sabato 24 ottobre 2026

Ti va di raccontarmi come nasce la tua ispirazione per unire poesia e musica elettronica? (intervista)

1.
Ti va di raccontarmi come nasce la tua ispirazione per unire poesia e musica elettronica?

L’ispirazione nasce, credo, da una certa insofferenza nei confronti dei confini che separano le diverse forme di espressione, ma anche dal desiderio di ascoltare le parole in una dimensione diversa da quella alla quale siamo abituati a consegnarle. La poesia possiede già una musicalità propria, spesso sotterranea, fatta di ritmo, assonanze, fratture, accelerazioni e silenzi; una musica che sulla pagina rimane affidata all’immaginazione del lettore e che, attraverso la musica elettronica, può diventare qualcosa di fisicamente percepibile, una materia sonora che attraversa il corpo prima ancora di essere ricondotta a un significato.
L’incontro con Suno mi ha offerto la possibilità di sperimentare questa trasformazione senza dover necessariamente partire da una composizione musicale tradizionale. Mi interessa verificare che cosa accade quando un testo poetico incontra sonorità elettroniche, atmosfere, voci, pulsazioni ritmiche che non avevo previsto mentre scrivevo. Talvolta il risultato sembra aprire una porta inattesa sul testo stesso, rivelando sfumature che la lettura silenziosa lasciava in ombra; altre volte si produce uno scarto, una tensione, persino un contrasto, ed è proprio in quella distanza che può nascere qualcosa di nuovo.
Non considero la musica un semplice accompagnamento della poesia, né penso che il testo debba necessariamente piegarsi alle esigenze di una canzone. Mi interessa piuttosto l’attraversamento reciproco di due linguaggi, la possibilità che la parola conservi la propria inquietudine e che la musica non si limiti a illustrarla, ma la trasformi, la contraddica, la porti in territori imprevisti. La tecnologia, in questo processo, è uno strumento: non sostituisce l’esperienza della scrittura, non inventa retroattivamente le ragioni per cui una poesia è nata, ma consente di esplorare nuove forme di ascolto.
In fondo, continuo a cercare nella poesia quello che cerco da sempre: una fenditura nella superficie delle cose, un modo per avvicinarmi a ciò che sfugge alle definizioni e alle rassicurazioni. Con la musica elettronica provo a dare a quella fenditura una voce diversa, talvolta più oscura, talvolta visionaria, talvolta persino estranea alle intenzioni iniziali. Non si tratta di rendere la poesia più accessibile a ogni costo, ma di metterla in condizione di raggiungere altri luoghi, altre sensibilità, altre possibilità percettive.
Se la poesia nasce anche da un ritmo che precede le parole, forse la musica elettronica mi permette di tornare proprio lì, a quel punto originario in cui la voce non ha ancora deciso se diventare verso, canto o rumore, e in cui la scrittura può ancora sorprendere chi l’ha prodotta.

2.
C'è un brano specifico tra i 21 che hai caricato su Suno (ad esempio Il Gerundio o L'Infinito Imballato) in cui questo contrasto o questa "porta inattesa" si è manifestata in modo così forte da stupire te per primo?

Più che un singolo brano, mi interessa la possibilità che si apre ogni volta che una parola scritta incontra una dimensione sonora che non le appartiene ancora. Quando lavoro su testi come Il Gerundio o L’Infinito Imballato, mi trovo davanti a qualcosa che conosco intimamente, perché nasce dalla mia scrittura, e che tuttavia può restituirmi una sensazione di estraneità nel momento in cui diventa musica. È una situazione curiosa: riconosco le parole, riconosco la loro provenienza, ma non sempre riconosco immediatamente il modo in cui cominciano a vivere nella voce, nel ritmo, nell'architettura elettronica.
È proprio questo scarto a interessarmi. La musica può spostare l'accento emotivo di un testo, portare in primo piano qualcosa che avevo lasciato ai margini, oppure produrre un contrasto che non avevo previsto. In quel momento non ascolto soltanto una mia poesia musicata: ascolto una possibilità della poesia che prima non conoscevo. E forse la sorpresa più autentica consiste proprio in questo, nel rendersi conto che un testo, anche dopo essere stato scritto e riscritto, non esaurisce mai tutte le proprie possibilità.
Non so se sia necessario individuare un solo brano come quello decisivo. Preferisco pensare a questi ventuno lavori come a ventuno tentativi di attraversare una soglia, sapendo che non tutte le porte conducono nello stesso luogo e che qualche volta è proprio quella che non avevo intenzione di aprire a rivelarmi qualcosa di interessante.

3.
Questo senso di continua trasformazione e inesauribilità del testo influisce anche sul tuo modo di scrivere oggi? Quando componi un nuovo testo, avverti già la pressione o la suggestione di questa futura dimensione sonora, oppure riesci a mantenere la scrittura del tutto indipendente, come accadeva nel "secolo passato"?

Direi che la scrittura continua a essere, per me, un territorio autonomo, e ci tengo a preservarne l’indipendenza. Quando scrivo, non penso necessariamente a una futura realizzazione musicale, non immagino una voce che interpreta i versi, non cerco una scansione ritmica che possa facilitare il lavoro di una macchina. Scrivo perché a un certo punto qualcosa preme, insiste, disturba, e trova nella parola l’unica forma provvisoria attraverso la quale manifestarsi. È una pratica che mi accompagna da molto tempo, da quando la pagina era una superficie conclusiva soltanto in apparenza, perché anche allora il testo, una volta scritto, continuava a lavorare dentro di me, a modificare il proprio significato, a rivelare connessioni che non avevo riconosciuto nel momento della composizione.
Naturalmente, oggi so che quelle parole possono intraprendere un viaggio ulteriore, diventare voce, ritmo, materia elettronica, incontrare una sensibilità musicale che non coincide necessariamente con la mia intenzione originaria. Ma questa consapevolezza non vorrei che si trasformasse in una prescrizione, in una specie di censura preventiva esercitata sulla scrittura in nome delle sue possibili destinazioni. Sarebbe come scrivere pensando già alla traduzione, al pubblico, alla recensione, al modo in cui un testo potrebbe essere accolto: tutte eventualità che possono verificarsi, ma che non dovrebbero dettare le condizioni della nascita di una poesia.
C'è anche una differenza importante tra il momento in cui scrivo e quello in cui ascolto la trasformazione sonora del testo. Nel primo sono immerso nella necessità della parola, nelle sue contraddizioni, nelle sue oscurità, persino nelle sue asperità; nel secondo posso permettermi di diventare, almeno in parte, uno spettatore di ciò che ho scritto, come se il testo mi fosse restituito da qualcuno che lo conosce senza averlo vissuto. È una distanza preziosa, perché mi consente di ascoltare la mia scrittura senza l'obbligo di riconoscermi interamente in ciò che sento.
Nel secolo passato, quando la musica elettronica non faceva parte di questa mia esperienza, la poesia possedeva già una sua dimensione acustica, anche se rimaneva affidata soprattutto alla lettura interiore, al respiro, alla musicalità segreta delle parole. Oggi posso esplorare altre possibilità, ma non considero necessariamente questa novità una correzione di ciò che facevo prima. Piuttosto, è un'altra porta che si apre su una stanza che credevo di conoscere, e che invece conserva ancora qualche angolo in ombra.
Perciò, se devo rispondere con precisione, direi che la possibilità musicale accompagna oggi il mio orizzonte creativo, ma non voglio che governi la nascita dei testi. Mi interessa che la scrittura rimanga libera di essere scomoda, eccedente, irregolare, persino refrattaria a qualsiasi tentativo di trasformazione. Se poi una poesia accetta di diventare musica, tanto meglio; se resiste, se conserva qualcosa di irriducibile, non considero questa resistenza un fallimento. Non tutto ciò che scrivo deve necessariamente diventare altro da sé. La sua inesauribilità consiste anche nella possibilità di rimanere sulla pagina, continuando a interrogarmi senza concedermi una risposta definitiva.

4.
C'è un testo recente che ha già subito una trasformazione sonora di cui ti andrebbe di condividere qualche verso, proprio come esempio?

Rovesciato, sì.
Ma non subito.
Prima un ascolto cieco —
una fenditura che respira nel fondo della gola.
Non il corpo, ma il suo negativo,
il suono che viene da dietro la pelle,
la pressione che si fa luce,
come se la carne, improvvisamente, avesse ricordato il suo contrario.

È qui che comincia:
dal rumore che non arriva,
dall’ombra del tatto.
Il volto non si mostra: vibra,
si apre, si ritrae, diventa aria che chiama.
Eppure esiste —
la tua faccia, il punto dove tutto si concentra,
dove vengo, fino in fondo,
in doppia enunciazione, quasi a riscrivere
l’orgasmo come lingua.
Un’ondulazione di spasmi.
Una parola che non si chiude.

Non dire.
O dillo piano.
Tu dici — e già si consuma: la fine.
Tre giorni, sciolti, disfatti nell’odore.
Un respiro lungo, obliquo.
Diverso, sì.
Non più presente.
Col membro che si solleva da solo,
come se la carne avesse appreso la nostalgia.

È un gesto, ormai.
Leggere i tuoi occhi come si sfiora un codice.
Eravamo, e si vede.
Il tempo, qui, è tessuto —
stoffa che copre, che assorbe,
che tenta di colmare ciò che non fu.
Dell’aria resta il bordo,
un alone che continua.

Qualcosa si muove,
frammenti obliqui, schegge di luce,
un riflesso che non coincide con la cosa.
Eppure è lì,
distorto, vivo.

Difficile risalire.
Il pensiero — un vortice senza radice.
L’acqua della mente è quasi agitata,
si piega, non trova il proprio corso.
Questo presente non appartiene al tempo.
Scorre, si interrompe, si riavvolge.
Ogni volta.
S’era interrotto, sì, ma tornava,
ripiegato, inciso.
Una registrazione, non proprio identica.
Una cicatrice di suono.

Non più precisi di così.
Io, restavo.
Perché vengono —
queste presenze senza volto.
Accumularsi, dilatarsi,
fino al limite del dicibile.
L’insieme non si dice.
Lo trovo, oggi, coricato sull’orlo,
un resto di corpo che non finisce.

Voi, in piedi, di fianco,
dentro l’operazione —
come dentro un rito che non ci comprende.
Io non nel numero,
non nella conta.
La torsione era l’eco,
la memoria piegata su se stessa,
il ritorno del gesto nella sua ombra.

Istantaneamente: profondità.
O meglio — carne.
Quel salto che risponde come era scritto.
Il muro, là, riceve solo un colore.
Non altro.
Il sudore, la prova.

Così, il punto e gli occhi,
la forma che copre,
e allora sorge la testa.
Questo richiamo.
La bocca — qualcuno al seme.
L’episodio che non avrebbe reso il rosso,
né il cielo riflesso,
strappato, terroso,
dalla parte giusta, che è poi la stessa che tutti indicano.

Al momento, in questo recesso.
Un punto di noi che vibra ancora,
gridando alla gola, venivamo.

S’apriva, sì,
per darci.
In rilievo remoto.
Poi ancora — il di fuori che si volta,
l’ascolto ribaltato,
una superficie che non sa cessare di respirare.
Qui restiamo,
non più due, ma residuo.
Impronta sul nulla.
L’ombra che continua a parlarci,
con la voce del muro,
del sudore,
dell’eco che s’attacca al respiro.

Il corpo ripetuto.
Il battito,
senza fine.
L’eco compressa,
sulla pelle che non riconosce più il suo nome.

E poi — l’assenza.
Questo movimento cieco che ci chiama.
Dal fondo della materia sale un suono,
un sibilo,
la traccia che non muore.
La fine piega,
ricomincia,
si apre di lato,
si contorce,
diventa luce che passa tra le dita.

E tu, lontano,
sei sempre più vicino.
Come se la distanza fosse una forma d’intimità.
Ogni respiro, un ritorno.
Ogni silenzio, una bocca che non si chiude.

Io, coricato sull’orlo,
in ascolto del tuo corpo che non c’è.
Un respiro, forse due.
E poi, niente:
solo la vibrazione che rimane.

Rovesciato, ancora.
Ascoltato, fuori.
Non più parola, ma pressione,
non più immagine, ma durata.

La carne, ormai, non risponde.
È la pelle che parla.
E sotto, la memoria sfrigola,
un riverbero umido, un residuo.

Tu non dici.
Ma l’aria, intorno, ti nomina.
Ti apre, ti piega.
Ti solleva dal fondo come una risposta.

Io guardo, ma non vedo.
Mi piego, ma non arrivo.
È tutto qui, nel quasi.
Nel limite che pulsa,
nell’eco che scava.

E quando sorge la testa —
quella luce, quella bocca —
tutto torna.
Il respiro, il colore, la terra.
Lì, dove finisce il quadro.
Lì, dove inizia la carne.

Un corpo rovesciato nel proprio suono.
Un ascolto che si finge silenzio.
E da quel silenzio,
ancora,
veniamo.

5.
Raccontami se per "Rovesciato" l'intelligenza artificiale ha scelto la via dell'assecondamento (creando un'atmosfera cupa, intima ed elettronica) o se ha prodotto quel famoso contrasto inatteso, aggredendo le parole con una ritmica violenta e distorta?

Con "Rovesciato" mi interessa soprattutto il rapporto fra ciò che le parole portano già dentro di sé e ciò che la musica può fare di quella materia, assecondandola oppure mettendola in discussione. Una poesia possiede una propria temperatura emotiva, ma non è detto che la sua traduzione sonora debba limitarsi a riprodurla. Anzi, qualche volta è proprio lo scarto fra la parola e la musica a produrre qualcosa che mi interessa, perché impedisce al testo di adagiarsi in un'atmosfera già riconoscibile, in una corrispondenza troppo prevedibile fra ciò che si legge e ciò che si ascolta.
La possibilità di una sonorità cupa, intima, elettronica, oppure di una ritmica più aggressiva, distorta, persino apparentemente incongrua rispetto alle parole, mi interessa proprio perché apre due strade differenti. Nel primo caso la musica sembra entrare nella stessa zona d'ombra del testo, amplificandone le risonanze; nel secondo lo costringe a reagire, lo strappa alla sua quiete e gli restituisce una violenza che magari, nella lettura silenziosa, rimaneva meno evidente.
Non vorrei però stabilire in anticipo quale delle due possibilità sia quella giusta. Il punto, per me, è che la musica non dovrebbe essere una didascalia emotiva della poesia, un modo per dirci come dobbiamo sentirla. Dovrebbe piuttosto introdurre una seconda voce, autonoma, capace di accompagnare le parole ma anche di contraddirle, di spostarne il baricentro, di creare una tensione che nessuno dei due linguaggi avrebbe prodotto da solo. È in questo spazio, fra riconoscimento e sorpresa, che la trasformazione diventa interessante.

6.
Avendo sperimentato entrambe le strade con le diverse versioni di Rovesciato, hai avvertito che una di queste due anime (quella dell'amplificazione dell'ombra o quella della violenza ritmica) ha aperto una porta sul testo che tu stesso, mentre lo scrivevi, consideravi più remota o inaspettata?

Sì, e credo che la versione più interessante di questa esperienza consista proprio nell'accorgermi che le due strade, l'amplificazione dell'ombra e la violenza ritmica, non si limitano a offrire due diverse interpretazioni di Rovesciato, ma finiscono per mettere in discussione l'idea stessa che io possa conoscere fino in fondo un testo soltanto perché l'ho scritto. Quando compongo, seguo una necessità che appartiene alla scrittura, una concatenazione di immagini, intuizioni, fratture e ossessioni che trova nella parola la propria forma provvisoria; eppure, nel momento in cui quelle parole vengono sottratte alla pagina e restituite attraverso una struttura sonora che non coincide interamente con le mie intenzioni, mi trovo davanti a qualcosa che riconosco e contemporaneamente mi sfugge.
L'amplificazione dell'ombra agisce in una direzione quasi sotterranea: non aggiunge necessariamente qualcosa al testo, ma sembra rendere udibile ciò che vi rimane nascosto, quella parte di inquietudine che non sempre si lascia tradurre in un'immagine precisa, che circola fra le parole senza dichiararsi apertamente. La violenza ritmica, invece, interviene come una forza di rottura, sottraendo il testo alla tentazione di essere ascoltato soltanto attraverso la sua atmosfera, costringendolo a misurarsi con una fisicità più aspra, con una specie di urto che può modificare radicalmente la percezione delle parole. In un caso l'ombra sembra dilatarsi fino a occupare tutto lo spazio disponibile, nell'altro è come se quella stessa ombra venisse aggredita, attraversata da una scarica elettrica che ne disarticola i contorni.
La cosa che mi interessa, tuttavia, non è stabilire quale delle due versioni sia più fedele a ciò che avevo in mente mentre scrivevo, perché la fedeltà all'intenzione iniziale non mi sembra necessariamente il criterio più interessante con cui giudicare una trasformazione artistica. Se la musica si limitasse a restituirmi esattamente ciò che già conosco, l'esperimento avrebbe un valore soprattutto illustrativo; se invece riesce a spostare qualcosa, a rendere percepibile una possibilità che non avevo considerato, allora il testo torna a essere un territorio da esplorare. Non significa che l'intelligenza artificiale sappia leggere la mia poesia meglio di me, né che possieda una qualche misteriosa capacità di penetrare le intenzioni dell'autore: significa, più semplicemente, che l'incontro fra una scrittura e una costruzione sonora può produrre risultati che nessuna delle due, considerata isolatamente, avrebbe necessariamente generato.
È qui che riconosco la porta inattesa. Non tanto in una singola soluzione musicale, quanto nella possibilità di ascoltare le stesse parole attraversate da energie differenti, capaci di modificare il loro peso, il loro respiro, la loro temperatura emotiva. Rovesciato diventa così anche un'occasione per mettere alla prova il mio rapporto con ciò che scrivo, per accettare che la poesia non coincida mai completamente con la spiegazione che potrei darne e che persino l'autore, quando si allontana abbastanza dalla propria pagina, possa tornare a incontrare il testo come qualcosa di parzialmente estraneo.
Forse è proprio questa la parte più fertile dell'esperimento: non ottenere una versione definitiva della poesia, né trovare finalmente la musica che le corrisponde come una chiave alla propria serratura, ma scoprire che quella serratura può aprirsi in direzioni diverse, alcune familiari, altre meno prevedibili. La scrittura rimane mia, con la sua storia e le sue necessità, ma non possiedo tutte le conseguenze di ciò che scrivo. E se una versione elettronica riesce a restituirmi anche soltanto una sfumatura che non avevo riconosciuto, una tensione rimasta fino a quel momento ai margini, allora l'esperimento ha già raggiunto il suo scopo: non ha sostituito la poesia, l'ha costretta a ricominciare.

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