La casa svelta e capovolta ascende giù nelle viscere d’un cielo nero, e da vetrate prive d’ogni raggio piombano angeli gravidi di cenere, con ali arse d’un vetusto incendio.
Calpesto i ruderi dentro le stanze d’un regno mai fondato da mortale, fra specchi che nel buio si disfanno, e porte schiuse sopra altre porte, in corridoi di polvere astrale.
Un tavolo rattrista il vano gesto d’unghie che morte cinica rase al suolo; trattiene il seggio un’anima assonnata d’un corpo ignaro del ritorno antico, mentre l’orologio inghiotte i secoli.
E mentre ascolto il rosso orrore ematico della materia e il rogo lento d’ombra, qualcuno eretto sul confine muto stride il mio nome senza mai fiatare, belva serrata in cerchi di muraglia.
Scrivo ché la notte ha troppe fauci, ché la terra germoglia nel profondo, ché ogni sasso nasconde un uragano e ogni parola è il teschio d’un pensiero che spia il fango per risorgere.
La mano piomba sopra il foglio illibato, ma non è mia la falange che trema: qualcuno mi attraversa l'osso e il nervo, qualcuno mi governa dalle tenebre e incide sulla carta il suo delirio.
Le lettere si aprono in ferite, le sillabe si mutano in coleotteri, le frasi generano altre frasi che divorano il ventre della lingua lasciando cenere di astri spenti.
Non so qual sia l’autore della notte, né quale dio mi abiti la palma, né quale spettro scriva dentro il sangue la fabula d’un’esistenza mai nata, la carta geografica d’un nulla.
Mutano intorno al mondo le lor spoglie, le torri sprofondano nel mercurio, le piazze ribollono nei pozzi, le statue s’inghirlandano di piume e i fiumi risalgono le vene.
Hanno le case orbite di astri, si accendono i vetri di febbre nera; fra le pareti non abita nessuno, se non mense imbandite di terra morta e sedie intente a venerare i resti.
Solcano i tetti galeoni immani, fatti di coste e scheletri di mostri, e dai fianchi vermigli cascano scale che precipitano nell’abisso pelago, ove i campanili dormono annegati.
Raccolgo gli avanzi di questa terra, la polvere regale e dissoluta, le lagrime evaporate nel turbine, le chiavi delle soglie smantellate, i nomi che nessuno ha mai detto.
Raccolgo le immagini dei defunti, le chiome disperse delle madri, le lettere mai giunte a destinazione, le calzature abbandonate ai limini, i giocattoli privi di fanciulli.
Ne intesso un serto al Nulla sovrano, un diadema d’ossa e di comete, che depongo ai piedi d’un re senza volto, mentre il creato s’inginocchia muto davanti al sonno che lo divora.
Spedii il mio cuore imbalsamato e muto, avvolto in carte di foschi temporali, con i fantasmi e i nomi mai toccati, con tutte le città del mio delirio, con le dimore fatte di chimere.
Partì l’epistola sopra il mar nero, ma nessun nuntio mi portò conforto; e l’attesa s’allacciò intorno alle gambe qual silvestre foresta di cristallo, qual labirinto senza via d’uscita.
Mi stringevano i crudi ceppi del tempo, le ore pesavano sul mio dorso, e i passi si facevano pietrificati sul pavimento glaciale dell’eterno, mentre il silenzio mi foderava il petto.
Fu allora che il gran pelago mi offerse creatura ignota d’ogni genealogia, avanzo d’un dio sbranato dai flutti, corpo di sola acqua e di memoria, figlio illegittimo d’una notte minerale.
Non sorse dalla sponda o dal frangente, ma da una fenditura della casa, da quel recondito anfratto ove accumulo la febbre dei miei sogni scellerati e le cose che il labbro non sa dire.
Giaceva in una pozzanghera salmastra, cinto da nere foreste d’alghe morte, gonfiando il fianco qual vasto continente che cerca la sua forma primigenia, la costa che l’abisso gli rapì.
Respirava nell’antro delle acque, e al dischiudersi d’occhi nella stanza apparivano pesci diafani e vivi, relitti che nuotavano contro l’emoglobina, stelle sommerse in fauci di conchiglie.
Nessuno volle redimere quel mostro, nessuno impose a quel sangue un retaggio, e il suo silenzio incendiò la magione, divorò le memorie e i calendari, lasciando intatti i chiodi nelle mura.
Da quell'istante il pane rifece il teschio, l’acqua serbò sul fondo cupa cenere, s’allungarono i vani nel buio denso, le porte spalancarono altre porte e gli specchi restituirono estranei.
Volevamo fuggire dalla casa, ma la fuga aveva già stroncato l’ala; il suolo si spalancava sotto i calcagni qual fauce smisurata di granito, qual mandibola avida e affamata.
Spuntavano dai muri volti spettrali, simili ai nostri ma d’altra specie, con pupille di bimbi disseccati, la fronte d’un futuro inesorabile, la bocca di chi già conosce il fondo.
Compresi che le pietre possono urlare, che il muro cela occulte architetture, e che sotto la crosta di questo mondo infuria una bestia senza battesimo che nessun dio sa domare o circuire.
Vidi che la materia serba il pianto, che ogni oggetto custodisce una tempesta, che ogni forma partorisce la sua ruina e ogni ruina sogna una rinascita nel fuoco che precede la sua maschera.
Una sera il firmamento scese sui tetti, qual sipario intriso di sangue azzurro, e scorsi una piccola luce tra l’erba, un tremito che irrideva le tenebre, una fiammella che non dava luce.
Mi chinai sopra il fango della via, cercando un filo d’oro o di scintilla, ma scorsi un insetto di vetro puro che portava sul dorso un pezzo di luna, una scheggia strappata all’infinito.
Procedeva fra le foglie putrescenti, incidendo coi tarsi una parola che nessun alfabeto aveva mai visto, e la terra tratteneva il respiro per non infrangere il fragile portento.
Avrei voluto stringerlo fra i palmi, erigergli una reggia di specchi vividi, nutrirlo con lo sfarzo dei miei ricordi, ma la mano rimase sospesa nel vuoto: la troppo dolce pietà si fa prigione.
E seppi che la luce non si salva se chiusa dentro la mano avara, che il bello vive nell'orlo del pericolo, che ogni creatura reca la sua morte qual occulto gioiello sotto la pelle.
Da allora porto quella luce negli occhi, granello d’infinito dentro la pupilla, e i muri fioriscono di alfabeti, i platani spalancano le arterie e le pozzanghere riflettono altri cieli.
Nei volti scorgo galassie private, nei vecchi la polvere dei pianeti, nei bimbi il fragore delle origini, negli amanti che si dividono il cuore il moto folle di maree lunari.
Ma quel lume non mi dona salvezza, non apre il petto né la serratura, non restituisce l’innocenza ai nomi, e se il vento scuote le impalcature una lama invisibile mi lacera il fianco.
C’è un cimitero dentro ogni moto, un minuscolo sepolcro dentro la carne, ove la vita depone le sue spoglie; e io conosco la porta consumata, le pareti che stillano memoria.
Vi sono sceso molte volte in sogno, per scale che precipitano nel cielo, fra conchiglie murate nei corridoi e voci fatte insetti neri e osceni che s’abbrugano sopra lampade ignote.
Ho scorto il mio futuro corpo disteso su un catafalco di terra trasparente, le dita strette intorno a una parola che non scrissi e non seppi mai pronunciare, il volto assorto in una cieca meraviglia.
Forse il termine non è che una porta, ma una materia che ci abita da sempre, un’acqua che ci cola dentro le midolla, un’ombra che ci precede nel sepolcro e ci appresta il giaciglio nell'abisso.
Eppure resto ancor fermo sul limine, per vana curiosità, per furia ostinata, per non lasciare incompiuta la frase, per non donare al buio la parola che cerca disperata la sua ferita.
Forse mi tiene legato un desiderio, la speranza che non osa dire il nome, d’incontrare la creatura delle carte, di vederla sgorgare dalla pagina e riconoscere in lei il mio stesso volto.
Di te non so da quale abisso tu spunti, quale spumoso pelago ti generasse, quale nume incidesse sopra la fronte la tua fragile veste di sale e brivido, quale turbo disperdesse le tue radici.
Ti immagino ascendere dai fondali, con le pupille straziate dal lampo, portando nel petto tumide maree, il compianto dei naufraghi sepolti, le carcasse di legni che ignorano il porto.
Ti scorgo qual magione desolata, dove l’edera invade i vani vetusti, le radici sradicano i pavimenti, e un cembalo suona sotto il rovescio per dita che alcun vivente mai scorse.
Ti rintraccio nel relitto d’ogni cosa, nel ramo che s’indora dopo il gelo, nella vela che sfida la tempesta, nella palma che cerca una spalla amica e stringe solo il gelo del ricordo.
Ti cerco nei porti d’ogni carena spogliati, fra gru immobili sopra acque di piombo, nelle stazioni sbranate dalla gramigna, dove i quadranti segnano un’ora morta che nessun uomo misurò nel tempo.
Ti cerco negli alberghi senza clienti, nelle sale che odorano di diluvio, nelle chiavi che serrano porte cieche, nei corridoi dove il passo ritorna senza gravare su un corpo vivente.
Ti cerco nei giardini del cimitero, fra vermi che avvolgono bianche ossa, nel grembo fertile della putredine, dove la carne si fa zolla e poltiglia e la zolla si appresta a rifiorire.
Ogni luogo mi rende un rovinoso frammento, una piega del volto, un tronco di sillaba, un pigmento rimasto sepolto nel pensiero; ma più m’accosto alla tua statua d’ombra, più l’assenza si dilata in voragine.
Ritorno con le ciglia intise di cielo, con un azzurro tossico nelle vene, con la spaventosa quiete dei templi quando le colonne reggono a fatica l’immenso peso d’un eterno muto.
Ricordo il tuo labbro qual porta sbarrata dietro giardini sigillati e invisibili, dove perenni mormorano le fontane, maturano frutti che nessuno coglie e fioriscono rose che alcun petto respira.
Vi s’insinuava la luce qual ladra, posandosi sulle labbra qual oro colato, e l’universo scordava la propria forma, la sua architettura di spasmo e duolo, per farsi sostanza di piuma e di nulla.
Le distanze s’incurvavano nel vuoto, i secoli s’aggrovigliavano in un nodo, i corpi s’intendevano nel buio profondo prima d’essere toccati dalle mani, e il sangue ricordava la sua origine infinita.
Ma l’istante periva nel suo fulgore, e tutto indietreggiava nella distanza, fra le mura, i sepolcri, i battiti d’ore, mentre la memoria custodiva un sapore che il giorno non sa restituire giammai.
La luna stilla il suo metallo febbrile sopra i tetti, le tombe e i crepacci, e ruota qual occhio privo di ciglia che ha mirato lo scaturire e il morire degli dèi, seguendo il sangue sino alle midolla.
La tua ebbrezza tesseva trame di porpora, un continente rovente e sommerso, ove si estinguevano le vertigini, mentre un’ala perdeva le penne d’oro per precipitare nel sonno senza fondo.
Non domandare da quale empireo tu scenda, quale ferita ti costringesse al crollo, quale fato ti cacciasse in codeste macerie ove la notte ricompone i frammenti e abbraccia le sue creature dolenti.
Forse provieni da un empireo remoto dove le penne germogliano dentro l’osso, dove i volatili nascono già cadaveri e il volo non è che un eterno precipizio attraverso strati di luce sepolta.
Forse non sei che la larva d’un gesto, un fremito che sopravvive alla salma, la traccia d’un artiglio nella tenebra, una vibrazione che attraversa le ere per tornare a incidere la nostra fronte.
Non v’è più confine fra il sonno e il giorno, fra la materia e la sua larva spettrale, fra ciò che muore e ciò che rinasce dal gorgo di una fine che non ha fine, mentre il mondo oscilla dentro un altro mondo.
I morti camminano sotto le radici, le radici trapassano i nostri sogni, le acque risalgono le fonti profonde recando il fango di secoli svaniti, mentre il vento rovescia le città celesti.
Le fiere tendono l’orecchio alle porte, le pietre s’impennano verso l’etere, le ombre si staccano dai corpi estenuati, e sopra il firmamento si aprono voragini ove le stelle smarriscono il proprio nome.
Nessuno regge questo delirio di forme, nessun volere dispone il gran teatro, e tuttavia una cieca geometria le governa, una follia smisurata e geometrica che scrive il cosmo e lo cancella nel sangue.
Da questo punto si frantumano i gusci, si rovesciano i millenni nel baratro, le ombre si slacciano dalle carni e salgono a stormi senza empireo, anime sciolte dalla legge dei pesi.
Le pareti si spalancano sopra il nulla, i pavimenti si mutano in laghi d’inchiostro, le scale s’innalzano verso colonne che non sorreggono alcuna volta, e le porte si aprono sull’eterno buio.
Piovono giù dalle finestre le maschere, volti di re, di mendicanti, di profeti, labbra di fanciulli, sguardi d’assassini, e ogni sembianza si sminuzza in altre finché la terra si ricopre di soli sguardi.
Da questo punto s’incomincia la danza, non quella gaia dei vivi o dei pianti, ma il turbine d’atomi e di chimere, il palpito d’un cuore senza carcere che tramuta ogni fine in altra fine.
Danzano i massi intorno ai monti scabri, danzano i fiumi alla ricerca del monte, danzano i ruderi sopra le metropoli, e i pezzi degli dèi s’incollano insieme in una corona destinata al nulla.
Danzano i feti che la terra non volle, i bimbi generati dalle pareti d’ombra, le bestie nate nel panico dei secoli, le figure abbandonate dal pensiero, e tutte recano la faccia dell’abisso.
E noi danziamo senza sapere chi siamo, con le fauci piene di sillabe morte, con le palme tese verso la voragine, mentre il cielo si lacera in piume nere e ogni piuma racchiude un mondo in fiamme.
Non possediamo più volti, ma soli occhi, non abbiamo più nomi, ma sole voci, non abbiamo più carni, ma la cicatrice delle mani che un tempo ci sfioravano, delle labbra che bruciavano le nostre.
Le ombre s’intrecciano nell’aria densa, disegnando spirali sopra le rovine, e mentre ci dissolviamo nel nero oblio, la casa, l’oceano, la pietra e la bufera ci attraversano come fiumi senza foce.
Ora il sogno non ha più sognatori, li attraversa e li disperde nella notte come semi gettati su terre estranee, come cenere soffiata dalle comete, come nomi che nessuno pronuncerà mai.
Ora si sogna con le pupille spalancate, con il sangue rappreso dentro le vene, e le immagini risalgono dal profondo come pesci abbaglianti e maledetti per morire nel fuoco dell’aria densa.
Ora si sogna senza alcun risveglio, perché il risveglio è solo un’altra stanza, un corridoio più buio, una nuova porta, un altro abisso che spalanca i calcagni, un’altra notte dentro la stessa notte.
Ora si danza e nessuno rammenta chi spalancasse i portali dell'abisso, chi chiamasse i mostri dal fondo cieco, chi accendesse il rogo dentro le stelle, chi desse inizio alla sacra caduta.
La notte non rende risposta agli appelli, il mare non restituisce i nomi perduti, gli astri consumano il loro stesso scempio, e sulla terra cola la bianca cenere d’un incendio che occhio umano non vide.
Tutto ciò che anelammo si dissolve, tutto ciò che perdemmo fa ritorno, e ogni cosa lascia nella notte un brivido che scorre fra le creature attonite qual lingua arcana priva d’alfabeto.
Resto sospeso sul limine del silenzio, con la mano fissa sopra la carta, ascoltando le ultime stelle nell’acqua, il palpito d’ali nel nero fondo, il respiro di chi dorme nella stanza.
Ignoro se l’alba serberà memoria di questa architettura di spettri, se il giorno cancellerà le sue forme, se le parole torneranno polvere o se vivranno nascoste sotto la cenere.
Ma so che qualcosa ancora si agita dietro la crosta muta delle cose, qualcosa che non ha sillaba o nome e non implora d’essere compreso, qualcosa che muta il vuoto in soglia.
Ogni ruina schiude un nuovo passaggio, ogni silenzio genera altra voce, ogni termine partorisce un principio, e l’universo si raccoglie nella danza che ruota superba sopra il proprio nulla.
Il foglio si fa notte, la notte è un oceano, l’oceano trabocca nel firmamento, il cielo ripiega le sue ali sul sonno eterno. Ora si danza, ora si sogna, le stelle smarriscono il proprio nome, precipitano a una a una nel ventre del mondo, e il mare le raccoglie nel suo silenzio qual lacrime fredde di dèi scordati.
Ora si danza, ora si sogna, la creatura dischiude gli occhi nel fango, l’insetto reca la luna sopra le spalle, e la luce attraversa le rovine senza sapere dove posare il piede.
Ora si danza, ora si sogna, nessuno sa se il mondo svanisce perché il sogno ha consunto la sua notte o se il sogno comincia proprio adesso perché il creato ha cessato d’esistere.
Soltanto la luce continua a piombare, silenziosa, attraverso le tenebre, senza toccare il fondo dell’abisso, senza trovare una terra che l’attenda, senza sapere se esista ancora il cielo.
E nel punto in cui il raggio si annulla, dove la mente smarrisce ogni segno e la memoria si scioglie nella carne, qualcuno ricomincia a tracciare i segni sopra la pagina nera dell’eterno.
La mano si muove, la carta respira, la notte spalanca le sue pupille, e tutto rinasce nel sacro silenzio, come se nulla fosse mai accaduto, come se tutto dovesse ancora venire.
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