Cominciano a mancarmi le parole, o forse comincia a mancarmi quella specie di fede oscura, priva di qualsiasi fondamento razionale e tuttavia tenace come una malattia contratta nell'infanzia, che per tanti anni mi consente di sedermi davanti a una pagina e di credere, almeno per il tempo necessario a riempirla, che esista ancora qualcosa da dire, qualcosa che non sia già stato divorato dalla ripetizione, sfigurato dalla consuetudine, restituito al mondo sotto forma di una frase che somiglia troppo a un'altra frase, a un pensiero che porta ancora addosso le impronte di tutti i pensieri precedenti, a un'immagine che si presenta con l'aria di una rivelazione e che, appena la guardo più attentamente, riconosco come una vecchia conoscenza, un fantasma che conosco così bene da non riuscire più a distinguere la sua presenza dalla mia stessa ombra. Non so se sia la stanchezza, se sia l'età, se sia il logoramento di chi ha trascorso una parte considerevole della propria esistenza a inseguire le parole attraverso corridoi sempre più lunghi, porte che si aprono su altre porte, stanze nelle quali la luce arriva già esausta e il pensiero, invece di trovare riposo, riprende a girare intorno alla medesima domanda, oppure se sia semplicemente il momento in cui la scrittura, dopo avermi accompagnato per tanto tempo come una compagna inaffidabile, una presenza capace di sottrarmi alla realtà e nello stesso istante di riconsegnarmela ingigantita, deformata, resa più crudele dalla lente d'ingrandimento della lingua, comincia a mostrarmi il proprio volto stanco, le proprie mani vuote, la propria incapacità di promettere ancora qualcosa che non sia la prosecuzione del viaggio attraverso le rovine di ciò che ho già tentato di dire.
Perché non è soltanto questione di parole, almeno non nel significato più semplice e immediatamente riconoscibile dell'espressione, come se mi trovassi davanti a un lessico improvvisamente impoverito, a una lingua che smarrisce i propri sinonimi, a una grammatica che si rifiuta di collaborare, a un repertorio di immagini dal quale siano stati sottratti, uno dopo l'altro, gli oggetti necessari alla costruzione della frase. Le parole esistono ancora, circolano, si affollano, si presentano talvolta con una violenza che mi sorprende, si insinuano nelle ore meno opportune, affiorano da ricordi che credevo sepolti, si accendono per un istante come quei fuochi che si vedono apparire nelle campagne durante la notte e che nessuno sa se annuncino una presenza umana o l'incendio di qualcosa che non tornerà più a essere quello che era. Il problema è che non sempre riesco a riconoscere in esse una promessa, non sempre sento che mi conducano verso una terra ancora inesplorata, non sempre riesco a sottrarle alla terribile impressione di essere i resti di un linguaggio già attraversato, le pietre di una città nella quale ho abitato troppo a lungo, le iscrizioni consumate sulle pareti di un edificio che continua a reggersi soltanto perché nessuno ha ancora avuto il coraggio di dichiararlo inagibile. Scrivo una frase e mi sembra di averla già incontrata, ne costruisco un'altra e avverto che qualcosa, in quella successione di parole, ripete un movimento antico, un gesto che appartiene a una stagione precedente della mia vita, quando la necessità di scrivere possiede ancora la forza di una scoperta e ogni pagina sembra aprire una breccia nella superficie compatta delle cose. Adesso, qualche volta, la breccia si richiude mentre sto ancora cercando di attraversarla, e rimango davanti a una parete che conosco, con la sensazione poco gloriosa di essere arrivato troppo tardi persino nel luogo che io stesso ho costruito.
Dopo tanti anni trascorsi a scrivere, riscrivere, correggere, smontare, ricomporre, gettare via e recuperare, dopo aver affidato alle pagine una quantità di tempo che non saprei più misurare senza provare un certo sgomento, dopo aver seguito le parole fin dentro quelle zone in cui la lingua smette di essere uno strumento docile e diventa un territorio di conflitto, una specie di campo devastato nel quale il pensiero cerca di sopravvivere alle proprie contraddizioni, mi sorprendo a osservare ciò che scrivo con una diffidenza che un tempo non conosco, o che conosco in forme diverse, più feconde, quando il dubbio agisce come una lama capace di liberare il testo dalle sue compiacenze e non come una nebbia che rende indistinguibili la direzione e lo smarrimento. Un tempo dubitare significa poter ricominciare, sospettare della frase significa trovare la forza di modificarla, accorgersi che un'immagine non regge significa cercarne un'altra, più precisa, più feroce, più aderente a quel nucleo oscuro che continua a sottrarsi a ogni definizione; adesso, invece, il dubbio qualche volta si allarga fino a occupare l'intero spazio della scrittura, si insinua prima ancora che la prima frase abbia trovato la propria forma, siede accanto a me come un censore che non ha bisogno di leggere ciò che scrivo perché conosce già tutte le obiezioni, tutti i limiti, tutte le possibili ragioni per cui sarebbe meglio tacere. E la pagina, che dovrebbe essere il luogo in cui qualcosa prende forma, diventa il luogo in cui ogni forma viene anticipatamente sospettata di essere inutile, ogni intuizione viene interrogata sulla propria legittimità, ogni tentativo di proseguire si scontra con la domanda che non riesco più a tenere fuori dalla stanza: a chi sto parlando?
Non è una domanda nuova, naturalmente. Chi scrive conosce da sempre questa presenza invisibile, questo interlocutore che non ha volto, non possiede una voce riconoscibile, non garantisce la propria esistenza e tuttavia esercita un potere considerevole sulla mano che scrive, perché basta immaginare che da qualche parte esista qualcuno disposto a leggere per avvertire una modificazione della frase, un cambiamento impercettibile nella pressione esercitata sulle parole, una specie di corrente sotterranea che collega il gesto solitario della scrittura alla possibilità di un incontro. Ma che cosa accade quando l'interlocutore diventa sempre più difficile da immaginare, quando il silenzio si prolunga fino a perdere la propria natura episodica e comincia ad assumere l'aspetto di una condizione permanente, quando ogni nuovo testo viene affidato al mondo senza che il mondo sembri accorgersi della sua partenza? Che cosa accade quando ci si abitua a parlare senza ricevere risposta, quando il gesto della pubblicazione si trasforma in una consegna senza destinatario, quando le parole partono e non tornano, non perché abbiano trovato una destinazione lontana, ma perché sembrano dissolversi subito dopo aver varcato la soglia, inghiottite da una voragine che non produce nemmeno il rumore necessario a confermare che qualcosa vi sia precipitato?
Non so rispondere, e non voglio fingere di possedere una spiegazione capace di ricondurre questa inquietudine a una formula rassicurante. Potrei raccontarmi che siamo tutti prigionieri di una quantità di comunicazione che rende quasi impossibile qualsiasi incontro, che ogni giorno milioni di parole si accavallano, si urtano, si cancellano reciprocamente, che il tempo della lettura viene continuamente divorato dall'urgenza di passare a qualcos'altro, che l'attenzione è diventata una risorsa contesa da apparati capaci di trasformare ogni interesse in una permanenza provvisoria, ogni curiosità in un movimento rapido, ogni testo in una presenza destinata a scomparire non appena un'altra presenza reclama il proprio turno. Potrei attribuire a tutto questo la mia difficoltà, dichiarare che non sono io a essere stanco, ma il mondo a essere diventato incapace di ascoltare, e in parte forse sarebbe persino vero. Ma sarebbe una spiegazione troppo conveniente, un riparo costruito con materiali che conosco bene, un modo per trasformare la delusione in una diagnosi generale e sottrarmi alla domanda più scomoda, quella che riguarda il mio lavoro, la sua effettiva capacità di raggiungere qualcuno, la possibilità che le parole alle quali attribuisco tanta importanza non riescano a suscitare negli altri nemmeno una frazione dell'urgenza che rappresentano per me.
Perché esiste anche questa eventualità, e non intendo scartarla soltanto per proteggere l'immagine che ho costruito della mia scrittura. È possibile che ciò che scrivo non interessi, che le mie pagine appartengano a una geografia troppo personale, che le ossessioni alle quali ritorno abbiano perduto, agli occhi degli altri, quella forza di attrazione che continuano a esercitare sui miei, che la mia lingua, con le sue complicazioni, le sue sovrapposizioni, i suoi improvvisi addensamenti, le sue resistenze a lasciarsi ridurre a una comunicazione immediata, finisca talvolta per chiudersi nel proprio labirinto, trasformando la ricerca di una forma in una prova di resistenza che non tutti hanno ragione di voler affrontare. Non basta dichiarare necessaria una scrittura perché essa diventi necessaria anche per chi la incontra; non basta aver impiegato anni per costruire una pagina perché quella pagina debba reclamare un posto nella vita di qualcun altro; non basta la sincerità di un'intenzione a garantire la riuscita di un'opera, e non basta nemmeno aver sofferto, insistito, sacrificato tempo, energie e possibilità per ottenere, come una ricompensa dovuta, l'attenzione di un lettore. Lo so. L'ho sempre saputo, almeno in teoria, ma sapere qualcosa quando la si osserva da lontano non significa necessariamente riuscire ad accettarla quando viene a sedersi accanto a noi, quando smette di essere un principio astratto e assume la forma concreta di una pagina ignorata, di un testo che passa inosservato, di una successione di giorni nei quali non arriva alcun segnale che consenta di distinguere il disinteresse dalla semplice assenza di occasioni.
Eppure, proprio perché non voglio raccontarmi favole, non riesco neppure ad accettare la favola contraria, quella secondo cui il valore di una scrittura sarebbe misurabile attraverso la quantità di attenzione che riesce a raccogliere, come se la letteratura fosse una gara regolata da un sistema di punteggi, come se il numero delle persone raggiunte potesse trasformarsi automaticamente in un certificato di necessità, come se ciò che viene letto da molti fosse per questo più vero, più profondo, più capace di sopravvivere alla propria epoca. La storia della letteratura è piena di destini irregolari, di opere accolte e dimenticate, di libri che trovano il proprio pubblico quando il loro autore non può più assistere all'incontro, di scritture che attraversano il tempo senza che nessuno possa spiegare con certezza quale combinazione di circostanze le abbia sottratte all'oblio. Ma sarebbe altrettanto ingenuo trasformare questa constatazione in una promessa personale, usare le eccezioni come una garanzia, immaginare che ogni silenzio sia soltanto un riconoscimento rinviato, che ogni marginalità custodisca necessariamente un tesoro che il futuro saprà dissotterrare. Non ho alcuna certezza in questo senso, e non voglio costruirmene una. Non so quale destino attendano le cose che scrivo, né se abbiano un destino al di fuori del tempo che dedico loro; non so se qualcuno le incontrerà domani, fra un anno, fra dieci anni, o se resteranno dove sono adesso, sospese in una circolazione minima, esposte alla possibilità di essere dimenticate senza che nessuno avverta la necessità di recuperarle.
La cosa che più mi inquieta, tuttavia, non è l'eventualità di essere dimenticato, perché la dimenticanza appartiene alla natura delle cose umane con una regolarità che nessuna ambizione riesce davvero a correggere, e non vedo perché la scrittura dovrebbe essere sottratta alla sorte che attende quasi tutto ciò che gli esseri umani costruiscono. Mi inquieta piuttosto la possibilità che il desiderio di scrivere sopravviva troppo a lungo alla relazione che lo rende vivo, che continui a produrre pagine mentre perde gradualmente la capacità di riconoscere perché le produce, che il gesto si trasformi in una ripetizione tanto fedele da diventare una prigione, che la necessità di dire qualcosa venga sostituita dall'abitudine di dire, dalla paura di interrompere il movimento, dal sospetto che smettere equivalga ad ammettere una sconfitta. Non voglio essere fedele alla scrittura come si è fedeli a una condanna, né trasformare gli anni trascorsi a scrivere in un debito che sarei obbligato a pagare continuando a produrre testi, quasi che il passato potesse reclamare dal presente una prestazione incessante, una prova quotidiana di sopravvivenza, un'altra pagina, un'altra frase, un altro tentativo di dimostrare che tutto quel tempo non è stato inutile.
Non vorrei che il mio rapporto con le parole finisse per somigliare a quello di chi continua a camminare attraverso una città devastata perché non riesce a immaginare un altro luogo in cui dirigersi, di chi conosce ogni strada, ogni edificio crollato, ogni finestra murata, ogni insegna corrosa dalla pioggia e tuttavia procede, non più perché intraveda una destinazione, ma perché fermarsi significherebbe guardare in faccia l'immensità delle rovine. Ci sono momenti in cui la scrittura mi appare proprio così, come una città dopo un cataclisma, una distesa di edifici ancora in piedi per abitudine, di facciate che conservano l'apparenza di una solidità perduta, di stanze nelle quali gli oggetti rimangono al loro posto mentre la funzione che li rendeva necessari è scomparsa da tempo. E io continuo ad aggirarmi fra quelle costruzioni, a entrare nelle stanze, a cercare una porta che non ricordo di aver mai aperto, a raccogliere parole disseminate sul pavimento come frammenti di un alfabeto sopravvissuto a un incendio, senza sapere se sto preparando una ricostruzione o semplicemente prolungando il tempo necessario a riconoscere che qualcosa è finito. Ma non voglio fare di questa immagine una sentenza definitiva. Le rovine possono contenere materiali per un edificio diverso, le città possono rinascere attraverso trasformazioni che nessuno riesce a prevedere, e persino il silenzio, quando non viene immediatamente riempito, può restituire alle parole una distanza dalla quale tornare a vederle. Il problema è che non so se mi trovo davanti a una fine o a una soglia, e non possiedo alcun segno affidabile che mi consenta di distinguere le due cose.
Forse è l'età a rendere più urgente questa domanda, non perché a un certo punto della vita si debba necessariamente rinunciare alla scrittura, né perché gli anni accumulati costituiscano una misura della stanchezza intellettuale, ma perché il tempo, quando smette di apparire come una riserva indefinita, modifica il rapporto con ciò che facciamo, rende più difficile considerare ogni gesto come un semplice tentativo, ogni pagina come una possibilità fra molte, ogni progetto come qualcosa che potrà sempre essere ripreso più avanti. Si comincia a vedere con maggiore chiarezza la quantità di tempo che una frase richiede, il numero di volte in cui un pensiero viene affrontato senza che il suo nucleo si lasci esaurire, la sproporzione fra le ore necessarie per costruire qualcosa e il breve intervallo durante il quale quella cosa rimane esposta allo sguardo altrui. Si comincia a domandarsi se valga ancora la pena spendere le proprie giornate in questo modo, se la fedeltà a una necessità interiore non rischi di trasformarsi in una forma di ostinazione, se non esistano altri modi di stare al mondo che la scrittura, con la sua insaziabile richiesta di tempo, finisce per tenere ai margini. E queste domande non comportano necessariamente una risposta negativa, ma impediscono almeno di continuare a scrivere con la stessa inconsapevolezza di prima, come se il tempo fosse infinito e ogni pagina potesse essere seguita da un'altra senza che nulla venisse sottratto alla vita.
Non voglio, però, nemmeno cadere nella tentazione di trasformare la mia stanchezza in una posa, di fare della solitudine dello scrittore una corona di spine da esibire, di presentare il silenzio dei lettori come una persecuzione, di attribuire alla mia marginalità un significato eroico che non possiede. Non sono interessato alla figura dell'autore incompreso che contempla dall'alto la mediocrità del mondo, perché quella figura mi sembra una delle più comode e pericolose invenzioni attraverso cui chi scrive può proteggersi da ogni dubbio, convertendo la mancanza di riscontro in una prova della propria superiorità. Non ho alcuna ragione di pensare che gli altri siano colpevoli perché non leggono le mie pagine, né che la loro indifferenza dimostri qualcosa di negativo sulla loro intelligenza, sulla loro sensibilità o sulla loro capacità di riconoscere ciò che conta. Ognuno abita il proprio tempo, porta con sé le proprie urgenze, attraversa le proprie perdite, cerca le parole di cui ha bisogno e lascia cadere quelle che non riesce a trattenere. Non esiste un obbligo morale di leggere me, e non esiste alcuna giustificazione per pretendere che qualcuno debba riconoscere nella mia scrittura una necessità che io stesso, in questo momento, comincio a interrogare.
Ma riconoscere la libertà degli altri non significa dover dichiarare irrilevante la propria delusione. Posso comprendere che nessuno mi debba attenzione e, nello stesso tempo, avvertire il dolore di non riuscire a raggiungere quasi nessuno; posso rifiutare l'idea che la scrittura debba essere ricompensata e, nello stesso tempo, desiderare che non si trasformi in una conversazione con le pareti; posso non volere applausi e tuttavia sentire la mancanza di una voce che risponda, anche soltanto per contestare ciò che ho scritto, per indicare un punto debole, per dichiarare che una pagina non convince, che un'immagine è eccessiva, che un pensiero non regge, che una frase merita di essere attraversata diversamente. Il dissenso, almeno, presuppone un incontro, una lettura che non si limita a registrare la presenza di un testo ma decide di entrarvi, di misurarsi con le sue contraddizioni, di restituirgli una forma di resistenza. L'indifferenza, invece, non lascia nemmeno questo. Non produce conflitto, non apre una discussione, non offre la possibilità di capire se le parole abbiano fallito oppure se non siano mai arrivate a destinazione. È un silenzio senza contorni, una superficie sulla quale non riesco a distinguere alcuna impronta, e forse proprio per questo diventa così difficile da sopportare: perché non permette nemmeno di comprendere contro che cosa sto urtando.
E allora mi domando che cosa significhi, oggi, pubblicare un testo, affidarlo a una pagina, lasciarlo circolare in un territorio nel quale ogni presenza sembra avere una durata sempre più breve, nel quale ciò che appare adesso viene immediatamente sommerso da ciò che appare un istante dopo, nel quale la permanenza di un pensiero non coincide più necessariamente con la sua capacità di essere visto, e la possibilità tecnica di raggiungere qualcuno non garantisce in alcun modo che qualcuno si fermi. Posso scrivere un testo, renderlo disponibile, indicare il luogo in cui si trova, e poi assistere alla sua scomparsa quasi immediata dal campo dell'attenzione, non perché sia stato confutato, dimenticato dopo una lettura, respinto da qualcuno che abbia deciso di non condividerne le idee, ma perché la successione degli eventi non concede quasi mai alle parole il tempo di depositarsi. È come parlare in una piazza attraversata da una tempesta, mentre ogni voce viene strappata via prima che il suo significato possa raggiungere la persona alla quale era destinata. Eppure non voglio attribuire tutto alla velocità del mondo, perché sarebbe un'altra maniera di sottrarmi alla domanda che riguarda la mia stessa scrittura. Anche in mezzo alla tempesta qualcuno riesce a farsi ascoltare, anche in un territorio saturo di comunicazione esistono testi che trovano una risonanza, anche quando il tempo della lettura sembra ridursi a una successione di istanti, certe parole riescono ancora a trattenere l'attenzione e a trasformarla in un'esperienza. Perché le mie, qualche volta, non ci riescono? La domanda rimane, e non possiedo alcuna risposta che non rischi di essere, almeno in parte, una giustificazione.
Forse dovrei accettare che non tutto ciò che scrivo merita di essere letto, che non ogni pagina raggiunge la forma che immagino, che la quantità di lavoro investita in un testo non coincide necessariamente con la sua forza, che il tempo trascorso a cercare una frase non garantisce che quella frase riesca a trovare il proprio destinatario. Forse dovrei imparare a distinguere la necessità che mi spinge a scrivere dalla convinzione che ciò che ne deriva possieda automaticamente un interesse per gli altri. Sarebbe una distinzione salutare, se riuscissi a praticarla senza trasformarla in una nuova forma di censura, senza cominciare a giudicare ogni pagina prima ancora che abbia avuto la possibilità di svilupparsi, senza lasciare che il timore dell'indifferenza diventi un sorvegliante incaricato di impedire alla scrittura di tentare ciò che ancora non conosce. Perché esiste anche il rischio opposto: quello di smettere di scrivere non perché le parole siano davvero finite, ma perché la paura che non interessino più nessuno comincia a intervenire prima della scrittura, la restringe, la rende esitante, le impone di giustificarsi continuamente, fino a farle perdere proprio quella libertà dalla quale potrebbe nascere qualcosa di inatteso.
Non voglio arrivare a questo punto, non voglio che la presenza immaginaria dei lettori diventi un tribunale permanente, che ogni frase debba superare l'esame di un pubblico che forse non esiste, che la mia mano finisca per obbedire a un'idea anticipata dell'indifferenza altrui. Non voglio scrivere per essere letto a qualsiasi costo, ma non voglio neppure smettere di desiderare la lettura come se quel desiderio fosse una debolezza da correggere, un residuo di vanità, una concessione alla parte più esposta e meno difendibile di chi pubblica. Il desiderio di essere letto non coincide necessariamente con il desiderio di essere celebrato. Può essere semplicemente il desiderio che una cosa uscita da noi non rimanga prigioniera di noi, che le parole possano attraversare la distanza fra due esperienze, che qualcosa del nostro passaggio nel mondo venga riconosciuto non come un monumento da erigere, ma come un segnale lasciato lungo una strada che altri percorrono in direzione diversa. Non chiedo che qualcuno si fermi davanti a quel segnale per sempre; mi domando soltanto se abbia ancora senso lasciarlo, se esista ancora la possibilità che venga visto, se la scrittura possa continuare a essere un modo di entrare in relazione con ciò che non conosciamo.
Forse è questo, alla fine, che rende così difficile nominare la stanchezza che avverto: non posso ridurla alla mancanza di parole, perché le parole continuano a esistere, né posso attribuirla soltanto alla mancanza di lettori, perché non so mai con certezza chi abbia letto, chi sia passato oltre, chi abbia incontrato una frase senza sentire la necessità di rispondere. È una stanchezza più ambigua, che nasce nel punto in cui la necessità di scrivere incontra l'incertezza della propria destinazione, nel punto in cui il gesto rimane possibile ma il suo significato sembra indebolirsi, nel punto in cui ciò che per anni costituisce una forma di orientamento comincia a restituire una quantità di domande superiore a quella delle risposte. Non so se questa stanchezza sia il segno di una fine, e non voglio pronunciare sentenze definitive soltanto perché attraversare l'incertezza è diventato faticoso. Potrei avere bisogno di fermarmi, di lasciare che le pagine rimangano vuote per qualche tempo, di sottrarmi alla pressione di dover trovare sempre qualcosa da dire, di riconoscere che anche il silenzio appartiene alla vita di chi scrive e che non ogni pausa deve essere immediatamente trasformata in una dichiarazione di fallimento. Potrei avere bisogno di cambiare il rapporto con la scrittura, di smettere di misurare il suo valore attraverso la frequenza con cui produco nuovi testi, di permettere alle parole di tornare quando hanno qualcosa da chiedermi e non soltanto quando io ho paura di perderle.
Ma so anche che non è facile sospendere una necessità che si è intrecciata così profondamente alla propria esistenza, perché a un certo punto non si distingue più con chiarezza ciò che si fa da ciò che si è diventati facendo quella cosa, e ogni tentativo di allontanarsene assume il peso di una separazione che non riguarda soltanto un'abitudine, ma un'intera maniera di stare nel mondo. Scrivere significa per me attraversare le cose cercando di sottrarle alla loro apparente evidenza, dubitare di ciò che sembra già spiegato, seguire le contraddizioni fin dove smettono di essere semplici contraddizioni e diventano il modo in cui la realtà si manifesta, provare a costruire una lingua capace di contenere ciò che non si lascia contenere senza perdere la propria natura. Non so se ci riesca, e non pretendo che ogni mio tentativo riesca, ma so che per molto tempo questa ricerca mi consente di attraversare anche i periodi in cui tutto il resto sembra perdere consistenza, di riconoscere nella scrittura un luogo in cui le domande possono continuare a esistere senza essere immediatamente costrette a una risposta. Se adesso anche quel luogo comincia a sembrarmi meno abitabile, non posso liquidare la sensazione con una formula consolatoria. Devo almeno concedermi di guardarla, di capire che cosa mi sta dicendo, di distinguere la stanchezza dalla rinuncia, il bisogno di silenzio dalla perdita del desiderio, la fine di una forma dalla fine della necessità che quella forma cerca di esprimere.
Non voglio, dunque, proclamare la morte della scrittura, come se ogni esitazione dovesse trasformarsi in una tragedia e ogni pagina mancata annunciasse l'apocalisse. L'apocalisse, del resto, non ha bisogno di essere annunciata: può consistere anche nel lento svuotamento delle cose, nella perdita progressiva del loro significato, nella sopravvivenza delle forme dopo che la sostanza che le rendeva necessarie si è ritirata altrove. Può essere una biblioteca ancora piena di libri che nessuno apre, una stanza nella quale la luce continua a entrare senza che vi sia più qualcuno disposto a guardare, una voce che conserva la propria capacità di parlare mentre perde la certezza di essere ascoltata. Ma può anche essere il momento in cui un ordine crolla e lascia apparire ciò che quell'ordine impedisce di vedere, il momento in cui la distruzione di una consuetudine rende possibile un movimento diverso, una lingua che non ripete più le forme attraverso cui ha cercato fino a quel momento di sopravvivere. Non so quale delle due possibilità mi riguardi, e forse sarebbe prematuro scegliere. Posso soltanto riconoscere che qualcosa sta cambiando nel mio rapporto con le parole, che la vecchia sicurezza non è più disponibile nella stessa forma, che il gesto di scrivere si accompagna adesso a una domanda dalla quale non riesco a liberarmi: se continuo, che cosa sto cercando davvero?
Non cerco necessariamente il successo, se con questa parola si intende quella forma di riconoscimento pubblico che trasforma un autore in una presenza costante, una voce in un marchio, un libro in un'occasione per occupare altro spazio. Non ho mai considerato la scrittura una professione dalla quale ricavare una rendita, né ho mai creduto che il valore di un testo dipendesse dalla sua capacità di produrre un vantaggio per chi lo firma. Ma non posso neppure sostenere di essere completamente indifferente alla sorte delle cose che scrivo, perché sarebbe una menzogna troppo evidente. Se pubblico, è perché una parte di me desidera che le parole escano dalla stanza in cui nascono, che si espongano a un incontro, che possano essere accolte oppure respinte, comprese oppure fraintese, amate oppure contestate. Desidero che accada qualcosa dopo la loro pubblicazione, anche se non so che cosa, anche se non posso controllarlo, anche se so bene che la maggior parte delle parole affidate al mondo non produce alcun evento riconoscibile. È questo desiderio, forse, a rendere tanto difficile la convivenza con il silenzio, perché ogni volta che una pagina viene pubblicata una parte di me si ritira e un'altra rimane in ascolto, nonostante tutte le dichiarazioni di autonomia, nonostante la convinzione che si debba scrivere senza aspettarsi ricompense, nonostante la consapevolezza che nessuno abbia il dovere di rispondere.
E quando la risposta non arriva, non sempre riesco a convincermi che non sia importante. Posso dirmi che il testo rimane, che la sua esistenza non dipende dal numero delle persone che lo incontrano, che la scrittura possiede un tempo diverso da quello dell'attenzione immediata, che ciò che oggi sembra invisibile può essere recuperato domani, ma queste considerazioni, per quanto ragionevoli, non cancellano del tutto la sensazione di parlare da una riva mentre dall'altra parte il paesaggio rimane vuoto. Non è la vanità a rendere doloroso quel vuoto, o almeno non soltanto quella parte di vanità che appartiene a chiunque esponga qualcosa di proprio allo sguardo degli altri; è anche il dubbio che il gesto della comunicazione abbia smarrito la propria destinazione, che le parole siano diventate un esercizio senza conseguenze, una successione di segni che si aggiunge ad altri segni senza modificare nulla, senza aprire una domanda, senza produrre nemmeno quel piccolo spostamento dello sguardo che, qualche volta, giustifica tutto il lavoro necessario per arrivare fino alla fine di una pagina.
Forse, allora, non mi mancano le parole: mi manca la fiducia nel loro viaggio, la possibilità di immaginare che, una volta uscite da me, possano incontrare qualcosa che non sia già previsto dalla loro stessa solitudine. Mi manca l'idea che una pagina possa essere un luogo d'incontro e non soltanto il deposito di un'esperienza, che la scrittura possa costruire una relazione senza doverla dichiarare, che qualcuno possa leggere e riconoscere in quelle parole una domanda che appartiene anche alla propria vita, un'inquietudine che non sapeva nominare, una contraddizione nella quale improvvisamente si riconosce. Non ho bisogno che quel qualcuno mi somigli, che condivida le mie convinzioni, che apprezzi la mia lingua o che consideri riuscito ogni mio tentativo. Mi basterebbe, forse, sapere che le parole non restano interamente prigioniere della persona che le scrive, che esiste ancora la possibilità di un passaggio, che la distanza non è diventata assoluta, che il silenzio non è l'unica risposta che il mondo riesce a restituire.
Eppure non voglio trasformare questo desiderio in una richiesta, né chiedere ai lettori di giustificare la propria assenza, né fare della mia stanchezza un conto presentato a chiunque abbia avuto l'occasione di leggere e non l'abbia fatto. Non c'è alcun debito da saldare, nessuna colpa da distribuire, nessun tribunale al quale convocare coloro che passano oltre. Ognuno è libero di non leggere, di dimenticare, di non trovare interessante ciò che scrivo, e io sono libero di riconoscere che questa libertà, quando si manifesta attraverso un silenzio prolungato, produce in me una forma di scoraggiamento che non riesco più a nascondere nemmeno a me stesso. Non è un'accusa, ma una constatazione; non è una pretesa, ma l'ammissione di un limite; non è il tentativo di ottenere una risposta attraverso il ricatto della tristezza, ma il bisogno di dire che anche chi scrive, anche chi per anni ha fatto della parola una forma di resistenza, può arrivare a un punto in cui la resistenza stessa comincia a pesare, in cui la fedeltà alla propria voce non basta più a dissipare il dubbio che quella voce stia parlando in una stanza vuota.
E a voi, che leggete qualche volta, che forse leggete senza lasciare traccia, che passate attraverso queste pagine come si passa davanti alle finestre illuminate di una casa nella quale non si ha alcuna ragione di entrare, non voglio chiedere di fermarvi per dovere, né di dichiarare un interesse che non provate. Mi domando soltanto se vi sia ancora un luogo in cui le parole possano essere accolte senza dover prima dimostrare la propria utilità, se esista ancora la possibilità di leggere un testo senza considerarlo un contenuto da consumare e sostituire immediatamente con un altro, se la scrittura possa ancora chiedere qualche minuto di attenzione senza sembrare un'intrusione, una pretesa, un peso aggiunto alla quantità di cose che già reclamano il vostro tempo. Non so se queste domande riguardino soltanto me, se siano il riflesso di una stanchezza personale oppure il sintomo di una distanza più ampia fra chi scrive e chi legge, e non voglio fingere di poterlo stabilire. So soltanto che, qualche volta, mi piacerebbe avvertire una presenza dall'altra parte, non per sentirmi dire che sono bravo, non per ricevere un'approvazione, non per aggiungere un numero a una statistica che non saprebbe comunque spiegarmi che cosa accade davvero quando qualcuno legge, ma per sapere che il movimento delle parole non si esaurisce nel momento in cui le affido al mondo.
Perché il punto, forse, non è che io abbia bisogno di essere letto per continuare a esistere, né che la mia scrittura debba trovare un pubblico per giustificare il tempo che le dedico. Il punto è che la scrittura, almeno per come l'ho vissuta, non è mai stata soltanto un'attività privata, una maniera di riempire le ore, un esercizio di stile, una collezione di frasi che posso conservare per me stesso e considerare sufficienti. È sempre stata anche un tentativo di raggiungere ciò che non conosco, di entrare in contatto con esperienze che non coincidono con la mia, di mettere alla prova le parole contro un mondo che non si lascia ridurre alle mie intenzioni. Se questa possibilità si restringe, se il testo torna a me senza aver lasciato alcuna traccia riconoscibile, se ogni tentativo sembra chiudersi nel circuito di una voce che parla a se stessa, allora la stanchezza non riguarda soltanto il fatto di scrivere, ma il significato che attribuisco alla scrittura, la sua capacità di sottrarmi all'isolamento proprio mentre mi costringe ad attraversarlo.
Non so che cosa accadrà. Non so se domani le parole torneranno a presentarsi con la stessa prepotenza, se una frase inattesa riuscirà a riaprire il passaggio che adesso mi sembra chiuso, se il silenzio che avverto si rivelerà soltanto una pausa o il principio di una trasformazione più profonda. Non voglio promettere che continuerò comunque, né annunciare che smetterò, perché entrambe le dichiarazioni mi sembrerebbero premature, come se avessi bisogno di trasformare un'incertezza in una decisione soltanto per liberarmi dal peso di non sapere. Posso concedermi di rimanere in questo punto intermedio, senza celebrarlo e senza condannarlo, riconoscendo che ci sono momenti in cui la scrittura non offre risposte, in cui il suo linguaggio sembra esaurirsi proprio mentre la necessità di interrogare le cose rimane intatta, in cui l'unica forma di onestà consiste nel non fingere una sicurezza che non possiedo. Posso lasciare che le pagine rimangano vuote, che le parole si allontanino, che il desiderio di scrivere attraversi una stagione di incertezza senza costringerlo immediatamente a produrre qualcosa che dimostri la propria sopravvivenza.
Ma non voglio neppure concludere che tutto sia perduto, perché non lo so, e perché la tentazione di trasformare una stanchezza in una sentenza definitiva è spesso soltanto un modo per sottrarsi alla fatica di restare dentro una domanda. Il silenzio può essere una fine, ma può anche essere il luogo in cui qualcosa si prepara senza essere ancora capace di manifestarsi; le parole possono sembrare consumate perché non hanno più nulla da dire, ma possono anche aver bisogno di essere sottratte alle forme attraverso cui le abbiamo costrette a parlare; la scrittura può diventare una prigione quando si trasforma in abitudine, ma può tornare a essere una strada quando smettiamo di percorrerla soltanto per paura di fermarci. Non so quale di queste possibilità mi attenda. Non so nemmeno se abbia senso cercare una risposta adesso, quando la domanda è ancora troppo vicina per essere osservata senza che il suo peso deformi tutto ciò che le sta intorno.
So soltanto che non voglio mentire, né a me stesso né a chi eventualmente legge. Non voglio fingere che l'assenza di risposte non mi tocchi, che la mancanza di interesse non abbia conseguenze, che basti dichiararsi estranei alle logiche del riconoscimento per diventare immuni al desiderio di essere ascoltati. Non voglio nemmeno trasformare la mia inquietudine in una requisitoria, perché non considero nessuno responsabile del fatto che le mie parole non arrivino dove vorrei, e perché la libertà di scrivere comprende anche la possibilità di non essere letto, di non essere capito, di non trovare alcun interlocutore disposto a raccogliere ciò che si è cercato di dire. Ma rivendico il diritto di nominare questa condizione, di ammettere che a volte pesa, che a volte scoraggia, che a volte mi fa dubitare non soltanto dell'utilità di una singola pagina, ma della necessità di continuare a costruire pagine quando non riesco più a immaginare che cosa accada dopo.
Forse, in fondo, è proprio questo il punto nel quale mi trovo: non alla fine delle parole, ma alla fine di una certa fiducia nelle parole, o almeno alla fine della facilità con cui quella fiducia mi accompagna mentre scrivo. Per anni posso permettermi di procedere senza sapere esattamente dove sto andando, perché la scrittura stessa rappresenta una forma di orientamento, perché ogni pagina apre la possibilità di una pagina successiva, perché persino l'insuccesso di un tentativo contiene l'indicazione di un'altra strada. Adesso, qualche volta, mi sembra che anche questa riserva si sia assottigliata, che il movimento continui senza produrre una direzione, che le parole si presentino come un esercito stanco davanti a una città le cui porte non si aprono più, e che io debba decidere se insistere nell'assedio oppure riconoscere che non esiste alcuna città da conquistare. Ma forse l'immagine è sbagliata, forse la città esiste e sono io a non riuscire più a vederla, forse il problema non è che le porte siano chiuse, ma che ho trascorso troppo tempo a bussare sempre nello stesso punto, aspettandomi che la risposta arrivasse dalla parte dalla quale l'ho sempre attesa.
Non ho una conclusione da offrire, e forse è giusto così. Non voglio ricavare da questa stanchezza una morale, non voglio trasformarla in un manifesto, non voglio fingere che il semplice fatto di averla nominata basti a superarla. Per il momento posso soltanto riconoscere che le parole, anche quando sembrano mancare, non scompaiono tutte insieme, e che la necessità di scrivere non è una certezza immutabile, ma qualcosa che può attraversare periodi di oscurità, perdere temporaneamente la propria voce, cambiare forma, ritirarsi senza per questo dichiarare necessariamente la propria fine. Posso anche ammettere che il desiderio di essere letto non mi rende meno libero, così come il silenzio dei lettori non rende automaticamente meno necessaria la scrittura; che queste due verità possono convivere senza annullarsi, lasciandomi nel territorio scomodo in cui non esistono garanzie e tuttavia rimane possibile scegliere.
E allora, se in questi giorni le parole mi sembrano meno disponibili, se la pagina mi appare come una distesa sulla quale non so più riconoscere il punto da cui partire, se mi domando a che cosa serva continuare a parlare quando la risposta è così rara da diventare quasi indistinguibile dalla sua assenza, non voglio interpretare tutto questo come una sconfitta definitiva. Voglio almeno concedermi il diritto di non sapere, di non riempire immediatamente il vuoto, di non trasformare ogni esitazione in un nuovo testo soltanto per dimostrare che sono ancora capace di scrivere. Voglio vedere se, dopo il rumore, dopo la stanchezza, dopo il progressivo sgretolarsi di alcune certezze, rimane qualcosa che abbia ancora voglia di parlare, qualcosa che non sia soltanto la ripetizione di ciò che conosco, ma una voce diversa, magari più fragile, magari meno sicura, capace di riconoscere la propria incertezza senza vergognarsene.
Perché forse non è vero che cominciano a mancarmi le parole. Forse comincia a mancarmi la fiducia nel loro viaggio, la convinzione che possano uscire dalla mia solitudine senza esservi immediatamente ricondotte, la possibilità di immaginare che dall'altra parte esista qualcuno disposto a incontrarle, non necessariamente ad accoglierle, non necessariamente a comprenderle, ma almeno a riconoscerle come parole rivolte a un essere umano e non come un'altra traccia dispersa nella polvere di un mondo che non smette di produrre segni e sembra avere sempre meno tempo per leggerli. Forse comincia a mancarmi la certezza, sempre fragile e mai del tutto confessata, che valga la pena mettere le parole al mondo, affidarle a un destino che non posso controllare, lasciarle esposte alla possibilità di essere ignorate, dimenticate, fraintese, oppure incontrate da qualcuno nel momento imprevedibile in cui una frase riesce a raggiungere un punto della sua esperienza che nessun'altra frase aveva ancora toccato.
E questa, per chi ha trascorso tanti anni a cercare nella scrittura una ragione per continuare a interrogare le cose, è una stanchezza assai più difficile da nominare della semplice mancanza di parole. Perché le parole, in qualche modo, si possono sempre cercare, inventare, deformare, strappare alla consuetudine, costringere a un movimento diverso, mentre la fiducia nel fatto che esse possano ancora incontrare qualcuno non dipende soltanto da chi scrive, né può essere ricostruita con la stessa pazienza con cui si corregge una frase o si ricompone una pagina. Quella fiducia appartiene a un territorio più vasto, nel quale entrano gli altri, il tempo, il caso, la possibilità dell'incontro, tutto ciò che non posso governare e che tuttavia continua a determinare una parte del significato che attribuisco al mio lavoro.
Non so se continuerò a scrivere come ho scritto finora, e forse non è nemmeno questo che conta. So che non voglio continuare per inerzia, né smettere per disperazione, né confondere il silenzio di chi non risponde con una sentenza pronunciata sulla mia vita. Voglio soltanto capire se, sotto le macerie delle abitudini, delle aspettative e delle forme che conosco troppo bene, esiste ancora una necessità capace di sorprendermi, una parola che non abbia già pronunciato, una domanda che non si lasci ricondurre a quelle precedenti, un movimento che non nasca dalla paura di essere dimenticato ma dal desiderio, ancora possibile, di avvicinarmi a qualcosa che non conosco.
Per il momento rimango qui, davanti a questa incertezza, senza sapere se sia una fine o un passaggio, senza chiedere al futuro di promettermi ciò che il presente non riesce a garantire, senza pretendere che qualcuno venga a rassicurarmi. Se le parole torneranno, torneranno; se avrò bisogno di tacere, cercherò di non considerare il silenzio una colpa. E se qualcuno, passando di qui, troverà in queste righe qualcosa che gli appartiene, una domanda, un dubbio, una piccola scheggia della propria esperienza, non avrà bisogno di dichiararlo per rendere giustificabile tutto ciò che scrivo, ma forse mi ricorderà che il viaggio delle parole non è sempre misurabile attraverso le risposte che produce, che qualche incontro può restare invisibile, che non ogni silenzio equivale necessariamente a un rifiuto.
Non so se sia sufficiente. Non so nemmeno se la parola sufficiente abbia ancora un significato in una vicenda che non offre garanzie e non promette risarcimenti. So soltanto che, qualche volta, mi piacerebbe sentire il rumore di una porta che si apre, non perché io possa finalmente entrare in una stanza dove qualcuno mi attende, ma perché quel rumore mi dimostri che la casa non è completamente vuota, che il mondo non ha smesso del tutto di rispondere, che fra la voce di chi scrive e il silenzio di chi legge esiste ancora una distanza attraversabile.
Forse è tutto qui, in questa attesa che non voglio più mascherare da indifferenza, in questo desiderio che non voglio trasformare in pretesa, in questa stanchezza che non voglio né esibire come una ferita gloriosa né nascondere come una debolezza. Continuo a interrogarmi, continuo a dubitare, continuo a non sapere quale forma debba prendere il passo successivo. E forse, per una volta, posso lasciare che sia proprio questa incertezza a rimanere sulla pagina, senza costringerla a diventare una risposta, senza cercare una conclusione capace di mettere ordine in ciò che ordine non possiede.
Perché, se davvero qualcosa finisce, non sempre finisce nel momento in cui smettiamo di parlarne; e se qualcosa continua, non sempre lo fa attraverso la produzione incessante di nuove parole. A volte resta una domanda, una frase incompleta, un silenzio che non sappiamo ancora interpretare, una pagina che non riusciamo a concludere. E forse è da lì che bisogna ricominciare, oppure è proprio lì che, per il momento, bisogna avere il coraggio di fermarsi.
Io, almeno per ora, non so fare altro che riconoscere questo: le parole sono ancora qui, ma non so più con la stessa certezza perché le chiamo, a chi le affido, quale distanza debbano attraversare per diventare qualcosa di diverso dalla mia voce. Non so se mi manchino i lettori o se mi manchi la capacità di immaginarli, se sia il mondo a essersi allontanato dalle mie pagine o se siano le mie pagine ad aver perso una parte della loro capacità di raggiungerlo. Non so se questa stanchezza annunci una fine o prepari, nel buio, una forma diversa di scrittura. So soltanto che non voglio mentire su ciò che provo, e che non voglio nemmeno fare del mio dubbio una condanna.
Perciò scrivo queste parole senza sapere se saranno lette, senza pretendere che qualcuno risponda, senza la certezza che servano a qualcosa. Le scrivo perché, almeno in questo momento, tacere senza dire nulla di questo silenzio mi sembra una menzogna più grande. Le affido a chi passa, a chi si ferma, a chi forse non arriverà mai, come si affida alla notte un segnale che potrebbe non essere visto, senza sapere se dall'altra parte esista qualcuno capace di riconoscerlo.
E se non ci sarà nessuno, se queste parole finiranno anch'esse nel grande deposito delle cose ignorate, se il loro passaggio non lascerà alcuna traccia riconoscibile, non potrò dire che il mondo mi ha sottratto qualcosa che mi apparteneva di diritto. Potrò soltanto prendere atto che anche questo tentativo appartiene alla parte fragile della scrittura, quella che non può garantire il proprio destino, quella che espone chi scrive alla possibilità di non essere ascoltato e, nello stesso tempo, gli consente di non rinunciare del tutto alla possibilità di esserlo.
Forse domani ricomincerò, forse resterò in silenzio, forse mi accorgerò che le parole non sono finite e che sono soltanto io ad aver bisogno di una distanza diversa per ritrovarle. Per ora non voglio promettere nulla, nemmeno a me stesso. Voglio soltanto lasciare aperta questa domanda, con tutta la sua scomodità, senza trasformarla in una conclusione edificante e senza fingere che la sua risposta sia già nascosta da qualche parte, pronta a venirmi incontro.
Perché forse non è vero che cominciano a mancarmi le parole. Forse comincia a mancarmi la certezza che valga la pena metterle al mondo. E questa, dopo tanti anni trascorsi a cercare nella scrittura una forma di resistenza al silenzio, è la domanda più terribile che possa rivolgermi: non se abbia ancora qualcosa da dire, ma se esista ancora, da qualche parte, qualcuno per il quale valga la pena dirlo.
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