venerdì 16 ottobre 2026

Che rovesciato s'ascoltasse il di fuori (12 quadri)

1.
Che rovesciato s'ascoltasse il di fuori, e che l'ascolto stesso si facesse rovina, crollo di architravi celesti, sfondamento di volte che per secoli avevano finto di reggere sopra le nostre teste il peso dell'ordine, quale sconvolgimento di pareti, di cieli, di carni che non trovano più il proprio limite, quale tumulto di cardini divelti e di orizzonti scardinati, come se l'esterno, fino a quel momento trattenuto nella sua obbediente lontananza, nella sua cortesia di cosa lontana e rassegnata a restarlo, si facesse improvvisamente viso, faccia violenta, superficie d'urto, muraglia che avanza e respira, e venisse a premere contro di noi con tutta la brutalità di ciò che non può essere contenuto, né ricondotto a una misura, né restituito alla quiete di un nome, né ammansito dentro l'angusta cornice di una parola che si illuda di nominarlo. Come se il mondo, voltandosi nel proprio contrario, a quel modo in cui si volta un guanto strappato dal polso di un cadavere, mostrasse finalmente la parte che nasconde, la sua bocca di fondo, la sua gola di cisterna e di forno, il suo rovescio sanguinoso foderato di visceri e di lampi, e noi, invece di riconoscerlo, invece di salutarlo con il gesto antico di chi incontra il proprio padrone, dovessimo subirne la pressione sopra gli occhi, sopra la lingua, sotto le unghie, fin dentro quel luogo della mente dove le cose si confondono prima di diventare memoria, dove ribolle l'argilla informe delle immagini non ancora nate e già condannate, e dove ogni nascita somiglia a un'eruzione e ogni eruzione a un presagio.

2.
Ma poiché c'è, poiché persiste, poiché questa tua faccia esiste e si offre, si offre come un altare saccheggiato si offre alla pioggia di cenere, questa tua faccia sulla quale venire, contro la quale precipitare fino in fondo, come precipitano le torri nei sogni dei profeti, come precipitano le stelle nel libro che qualcuno, in un'isola di esilio, fu costretto a mangiare e che gli riempì la bocca di miele e il ventre di amarezza, senza più distinzione fra il principio e la caduta, fra il desiderio e il suo disfacimento, fra l'urlo e la bestemmia che lo addolcisce, così, in una duplice enunciata orgasmica, in un doppio squillo di trombe inghiottite da una carne che non sa se celebrare o maledire, quasi che il corpo, pronunciando la propria sentenza, potesse tornare a vivere nell'ondulazione degli spasmi, in quel movimento che avanza senza procedere e arretra senza cedere, e insiste, si torce, si ripete, si consuma e nuovamente s'accende, come una fiamma che abbia smarrito la propria origine, e il legno che la nutrì, e il cielo che la guardò nascere, e tuttavia continui a divorare ciò che le sta intorno con la golosa ostinazione dei roghi che nessun vento placa e nessuna preghiera spegne. Tu dici. Lo dici con la voce che ancora appartiene a questi tre giorni, la voce incrinata dei giorni contati, la voce di una campana che suona dal fondo di un pozzo, e che già sembra provenire da una distanza che non si lascia misurare, da un punto nel quale il tempo, avendo perduto ogni successione, ogni scansione di albe e di vespri, ogni ordine di sigilli aperti uno dopo l'altro, si raccoglie in una sola, interminabile contrazione, in un unico spasmo di tutte le ore. La fine dei tre giorni insieme. La fine, dunque, come se quei giorni, invece di essere trascorsi, si fossero lentamente chiusi intorno a noi, a guisa di una cripta che si sigilli dall'interno, stringendo le loro pareti invisibili, accumulando nei loro interstizi le parole non pronunciate, le posture abbandonate, il calore disperso, la saliva rappresa, l'odore delle lenzuola dove il sonno e la febbre si sono dati convegno, ogni minimo residuo di una presenza che già non sa più a chi appartenere, e vaga per la stanza come un'anima in cerca del proprio corpo e trova soltanto altri corpi senz'anima, altre anime senza dimora.

3.
Diverso. Diverso da prima, diverso da ciò che ricordo, diverso persino da ciò che vedo, perché la realtà, quando si prepara a sottrarci qualcosa, quando affila il suo coltello sulla pietra dei nostri giorni migliori, comincia proprio da questa impercettibile alterazione delle proporzioni, da un occhio che non risponde, da una mano che indugia fuori dal gesto, sospesa a mezz'aria come un uccello morto appeso a un filo, da una carne che conserva il proprio calore mentre tutto il resto sembra già consegnato a un freddo remoto, a un gelo di ere future, a un inverno che precede di molte stagioni la propria venuta. Meno presente, dunque, come se la tua presenza, pur restando qui, pur gravando sul materasso con la stessa greve evidenza dei bronzi, si ritirasse dentro un'altra presenza, in una cavità che non raggiungo, in una camera interna dove si celebra, a porte chiuse, un concilio di ombre al quale non sono stato convocato, e il corpo, lasciato solo a sostenere il peso di ciò che accade, abbandonato dalla mente come una città dai suoi sovrani in fuga, procedesse per conto proprio, obbedendo a una legge più antica della volontà, più antica dei nomi e dei giuramenti, una legge scritta nel fango primordiale prima che il fiato divino vi soffiasse dentro, con il membro che si solleva da solo, senza comando, senza promessa, come un araldo sciocco che squilli l'adunata davanti a un esercito già disperso, senza che il pensiero riesca a intervenire per ricondurlo entro la disciplina delle cose riconoscibili, quasi fosse rimasto, nella rovina generale, nel gran crollo delle impalcature dell'anima, un ultimo frammento di obbedienza biologica, un segnale ostinato che continua a trasmettere la propria scarica mentre tutto intorno si prepara a tacere, e le torri radio del cielo si spengono una a una, e la notte comincia a calare sopra gli alfabeti.

4.
È un gesto, ormai, leggere i tuoi occhi, un gesto che richiede soltanto il coraggio di restare, e che ha rinunciato alla certezza di comprendere, perché comprendere, in questo punto della nostra disfatta, in questa piazza d'armi dove si ammucchiano i trofei di tutte le sconfitte, significherebbe già tradire ciò che gli occhi custodiscono, e forse non esiste niente da comprendere, niente da decifrare nel loro geroglifico d'acqua e di lutto, se non l'oscillazione minima della pupilla, il suo precipitare verso un pensiero che non si dichiara, verso un nome taciuto da secoli, il suo tornare indietro come se avesse incontrato, nel fondo stesso dello sguardo, in quella cantina dove l'iride si spalanca sul nulla, una figura troppo antica per essere riconosciuta, un volto di prima dei volti, un'effigie scolpita nell'oscurità da una mano che precede ogni scultore. Noi eravamo, e si vede che è così, qui, alle stoffe, fra le pieghe che raccolgono la traccia dei nostri corpi, davanti a questa materia docile e insieme ostile, panneggio di sudari e di baldacchini, drappeggio di cattedrali spogliate, che sembra conservare, meglio di noi, la forma di ciò che è accaduto, come se le stoffe sapessero trattenere la pressione delle ginocchia, il peso dei fianchi, la direzione di un abbandono, la curva esatta di una supplica che nessuno ha pronunciato, e potessero restituirci, senza bisogno di parole, la prova materiale di una vicinanza che non siamo riusciti a compiere fino in fondo, di un abbraccio che si è fermato un palmo prima del proprio compimento, come una cupola cui manchi l'ultima pietra e che, per quella mancanza, attenda soltanto di precipitare. Eravamo qui, dunque, per colmare ciò che non è stato, per riempire con la presenza l'enorme cavità lasciata aperta da tutto quello che avrebbe potuto accadere e non ha trovato il proprio momento, il proprio ordine, la propria occasione di esistere, per gettare carne e saliva dentro la voragine dei possibili mai nati, e in questa operazione, tanto più disperata quanto meno consapevole, ogni gesto sembrava rivolgersi a una mancanza precedente, a un tempo perduto che si lasciava avvicinare soltanto sotto forma di corpo, di pelle, di contatto, di una prossimità che non sapeva se avanzare o arretrare, come chi cammini sul ciglio di una scarpata alla luce di una lampada che si consuma. E dell'aria sussiste, sì, dell'aria rimane qualcosa, una quantità incerta, un avanzo che non appartiene più alla stanza né al mondo, un residuo che galleggia fra noi come la testimonianza di un incendio invisibile, come il fumo di un olocausto offerto a una divinità già morta, e che pure respiriamo, senza sapere se sia ancora l'aria di prima o quella che subentra dopo la catastrofe, quando i muri sono ancora in piedi ma hanno già perduto il loro significato, quando le finestre conservano la trasparenza e tuttavia non lasciano più entrare niente, quando ogni oggetto sembra attendere una parola che non arriverà, un nome che nessun angelo, sceso con la sua tromba a rimuovere i sigilli, ha più l'incarico di pronunciare.

5.
Qualcosa, dunque, qualcosa che non si lascia prendere direttamente, che sfugge alla mano e alla vista, che scivola dalle dita come l'olio dalle mani dei consacrati, i frammenti di sbieco, discosti da un riflesso, obliqui come schegge di uno specchio infranto nel quale nessuno riesce più a riconoscersi per intero, sibilanti schegge di vetro e di luna che si conficcano nel fianco del giorno. Sono là, dispersi in una geometria che non obbedisce a nessuna figura, a nessuna prospettiva dei maestri, a nessun compasso, sospesi fra il luogo in cui le cose accadono e quello in cui, molto più tardi, sembrano essere accadute, come monete cadute fra due epoche e rotolate in un'intercapedine dove nessuno le cerca, e ogni frammento porta con sé una porzione di luce, una porzione di buio, una traccia del nostro passaggio che non coincide mai con il passaggio stesso, ombra senza il corpo che la proiettò, orma di un piede che nessuno ricorda di aver posato. Mi volto, e ciò che vedo è già un'altra cosa rispetto a ciò che ho visto; torno a guardare, e il riflesso si è spostato, come se una mano estranea, nascosta dietro la superficie, una mano di scriba o di carnefice, avesse modificato la disposizione delle immagini mentre noi eravamo occupati a credere nella loro stabilità, a edificare sulle sabbie mobili del visibile il nostro minuscolo tempio di certezze. Forse è questo che resta, quando il tempo smette di garantire la continuità delle cose, quando il presente si sfalda sotto il peso di ciò che contiene, come un solaio sotto la neve, e il passato non riesce più a mantenere la distanza che gli spetta e ci si getta addosso come un cane ferito: una serie di apparizioni laterali, di immagini che arrivano senza essere chiamate, di superfici che si accendono per un istante, come candele in una chiesa invasa dalle acque, e subito si richiudono, lasciando dietro di sé una polvere sottile, quasi impercettibile, una cenere di vetrate e di salmi, nella quale si mescolano il ricordo e l'invenzione, il contatto e la sua assenza, il corpo che si offre e quello che non ha mai raggiunto la propria forma e che vaga, informe e supplice, nei corridoi dell'altro mondo. Eppure qualcosa insiste, qualcosa continua a premere contro il bordo della percezione, a grattare con unghie di bronzo la porta chiusa dell'evidenza, non abbastanza da diventare una figura, troppo perché possa essere ignorato, come una seconda realtà che si manifesti soltanto nel momento in cui la prima comincia a cedere, come un'ombra che attenda la sera per rivelare di essere stata, tutto il giorno, il vero padrone della casa, e allora i frammenti, tutti quei frammenti che sembrano provenire da un disastro già compiuto, da un naufragio di galeoni sepolto sotto le fondamenta della memoria, diventano le uniche cose capaci di testimoniare che il disastro è ancora in corso, che la nave brucia e continuerà a bruciare, e che l'acqua stessa, intorno, è una sostanza di fiamma.

6.
È difficile, adesso, risalire, trovare il punto dal quale cominciare la ricostruzione di questa caduta, perché ogni tentativo di risalita ci riconduce al medesimo luogo, alla medesima superficie inclinata, a quel piano di scivolamento lubrico e infernale sul quale i gesti si ripetono e le parole, perdendo la loro destinazione, si riversano una dentro l'altra come acque che non trovano più il confine fra il letto e la piena, fra l'argine e il diluvio, e tracimano sopra le città dei nostri propositi e dei nostri alfabeti fino a ricoprirne i campanili. La mente è quasi agitata, attraversata da scosse che non riesco a distinguere, come un edificio sul quale passi, a intervalli sempre più brevi, il calcagno di un gigante invisibile, come se ogni pensiero, prima ancora di raggiungere una forma, incontrasse l'urto di un altro pensiero, e la loro collisione producesse soltanto una successione di immagini incomplete, di frasi che si interrompono proprio nel momento in cui sembrano avvicinarsi a qualcosa di definitivo, monconi di profezie, sillabe di oracoli ridotte a rantoli. Era senza questo presente, tutto era senza questo presente, o forse il presente esisteva già, ma nascosto in una regione che non sapevamo raggiungere, in una stanza murata della casa del tempo, e adesso si manifesta con la violenza retroattiva delle cose che, una volta accadute, pretendono di essere sempre esistite, di aver inciso il proprio nome nella pietra prima ancora che la pietra fosse cavata dal monte. Lo scorrere del tempo torna da uno scambio, da un passaggio che non saprei più indicare, da una parola forse, da un movimento del corpo, da quel minimo cedimento della distanza che trasforma due presenze in un unico avvenimento, in un'unica carne dolorante e bicorne, e poi s'interrompe, si spezza, perde la propria direzione, come un nastro che si strappi dentro una macchina ancora in funzione, e la macchina continui a girare a vuoto con un rumore di ruote dentate e di ossa. S'era interrotto, sì, e tuttavia non cessava di procedere, perché l'interruzione stessa diventava una forma di durata, una zona morta nella quale il tempo continuava a ripetersi senza produrre un prima e un dopo, una successione di ritorni che non conducevano da nessuna parte e che pure non potevano essere abbandonati, come la processione dei penitenti che gira intorno a una chiesa il cui portale è stato murato dai secoli. Ripiegava ogni volta, il tempo, ripiegava sopra se stesso, sopra il gesto appena compiuto, sopra la parola che sembrava averlo accompagnato, come un mantello funebre che si avvolge su un corpo già freddo, e ogni volta una registrazione, una traccia, una specie di incisione cieca che raccoglieva ciò che restava dell'accaduto, un bulino invisibile che scavava sul rame del giorno le sue rughe e le sue stigmate, non proprio ogni volta, perché anche la memoria ha i suoi cedimenti, le sue lacune, i suoi improvvisi collassi, le sue frane di fango e di nomi, e non tutto si lascia conservare, non tutto accetta di essere restituito alla coscienza, e certe cose preferiscono marcire nel buio piuttosto che risorgere nel giorno del giudizio. C'era, tuttavia, c'era qualcosa, una presenza senza volto, una continuità spezzata che nessuna interruzione riusciva a cancellare, come se nel cuore stesso del silenzio, nel suo midollo di piombo, rimanesse attiva una macchina sotterranea, una macchina che registra le ferite degli avvenimenti, il punto esatto in cui le parole falliscono, la pressione che il corpo esercita sul mondo prima di ritirarsi, lasciando dietro di sé una cavità che nessuna memoria può colmare e che nessun profeta, per quanto ispirato, saprebbe misurare con la propria canna d'oro.

7.
Più precisi di così non si può essere, ero io, restavo, e in questa impossibilità di essere più preciso riconosco forse la sola forma di verità che ancora mi appartiene, la verità dei mutilati e dei ciechi che tastano il muro, perché ogni definizione ulteriore rischia di introdurre un ordine che non esiste, una sequenza che non abbiamo vissuto, una chiarezza postuma che finirebbe per falsificare il disordine originario, il sacro caos dei tre giorni, la loro sontuosa e sudata confusione. Ero io, ma quale io, quale figura capace di raccogliere dentro un'unica persona le diverse inclinazioni del desiderio, le sue improvvise accelerazioni, le sue ritirate, le sue cecità, le sue aperture, i suoi cavalli bardati di nero e i suoi cavalli bardati di pallore, quale nome può ancora indicare chi rimane quando il corpo si muove da solo e la mente, invece di guidarlo, gli corre dietro come un testimone tardivo, ansante, incapace di raggiungere la scena che pretende di descrivere, un notaio inseguito dalla propria penna lungo i vicoli di una città in fiamme? Restavo, e questo restare poteva ben significare l'essere assente, perché si può restare nel luogo dal quale ogni presenza si ritira, si può occupare uno spazio senza più coincidere con la propria figura, come le statue dei santi nelle nicchie delle chiese bombardate, si può continuare a respirare mentre qualcosa, dentro, ha già oltrepassato una soglia dalla quale non è possibile tornare indietro, ha già varcato la porta di bronzo oltre cui non si ode più nemmeno l'eco delle proprie suppliche. Perché vengono, perché continuano a venire, perché ogni cosa che credevo conclusa ritorna sotto un'altra forma, rivestita di un altro mantello, ornata di un'altra maschera, e ogni ritorno porta con sé una deformazione, una torsione, una perdita che investe ciò che ritorna e il luogo stesso in cui il ritorno si compie, il suolo che lo accoglie, il tempo che lo sopporta, l'occhio che ne è tormentato. Questo è accumularsi, dilatarsi, espandere la materia dell'accaduto fino a farle occupare tutto lo spazio disponibile, a guisa di un'acqua nera che salga nelle navate fino a lambire le volte, fino a quando non rimane più una zona neutra, un angolo nel quale sottrarsi, una superficie sulla quale posare lo sguardo senza incontrare il riflesso di ciò che si vorrebbe dimenticare. E mentre tutto si accumula, mentre ogni frammento richiama un altro frammento e ogni richiamo genera una nuova proliferazione di immagini, una moltiplicazione di cherubini deformi e di mostri dipinti nell'angolo delle pale, l'insieme di tutte le cose non vien detto qui, non trova una voce che possa contenerlo, non raggiunge quella forma conclusiva che permetterebbe almeno di riconoscere il disegno della rovina, la planimetria dello sterminio. Lo trovo, oggi, sull'orlo coricato, disteso lungo il margine di una caduta che non si compie, come un cavaliere di pietra sul coperchio del proprio sepolcro, sul limite di una superficie dalla quale sembra possibile osservare il mondo senza appartenervi più, e in questa posizione, insieme passiva e ostinata, riconosco il peso di tutto ciò che non si è lasciato pronunciare, l'intera massa delle cose rimaste fuori dalla frase, le parole che si sono accumulate senza trovare una bocca, le sillabe stipate nel granaio della gola, i gesti che hanno continuato a vivere nella carne dopo aver perduto la loro ragione, come se il corpo, ultimo custode di una storia che nessuno sa più raccontare, bibliotecario cieco di una biblioteca in fiamme, conservasse sotto la pelle l'intero archivio di un'apocalisse privata, con i suoi sette sigilli ancora intatti e le sue sette trombe ancora in attesa della bocca che le sappia soffiare.

8.
Voi, in piedi, di fianco, dentro l'operazione, voi che occupate il margine e insieme il centro di questa geometria sconvolta, coro di figure ritte come i santi sul fastigio di un'abside, voi che sembrate sapere dove posare le mani e in quale direzione rivolgere lo sguardo, mentre io rimango escluso dalla numerazione, sottratto alla sequenza nella quale ogni cosa dovrebbe trovare il proprio posto, il proprio valore, la propria funzione, la propria cifra nel libro dei vivi e dei morti. E non io in quel numero, non io fra le unità che si dispongono e si contano, non io nella somma che dovrebbe restituire il senso dell'insieme, perché qualcosa mi separa dalla misura, una differenza che non riesco a indicare e che tuttavia si manifesta con la precisione di una ferita, di un marchio a fuoco impresso sulla fronte degli eletti all'esclusione, come se il mio corpo appartenesse ancora alla scena e fosse stato tolto dalla sua rappresentazione, come se fossi rimasto dentro l'avvenimento soltanto per essere escluso dalla possibilità di riconoscerlo, spettro del proprio stesso giorno, comparsa condannata a recitare in una tragedia di cui altri hanno scritto la fine. Voi siete in piedi, e io vi vedo di fianco, attraverso una prospettiva che deforma le distanze, come in quelle volte dipinte dove l'architettura finta sfonda il cielo vero e i corpi precipitano verso lo spettatore fra nuvole di stucco, che trasforma la vicinanza in lontananza e la lontananza in una specie di contatto, e in questo scarto si apre una regione nella quale nessuno può più stabilire chi guarda e chi viene guardato, chi interviene e chi subisce, chi dispone il movimento e chi si limita a riceverne l'urto, come in un duello al buio dove ciascuno colpisce il proprio fantasma e muore del colpo che si è dato. La torsione era dunque l'eco, il ritorno deformato di un gesto che non riusciva a compiersi nella propria origine, una vibrazione residua che attraversava i corpi dopo che la causa sembrava essersi dissolta, come il tremito che percorre il bronzo di una campana ancora per lunghe ore dopo il rintocco, e forse tutta la scena consisteva in questo, in una serie di echi che si inseguivano dentro una stanza senza finestre, in una sala di specchi sprofondata nelle viscere di un palazzo abbandonato, ciascuno più distante dal proprio principio, ciascuno più prossimo alla catastrofe che nessuno nominava e che tutti, nel sangue, riconoscevano. La torsione, allora, era anche il movimento della carne, l'inclinazione improvvisa di un corpo che si sottrae alla propria immobilità, e ancora di più il modo in cui la realtà cercava di sopravvivere alla perdita della sua forma, contorcendosi, ripiegandosi, serpeggiando come le colonne tortili che reggono i baldacchini delle basiliche, alterando le proprie proporzioni, finché il mondo, incapace di sostenere la propria architettura, cominciava a inclinarsi sopra di noi come un edificio antico, già divorato dall'interno dai tarli e dai secoli, le cui pareti conservano ancora per qualche istante l'apparenza della solidità mentre le fondamenta hanno cessato di esistere, e la guglia, la bella guglia ardita, vacilla un attimo contro il tramonto prima di consegnarsi alla polvere con un sospiro di marmo.

9.
Istantaneamente profondità, o meglio: la carne, quel salto che risponde a ciò che era scritto, e lo scritto va inteso come una scrittura più vasta di ogni volere, perché un destino avrebbe predisposto ogni movimento con la freddezza di un giudice invisibile soltanto agli occhi di chi ha bisogno di un giudice, e invece il corpo, prima della coscienza, riconosce talvolta la propria direzione e vi precipita, come se una scrittura precedente, incisa in una regione che nessuna parola raggiunge, nelle catacombe dell'essere dove i primi nomi furono graffiati con un chiodo sul tufo, avesse già tracciato il percorso della caduta, con i suoi gradini, i suoi pianerottoli di vertigine, i suoi corridoi di fiato e di fuoco. La carne, dunque, come misura improvvisa dello spazio, come abisso che si apre sotto la superficie delle cose, come materia che si fa profondità nel momento stesso in cui sembra offrirsi alla vista, e quel salto, quel passaggio senza intervallo fra ciò che appare e ciò che viene toccato, produce una vertigine nella quale ogni certezza perde consistenza, ogni confine si dissolve, ogni distinzione fra interno ed esterno si rivela provvisoria, quasi che la pelle fosse una membrana destinata a cedere quando la pressione del mondo raggiunge il proprio limite, un velo di tempio che si squarcia da cima a fondo nell'ora in cui la terra trema e i sepolcri si aprono e i morti camminano per le strade con le loro lenzuola d'argilla. Come se il muro, là, non altro colore potesse ricevere, come se tutta la tavolozza delle cose si fosse improvvisamente esaurita, come se i pittori, ai quattro angoli dell'universo, avessero deposto i pennelli in segno di lutto e restasse soltanto quella tinta opaca, terrosa, che precede la scomparsa delle immagini, quel bruno di cantina e di ossario, per cui: il sudore, il sudore che scende e traccia sul corpo una geografia minuta, un sistema di rivoli, di confini effimeri, di corsi d'acqua destinati a sparire prima che qualcuno possa seguirli fino alla loro origine, delta in miniatura di un continente senza nome, mappa dei fiumi di un paradiso perduto. Il sudore come ultima scrittura della carne, come manifestazione visibile di un lavoro interno che non conosce tregua, come se il corpo, sollecitato da una forza che lo supera, da una mano che lo torchia come si torchia l'uva nel tino dell'ira, tentasse di espellere dalla propria superficie il peso stesso dell'esistenza, quella materia invisibile che si deposita nei muscoli, nelle articolazioni, nella cavità della gola, e che a un certo punto diventa insopportabile, come piombo fuso in un crogiolo di ossa. E il muro resta là, immobile, incapace di ricevere altro colore, incapace persino di riflettere la luce che gli arriva, spugna d'ombra, lavagna di notte, mentre noi continuiamo a produrre segni destinati a non durare, gocce, ombre, impronte, piccole alterazioni della superficie che scompaiono quasi nello stesso istante in cui si manifestano, come se l'intero universo avesse deciso di non conservare più niente, di lasciare ogni cosa alla propria consumazione, di trasformare ogni traccia in una promessa di cancellazione, e di scrivere il proprio epitaffio con l'inchiostro simpatico dei sudori e dei sospiri.

10.
Così, il punto e gli occhi, la convergenza improvvisa di due estremità che sembrano appartenere a ordini differenti, come il vertice di una piramide e il pozzo che si scava sotto le sue fondamenta, il punto nel quale lo sguardo si raccoglie e gli occhi che lo disperdono, una forma che copre e allora sorge la testa, emerge dalla materia come un'apparizione tardiva, come un capo mozzato che riaffiori, coronato d'alghe, da un lago di pece, come se la figura avesse bisogno di nascondere qualcosa prima di poter esistere, e il nascondimento stesso diventasse la condizione della sua nascita, il suo battesimo di buio e di sangue. La testa sorge, dunque, e rimane incompiuta, sospesa fra l'apparizione e la sottrazione, fra la possibilità di essere riconosciuta e quella di scomparire dentro il medesimo movimento che l'ha prodotta, come l'immagine di un santo sul sudario che si fa più nitida e più fioca a ogni battito del lume, e gli occhi, intanto, continuano a cercare una direzione, una superficie sulla quale arrestarsi, un punto che non si dissolva sotto il loro stesso sguardo, un appiglio nella parete liscia dell'abisso. Questo richiamo, la bocca di qualcuno al seme, la materia del desiderio che viene convocata dentro una scena sempre più remota, sempre più simile a un rito celebrato dopo la scomparsa degli dèi, in un tempio con le colonne spezzate e l'altare coperto di edera, quando i gesti sopravvivono alle credenze e le parole conservano soltanto il suono di ciò che un tempo significavano, come le conchiglie che portano nel loro cavo, senza più mare, il rumore del mare. La bocca, il seme, il richiamo: tre presenze che si avvicinano senza raggiungere una forma definitiva, tre elementi dispersi in una composizione che non riesce a ricostruire il proprio centro, come le tre trombe di un'orchestra sepolta che suonino ciascuna una sinfonia diversa nelle tenebre, come se il desiderio stesso, ormai separato dalla promessa di compimento, continuasse a muoversi dentro una lingua devastata, pronunciando il nome delle cose senza poterle restituire alla loro origine, come un sacerdote che reciti il rosario di un culto dimenticato davanti a fedeli di cenere. L'episodio che non avrebbe reso il rosso, che non avrebbe saputo produrre quella violenza cromatica necessaria a rendere visibile la ferita del mondo, quel rosso di porpora e di ghigliottina, di martire e di tramonto, il cielo riflesso, strappato nel quadro, lacerato nella superficie dipinta come una membrana troppo sottile per sopportare la pressione dell'immagine, come una tela di Giudizio che si squarci nel punto in cui gli angeli sospingono i dannati, e tutto diventa terroso, opaco, sedimentato, come se una polvere proveniente da un'epoca sepolta ricoprisse ogni cosa, gli oggetti, i corpi, le pareti, persino la luce, trasformando la scena in una reliquia di ciò che non è più possibile salvare, in un reliquiario senza ossa, in un'urna di vetro dove si conserva soltanto il vuoto dell'ostia. Dalla parte giusta, dici, o forse è da quella parte che proviene l'indicazione, la direzione che tutti sembrano seguire senza sapere perché, dalla parte giusta che è poi la stessa che indicano tutti, perché il giusto, quando viene ripetuto abbastanza a lungo, finisce per somigliare a una strada obbligata, a un corridoio senza uscite, a una processione di figure che avanzano verso un punto comune senza più chiedersi quale evento le attenda alla fine, quale macello, quale ruota, quale banchetto di lance. E forse non esiste alcuna parte giusta, forse la direzione condivisa è soltanto l'ultima illusione di un mondo che non sa più orientarsi, una linea tracciata sul terreno dopo che il terreno stesso ha cominciato a franare, un'insegna di taverna appesa sopra un burrone, e noi la seguiamo perché non abbiamo più la forza di distinguere il percorso dalla caduta, la meta dall'abisso, il richiamo dalla sentenza, la tromba che chiama dalla tromba che condanna.

11.
Al momento, in questo recesso, che è un momento di noi, un luogo scavato dentro il tempo, una cavità che non appartiene interamente allo spazio e neppure alla memoria, una grotta di sale e di cenere sotto le fondamenta dei secoli, nella quale ogni cosa sembra trattenere il fiato prima di essere espulsa dalla propria forma, come il vasaio trattiene il respiro prima di spezzare il vaso, gridando alla gola, venivamo, e il verbo, trascinato dentro questa regione senza coordinate, non sa più se indicare il movimento del corpo, la sua tensione verso un compimento, oppure l'avvicinarsi di qualcosa che nessuno ha il coraggio di nominare, un cavaliere livido, un carro di ruote ardenti, un fiato che sale dalle cisterne del tempo. Venivamo da dove, verso quale punto, attraverso quale successione di stanze, di giorni, di aperture e di chiusure, di portali e di botole, di scale a chiocciola e di ponti levatoi, se proprio il tempo che dovrebbe condurci da una parte all'altra ha perduto la sua continuità e si presenta adesso come una distesa sconnessa, un terreno devastato sul quale ogni passo incontra la traccia di un passo precedente, ogni voce il residuo di una voce scomparsa, ogni gesto la resistenza di un gesto che non è mai riuscito a concludersi, e il paesaggio intero è un campo di battaglia dopo l'ultima battaglia, dove i caduti si rialzano soltanto per cadere di nuovo? Gridando alla gola, come se la gola fosse diventata l'ultimo passaggio disponibile, l'unico varco attraverso il quale l'intero peso dell'accaduto potesse tentare di uscire, la stretta porta del giudizio, la cruna di un ago d'osso, e tuttavia il grido non trova la propria apertura, rimane impigliato nella carne, risale, si contrae, ritorna verso il petto, si disperde in un suono che nessuno riconosce come proprio, perché la voce, quando raggiunge il limite della sopportazione, cessa di appartenere a chi la emette e passa alla materia stessa che la costringe a esistere, alla pietra che geme, al metallo che urla nelle fucine sotterranee del cosmo. In questo recesso tutto sembra avvenire per l'ultima volta e insieme per la prima, come se la fine, invece di chiudere il cerchio, spalancasse una successione di inizi falliti, ciascuno più remoto, ciascuno più oscuro, una serie di aurore abortite che si seguono come i gradini di una scala che discende nelle tenebre, e il nostro momento, quel momento che è di noi soltanto perché non sappiamo più a chi consegnarlo, si dilatasse fino a occupare l'intero orizzonte, fino a diventare la misura di una rovina che riguarda due corpi, due presenze, una stanza, e con loro l'intera architettura del mondo, il suo cielo, la sua terra, le sue superfici ormai incapaci di restituire un'immagine riconoscibile, i suoi mari che si ritirano e le sue montagne che si inginocchiano. Eppure continuiamo a venire, continuiamo a precipitare dentro questa parola che non finisce, dentro questa durata che si ostina a non diventare passato, mentre fuori, se ancora esiste un fuori, le cose sembrano aver smesso di attendere, le pareti si allontanano, il cielo perde il proprio colore e si ripiega come una pergamena che si arrotola, l'aria si fa sottile e remota, le stelle cadono sulla terra come fichi acerbi scossi da un vento di tempesta, e il silenzio, immenso, mezz'ora di silenzio nel cielo, comincia a raccogliere tutto ciò che il grido non riesce a portare alla luce.

12.
S'apriva, così, a darci, in rilievo remoto, un'apertura che non ci avrebbe condotti verso un luogo nuovo, una soglia sulla quale non era più possibile distinguere l'ingresso dall'uscita, la porta della vita dalla porta dell'ossario, una fenditura che si allargava dentro la materia stessa dell'accaduto, come se la realtà, giunta al termine della propria resistenza, stremata dal suo lungo assedio, si lasciasse finalmente attraversare dalla forza che per tutto il tempo aveva tentato di contenere, come una diga che ceda, in una notte di plenilunio, al fiume nero che per eoni l'ha lambita. S'apriva e ci dava, o sembrava darci, qualcosa che non potevamo ricevere senza perderlo, un dono avvelenato, un'ostia di cenere, un rilievo lontano, una forma affiorante dal fondo di un'immagine devastata, il profilo di ciò che eravamo stati prima che il tempo cominciasse a ripiegarsi su se stesso, prima che i gesti diventassero echi e gli echi si trasformassero in frammenti dispersi, prima che il corpo, chiamato a testimoniare la propria presenza, si trovasse costretto a sostenere anche il peso della propria scomparsa, a recare sulle spalle la propria bara come i penitenti recano la croce lungo le strade polverose dei venerdì eterni. Tutto emergeva da quella fenditura, e tutto emergeva senza avvicinarsi, come le figure che si vedono attraverso un vetro annerito, come le città che sopravvivono soltanto nella memoria di chi le ha abbandonate, come i morti che continuano a occupare il posto lasciato vuoto dai vivi, sedendo a mensa con i loro piatti d'ombra e i loro calici d'assenza, e ogni forma, nel momento stesso in cui appariva, portava con sé il segno della propria distanza, la certezza di non poter essere raggiunta, toccata, restituita alla continuità delle cose, come un astro spento la cui luce viaggia ancora per l'universo a testimoniare un incendio finito da millenni. Il rilievo remoto si gonfiava contro il buio, si delineava per un istante e poi perdeva i contorni, come una cupola dipinta che si dissolva nella nebbia dell'incenso, mentre la luce, incapace di sostenere la propria funzione, si disperdeva in una polvere senza origine, in una pioggia fine di faville e di scaglie, e noi rimanevamo là, dentro il recesso, sul margine di ciò che si apre quando ogni altra possibilità sembra esaurita, senza sapere se assistere alla nascita di qualcosa o alla definitiva disgregazione di tutto ciò che conosciamo, se contemplare la prima alba della nuova terra o l'ultimo crepuscolo della vecchia. Perché anche la fine, forse, possiede una sua lenta anatomia, una successione di aperture, di cedimenti, di spasmi che non conducono a una liberazione e portano soltanto a un'altra profondità, a un più cupo piano della cripta, a un girone ulteriore del precipizio, e anche il buio, quando si spalanca, può evitare di promettere la notte: può essere il fondo di una memoria che non riesce a morire, la cavità in cui ogni cosa ritorna senza più essere la stessa, la camera dei tesori dove il mondo accumula, come un avaro divenuto cieco, le proprie immagini dopo aver perduto la capacità di riconoscerle, e il luogo nel quale le ossa dei giorni si ricompongono, a una a una, nella valle di una visione senza testimoni. E così s'apriva, così continuava ad aprirsi, senza rumore e senza tregua, come si aprono le ferite dei mistici nelle notti di Passione, come si aprono le tombe all'ultimo squillo, mentre le nostre presenze, ridotte a tracce, a sudore, a riflessi obliqui, a frammenti di una registrazione interrotta, si allontanavano l'una dall'altra senza separarsi davvero, trattenute da quella stessa fenditura che le inghiottiva e le restituiva, le cancellava e le conservava, finché non restava più alcuna distinzione fra il luogo in cui eravamo stati, quello in cui credevamo di essere e l'immensa rovina che, da sempre, ci attendeva dall'altra parte, e che forse, a guardar bene nel buio che si spalanca, ci aspetta ancora, e ancora ci chiama, con una voce che nessuno ha mai udito e che tutti, fin dal primo respiro, riconoscono.

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