sabato 31 ottobre 2026

Hallucinatoria


Cammino tra le ombre della città come un naufrago di secoli dimenticati. Le strade brillano di pioggia e fuliggine, ogni lampione è una luna spezzata, ogni pozzanghera un piccolo inferno liquido in cui si riflette il cielo greve. Il vento porta odori di carta bruciata, tabacco, fiori appassiti e un lontano sentore di mare. È la città di Baudelaire che si accende dentro il mio respiro: un mondo di luce morta, dove il bello e l’orrido si toccano e si respingono come amanti infedeli.

La poesia, penso, non è mai nata dalla ragione. È una febbre, un fremito nelle vene, un desiderio insopprimibile di accarezzare ciò che non può essere posseduto. Leopardi lo aveva intuito: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle…» Non è il colle, né l’infinito teorico, ma la nostalgia di ciò che sfugge, il senso che non si lascia catturare, il Mistero che si cela dietro ogni cosa visibile. La poesia non risolve, ma svela: non illumina, ma ferisce.

E penso a Celan: ogni parola un frammento di cristallo spezzato, ogni verso un’eco di dolore che non si tace. La lingua si fa ferita e cura insieme, il suono diventa memoria e martirio, eppure, nella frattura, pulsa una verità che la ragione non può comprendere. La filosofia e la fisica cercano codici, leggi, strutture; la poesia ascolta la ferita e la lascia sanguinare, senza pretendere di fermare il flusso del sangue, senza pretendere di chiudere l’enigma.

Il Mistero è questa corrente che attraversa tutto, e io ne percepisco il respiro tra i palazzi alti, tra le strade umide, tra le pieghe del mio stesso corpo. Ogni oggetto che tocco, ogni immagine che osservo, diventa parola e verso, o almeno un tentativo di nominarla. Baudelaire, nei Fiori del male, scriveva: «Hypocrite lecteur,—mon semblable,—mon frère!» Non solo al lettore, ma al mondo: perché ogni sguardo che nomina il Mistero è fraternità con ciò che non può essere afferrato.

Cammino tra le tombe del passato, tra i fantasmi di desideri e sogni infranti. Ogni pietra è un verso, ogni ombra un canto segreto. Le foglie morte cadono come lettere ingiallite, portano storie di corpi che hanno vissuto e amato, e io le raccolgo come parole cadute, le annuso, le sento vibrare ancora, prima che il vento le disperda. La poesia è questo: la tensione tra ciò che è e ciò che sfugge, la musica dei resti, l’eco degli invisibili.

E mentre cammino, il Mistero si manifesta nei dettagli più minuscoli: un goccio di pioggia che si posa sul vetro, una luce tremolante tra i rami, un frammento di musica che giunge da una finestra aperta. Tutto diventa linguaggio, tutto diventa verso, tutto diventa presenza. La poesia non è possesso: è attraversamento, respirazione, attesa.

Il tempo è un’illusione, e la parola poetica ne è il segreto. Ogni istante è eterno e fragile, e la poesia lo afferra con mani tremanti. «Il tempo non è che un fantasma», penso citando Rimbaud, «e noi siamo viaggiatori su un fiume di sogni». Ogni verso è un battito del fiume, ogni silenzio un vortice che inghiotte e restituisce, senza tregua, senza misura.

Le città dormono e io cammino tra le ombre. I lampioni diventano lune, i corvi messaggeri, i fiori appassiti testimoni di una bellezza che non si concede, di un piacere che è anche dolore. La poesia è questo movimento tra estasi e disgusto, tra bellezza e decadimento, tra la vertigine e il tremito. Ogni parola diventa un corpo, e ogni corpo un frammento del Mistero.

E mentre osservo, penso alla sensualità della percezione: il profumo del caffè nella pioggia, il sapore di cenere nelle labbra, il brivido della pelle sotto la luce fredda dei lampioni. Baudelaire avrebbe sorriso di questo, avrebbe scritto di questi sensi che vibrano e tremano, di questa esistenza che è desiderio e abiezione insieme. La poesia, allora, non è solo parola, ma corpo, sangue, ombra e luce mescolati in un unico flusso.

E il Mistero non si lascia afferrare. Ogni tentativo genera un nuovo enigma. La scienza misura, la filosofia argomenta, la poesia attraversa. La poesia è il gesto che accoglie, la parola che non pretende di possedere, la mano che sfiora senza trattenere. Ogni verso è un atto di amore per l’ignoto, ogni silenzio una confessione di fragilità, ogni respiro un ponte tra l’uomo e ciò che non può nominare.

Cammino ancora. La città si apre davanti a me come un libro di versi infiniti, dove ogni strada è metafora, ogni casa un enigma, ogni finestra un mistero che si mostra e si ritrae. Ogni parola che scrivo è tentativo di raccogliere quella corrente di luce e ombra, ogni verso un respiro che si offre al mondo. La poesia è l’unica resistenza alla dissoluzione, l’unica misura di ciò che non può essere compreso ma solo attraversato.

E mentre la notte avanza, sento il battito del Mistero dentro me. Non è silenzio, non è vuoto: è voce e suono, è movimento e presenza, è parola che sfugge e ritorna, come un fiume che attraversa città e memorie. La poesia è questa corrente, questa musica invisibile, questo palpito che non chiede spiegazioni ma accompagna, che non pretende possesso ma rende partecipi.

La notte si allunga come un mantello di velluto nero, pesante e untuoso, e io cammino tra le sue pieghe come un uomo che cerca la propria ombra. Ogni passo lascia una traccia sul pavimento bagnato, e il riflesso dei lampioni si frange nelle pozzanghere come occhi che osservano, interrogano, giudicano. Il Mistero non è lontano: è ovunque, nel tremito di una foglia, nel grido di un corvo, nella piega del cielo che si spezza sulla città.

Baudelaire diceva che «la musica dei ciechi è la poesia dei sensi», e io comprendo che ogni parola scritta è un tentativo di udire quella musica, di percepire la melodia nascosta dietro il rumore del mondo. Non è la ragione che guida questo ascolto, ma una febbre, un desiderio oscuro, una necessità di accarezzare ciò che non si lascia possedere. La parola diventa corpo, e il corpo diventa parola, e in quel mutamento perpetuo risuona il Mistero.

Le strade si moltiplicano, si contorcono, si perdono in meandri di ombre e luci spente. Ogni porta chiusa è un enigma, ogni finestra aperta un canto segreto. Cammino come un viandante in un labirinto di versi che non finiscono mai. Il cielo sopra di me è un mare d’inchiostro, e ogni stella è un frammento di sogno che si riflette nelle pozzanghere della città. La poesia è il gesto di raccogliere quei frammenti, di trasformarli in battito, in parola, in respiro.

Il vento porta odori di fiori marci e di cera, di mare lontano e di cenere. Ogni aroma è un verso, ogni fruscio di foglia un canto, ogni goccia di pioggia una confessione del cielo. Rimbaud avrebbe chiamato tutto questo safran des soirs, quell’oro struggente dei crepuscoli che brilla tra la bellezza e la rovina. La poesia è la capacità di cogliere quell’oro, di lasciarlo vibrare, senza tentare di possederlo, senza ridurlo a misura.

E penso a Leopardi: «E il naufragar m’è dolce in questo mare». Non è dolcezza consolatoria, ma vertigine. La poesia è la vertigine che attraversa l’uomo quando il Mistero lo sfiora, quando la parola tenta di catturare l’infinito senza riuscirci. Ogni verso è un naufragio, ogni silenzio un approdo illusorio, ogni respiro una dichiarazione di fallimento e di amore.

Cammino tra i fantasmi del passato. Ogni pietra, ogni albero, ogni fiore appassito è memoria. Celan mi sussurra attraverso le sue parole spezzate: «La poesia è una ferita che non si chiude mai». La parola poetica diventa ferita e balsamo insieme, e io sento che il Mistero si riflette in ogni cicatrice, in ogni piega del tempo, in ogni respiro sospeso.

Le città dormono, ma io sento il loro cuore pulsare sotto le strade e le case. Ogni rumore, ogni eco diventa verso. La pioggia tamburella sui tetti come mani invisibili che segnano il ritmo del mondo. Ogni lampione tremola, e io mi sento parte di quella tremolante armonia, parte di un flusso che non appartiene a me, ma passa attraverso di me. La poesia è questo passaggio, questo movimento tra il visibile e l’invisibile, tra il desiderio e la caducità.

E il Mistero non si lascia catturare. È presente, palpita, sfugge. Ogni tentativo di definirlo genera un nuovo enigma. La filosofia misura, la scienza calcola, la poesia ascolta. Ogni verso è un tentativo di respirare insieme al Mistero, di accompagnarlo, di riconoscerlo senza pretendere possesso. Ogni parola diventa gesto, ogni silenzio una dichiarazione di partecipazione.

Le stelle cadono a grappoli nel cielo come lacrime d’oro e di sangue. Ogni stella è un desiderio, ogni desiderio un frammento di verità che non può essere trattenuto. La poesia è l’atto di raccogliere quei frammenti, di lasciarli vibrare, di accoglierli nella carne e nel cuore senza chiedere spiegazioni. Baudelaire lo aveva compreso: la bellezza e il Male si intrecciano, e solo chi accetta questa danza può percorrere la via del verso.

E cammino ancora. La città si trasforma in un labirinto di luce e ombra, di profumo e polvere, di memoria e oblio. Ogni oggetto diventa simbolo, ogni suono un canto segreto, ogni odore un verso che vibra nella notte. La poesia è la capacità di sentire tutto questo, di accoglierlo senza ridurlo, di lasciarlo attraversare il corpo e la mente come corrente invisibile.

Il tempo si distende come un fiume d’inchiostro. Ogni istante è eterno e fragile, ogni parola un frammento di infinito. La poesia afferra quell’infinito con mani tremanti, lo lascia scorrere attraverso il corpo, lo restituisce al mondo sotto forma di suono, gesto, respiro. Ogni verso è un atto di coraggio e fragilità, ogni silenzio una testimonianza di ciò che non può essere posseduto, ogni respiro un ponte tra l’uomo e il Mistero.

E così la notte continua, decadente e splendida, tra lampioni che brillano come lune spezzate, corvi che volano tra i tetti, fiori appassiti che testimoniano bellezza e rovina. La poesia è questo battito, questo tremito, questo respiro che attraversa il mondo e chi lo percorre. Non salva, non spiega, non possiede: accompagna, respira, testimonia.

La città, immersa nel sonno dei vivi, è un organismo segreto che pulsa sotto la pelle della notte. Ogni vicolo è una vena che trasporta memorie, desideri, sospiri. Ogni lampione è un occhio, un guardiano dei sogni e delle cadute. E io cammino, viaggiatore febbrile, tra queste vene, tra queste ombre, percependo il Mistero come un battito interno che non chiede tregua. «Hypocrite lecteur, — mon semblable, — mon frère!», sussurra Baudelaire tra i riflessi della pioggia, e io sento il lettore, sento il mondo, sento ogni creatura sospesa tra il desiderio e il nulla.

Il vento porta aromi contrastanti: fiori marci, cenere, tabacco, legno bagnato, e nel loro intreccio percepisco versi che non sono miei, eppure li sento pulsare dentro il petto. La poesia è questo: un assaggio di eternità nascosta nelle pieghe dei sensi, un movimento che attraversa tutto senza chiedere permesso. Ogni parola è un frammento di cielo caduto, ogni verso un lampo che illumina l’ombra, ogni silenzio una corrente che percorre il cuore.

Penso a Rimbaud e al suo Voyant, al suo desiderio di vedere oltre il velo, di sentire oltre il rumore. La poesia è lo strumento di questa percezione: non per dominio, non per conoscenza, ma per passaggio. Il Mistero non si possiede, si attraversa. E io sento il suo respiro tra i mattoni bagnati, tra le foglie morte, tra le note di un violino che risuonano da una finestra lontana.

Le stelle cadono come lacrime d’oro e di sangue sul selciato. Ogni stella è un desiderio, ogni desiderio un enigma, ogni enigma un fremito che attraversa la carne. La poesia è il gesto di raccogliere quei frammenti, di farli vibrare, di lasciarli attraversare senza tentare di trattenerli. Ogni verso è un atto di fragilità e coraggio insieme, un battito sospeso tra vertigine e contemplazione.

E cammino ancora tra le tombe e le rovine, tra monumenti abbandonati e chiese chiuse. Ogni pietra è parola, ogni ombra è verso, ogni silenzio un canto. Celan, con la sua lingua spezzata, mi ricorda che la poesia è una ferita che pulsa senza sosta. Il Mistero si riflette in ogni cicatrice, ogni piega del tempo, ogni respiro sospeso. La poesia ascolta, accompagna, testimonia.

I lampioni tremolano come fiamme vacillanti, i corvi volteggiano tra tetti e ciminiere, e io cammino come un somnambulo tra queste immagini, tra queste visioni. Baudelaire avrebbe scritto di questa città come di un organismo decadente, di un corpo urbano che respira dolore e bellezza insieme. Ogni parola che scrivo è un tentativo di raccogliere il suo respiro, di farlo vibrare tra i versi, di sentire il Mistero pulsare senza nome.

E il tempo si dilata, si contrae, diventa fiume di inchiostro, corrente di memoria e desiderio. Ogni istante è eterno e fragile. La poesia afferra quell’eternità con mani tremanti, la lascia scorrere attraverso il corpo e la mente, e la restituisce al mondo sotto forma di suono, gesto, respiro. Ogni verso è testimonianza, ogni silenzio è partecipazione, ogni respiro un ponte tra l’uomo e il Mistero.

La città dorme, ma io sento il suo cuore pulsare sotto i piedi. Le porte chiuse nascondono segreti, le finestre aperte cantano melodie segrete. Ogni rumore diventa verso, ogni ombra canto, ogni fragranza poesia. Il Mistero si manifesta nei dettagli più minuscoli: un goccio di pioggia sul vetro, un frammento di musica che giunge da lontano, un alito di vento che scuote le tende. La poesia è il mezzo per percepire tutto questo, per lasciarlo attraversare il corpo e la mente senza tentare di possederlo.

E penso a Mallarmé: «Il libro è un sogno che si manifesta tra le mani di chi osa leggerlo». La poesia è questo libro che non si chiude mai, questo sogno che sfugge, questo Mistero che si mostra a tratti e si nasconde subito dopo. Ogni verso è un gesto di devozione al non detto, ogni silenzio una confessione di impotenza, ogni respiro un atto di fede nella parola.

Il vento porta aromi di notte, di fiori appassiti, di tabacco e cera, e io cammino tra essi come in un labirinto di sensazioni. Ogni aroma è un verso, ogni fruscio un canto, ogni goccia una confessione. Rilke avrebbe definito questa esperienza «essere attraversati dal mondo senza possederlo», e io sento che la poesia è esattamente questo: un attraversamento che non pretende controllo, una tensione che non pretende conclusione, una corrente che pulsa invisibile.

E così la notte continua, decadente e splendida. I lampioni brillano come lune spezzate, i corvi volano tra tetti e ciminiere, i fiori appassiti testimoniano la bellezza e il dolore. La poesia è il battito di questo mondo sospeso, il tremito di ciò che non può essere posseduto, il respiro del Mistero che attraversa tutto. Non spiega, non salva, non pretende: accompagna, respira, testimonia.

La notte si prolunga come un mantello di velluto denso e sporco, pesante sulle spalle di chi cammina tra i fantasmi del mondo. Ogni lampione è un occhio che scruta, ogni finestra un segreto che geme tra luce e ombra. Cammino tra le strade bagnate, tra pozzanghere che riflettono frammenti di stelle cadute, e sento il Mistero pulsare sotto la pelle come una corrente invisibile che attraversa tutto, che attraversa me.

Baudelaire mi accompagna con le sue parole: «Hypocrite lecteur, — mon semblable, — mon frère!» Ma non solo al lettore, al mondo intero. La poesia è questa fratellanza silenziosa con l’ignoto, con ciò che sfugge, con ciò che non può essere dominato. Ogni verso è una carezza sull’ombra, ogni silenzio un abbraccio al vuoto, ogni respiro un atto di complicità con l’invisibile.

Il vento porta aromi contrastanti: fiori marci, cera, tabacco, legno bagnato, e in questo intreccio percepisco la musica segreta del mondo. La poesia è lo strumento di questa percezione: non per dominio, non per conoscenza, ma per passaggio. Il Mistero non si possiede, si attraversa. E io sento il suo respiro tra i mattoni bagnati, tra le foglie morte, tra le note di un violino che giunge da una finestra lontana.

Rimbaud, con il suo Voyant, avrebbe sorriso di questo, della febbre necessaria per percepire ciò che la ragione ignora. La parola poetica diventa corpo e gesto, fiamma e ombra, e attraverso di essa si manifesta ciò che non può essere posseduto. Ogni stazione, ogni vicolo, ogni pietra della città diventa verso, ogni goccia di pioggia un simbolo, ogni soffio di vento un canto segreto.

La poesia non spiega, non consola, non ordina. La poesia attraversa. Il tempo diventa flusso, corrente, fiume d’inchiostro. Ogni istante è eterno e fragile, ogni parola un frammento d’infinito. La poesia afferra quell’infinito, lo lascia scorrere attraverso il corpo, lo restituisce al mondo come gesto, suono, respiro. Ogni verso è un atto di coraggio e fragilità, ogni silenzio una confessione di impotenza, ogni respiro un ponte tra l’uomo e il Mistero.

Le stelle cadono come lacrime d’oro e sangue sulle strade bagnate. Ogni stella è un desiderio, ogni desiderio un frammento di verità che non può essere trattenuto. La poesia è il gesto di raccogliere quei frammenti, di farli vibrare, di lasciarli attraversare senza possederli. Ogni verso è un atto di fragilità e coraggio, ogni silenzio una testimonianza, ogni respiro un atto di fede nella parola.

Cammino tra i fantasmi del passato e i monumenti dimenticati. Ogni pietra, ogni albero, ogni fiore appassito è memoria. Celan, con la sua lingua spezzata, sussurra che la poesia è una ferita che pulsa senza tregua. La parola poetica diventa ferita e balsamo insieme, e il Mistero si riflette in ogni cicatrice, in ogni piega del tempo, in ogni respiro sospeso. La poesia ascolta, accompagna, testimonia.

I lampioni tremolano come fiamme vacillanti, i corvi volteggiano tra tetti e ciminiere, e io cammino come un somnambulo tra queste immagini e visioni. Baudelaire avrebbe scritto di questa città come di un organismo decadente, di un corpo urbano che respira dolore e bellezza insieme. Ogni parola che scrivo è un tentativo di raccogliere il suo respiro, di farlo vibrare tra i versi, di sentire il Mistero pulsare senza nome.

E penso a Mallarmé: «Il libro è un sogno che si manifesta tra le mani di chi osa leggerlo». La poesia è questo libro che non si chiude mai, questo sogno che sfugge, questo Mistero che si mostra a tratti e si nasconde subito dopo. Ogni verso è un gesto di devozione al non detto, ogni silenzio una confessione di impotenza, ogni respiro un atto di fede nella parola.

Rilke avrebbe chiamato questo «essere attraversati dal mondo senza possederlo». Io sento che la poesia è esattamente questo: un attraversamento che non pretende controllo, una corrente che pulsa invisibile tra la città, il cuore e l’anima. Il Mistero si manifesta nei dettagli più minuti: una goccia di pioggia sul vetro, un riflesso di luce tra i rami, un frammento di musica che giunge da una finestra lontana. Ogni sensazione diventa verso, ogni percezione canto, ogni respiro poesia.

E mentre la notte si estende, decadente e splendida, sento il Mistero camminare accanto a me. Non è lontano, non è silenzioso: pulsa, respira, vibra. Ogni verso che scrivo è un atto di comunione, ogni parola un atto di coraggio, ogni silenzio un atto di partecipazione. La poesia non salva, non possiede, non spiega: accompagna, respira, testimonia.

La città, con i suoi lampioni, corvi e fiori appassiti, diventa un organismo vivente che pulsa insieme al cuore del poeta. Ogni suono, ogni odore, ogni luce è verso, e io li accolgo come tali, come frammenti del Mistero. La poesia è questa corrente che attraversa il mondo senza consumarlo, che attraversa l’uomo senza possederlo, che rende visibile l’invisibile senza annientarlo.

E così, alla fine, tutto diventa parola, tutto diventa respiro, tutto diventa poesia. La notte, la città, il Mistero, il corpo, il cuore, la memoria, il desiderio: tutto si fonde in un unico battito, in un unico flusso. La parola non nomina per possedere, nomina per attraversare, per sentire, per testimoniare. La poesia è l’eterno presente, il respiro dell’invisibile, il Mistero che cammina accanto a noi, tremante, irresistibile, infinito.



Riflessioni finali 

Scrivere quest’opera è stato come camminare in una città notturna e sconosciuta, dove ogni lampione, ogni pozzanghera, ogni corvo e fiore appassito diventa simbolo, immagine e verso insieme. Non si tratta di un percorso ordinato, logico o razionale, ma di un flusso continuo di percezioni, sensazioni e pensieri che cercano di afferrare ciò che è ineffabile, ciò che chiamiamo Mistero. La poesia, in questo senso, non spiega né possiede: accompagna, respira, testimonia. È un attraversamento, non una conquista.

I lampioni, con la loro luce intermittente e tremolante, evocano il desiderio umano di conoscere senza riuscirvi mai del tutto. Essi illuminano il mondo circostante senza mai rivelarlo completamente, e così ogni verso poetico, come ogni lampione, non pretende di svelare il Mistero, ma di mostrarne solo riflessi fugaci. Le pozzanghere, specchi liquidi che riflettono il cielo e le stelle, incarnano questa impossibilità di possesso: si offrono allo sguardo come frammenti di infinito che sfuggono al controllo, e ogni parola che nasce davanti a esse diventa un tentativo di raccogliere ciò che non può essere trattenuto.

I corvi, messaggeri silenziosi, portano enigmi e verità che non possono essere completamente afferrate. Essi ricordano Poe e Baudelaire, e persino Celan con la sua lingua spezzata: in ogni verso, il poeta riconosce la fragilità della parola, ma anche la sua forza di testimonianza. Allo stesso modo, i fiori appassiti ci parlano della bellezza imperfetta, del decadenza e della caducità delle cose; la poesia non li salva, ma li accoglie e li rende eterni nella memoria e nel ritmo del verso.

Il vento e la pioggia attraversano il corpo e la mente come correnti invisibili, portando odori e suoni che evocano emozioni, desideri e ricordi. La città, organismo vivente, pulsa sotto i piedi e tra le strade, e il poeta la percepisce come specchio della propria mente e del proprio cuore. Ogni elemento urbano diventa immagine poetica, e la parola si fa corpo, gesto e respiro. In questo percorso, Baudelaire e Rimbaud sono sempre presenti, come guide: il primo con la sua Parigi decadente e la tensione tra bellezza e Male, il secondo con la febbre del Voyant, la visione che oltrepassa la ragione e tocca l’ignoto.

Le citazioni che ho intrecciato nel testo non sono meri omaggi: sono fili che collegano la mia esperienza poetica a quella dei grandi poeti e filosofi. Leopardi, con la dolcezza del naufragio nell’infinito, ci ricorda che il piacere e il desiderio nascono proprio dall’impossibilità di possedere. Mallarmé ci parla del sogno del libro, del libro come sogno che prende forma tra mani attente e coraggiose. Rilke ci ricorda di essere attraversati dal mondo senza pretenderne il possesso. Celan ci parla di ferita, memoria e testimonianza. Ogni verso del poema-saggio è una risposta a queste sollecitazioni, un tentativo di dialogo con il Mistero attraverso la parola.

Il testo, nel suo insieme, è quindi una meditazione sulla poesia come atto di coraggio e di fragilità, come possibilità di attraversare l’infinito senza tentare di ridurlo a misura. Ogni immagine, ogni simbolo, ogni flusso di coscienza serve a testimoniare l’inesauribile tensione tra percezione e conoscenza, tra desiderio e impossibilità. La poesia non consola, non possiede, non pretende di spiegare: accompagna, respira e testimonia.

Camminando tra lampioni, pozzanghere, corvi e fiori appassiti, il poeta e il lettore sono chiamati a percepire il Mistero in ogni dettaglio, ad accogliere ciò che sfugge, a respirare il flusso invisibile che attraversa il mondo. La parola diventa ponte, respiro, battito. La poesia è esperienza totale, attraversamento continuo, e il Mistero si manifesta, tremante e irresistibile, nella delicatezza e nella fragilità di ogni verso.

In conclusione, quest’opera si propone come invito a camminare tra luce e ombra, tra desiderio e caducità, tra vertigine e contemplazione. La poesia, come gesto, corpo e parola, è l’unico strumento attraverso cui possiamo partecipare al Mistero senza pretenderne la comprensione completa. La bellezza e il dolore, la luce e l’ombra, l’infinito e la fragilità convivono in ogni verso, in ogni silenzio, in ogni respiro. La parola, infine, non possiede: accompagna, respira e testimonia.


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