoto, qualche volta è cavernoso, qualche volta restituisce un'eco che viene da molto lontano e qualche altra volta invece il colpo affonda, e allora bisogna guardare dentro, scavare, risalire la genealogia, vedere chi ha costruito quella parola, quale paura vi è stata murata dentro, quale desiderio, quale bisogno di obbedienza, quale rapporto di forza, quale forma di vita ha avuto interesse a chiamare bene ciò che le conveniva, vero ciò che la sosteneva, morale ciò che la rendeva possibile. Non basta dunque rovesciare le antiche tavole e dichiarare che i loro comandamenti non hanno più valore, perché il gesto della distruzione rischia di conservare intatto il modo di pensare che pretende di combattere, sostituendo alla venerazione di ciò che è consacrato una venerazione altrettanto cieca di ciò che è profanato, alla fedeltà assoluta una ribellione che si trasforma in obbligo, alla certezza dell'obbedienza la certezza, non meno rigida, che ogni obbedienza sia necessariamente una colpa.

La genealogia comincia invece dove la domanda si fa più scomoda, quando non ci accontentiamo di sapere se un valore sia giusto o ingiusto secondo un criterio già disponibile, ma vogliamo comprendere come quel criterio sia diventato possibile, quali condizioni abbiano favorito la sua nascita, quali bisogni abbia servito, quali forme di potere abbia consolidato, quali esperienze abbia escluso, quali corpi abbia autorizzato a parlare e quali abbia costretto al silenzio. Perché l'eterno ha una culla, il naturale un'officina, l'indiscutibile delle impronte digitali, e persino ciò che si presenta come puro porta addosso la polvere del laboratorio nel quale è stato fabbricato, la traccia delle prove, degli errori, delle correzioni, delle necessità contingenti che lo hanno trasformato in una regola e delle ripetizioni che hanno finito per cancellarne la provenienza. Ciò che viene tramandato per generazioni può apparire tanto familiare da sottrarsi alla domanda, e ciò che si sottrae alla domanda può essere scambiato per qualcosa che non ha mai avuto bisogno di essere costruito, quasi che il tempo, depositando strati di abitudine sopra un'origine dimenticata, fosse capace di trasformare una decisione umana in una proprietà della natura.

La genealogia, allora, mostra il terreno sul quale i valori sono cresciuti e rinuncia così al verdetto di falsità, troppo facile, troppo pulito, quasi una nuova religione capovolta, perché dichiarare che un valore è stato costruito non equivale automaticamente a dimostrare che sia privo di ogni validità, così come scoprire l'origine storica di una convinzione non basta a stabilire che quella convinzione debba essere respinta. Mostrando quel terreno, la genealogia toglie ai valori una parte della loro innocenza, li restituisce alla storia, alla lotta, al corpo, al tempo, alle condizioni che li hanno prodotti, e questa restituzione è tutt'altro che rassicurante perché il valore, una volta perso il certificato di eternità, conserva intatta la propria capacità di obbligare, anzi può diventare ancora più difficile decidere che cosa farne, dato che demolire un altare è relativamente semplice, mentre vivere senza altare richiede una vigilanza che nessun catechismo può fornire. L'assenza di un'origine divina non cancella le conseguenze delle nostre decisioni, non ci sottrae al bisogno di scegliere, non trasforma ogni comportamento in un gesto indifferente, non rende equivalenti la cura e la crudeltà, la fedeltà e il tradimento, la costruzione e la distruzione, ma ci costringe a riconoscere che nessuna di queste distinzioni può essere affidata una volta per tutte a un'autorità che ci esoneri dal pensare.

Forse è questo il punto nel quale quel pensiero, dopo aver demolito, si assume una responsabilità terribile, quella di creare valore senza poter più fingere che il valore ci sia stato consegnato dall'alto già confezionato, timbrato, autenticato, garantito, come un documento che basta esibire per dimostrare di essere nel giusto, e senza poter nemmeno ricorrere alla comoda consolazione opposta, quella per cui ogni valore sarebbe soltanto un'invenzione arbitraria, un capriccio individuale privo di conseguenze, una preferenza intercambiabile con qualsiasi altra. Creare valore significa entrare in una zona nella quale la decisione non può essere sostituita da una formula, nella quale occorre rispondere di ciò che si afferma senza disporre di un'autorità capace di assolverci in anticipo, nella quale la libertà non coincide con la possibilità di fare qualunque cosa ma con la necessità di comprendere che cosa le nostre scelte rendono possibile, quale forma di esistenza alimentano, quale mondo contribuiscono a costruire e quali conseguenze consegnano agli altri.

Ma che cosa significa creare un valore quando non esiste un garante del valore, se ogni valore creato porta inevitabilmente l'impronta di chi lo crea, e dunque la possibilità di essere modificato, tradito, revocato, sostituito, se non esiste più una tavola di pietra sulla quale leggere ciò che dobbiamo volere, se ogni tavola può essere spezzata e ogni martello può diventare un nuovo idolo, e qui il pensiero rischia di avvitarsi su se stesso, perché dobbiamo volere ciò che creiamo come se fosse necessario e nello stesso tempo sapere che siamo stati noi a crearlo, dobbiamo obbedire a una legge che sappiamo di aver scritto, senza poter dimenticare che quella legge avrebbe potuto essere scritta altrimenti, e forse è proprio questa contraddizione, insopportabile per chi cerca una garanzia, l'unico terreno sul quale sia possibile camminare dopo la morte di Dio, un terreno senza certificato di proprietà, senza assicurazione, senza notaio metafisico, sul quale ogni passo vale soltanto perché qualcuno lo compie e tuttavia non vale per sempre, e dunque bisogna ricominciare, sempre ricominciare, senza poter trasformare il proprio ricominciare in una nuova tavola della legge.

La difficoltà consiste nel non confondere la mancanza di una garanzia assoluta con la mancanza di ogni ragione, perché se non esiste un'autorità trascendente che stabilisca una volta per tutte il valore di ciò che facciamo, non ne segue che tutte le scelte siano identiche, che ogni differenza sia arbitraria, che la sofferenza di un altro non debba riguardarci, che la promessa possa essere abbandonata senza conseguenze, che la distruzione sia equivalente alla cura. Ne segue piuttosto che siamo costretti a esporre le ragioni delle nostre decisioni, a riconoscere la loro provenienza, a confrontarle con le conseguenze che producono, a sottoporle alla possibilità della critica, senza pretendere che il semplice fatto di aver scelto le renda giuste e senza immaginare che la loro fragilità le renda inutili. Una responsabilità priva di assoluzione preventiva non è necessariamente una responsabilità più debole; può essere, al contrario, una responsabilità più difficile, perché non permette di nascondersi dietro la necessità, dietro la tradizione, dietro la natura delle cose, dietro il volere di un'autorità che si presume superiore, e ci obbliga a riconoscere la parte che abbiamo avuto nel mondo che contribuiamo a produrre.

Il rischio, naturalmente, è che l'uomo non sopporti questa libertà e che appena liberato dal grande Dio ne fabbrichi diecimila più piccoli, molto più pratici, portatili, tascabili, adatti alle esigenze della giornata, dei partiti, delle ideologie, delle identità, dei mercati, delle tribù, delle cause, dei leader, delle appartenenze, e ciascuno di questi nuovi dèi avrà il proprio catechismo, la propria liturgia, i propri peccatori, i propri eretici, i propri martiri e soprattutto il vantaggio straordinario di non costringerci più a domandare da dove venga il valore che proclamiamo, perché basta proclamarlo abbastanza forte, circondarlo di fedeli, ripeterlo nelle formule giuste, difenderlo dai nemici giusti, stabilire una frontiera oltre la quale collocare ogni dubbio, e ciò che ieri era una scelta diventa domani una necessità, ciò che era stato creato si traveste da eterno, ciò che dipendeva da noi comincia a comandarci. La vecchia macchina riparte, soltanto con un altro nome scritto sulla targhetta, con altri sacerdoti, altri peccati, altri sacrifici, altra modulistica, con la medesima esigenza di separare i puri dagli impuri, gli appartenenti dagli estranei, coloro che possono parlare da coloro ai quali viene richiesto di tacere, perché ogni comunità che teme la propria fragilità può essere tentata di trasformare le convinzioni condivise in verità intoccabili e di scambiare la coesione con la giustizia, la fedeltà con la rinuncia a pensare, la protezione del gruppo con il diritto di stabilire chi meriti di essere escluso.

Non occorre che questi nuovi dèi vengano chiamati dèi, né che si presentino con la solennità di una religione riconoscibile, perché la loro forza risiede proprio nella possibilità di agire senza essere riconosciuti come tali, di insinuarsi nelle parole che usiamo per descrivere la realtà, nelle priorità che consideriamo indiscutibili, nelle forme di approvazione e di disprezzo che distribuiamo quasi automaticamente, nelle paure che ci vengono offerte come prove della necessità di obbedire. Possono assumere il volto del successo, della sicurezza, dell'efficienza, della purezza, dell'identità, del progresso, della tradizione, persino della libertà, quando la libertà viene trasformata in un principio assoluto che non ammette più di essere interrogato, e possono chiedere sacrifici proprio mentre promettono di liberarci da ogni sacrificio, esigere fedeltà proprio mentre proclamano la nostra indipendenza, imporre una nuova disciplina in nome della spontaneità, stabilire nuove gerarchie in nome dell'uguaglianza. La loro liturgia non richiede necessariamente templi, incensi o preghiere, perché può svolgersi negli uffici, nelle assemblee, nei mercati, negli schermi, nei luoghi in cui si distribuisce il riconoscimento sociale e si stabilisce chi abbia diritto di essere ascoltato, e i loro comandamenti possono essere pronunciati con la lingua impersonale delle procedure, con il tono apparentemente neutro delle statistiche, con l'autorità di una necessità economica, con la sicurezza di chi sostiene che non esistano alternative.

Forse ciò che più ci spaventa nella morte di Dio è proprio la responsabilità che restituisce, quella responsabilità senza alibi per la quale non possiamo più dire che il valore era già lì, che qualcuno ce lo aveva dato, che l'ordine del mondo lo esigeva, che la storia lo voleva, che la natura lo imponeva, che Dio lo aveva stabilito, e assai meno il vuoto che lascia, perché il vuoto può essere coperto, arredato, riempito di parole, trasformato in un luogo di passaggio nel quale nessuno si ferma abbastanza a lungo da sentire l'eco dei propri passi, mentre la responsabilità segue ogni gesto, si deposita nelle conseguenze, riappare quando il risultato non corrisponde alle intenzioni, quando la decisione che sembrava necessaria produce un danno, quando la convinzione che ci aveva permesso di procedere si rivela incapace di giustificare ciò che abbiamo fatto. È più facile immaginare che qualcuno abbia deciso per noi, che una legge eterna ci abbia indicato la strada, che il mondo sia organizzato secondo un ordine che ci precede e ci sopravvive, perché in quel caso anche l'errore può essere attribuito a un difetto di comprensione, a una debolezza individuale, a una deviazione dalla norma, mentre quando siamo costretti a riconoscere il carattere umano delle nostre decisioni dobbiamo ammettere che la possibilità dell'errore appartiene alla decisione stessa e che nessuna formula può garantirci in anticipo contro la nostra cecità.

Quel pensiero continua a inquietare proprio per questo, perché rifiuta di lasciarci accomodare anche dentro il nichilismo, rifiuta di fare del vuoto una nuova certezza, di trasformare la morte di Dio in una comoda dottrina della morte di tutto, come se una volta tolto il cielo potessimo finalmente sederci sotto il cielo vuoto e dichiarare conclusa la questione, come se la distruzione della vecchia garanzia ci autorizzasse a considerare irrilevante ogni domanda sul valore, come se la consapevolezza che il mondo non possiede un significato consegnato dall'alto ci liberasse dal problema di ciò che facciamo del mondo e di ciò che facciamo gli uni agli altri. Il nichilismo può diventare a sua volta una religione, una forma di obbedienza rovesciata, una convinzione tanto rigida quanto quelle che pretende di aver superato, perché anche dichiarare che nulla vale significa assumere una posizione dalla quale si giudicano tutte le altre, e anche il rifiuto di ogni senso può trasformarsi in una risposta definitiva, in un rifugio contro la fatica di continuare a cercare. Si può fare del nulla un altare, inginocchiarsi davanti alla propria disillusione, custodire la perdita come un privilegio, trasformare l'incapacità di credere in una prova di superiorità, e in questo modo il vuoto viene nuovamente occupato, la domanda viene nuovamente chiusa, il pensiero smette di muoversi proprio nel momento in cui proclama la propria libertà da ogni certezza.

Il problema ricomincia immediatamente, ricomincia nel corpo che si sveglia, nella bocca che parla, nella mano che sceglie, nell'amore che pretende fedeltà, nel dolore che domanda un perché pur sapendo che nessuno glielo deve, nella volontà di vivere che non aspetta una giustificazione prima di cominciare, perché l'esistenza non si presenta come un trattato da sottoscrivere dopo averne esaminato le condizioni, ma accade, ci precede, ci coinvolge, ci costringe a prendere posizione anche quando vorremmo sospendere il giudizio fino al momento in cui una risposta soddisfacente si renda disponibile. Il corpo continua a provare fame, desiderio, paura, stanchezza, piacere, dolore, e nessuna dichiarazione filosofica può sottrarlo alla propria vulnerabilità, così come nessuna teoria della mancanza di senso può cancellare la differenza fra una mano che cura e una mano che ferisce, fra una presenza che accompagna e un abbandono, fra la parola che mantiene aperta una possibilità e quella che la chiude, fra il gesto che permette a un altro di esistere e quello che gli impone il silenzio. Non occorre che queste differenze siano certificate da un ordine trascendente perché producano conseguenze, e proprio la loro concretezza rende insufficiente ogni tentativo di trasformare il nichilismo in una conclusione definitiva, in un luogo dal quale osservare il mondo senza essere più toccati da ciò che accade.

Forse il nichilismo è anche questo dolore fantasma di un arto amputato che continua a prudere, il senso che non esiste più e tuttavia continua a far male nel punto esatto in cui esisteva, la mano di Dio che non c'è più e che tuttavia continua a sembrarci necessaria quando dobbiamo decidere, scegliere, rinunciare, amare, morire, una sensazione che sopravvive alla propria causa e che proprio per questo può essere scambiata per la prova di una presenza, come se il bisogno di qualcosa dimostrasse che quel qualcosa debba esistere, come se l'intensità della mancanza potesse restituirci l'oggetto perduto. Ma il dolore non garantisce la realtà di ciò che rimpiangiamo, così come la nostalgia non dimostra che il passato fosse migliore, e il desiderio di una risposta non implica che una risposta definitiva sia disponibile; il dolore testimonia piuttosto la profondità dell'abitudine, il modo in cui una struttura di significati può continuare ad agire anche quando la convinzione che la sosteneva si è dissolta, la persistenza di un bisogno che non trova più il proprio linguaggio e che perciò tenta di recuperare quello antico, di pronunciare ancora il nome di Dio, di ripetere le parole della legge, di rivolgersi al cielo, non necessariamente perché creda che qualcuno risponderà, ma perché non ha ancora imparato a parlare senza attendere una risposta.

E così torniamo al folle, che forse non è affatto il personaggio più folle della scena, perché porta una lanterna quando è giorno mentre noi, che ridiamo di lui, camminiamo ancora dentro una luce presa in prestito da una stella morta da millenni e continuiamo a chiamarla luce come se il fatto di riceverne ancora il bagliore significasse che la stella sia viva, come se la persistenza degli effetti potesse essere confusa con la sopravvivenza della causa, come se la continuità delle nostre abitudini fosse sufficiente a dimostrare la permanenza dei valori che le hanno rese possibili. Forse siamo proprio noi a vivere alla luce di cadaveri, valori morti che continuano a illuminare, parole morte che continuano a comandare, promesse morte che continuano a obbligare, principi che sopravvivono alla convinzione che li sosteneva e che tuttavia continuano a esercitare la propria autorità attraverso le leggi, le istituzioni, le relazioni, le aspettative che hanno contribuito a formare, e in questa sopravvivenza non c'è nulla di misterioso, perché le forme storiche durano, le parole si tramandano, i gesti vengono ripetuti, le regole si sedimentano, e il mondo materiale non cambia nello stesso istante in cui cambia il modo in cui lo comprendiamo. La luce arriva ancora, ma non sappiamo più quale stella la produca, e la sua persistenza può rassicurarci oppure ingannarci, può consentirci di attraversare un tratto di strada oppure indurci a credere che la strada conduca ancora alla destinazione che le aveva dato origine.

Il mercato continua a vendere, le chiese continuano a suonare, gli uffici continuano a timbrare, gli schermi continuano ad accendersi, le persone continuano a ridere della lanterna, e la giornata procede con la sua ostinata indifferenza, senza che il mondo si fermi per rendere omaggio alla catastrofe, senza che le merci smettano di avere un prezzo, senza che il denaro perda improvvisamente il proprio potere di procurare beni, senza che il sole si oscuri per certificare la fine di un ordine che per secoli ha preteso di trovare in lui la propria immagine. La morte di Dio non produce necessariamente un'apocalisse visibile, non abbatte gli edifici, non interrompe le transazioni, non impedisce agli uomini di organizzare la propria sopravvivenza, e forse proprio questa assenza di effetti spettacolari la rende così difficile da riconoscere, perché siamo abituati a misurare la portata degli eventi attraverso la violenza con cui si impongono alla vista, mentre le trasformazioni più profonde possono consumarsi senza rumore, lasciando intatte le facciate e modificando ciò che le rendeva abitabili. Un giorno scopriamo che le parole che continuiamo a pronunciare non significano più ciò che significavano, che le istituzioni alle quali affidiamo le nostre domande non sono più in grado di rispondere nel linguaggio che abbiamo ereditato, che le promesse non possiedono più la forza che attribuivamo loro, e tuttavia continuiamo a usarle perché non ne abbiamo ancora inventate altre, perché la lingua del passato resta l'unica disponibile anche quando il mondo che l'ha prodotta non esiste più.

Il folle solleva la lanterna e domanda ancora dove sia Dio, senza attendersi davvero di trovarlo dietro una bancarella o dentro una chiesa, senza credere che basti cercare nel posto giusto per recuperare una presenza perduta, perché la domanda ormai è un'altra, che cosa accade a noi adesso che nessuno può più rispondere al posto nostro, e che cosa saremo capaci di fare con quel vuoto prima di riempirlo di nuovo, prima di trasformarlo in legge, in fede, in merce, in idolo, in ordine, prima di inventare un altro Dio soltanto per non dover guardare troppo a lungo la fossa vuota nella quale abbiamo sepolto il precedente. E forse la lanterna serve proprio a questo, non a illuminare ciò che manca come se il mancante fosse un oggetto nascosto da qualche parte nel mondo, ma a rendere visibile il gesto con cui continuiamo a cercare, a mostrare che la ricerca non può più essere delegata a un'autorità che ci indichi il luogo della risposta, che la luce non ci viene consegnata come una certezza già pronta ma deve essere portata da qualcuno, con tutta la precarietà di una fiamma che può tremare, consumarsi, spegnersi, e che tuttavia illumina il tratto di strada sul quale siamo chiamati a muoverci. Non è detto che questa luce conduca a una nuova verità, né che la domanda debba trovare una soluzione capace di resistere per sempre, perché anche la ricerca può diventare un'altra forma di obbedienza quando si trasforma nell'attesa di un risultato definitivo, ma forse è proprio nella possibilità di continuare a interrogare senza fingere di possedere già la risposta che si apre uno spazio diverso, uno spazio nel quale il pensiero non viene assolto dalla propria incertezza e non può più nascondersi dietro la sicurezza di una legge superiore.

Rimane il mercato, rimane il sole, rimangono gli uomini che comprano, vendono, contrattano, si affrettano verso gli impegni della giornata, rimane la lingua che nomina le cose e rimane il bisogno di trovare un senso a ciò che facciamo, e nessuna di queste presenze viene cancellata dalla morte di Dio, nessuna si trasforma automaticamente in qualcosa di diverso, perché il mondo non è obbligato a cambiare aspetto per adeguarsi alla nostra consapevolezza, e noi stessi possiamo continuare per molto tempo a vivere come se nulla fosse accaduto, protetti dalla familiarità delle cose, dalla ripetizione dei gesti, dalla fiducia che il giorno successivo assomigli a quello appena trascorso. Ma la lanterna resta accesa, inutile sotto il sole e tuttavia accesa, e la sua inutilità apparente contiene forse una domanda che riguarda anche il nostro modo di intendere l'utilità, perché se ogni gesto deve giustificarsi attraverso il risultato che produce, se ogni ricerca deve dimostrare di poter arrivare a una conclusione, se ogni domanda deve promettere una risposta prima ancora di essere formulata, allora anche il pensiero rischia di diventare una procedura fra le altre, un mezzo destinato a raggiungere un obiettivo stabilito in anticipo, mentre la lanterna del folle non serve a risolvere il problema che ha posto, non restituisce il morto, non ripara la frattura, non ricostruisce il cielo, ma impedisce almeno, per la durata incerta della sua fiamma, che la domanda venga liquidata con una risata.

Il sole continua a splendere con quella sua indifferenza quasi offensiva, e la lanterna, inutile sotto il sole e tuttavia accesa, continua a cercare qualcosa che forse non deve più essere trovato, perché ciò che è morto non ritorna per il solo fatto che ne conserviamo il nome, e ciò che abbiamo perduto non può essere recuperato fingendo che la perdita non sia mai avvenuta. Resta da vedere se sapremo sopportare questa consapevolezza senza precipitare nella disperazione o costruire immediatamente un nuovo altare, se saremo capaci di vivere senza trasformare ogni incertezza in un comandamento, ogni convinzione in una verità intoccabile, ogni bisogno di orientamento nella pretesa che qualcuno stabilisca per noi la direzione, se riusciremo a creare valori che non debbano travestirsi da eterni per essere presi sul serio, promesse che non abbiano bisogno di un testimone celeste per obbligarci, forme di giustizia che riconoscano la propria origine umana senza per questo rinunciare a contrastare la violenza, modi di stare al mondo che non richiedano la menzogna di una garanzia assoluta per rendere possibile la cura, la fedeltà, la responsabilità. Il folle non ci consegna una risposta, e forse proprio questo è il punto: non ci dice che cosa dobbiamo fare dopo la morte di Dio, non ci offre una nuova tavola della legge, non trasforma il proprio annuncio in un catechismo destinato a rassicurare i sopravvissuti, ma lascia la domanda fra noi, nel luogo in cui prima si trovava la certezza, e se continuiamo a ridere di lui possiamo farlo soltanto finché non riconosciamo, nella luce troppo forte di quel mattino, che anche la nostra risata appartiene a un mondo la cui stabilità non è più garantita da nessuno, mentre la lanterna brucia, il mercato contratta, il cielo rimane vuoto e il tempo, senza aspettare il nostro consenso, continua a passare.


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