La cultura non ha passaporto, si dice, e l'arte dovrebbe ignorare le frontiere e sottrarsi alle ragioni degli Stati. Sono formule che nessuno può contestare senza apparire rozzo, e proprio per questo servono da riparo comodo a un sistema internazionale che continua a distribuire incarichi, prestigio e legittimazione con la regolarità con cui inaugura una mostra, come se il mondo intorno non avesse cambiato le condizioni in cui quelle distribuzioni avvengono. La nomina di Francesco Bonami a direttore artistico della GES-2 House of Culture di Mosca, annunciata il 13 ottobre, cade esattamente su questo terreno, dove i principi sulla libertà culturale, invocati con sincerità o per abitudine, finiscono per rendere indiscutibile ciò che andrebbe discusso.
Bonami arriva a GES-2 da collaboratore di lunga data: lavora con la fondazione V-A-C dal 2010, contribuisce alle strategie dell'istituzione dal 2021 e ora assume una responsabilità più diretta sulla scelta dei progetti e sulla programmazione. Alle spalle ha una carriera da protagonista del circuito internazionale, direttore della Biennale di Venezia nel 2003, curatore della Whitney Biennial del 2010, senior curator al Museum of Contemporary Art di Chicago. L'autorità simbolica che gli viene da questo percorso, costruita grazie alla circolazione di opere, idee e persone che oggi rischia di essere ostacolata, toglie alla sua scelta il carattere di faccenda privata fra un professionista e un datore di lavoro e la rende un fatto pubblico, da giudicare con i criteri che si applicano ai fatti pubblici.
Esiste una scorciatoia, che consiste nell'interdire in blocco la cultura russa e nel giudicare ogni artista, curatore e spettatore secondo le decisioni del Cremlino. È rozza e inefficace, perché confonde i cittadini con lo Stato e colpisce proprio coloro che, dentro quel Paese, tengono aperta una possibilità di pensiero diversa da quella ufficiale. Rifiutarla, tuttavia, lascia intatta la questione vera: quanto peso si possa dare alla parola dialogo quando pretende di rendere irrilevanti le condizioni politiche ed economiche in cui il dialogo avviene, e se l'autonomia dell'arte debba intendersi come capacità di interrogare il potere, con ciò che questa capacità costa a chi la esercita, oppure come diritto degli operatori culturali a non essere disturbati dalle conseguenze delle proprie scelte.
GES-2 è stata inaugurata nel dicembre 2021, pochi mesi prima dell'invasione su vasta scala dell'Ucraina, in un'ex centrale elettrica trasformata da Renzo Piano in un grande centro multidisciplinare nel cuore di Mosca, di fronte al Cremlino. Appartiene alla V-A-C Foundation, fondata dal magnate del gas Leonid Mikhelson, proprietario di Novatek e figura di primo piano dell'economia russa, che ha finanziato un progetto ambizioso fra arti visive, ricerca, spettacolo e partecipazione pubblica. Sarebbe disonesto negare il valore di ciò che in quegli spazi è stato fatto, mostre serie, artisti di rilievo, occasioni reali di studio, e altrettanto ingenuo fingere che l'origine delle risorse e i rapporti fra capitale, istituzioni e potere restino fuori dal quadro. La qualità di un programma convive con le condizioni che lo rendono possibile senza cancellarle, e la natura privata di una fondazione, che le dà una distanza formale dallo Stato, non ne fa un territorio sottratto alle domande del pubblico.
La cultura, del resto, conserva la propria innocenza finché qualcuno ha interesse a ricordarla, e quando la perde non sempre veste una divisa. Accanto alla propaganda dichiarata esiste una funzione più discreta, che consiste nel mantenere l'immagine di un Paese come interlocutore ancora frequentabile, nel proteggere la reputazione di un'istituzione, nel mostrare che il mondo continua a varcarne la soglia. Per riconoscerla non servono ordini dall'alto né intenzioni documentate: la diplomazia culturale funziona al meglio quando evita di chiamarsi con il proprio nome, e le basta che le persone giuste continuino a incontrarsi, che i nomi prestigiosi restino sulle locandine, che il circuito conservi il suo moto.
Bonami ha sostenuto in passato che le sanzioni economiche non dovrebbero toccare la cultura e, a quanto si è letto, ha definito la sanzione culturale un atto che ferisce le persone nell'anima. La posizione merita una discussione di merito e ha una sua forza, perché colpire un violinista o un pittore per il passaporto che ha in tasca attribuisce alla nazionalità una colpa che nessun individuo ha scelto. Accolto per intero, però, l'argomento difende la circolazione degli artisti e lascia senza risposta la domanda su chi dirige l'istituzione che li accoglie: fra il rifiuto di punire indiscriminatamente chi crea e l'accettazione di una direzione artistica in una struttura sostenuta da uno dei grandi nomi dell'economia russa si stende uno spazio di valutazione che la parola autonomia, pronunciata per coprirlo, non riesce ad abolire.
L'obiezione più forte, quella che un testo severo deve concedere all'avversario prima di rispondergli, vuole che la presenza di un curatore occidentale in una grande istituzione moscovita sia già una forma di apertura, un filo che resta teso mentre tutti gli altri si spezzano, una finestra offerta ad artisti, tecnici e pubblico proprio mentre il resto del mondo la chiude. Ha il suo peso, e chi la scartasse con sdegno mostrerebbe di non aver mai lavorato dentro un'istituzione sotto pressione. Regge però soltanto finché la finestra serve a chi sta dentro, e smette di reggere quando la stessa finestra serve a chi sta fuori, a mostrare che la vita culturale procede come prima e che il prestigio dei nomi invitati ne garantisce la normalità. Lo stesso gesto produce così due effetti opposti, e nessuna dichiarazione d'intenti permette di separarli.
Il momento accentua l'ambiguità. La nomina interviene mentre in Europa i rapporti con le istituzioni russe restano tesi, gli scambi museali sono stati interrotti o ridotti, la presenza della Russia alla Biennale di Venezia ha riaperto un conflitto politico e culturale di nessuna modestia e la Commissione europea ha sospeso due milioni di euro destinati alla Biennale proprio in relazione a quella controversia. Accettare la direzione artistica di una grande casa della cultura a Mosca significa allora prendere posto, volenti o nolenti, dentro una discussione sul confine fra indipendenza culturale, responsabilità pubblica e normalizzazione. La replica di GES-2, secondo cui la vocazione internazionale fa parte dell'identità dell'istituzione e non dipende da una singola nomina, è comprensibile per chi deve difendere la continuità di un programma, ma risponde a una domanda che nessuno ha posto: nessuno dubita che un centro culturale possa desiderare rapporti con artisti di ogni Paese, e il problema riguarda le condizioni di quei rapporti, gli interlocutori, le risorse, la consapevolezza con cui se ne accettano le conseguenze. L'internazionalità, presentata come credenziale morale, lavora anche come capitale reputazionale per un'istituzione che vuole conservare la propria centralità mentre il quadro politico intorno si restringe.
Bonami non risponde delle decisioni del governo russo per il solo fatto di aver accettato un incarico, e attribuirgli intenzioni propagandistiche senza prove sarebbe scorretto. Il riconoscimento della sua autonomia professionale, tuttavia, obbliga a prendere sul serio la scelta: una nomina frutto di valutazione consapevole autorizza a chiedere quale idea di responsabilità culturale la sostenga e quale rapporto egli intenda stabilire fra libertà artistica e condizioni materiali della produzione. Il prestigio accumulato in decenni rende queste domande più necessarie, perché chi ha molta credibilità da perdere ha anche molto da insegnare con il proprio esempio.
Resta ciò che il caso rivela del sistema nel suo insieme. Per anni ci è stato raccontato che l'arte contemporanea possiede la capacità quasi miracolosa di attraversare le divisioni, di costruire ponti dove la diplomazia fallisce, di parlare una lingua che nessun governo controlla; messo alla prova da circostanze concrete, il racconto si applica con sorprendente selettività. Il dialogo viene difeso quando conserva relazioni di pregio, l'autonomia viene invocata quando le responsabilità si fanno scomode, la complessità viene esibita come valore intellettuale e poi adoperata come alibi per non pronunciarsi su nulla.
A Bonami non si deve chiedere di farsi diplomatico, oppositore o giudice della storia. A chi lo discute si deve chiedere di farlo senza la deferenza abituale verso i nomi che il sistema ha consacrato e senza la superstizione che vuole ciò che avviene dentro un museo separato da ciò che avviene fuori. La cultura può sopravvivere alle fratture politiche e talvolta contrastarle, ma chiamarla libera non la rende tale, così come un curatore occidentale alla guida di un'istituzione moscovita dimostra la libertà di quell'istituzione soltanto a chi ha già deciso di crederci. Il diritto di Bonami di lavorare a Mosca ha una risposta ovvia, che non esaurisce il giudizio su ciò che il suo lavoro lì significa; e la domanda che rimane, scomoda per lui come per chi lo critica, è se esista una forma di presenza che non coincida con il consenso né con la fuga, o se ogni scelta, in questo punto della storia, finisca per servire qualcuno che non l'aveva chiesta.
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