sabato 31 ottobre 2026

Carol Rama, la pittura esce dalla cornice e si sporca le mani con la vita


Ci sono materiali che la pittura tradizionale considera estranei, quasi indegni di entrare nel quadro: una camera d’aria consumata, un frammento recuperato, un filo da cucito che attraversa la tela come una traccia lasciata da qualcosa che non possiamo vedere. Carol Rama li porta dentro l’opera e, così facendo, incrina una delle convinzioni più resistenti della storia dell’arte: che dipingere significhi soprattutto organizzare colori e forme sopra una superficie. Nella sua ricerca la superficie non rimane tranquilla, non si limita a ospitare un’immagine, ma diventa un campo di tensioni nel quale la materia reclama la propria presenza, si oppone alla rappresentazione e obbliga lo sguardo a misurarsi con qualcosa che ha il peso, la consistenza e talvolta l’inquietudine delle cose reali.

È questa la questione che rende interessante In Visita | Carol Rama, la mostra allestita a Palazzo de’ Rossi a Pistoia da Fondazione Pistoia Musei, visitabile fino al 14 febbraio 2027. Il progetto riunisce sette opere realizzate tra l’inizio degli anni Cinquanta e la prima metà dei Settanta, in un arco temporale che permette di seguire le trasformazioni di una ricerca refrattaria alle classificazioni. Curata da Monica Preti e Annamaria Iacuzzi, con la collaborazione dell’Archivio Carol Rama, l’esposizione non ambisce a esaurire una personalità artistica complessa attraverso una ricostruzione antologica: sceglie piuttosto alcuni passaggi significativi, nei quali è possibile osservare come Rama metta continuamente alla prova i confini del linguaggio pittorico.

Negli anni Cinquanta Carol Rama si confronta con l’astrazione e con il Movimento Arte Concreta, al quale si avvicina nell’ambiente torinese. Senza titolo del 1952 e Composizione 71 del 1955 documentano questa stagione, nella quale la forma si emancipa dalla necessità di rappresentare il mondo riconoscibile e costruisce autonomamente i propri rapporti spaziali e cromatici. È una ricerca che dialoga con le esperienze astratte del tempo, ma che non va letta come il semplice ingresso di Rama in una corrente già definita: ciò che interessa è la possibilità di utilizzare la disciplina della composizione senza trasformarla in una regola definitiva.

In Composizione 71, la riduzione degli elementi e la ricerca di equilibrio mostrano come anche pochi segni possano determinare una struttura visiva intensa. L’opera viene presentata in relazione alle ricerche astratte di artisti come Gualtiero Nativi e Mario Nigro, presenti nelle Collezioni del Novecento di Palazzo de’ Rossi. Il confronto è significativo perché sottrae Rama all’isolamento nel quale spesso viene confinata la figura dell’artista eccentrica: la sua indipendenza non significa estraneità alla storia, ma capacità di attraversarla senza lasciarsi esaurire dalle sue appartenenze.

Eppure, proprio la solidità della forma non costituisce per lei un punto d’arrivo. Negli anni Sessanta, la pittura si apre a materiali eterogenei, oggetti recuperati, frammenti che conservano qualcosa della loro esistenza precedente. La superficie comincia ad accogliere ciò che normalmente rimane fuori dal quadro, e l’opera assume una consistenza diversa: non è più soltanto il risultato di un gesto che distribuisce il colore, ma il luogo in cui elementi di natura diversa entrano in relazione senza perdere del tutto la propria identità.

È qui che la ricerca di Rama diventa particolarmente stimolante. L’oggetto recuperato non vale semplicemente perché è povero, insolito o lontano dai materiali consacrati dalla tradizione artistica. La sua forza dipende anche dalla storia materiale che si porta dietro, dall’usura, dalla provenienza, dalla distanza tra la funzione originaria e il nuovo ruolo assunto nell’opera. Il quadro non cancella quella distanza: la rende visibile.

Fra le opere esposte, Senza titolo (Bricolage R 4) possiede un valore particolare, anche per la storia che la lega alla città. Il lavoro era già stato presentato nel 1965 nella Sala Ghibellina del Palazzo Comunale di Pistoia, in quella che fu la prima mostra di Carol Rama organizzata da un museo pubblico. Oltre sessant’anni dopo, il suo ritorno restituisce continuità a una vicenda espositiva che non appartiene soltanto alla biografia dell’artista, ma anche alla storia del modo in cui le istituzioni hanno accolto, o tardato ad accogliere, ricerche non facilmente riconducibili ai linguaggi dominanti.

Il termine Bricolage, associato a questo nucleo di opere da Edoardo Sanguineti nel 1964, descrive una pratica nella quale la macchia pittorica si confronta con materiali prelevati dalla realtà. Ma la parola rischia di apparire troppo rassicurante se la intendiamo come semplice assemblaggio. In Rama, infatti, l’incontro tra pittura e oggetto produce un attrito: ciò che viene incorporato non si dissolve nell’immagine, non perde interamente la propria estraneità, non diventa un ornamento disposto per compiacere l’occhio.

La pittura si trova così davanti a una presenza che non può governare completamente. Il materiale recuperato interrompe la continuità della superficie, introduce una resistenza fisica e altera le abitudini dello sguardo. L’opera non si limita a mostrare qualcosa: mette in scena il conflitto tra il tentativo di dare forma e ciò che, dentro la forma, continua a opporre una propria irriducibilità.

Questa tensione permette anche di comprendere perché il lavoro di Rama non si lasci ridurre alla sola questione tecnica. La sua ricerca viene spesso accostata al corpo, al desiderio, alla malattia e all’identità, temi che attraversano profondamente la sua produzione. Sarebbe tuttavia riduttivo assegnare a ogni materiale una traduzione simbolica univoca, come se una camera d’aria dovesse necessariamente significare il corpo e un filo dovesse rappresentare una ferita. La materia agisce prima di tutto nella sua concretezza: è attraverso questa presenza fisica, attraverso il modo in cui occupa lo spazio e modifica la superficie, che può aprirsi a risonanze corporee e psicologiche senza esaurirsi in esse.

Negli anni Settanta questa ricerca si sviluppa attraverso materiali e procedimenti che rendono ancora più evidente la trasformazione del quadro in uno spazio fisico. In Luogo e segni del 1974, appartenente a una serie di 35 lavori, le camere d’aria vengono applicate su una tela da capote nera e organizzate secondo strutture quadrangolari. La superficie è inoltre modificata dall’abrasione, attraverso la quale alcune campiture vengono ottenute per sottrazione.

L’aspetto più interessante è proprio la compresenza di operazioni opposte: aggiungere e togliere, applicare e incidere, costruire una struttura e contemporaneamente alterarne il supporto. La composizione nasce da questa duplice attività, e la materia non si limita a riempire uno spazio predisposto in precedenza. È lo stesso spazio pittorico a essere ridefinito dal lavoro, dalla pressione esercitata sui materiali, dalle tracce lasciate sulla superficie.

Le camere d’aria, con le loro pieghe e deformazioni, provengono da un oggetto d’uso quotidiano che ha già attraversato il tempo e il consumo. Rama non cerca di restituirgli una funzione perduta, né di nasconderne l’origine dietro un nuovo rivestimento estetico. Lo sottrae all’uso e lo consegna a un altro regime di relazioni, nel quale il materiale diventa parte integrante della costruzione dell’opera. Il nero della tela, le geometrie, le abrasioni e gli elementi applicati concorrono a definire una struttura che non è riconducibile né alla pittura tradizionale né a una semplice giustapposizione di oggetti.

Un’altra direzione emerge in Senza titolo del 1974, dove il filo da cucito viene fissato al supporto e diventa elemento strutturale. Il percorso della linea richiama talvolta i tracciati medico-diagnostici, con le loro oscillazioni, interruzioni e improvvise variazioni. Ma il filo non è una linea disegnata nel senso consueto: possiede uno spessore, aderisce alla tela, la attraversa secondo un andamento che è insieme visivo e materiale. La sua presenza introduce una temporalità diversa da quella del segno pittorico, perché ogni percorso sembra conservare il gesto concreto che lo ha prodotto.

Il risultato non è un diagramma da decifrare, né una registrazione clinica da interpretare secondo un codice prestabilito. È una trama che può suggerire misurazione, tensione, fragilità, continuità e rottura, lasciando aperto il rapporto tra l’ordine della forma e le associazioni che essa suscita. Anche qui Rama evita di consegnare il lavoro a un significato unico: costruisce una situazione visiva nella quale la precisione del procedimento convive con l’instabilità della percezione.

Sette opere non possono restituire tutta la complessità di Carol Rama, e sarebbe improprio pretendere che questo nucleo sostituisca una grande retrospettiva. La sua efficacia va cercata altrove: nella possibilità di seguire, attraverso alcuni momenti ravvicinati, il modo in cui un’artista passa dall’astrazione all’inserimento di materiali estranei, dalla costruzione geometrica alla manipolazione fisica della superficie, senza che una fase cancelli necessariamente le domande aperte dalla precedente.

Il progetto In Visita acquista inoltre un significato specifico proprio per il ritorno a Pistoia di Bricolage R 4, già esposto nel 1965. La mostra attuale riannoda così due momenti lontani, permettendo di rileggere la storia espositiva dell’artista alla luce di una ricezione critica e istituzionale profondamente mutata. Ad accompagnare il percorso è un volume pubblicato da Gli Ori, con testi delle curatrici e un contributo critico di Maria Grazia Messina, che approfondisce anche la vicenda della storica esposizione pistoiese.

Ma il motivo più convincente per incontrare queste opere non è la necessità di celebrare un’artista riconosciuta internazionalmente, né quella di riconoscere in anticipo la sua presunta attualità. È la possibilità di verificare direttamente che cosa accade quando la pittura rinuncia a essere una finestra sul mondo e accetta di misurarsi con il mondo nella sua consistenza più concreta, fatta di oggetti consumati, materiali irregolari, superfici alterate e segni che non promettono una lettura definitiva.

Carol Rama non rende semplicemente più ampio il repertorio dei materiali utilizzabili dall’arte. Mette in discussione il privilegio della superficie pulita, la separazione tra immagine e cosa, l’idea che l’opera debba trasformare ogni elemento in una forma perfettamente conciliata. Nei suoi lavori rimane qualcosa che resiste alla composizione, una presenza che non si lascia addomesticare fino in fondo. Ed è forse proprio qui che la sua pittura continua a interrogarci: non nella dimostrazione di quanto possa essere libera l’arte, ma nella domanda, più scomoda, su quanta realtà siamo disposti a lasciarle entrare.

In Visita | Carol Rama è visitabile a Palazzo de’ Rossi, in via de’ Rossi 26, a Pistoia, fino al 14 febbraio 2027. La mostra è curata da Monica Preti e Annamaria Iacuzzi, con la collaborazione dell’Archivio Carol Rama.

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